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Full text of "La vita in Friuli: usi, costumi, credenze, pregiudizî e superstizioni popolari"

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HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FROM THB FUND OF 

CHARLES MINOT 

CLASSO? 1828 



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<? 



Prof. v. Ostermann 



Li VITA I» FRIULI 



USI, COSTUMI, CREDENZE, PREGIUDIZI 



E SUPERSTIZIONI POPOLARI 



vfe 



UDINE, 18l>i 

TIFOGBÀFU DO&BHIOG DEL B1AEOO 
KlìITORE. 



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A 



.^di (papato frittiti 



imo, 



Non ho mai incensato i polenti f non ho 
mai blandite le basse passioni dei volghi, sono 
restato quindi sempre oscuro e sconosciuto. 
Ilo studiato però con affé Ilo profondo il mio 
caro Friuli, ed ho voluto mostrare franca- 
mente i pregi ed ì difetti di codeste forti 
popolazioni, perchè tanto questi come quelli 
riescano d'esempio ad esse e ad altri; mi 
diro pago se i miei compatrioti apprezzeranno 
almeno il mio buon volere. 

Ifelluno, 3 Aprile Ì894. 

talentine £itc tmatm* 



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PREFAZIONE. 



I pregiudizj e le superstizioni non sono retaggio 
esclusivo della stirpe friulana; dal piìi al meno sono 
diffusi presso tutti i volgili, i quali, sia per eredità 
e tradizione, come per allucinazioni di fantasìa, sor- 
genti di idee nuove e strane, finirono col costituirsi 
una cosmogonia tutta propria che non reggerebbe 
di certo al vaglio della critica. 1/ attrattiva pel me- 
raviglioso, spiccatissima nell'uomo primitivo, nella 
gente ignorante, fece accogliere quali verità indi- 
scutibili le più strane aberrazioni umane, tutti gli 
assurdi, ai quali si diede poi forma e valore reli- 
gioso. Intanto neir epoche più remote si sovrappo- 
nevano popoli a popoli, ed ognuno portava un no- 
vello contributo di pregi udì zj che vennero modificati, 
storpiati, svisati nelle loro manifestazioni, pel desi- 
derio ed il bisogno di dare al culto esterno una 
pompa del tutto materiale, 



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II 



Come la diversità dei linguaggi e dei costumi, 
cosi pur quella dei pregiudizj e delle superstizioni, 
oltrecchè dalle mutate religioni e dal susseguirsi delle 
razze, provenne dalle condizioni topografiche locali, 
dal clima, dal genere di vita nomade o fìssa, dalla 
maggiore o minore facilità di procurarsi il neces- 
sario nella lotta per l'esistenza, dall'indole nazio- 
nale, dalla forma di reggimento, dai riti civili e dalle 
leggi in vigore, dalle passioni predominanti, dall'e- 
ducazione e da tante altre cause molteplici che troppo 
lungo sarebbe a volerle qui tutte annoverare. Ma la 
base, come ho detto, il substratum, fu sempre la re- 
ligione, e presso i Friulani questo multiforme cor- 
redo di superstizioni, se si osserva attentamente, è 
composto da uno strano miscuglio di pagano, di bi- 
blico, di cristiano e di un feticismo rude e selvaggio, 
avanzo probabilmente di antichi riti dei Carni e degli 
Autoctoni che primi popolarono il nostro Friuli; che 
fu la religione in ogni tempo uno dei mezzi più va- 
lidi per dominare le plebi, di cui si valselo sempre e 
principi e sacerdoti come d'una leva irresistibile. 

Prima che la progrediente civilizzazione faccia 
scomparire la maggior parte di questi pregiudizj e 
superstizioni, urge raccogliere quanto più materiale 
è possibile ; un altro giorno la scienza delle super- 
stizioni comparate, insieme colla linguistica e l'ar- 
cheologia contribuirà a sciogliere non pochi dei più 
ardui problemi etnografici. 



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IH 



Tutti i fenomeni, tutte le leggi naturali che il 
volgo non ha potuto comprendere, o di cui non ha 
saputo trovare la causa diretta, hanno colpito la sua 
fervida fantasia la quale ricorse subito al sopran- 
naturale ; di tal modo furono divinizzati, ed ebbero 
culto anche sovente i quattro elementi primitivi, 
nonché le meteore, gli astri e le cose tutte che cir- 
condavano l'uomo o che potevano a lui recare utile 
o danno. Fu a questo modo che si adorarono il fuoco, 
l' acqua, la pioggia, i venti, il fulmine, il sole, la 
luna, le stelle, nonché certe pietre, certe piante ed 
animali ; perfino gli stessi uomini che seppero im- 
porsi sollevandosi sui loro simili per virtù propria, 
per intelligenza o forza fisica, quelli coli' astuzia, 
questi colla violenza, furono collocati nelle liste dei 
numi dalle plebi impecorite. Senonchè da tanta ab- 
biezione sollevandosi V uomo, non seppe più accon- 
tentarsi al pensiero che tutto provenisse da queste 
forze materiali prossime e visibili, e fosse o desse le 
sole cagioni dei beni e dei mali, e cercò altre cause 
invisibili, più remote, innalzandosi all'adorazione delle 
forze occulte e delle potenze della natura. Con nuovo 
progresso, d'ogni fatto, d'ogni fenomeno, d'ogni legge 
di natura si fece risalire la causa a Dio Creatori*: e 
Regolatore dell'Universo. — r Non cade foglia che 
Dio non voglia, — o come si dice da noi : — Se Dio 
no V M ito si móv une fuee di pòi. 

Ma l'umana fragilità da un lato, l'invadente bar- 



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IV 



barie che scalzò i principj della più sana filosofia 
dall' altro, per una legge curiosa d' atavismo che ri- 
figlia, contribuirono a riportare 1' umanità sui suoi 
passi, e si finì col materializzare nuovamente la Causa. 
Suprema. E siccome questa Causa ora si presentava 
benefica ora dannosa agli uomini, si finì coir ammet- 
tere due potenze rivali, il Genio del bene ed il Genio 
del male, in una parola — Dio ed il Diavolo — en- 
trambi circondati ed assistiti da potenze minori, 
pronte a servirli, ad obbedirli ciecamente: Angeli, 
Santi, Beati, Genj e Spiriti benefìci, Preti, esorciz- 
zatori ecc. da un lato ; Demoni, Incubi, Dannati, 
Spettri, Fantasmi, Orchi, Benandanti, Maghi, Streghe, 
Spiriti malefici ecc. dall'altro. Però i Santi ed i Beati 
erano stati esseri viventi, ed anche morti si volle 
riconoscere in loro quelle virtù e potenze per cui 
s' erano distinti in vita e così si arrivò ad attribuire 
anche alle altre potenze benefiche affini, eziandio 
nolla vita extramondiale, forme e caratteri umani 
abbelliti e migliorati, rendendoli, come ad esempio 
negli angeli, atti a salire nelle regioni più elevate 
dell'empireo e volare colle ali pur là dove manca 
l'atmosfera. Alle potenze malefiche per contrario, la 
paura, il dispetto, l'odio finirono coir attribuire forme 
spaventevoli ricopiate specialmente da quanto si ri- 
scontrò di più orribile e schifoso nella fauna vivente 
negli antri della terra, ne' cui abissi fu collocato 
l'inferno, agli antipodi del paradiso. Così ebbero i 



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demonj le ali del pipistrello che sverna nelle spe- 
lonche, le code dei serpenti che fuggono i geli della 
fredda stagione riparandosi negli strati profondi del 
suolo, e finalmente gli artigli, le zanne, le corna ed 
i musi delle belve viventi nelle caverne. Conservando 
poi ai primi come ai secondi caratteri antropomorfi, 
il popolo li fece suscettibili di amori, di odj, di pas- 
sioni non solo, ma di atti e bisogni umani pur anco, 
sempre però esagerando tanto nel bene quanto nel 
male. Anche là dove la ragione sdegnò riconoscere 
nella Causa Suprema una forma sensibile, ne accettò 
però i simboli, quali furono la serpe che si morde 
la coda, Y occhio in un triangolo, sempre insomma 
alcunché di materiale; epperò nelle stesse manife- 
stazioni del culto si arrivò ad attribuire alla Suprema 
Legge Regolatrice dell'universo la strana attitudine 
a piegarsi e mutare gì' imprescrittibili decreti della 
sua logica assoluta per una preghiera a lei rivolta 
in dati luoghi, in dati tempi, o con pompa maggiore 
o minore in una funzione e perfino per la posizione 
medesima dell'orante, ritto, inginocchiato, proster- 
nato, o rivolto verso il sole che sorge, anziché verso 
un altro punto qualunque dell' orizzonte. 

— « Di qui i riti , (dice molto assennatamente 
« l'Ellero nostro (*), per lo meno puerili con cui tutte 



(M Plttrt Blltro: Questione Sociale, Bologna, Fava e Qaragnani, 1877, 
pag 106-107. 



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vi 

<( le religioni si estrinsecano, e le pratiche supersti- 
« ziose (T ogni maniera, in cui non si sa se sieno 
« maggiori . le enormezze o le buffonerie che tra il 
« grottesco, l'assurdo e l'atroce intendono di mani- 
«. Testare il sentimento religioso dei cuori. 

« Dai Santoni indiani imbrattantisi di sterco, ai 
« Dervisch mussulmani in delirio danzanti, dalle 
« Vestali alle Baccanti, ogni sorta di stranezze si 
« fecero o si fanno con cui onorare la divinità, come 
« ebbri o pazzi la possono onorare. Quindi le preci, 
« i canti, i suoni, i balli, le faci, gl'incensi, gli sgoz- 
« zamenti, gli arrosti, le libagioni, le prof erte, gli 
«arredi, i delubri: quindi i giuramenti, le benedi- 
ce /ioni, le esecrazioni, i voti, le purificazioni, le e- 
<( spiazioni, le circoncisioni, i digiuni, le mortifica- 
« zioni, le macerazioni, i tormenti, le amputazioni... 
<( di tutte le «piali cose più o meno ogni culto risulta. 
« Ma ciò non ò tutto : avendo nella idea falsa della 
(( divinità prevaluto quello del terrore e del male 
« bisognò propiziare gli esseri deificati coli' abban- 
« dono a loro delle cose più dilette che 1' uomo avesse, 
« la vita, e quel senso ineffabile in cui sta la sor- 
« gente della vita. La prostituzione sacra non è allatto 
« smessa in qualche angolo del globo, nelle antiche 
« religioni attuta la sensualità dei numi : e quando 
« e dove viene dalla moralità dei costumi proscritta, 
« in sua vece viene la virginità votiva : acciocché, 
« quantunque i numi non scendano più in terra,. 



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VII 

<* abbiana tuttavia spose e vittime da invisibili fiamme 
« indarno arse. Ma questi numi creati dalla paura e 
a dal rimorso volea no di peggio: sitibondi di sangue, 
« non bastando a placarli la propiziazione di tori 
i sgozzati, né il fumo degl'innocenti agnelli che 
e dall'ara saliva alle loro nari, chiedevano umano 
<i sangue. IWi i sacrifici umani volontari o forzati, 
« iti una forma cruenta od incruenta, reale o siirt- 
« ludica, divennero un fatto cosi universale e costante 
« di tutte le religioni, e cosi principale ed essenziale; 
« elie si può dire che Y alto arcano ed il supremo 
a cardine dei culti stiano qui |, 

À questa stupenda pagina del profondo ponitore 
friulano, io aggiungerò i-he la ferocia attribuita al 
Dìo ili ìtìlisericùìiiiU dai suoi leviti lo renderebbe 
peggiore de* più mostruosi tiranni, se ce L'ostentano 
tanto crudele ria punire nei discendenti le pomi dei 
più lontani loro progenitori, da condannare a pene 
eterne ed orribili chi e morto in peccato, se la via 
che F umanità è costretta a percorrere è tutta via 
ili peccati, perocché un solo e fugace pensiero vuoisi 
che basti per portarla a perdizione- Le anime, coll- 
imate a migliaja nell'inferno ira tante pene atro- 
cissime, non possono non maledire al mondo dove 
sono vissute, e nel quale si sono meritate tanti tor- 
menti ; di conseguenza debbono odiare i viventi, e, 
all'occasione, desiderare d'arrecar loro tutto il male 
possibile: di qui la credenza nelle apparizioni e nei 



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Vili 



malanni che si ascrivono ai dannati. Un'altra causa 
contribuì pure a diffondere le superstizioni. L' uomo 
perseguitato, calpestato dai potenti, offeso ne' suoi 
diritti più sacrosanti, e spesse volte punito ecces- 
sivamente per un lieve e forse anche primo fallo, 
non trovando un rimedio nell'equità delle leggi, 
in tempi di barbarie e di fanatismo religioso ri- 
corse alle invocazioni delle forze soprannaturali ma- 
lefiche, e le chiamò in suo ajuto contro le ingiustizie 
del potere costituito. Oggidì chi non teme più gli 
spauracchi della superstizione, alle ingiustizie, alle 
persecuzioni che l' opprimono, contrappone la lega 
degli oppressi, fidando nel numero, — in altri ter- 
mini, le povere masse ignoranti trascinate dagli 
astuti agli scioperi, alla rivolta, all'anarchia: d'altro 
canto 1' uomo istruito o tronca da so con un suicidio 
le ingiustizie sociali, come quello spirito sdegnoso 
che fu Aloysio Picco, oppure, diventando un misan- 
tropo, si isola da una società che disprezza, e si 
contenta dell'unico bene che gli rimane — la libertà 
del pensiero, mentre altri, facendosi un' arma della 
tribuna, o della pubblica stampa, s' ingegna reagire 
e vendicarsi dei soprusi sofferti, e dei favoritismi 
commessi in di lui danno, in prò' dei ricchi deca- 
duti o dei blasoni falliti. Una volta l' offeso invocava 
il diavolo, professavasi fin di adorarlo, di offerirgli 
la propria anima, dichiarandosi suo vassallo pur di 
ottenere il suo scopo, la vendetta ; oggi la civiltà ha 



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portato questo miglioramento morale, che 1* uomo 
colto oTYeso attende la giustizia dal tempo — dal 
tempo che rizzò statue alla Pulcella d'Orleans, ad 
Arnaldo da Brescia, ed a Giordano Bruno pur anco, 
proprio sul posto dove il suo secolo il bruciò vivo. 

Ed un* altra differenza va notata fra i tempi nostri 
e quelli trascorsi. Anticamente, la donna in ispecml 
modo si esaltava, si credeva tentata, invasa e pos- 
seduta dal demonio; e la sua facile fantasia e la 
malevolenza popolare, perdevano bene spessa un* in- 
felice costretta colle torture a confessare le sue 
stregonerie che si curavano poscia col rogo, Oggi 
questi esaltamenti nevrotici trascinano per lo più al 
suicidio, oramai diventato un'epidemia; ma si capisce 
almeno che non è necessario il fuoco per guarirli; 
un'educazione più positiva e meno sentimentale che 
dovrebbe darsi alla donna, bromuro ed ipnotismo ne 
faranno la cura, semprecchè V ipnotismo rimanga nel 
campo sereno della scienza, e non degeneri un'altra 
volta iu ciurmerle da fiera alle mani d'un Giuseppe 
Balsamo - Cagliostro, d'un Revail, o d'un Pickmann 
ringiovanito. Ho detto — un'altra volta — stantecchè 
dai Caldei, dagli Egizi e dagl'Indù in poi codeste 
ciarlatanerie sono durate attraverso i secoli, mutando 
forma, chiamandosi con altri nomi, ma conservando 
nei fondo la sostanza. 

Quasi ogni secolo ha le sue aberrazioni umane 
che diventano di moda, penetrano più o meno nei 



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costumi delle plebi fino a che la ragione viene a 
dimostrarne tutta l'assurdità. Così si ebbero le esa- 
gerazioni del monachismo e degli anacoreti, dei ca- 
valieri erranti, dei battuti o flagellanti e delle streghe 
e tregende, come si ha in oggi quella dell' anarchia. 
L' idea della necessità di procedere contro le streghe 
era accolta universalmente, era penetrata ne' costumi 
talché bene spesso lo zelo fanatico dei cittadini su- 
perava quello degl'inquisitori (0. A sradicare le as- 
surde credenze giovarono maggiormente i costumi ed 
il pubblico disprezzo che la severità delle leggi, per 
cui bastò sopprimere il Santo Tribunale e radiare dai 
codici tal genere di delitti per guarire tanti cervelli 
da sciatte aberrazioni. Nella Civica Biblioteca di 
Udine si conserva un Regesto di mille processi 
costruiti da "quel Santo Ufficio tra il 1551 e il 1047, 
dal (piale ho tratto non poco materiale. Nel Regesto 
raramente si fa menzione della tortura, una sol volta 
si trova la condanna di molte; ma quando non si 
voleva confessare le gravi conseguenze poliate dal 
processo si ricorse alla vaga formula: Alimi non 
apparet! E che più frequenti di quanto si dice nel 
Regesto fossero gravissime le conseguenze della pro- 
cedura ci è prova lo spavento che incuteva il ter- 



(1) I giudici di Tolraezzo nel 159« processavano rome strega e malefica 
;erta Agnese vedova del fu Leonardo della villa di Caneva, per il che il 
Santo Officio sospese la propria inquisizione Ano a tanto che gli fosse 
spedito il processo da Tolraezzo. 



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ribile tribunale per cui ri timorosissimi erano quelli 
che si davano alla fuga quando ricevevano il mail- 
dato di coni par ìzione, ed io credo trovi la sua ori- 
gine in questo fatto il nostro adagio: Miór regina 
mari i rum che no regina confessorum, meglio sop- 
portare la tortura che confessare; ed a raggiungere 
l'intento da molti si ricorreva ai sortilegi atti ad iin- 
pttlire eli e i tratti di corda strappassero una gonfes» 
sanile pericolosa. Quando poi r intervento del Governo 
vietava le pene corporali gl'inquisitori si rifacevano 
cui penitenze pubbliche sulle porte delle chiese nei 
giorni di maggiore solennità, 

Superstizioni e pregiudizi ne saran sempre perehe 
inseparabili dalla natura umana; però una saggia e 
diffusa istruzione accoppiata ad una eonvenienle «•- 
lineatone, se non potranno toglierli del tutto, con- 
tribuiranno almeno a diminuirli, a ridurli ai minimi 
termini. La nostra scuola trascura troppo l'educa- 
zione morale (e badisi eli* io non confondo qui morale 
boa catechismo); si vuol rilevare una gioventù indif- 
ferente e scettica perlaio all'idea di patria, e lo scet- 
ticismo degenera facilmente in odio contro tutto cm 
che regge e governa; di qui la pazza emvinziuue di 
esercitare un apostolato colla dinamite e 1* anarchia. 
SdIo un più armonico sviluppo delle facoltà umane 
putrà ristabilire quell'equilibrio che rende forti e 
grandi le nazioni migliorandone i costumi; l'intima 
conoscenza dei quali solamente ci potrà ammaestrare 



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i 



XII 



sui mezzi che son necessari per elevare il valore 
delle plebi. Conoscere le costumanze popolari rela- 
tive alle fasi principali della vita umana: l'amore, 
il matrimonio, il battesimo, le malattie, i funerali; 
ai rapporti domestici intimi e sociali, è interessante 
non solo per gli appassionati del Folk-lore ma per 
gli storici e per i sociologi pur anco, essendo studi 
che ajutare si debbono scambievolmente. 

La storia non deve limitarsi più a ricordare le 
gesta dei principi, ma deve cercare eziandio le con- 
dizioni della vita individuale e collettiva del popolo, 
perocché numerosi fatti, dei quali stentiamo darci 
una spiegazione, traggono la loro origine da riti ed 
usi oggi caduti in dimenticanza. 

Le costumanze non si mutano con una semplice 
legge, continuano per secoli, se non altro nella lingua, 
anche quando il fatto che ha dato origine è dimen- 
ticato. Nelle regioni montane si mostrano tuttodì le 
grotte dei pagani scomparsi da quasi un millennio, 
mentre i fuochi dell'Epifania' e di San Giovanni, i 
baccanali del Carnovale, il pesce d'aprile sono a- 
vanzi della civiltà romana, e fors'anco anteriori alla 
stessa fondazione di Roma, e si continua a dire 
tutt'ora — fostu sul mus! — benché la gogna del- 
l'asino sia scomparsa; così pure — lira su un — 
per levargli un segreto di bocca, sebbene smesso da 
più d'un secolo l'ordigno da tirar su materialmente 
allo scopo medesimo. E così ereditammo dai nostri 



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XIII 



bisnonni il motto — butd di March a Madone, — 
come dai nonni quest'altro — zujà a pipln e co- 
rone — perchè quelli usavano giuocare coi bezzoni 
veneziani, gli altri coi quattrini napoleonici al 
giuoco di bruse, — e bruse è voce che risale alle 
emigrazioni galliche che l'han seminata per l'Emilia 
e la Lombardia. 

Confido quindi non sia stato inutile questo mio 
qualsiasi lavoro, frutto di lunghissime e pazienti 
ricerche, d'un tempo consacrato nello studiare e 
raccogliere le varie costumanze locali, percorrendo 
pedestre le valli e la pianura del mio caro Friuli, 
interrogando le donnicciuole, o spogliando gli scritti 
di coloro che incidentalmente hanno pubblicata 
qualche usanza particolare d'una data regione o 
d'un dato paese, ovvero ripescando nelle storie e 
negli archivi documenti atti a dimostrare V antichità 
di costumi tutt'ora in vigore, o di usi già caduti 
in dimenticanza. 

Prima di chiudere, sento bisogno di premettere 
uno schiarimento. Quando pubblicai i proverbi friu- 
lani ne ebbi buon numero da un amico parroco in 
Gamia; alcuni si sentono subito fattura di letterato; 
però essendo stato assicurato che tutti erano rac- 
colti dalla viva voce del popolo li collocai istessa- 
mente nel libro col cenno : sa di dotto. Posterior- 
mente a quella pubblicazione sfogliai i numerosi 
proverbi che il Nob. Francesco del Torre andava 



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XIV 

pubblicando nell'aureo suo almanacco il ConladinH, 
se nonché molti contengono bensì concetti tolti forse 
da proverbi di altri dialetti, ma non vestono asso- 
lutamente la forma propria degli adagi nostri, ed io 
sospetto che il benemerito agronomo, mosso dalla 
mira di diffondere le buone pratiche d'agricoltura, 
li abbia lui raffazzonati alla meglio. Quelli riportati in 
questo libro dei quali non ho potuto constatare l'i- 
dentità li farò seguire da uno o due punti inter- 
rogativi, liberandomi cosi da ogni responsabilità. 
Quanto alle credenze e superstizioni che verrò ri- 
portando avverto una volta per tutte che senza pre- 
mettere sempre il si dice, o si crede ecc., anche 
quando i fatti fossero asseriti in modo categorico, 
non sono un apprezzamento mio, sibbene V afferma- 
zione d' un pregiudizio o ri' un errore popolare. 

Sento poi di dover rendere qui pubbliche grazie 
a Don Valentino Raldissera bibliotecario comunale 
di Gemona che pose a mia disposizione le schede da 
lui estratte in quel ricco archivio municipale, ed al 
D. r Giovanni Gortani che mi fu largo di consigli. 

11 mio studio sarà ritenuto forse da taluno di 
secondaria importanza ; nonpertanto confido giove- 
ranno a renderlo ben accetto V originalità sua, la 
moltiplicità delle note storiche inedite, e V amore 
intenso che gli consacrai nel compilarlo, lusingan- 
domi che possa giovare comechesia a far sempre 
meglio conoscere questo nostro Friuli. Portando poi 



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XV 

a cognizione del pubblico tante ridicole credenze e 
superstizioni; e facendo questa raccolta paleontolo- 
gica di fossili del pensiero, come felicemente li chiamò 
l'illustre professore Tito Vignali, si potrà eziandio 
convincere il popolo della loro assurdità, e contri- 
buire ex absurdo alla sua educazione morale» 

Belluno, Novembre itf03. 

V. Oste rm ann. 




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Capitolo I.° 



Cosmografia, Meteorologia, Geografia fisica, Superstizioni, pre- 
giudizi e credenze relative. 



i 



contadini friulani, ed i montagnuoli particolar- 
mente, conoscono un po' di Astronomia, più però per 
pratiche osservazioni che per principi scientifici. Mi- 
rando il cielo stellato, essi sanno indicare con suffi- 
ciente precisione le ore della notte a seconda delle 
stagioni. 

Il Sole, la Luna e le Stelle sono come tante borchie 
infisse sul fondo di una immensa caldaia concava che 
sovraincombe al nostro pianeta; e per alcuni anzi il 
cielo sarebbe fatto come il castello per cucinare le 
bruciate (lis bueriisj ; lo splendore che irradia dal 
trono di Dio passa attraverso dei fori aperti nel pa- 
vimento dei cieli, e quello splendore sono le stelle; 
per altri invece le stelle sono corpi reali che popo- 
lano la vòlta celeste. 

In tal ci] a stan lis stelis, 
In tal mar al sta lu pès ; 

canta l'alpigiano del Friuli. All'estremo orizzonte 
questa grandiosa vòlta s' appoggia sulla nostra terra, 



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— 2 — 

e sopra questa vòlta sta Iddio fra i santi; è il para- 
diso; lo dice l'altra canzone: 

Veit judizi, fantazzinis, 
Cuànd oh'o sès a fa l'amor, 
Su parsóre son li stelis 
E parsòre V è il Signor. 

In paradiso si mangie pan d'àur e lujàniis di sede, 
cibi che a dir vero non devono riuscire i più appeti- 
tosi, specie per coloro che non hanno buoni denti; 
ina: paese che vai usanza che trovi, e, chi ci andrà, 
dovrà adattarvisi. 

Le stelle e le costellazioni, ed in particolare quelle 
dello zodiaco, hanno pel volgo un'influenza diretta 
sulle cose e persone del nostro pianeta: 

Oh vó stelis ! Oh vó lune ! 
Palesait il mio destìn: 
Cuatri dis par setemane 
Consolai mi il cu risi n. 

Ognuno ha la propria stella, il suo pianeta, sotto 
r influsso del quale è nato. Le più lucenti sono per 
coloro che godono florida salute, le più sbiadite pei 
deboli ed infermicci. A seconda che uno e nato sotto 
l'influenza di questa o di quella stella, manifesterà 
le tali inclinazioni buone o cattive, le tali virtù, od 
i tali vizi. Gli slavi dicono che ad ogni nascita Iddio 
accende una nuova stella nel firmamento (*). 

Diventa perciò importante il conoscere quale sia 
la stella o costellazione a noi preposta, che in allora 



(1) Prof. P. Nisoni. — La vita degli Sloveni. — Palermo, Clausen, 1893. 



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— 3 — 

sarà facile trovare l'indovino che ci predirà la buona 
o mala ventura, e, dandoci il Planèt, ci farà conoscere 
la sorte che ci è serbata, e saprà perfino spiegare a 
noi medesimi il nostro temperamento. 

Gli antichi usavano portare al collo, come amu- 
leti, le gemme astriferae, coi segni degli astri, pia- 
neti e costellazioni che avevano presieduto alla loro 
nascita. 

I libri da cui il volgo ritrae la sua scienza astro- 
nomica sono specialmente almanacchi e lunari, ai 
quali si presta piena fede, e la si prestò fino dai 
primi che si stamparono nel passato secolo. In un 
diario carnico inedito, che avrò motivo di citare più 
volte, scritto da certo Don Francesco Del Negro di 
Sutrio il quale, dal 1761 al 1804, va notando giornal- 
mente le vicende meteorologiche, trovo alla data 14 
febbrajo 1772. « Nuvoloso con alquanta pioggia, e du- 
bito che farà la montanella predetta dal Schiesone » 
(un lunario che si stampava a Treviso). Nulla im- 
porta poi se questi lunari attingano ancora alla scienza 
astronomica degli antichi Caldei, e se colle nozioni di 
due o tremila anni fa, segnino ancora oggidì la stessa 
posizione del sole relativamente alle costellazioni 
dello zodiaco, e non tengano calcolo dell'essersi quelle 
spostate d' un mese circa, per l' istessa cagione che 
produce la precessione degli equinozi; e quindi, quan- 
tunque il sole in luglio entri nella costellazione del 
Cancro, pure, quel poltronaccio d'un astro del giorno, 
ora che i partiti avanzati sono di moda, lo si porta 
più innanzi d'un mese, e si dice che al 21 luglio 
entra in Leone. Il periodo in cui il sole è in Leone 
(Canicule) è pericoloso per la salute; in allora le 
acque producono facilmente squilibri igienici ; perciò 



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— 4 — 

dal luglio all'agosto bisogna evitare di prender la 
pioggia e di lasciarsela asciugare addosso, bisogna 
avere riguardi nel fare bagni, e sopratutto bere meno 
acqua del solito. Seminando durante la canicola, le 
sementi non nascono; il vino ribolle e va guasto più 
facilmente; i cani più di frequente diventano idrofobi. 
Fino dai tempi romani era invalsa tale credenza, ed 
Ovidio nei Fasti ci dice che all'entrare della canicola 
si celebrava in Roma una festa nella quale si sacri- 
ficava un cane. 

La Canicule ha pure un influsso sull'andamento 
della stagione; lo dicono i due proverbi che s'adat- 
tano a tutti i gusti, perchè fanno a' pugni tra loro : 

La Canicule se chate bagnai, lasce bagnàt, se chate sùt lasce sùt. 
La Canicule se chate uèiz i agàrs, ju impiene, 
se ju chate plens, ju 'suede. 

Le costellazioni dello Zodiaco non sono indifferenti 
ai fatti che si svolgono sul nostro pianeta, e, per 
accennare ad una sola influenza, basta sapere che per 
ragione loro i gamberi son buoni a mangiarsi nei 
mesi in cui entra l'erre. Chissà che in relazione a 
tale fatto non sia venuto poi il proverbio: 

La lune no ha ce fa cui giambars. 

Aselli si dicono due piccole stelle della costella- 
zione del Cancro. Quando fra esse non appare visi- 
bile quella macchia chiara (nebulosa) detta dai conta- 
dini il Presepio, sarà segnale di pessimo tempo. Se di 
queste due stelle si vedrà fosca quella di tramontana, 
sarà segno di vento sciroccale ; se invece resterà an- 



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— 5 — 



Debbiata quella di mezzodì, spirerà Borea (Tramon- 
tani (*). A queste due stelle accenna la canzone: 

Chei voi nèris di chèl zovin 
Che mi plasin tant a mi, 
Mi proda sin chès dòs steli s 
Ch'a si jevin denànt dì. 

Il Qhàr, o Qhàr màt (Carro di Boote, Orsa mag- 
giore) porta il beneficio che, guardandolo per dieci 
sere sempre di seguito, uno è sicuro all' undecima 
notte di sognare ciò che desidera, e di rivedere in 
sogno le persone bramate. Le ragazze da marito poi 
conosceranno in sogno il nome del loro futuro sposo. 
Il Qhdr pizzul (Orsa minore) è indicato col nome di 
stelis tramontanis, e le ragazze carniche a queste si 
rivolgono : 

E vo' stelis tramontanis 
Butait jù ràgios d' amor 
Jù pai cùr a di chèl zovin 
Che noi sèdi un traditòr. 

La Stele Tramontane (Stella Polare) è pure nota 
alle valligiane delle nostre alpi che l'invocano: 

E vo* stele tramontane 
Si savessis fevelà 
Un salùt a chèl bièl zovin 
Jò par vó vorès manda. 

E la stele tramontane 
A me P ha mandàt a di 
Che no stédi a volta strade 
Che cun vo' hai di muri. 



(1) Dal Contadine l, lanario di G. F. Del Torre — anno 1863, pag. 67. 



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— 6 — 

Altra costellazione abbastanza nota al nostro po- 
polo è quella detta: Lis Macis, o lis Bachetis (Cin- 
tura d'Orione). In Carnia si dice il proverbio: 

Lis Macis, di Zenàr, 

La buine fìlandere ha di mandàlis a ponàr, 

cioè, deve filare finché quelle stelle sieno tramontate. 

Le tre stelle della Cintura d'Orione sono i Tre 
Re Magi, che i nostri montagnuoli, forse inspirandosi 
alla mitologia ed alle metamorfosi di Ovidio, hanno 
mutato in tre stelle. 

La Stele di Betlem (Sirio). Questa stella che fra 
le fisse è la più lucente del nostro emisfero, e sta 
proprio in linea retta della Cintura d'Orione verso 
P Equatore Celeste, è la stella che ha guidato i Tre 
Re Magi all'adorazione di Cristo. All'alba del 21 
luglio, in cui entra la Canicola, si osserva il sorgere 
di questa stella; e se nasce fra nebbie, il resto del- 
l'anno sarà piovoso ed infestato da malattie. 

I Sièz (Le Plejadi) sono quelle che guardano i 
contadini per conoscere le ore. Rappresentano i sette 
dormienti, o le sette allegrezze di San Giuseppe, o, 
secondo altri, i sette dolori di Maria Vergine, od 
altro qualunque di quei tanti fatidici sette che si 
trovano nel catechismo, nulla importa poi che le stelle 
sieno sei soltanto. 

La Biele Stele (Venere, Vespero, Lucifero) è la 
stella dei cacciatori, dei pastori, dei carradori e degli 
innamorati, che a lei si rivolgono perchè si renda 
intermediaria dei loro sentimenti: 

Oh tu stele, biele stele! 
Su palese il mio destìn ; 
Va daùr di che montagne 
La eh' a l'è il mio curisìn. 



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— 7 — 

Uei preà la Mele stele 
Duch i san s del paradis, 
Che il Signor fermi la uere, 
Che il mio ben torni in pais. 

Venere pel volgo è la più bella delle stelle che 
risplendono sul nostro emisfero, ed a lei paragonansi 
le bellezze dell'amante: 

Non d' è flórs e non d'è rósis 
Che somein a lu mio ben, 
Mi prodùs la biele stele 
Cuànd che il cil al'è serèn. 

Lucifero dà il segnale che il giorno s'avvicina: 

Jè jevade la biele stele 
Son tre oris denant dì ; 
Jè voltade la me ninine 
Jè tornado a indurmidi. 

Quando sorge questa benefica stella, le streghe 
ed i diavoli sospendono le loro operazioni, e fuggono. 

/ Planèz (i pianeti) sono pur noti come corpi 
celesti che si differenziano dalle stelle. Gli aloni dei 
pianeti (Cerclis dei planèz) sono indicati come forieri 
di pioggia. 

Da un vecchio contadino semi letterato, il quale 
avea nella sua libreria il Martirologio, il Libro delle 
Sette Trombe, i Reali di Francia, ecc., mi furono 
indicate queste influenze dei pianeti, eh' io ritengo 
tratte da qualcheduno degli autori da lui letti: 

Saturno è favorevole ai vecchi, 

Mercurio ai fanciulli, 

Giove agli uomini maturi, 



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— 8 — 

Marte inspira gli odi, 

Venere gli amori. 

Nel diario del prete Del Negro, al 21 marzo 1776 
è detto: 

« Dominator di quest' anno è Venere che causerà 
mortalità di donne, e domineranno tramontana e 
scirocco ». 

La Strade dal Paradts (Via lattea), come lo 
indica il nome, è la strada del Paradiso, o la strada 
di Betlemme, di Gerusalemme, o di Roma. Fu origi- 
nata da una goccia di latte della Madonna versatasi 
accidentalmente sul pavimento del cielo. È credenza 
d'origine pagana; il popolo nostro non ha trovato 
difficoltà a sostituire Maria Vergine e Gesù Bambino 
a Giunone ed Ercole. 

Dalle stelle si traggono i pronostici sul tempo. 

Quando le stelle impallidiscono improvvisamente, 
senza che si vedano nubi o nebbie sensibili, sarà 
segno di burrasca. Se le stelle d'estate sembrano piii 
grandi del solito e spira vento di levante, pioggia 
dirotta. Se in autunno luccicano le stelle più del 
solito (cimiin lis stelisj e sembrano più rade, il bel 
tempo durerà (*). 

Si dice pure che quando le stelle sembrano più 
vicine tra loro vien brutto tempo. 

Contando quindici stelle per quindici sere di se- 
guito, 1' ultima sera si vedrà in sogno Y amante. 

Se per sette sere si contano sette volte sette 
stelle per sera, in sulla settima si sogna con chi si 



(0 Dal Contadi nel, 1862, pag. 67. 



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— 9 — 

deve sposarsi. A vedere stelle di giorno, è pessimo 
pronostico; succederanno guerre e distruzioni. 

Le stelle sorgono, attraversano la vòlta celeste e 
poi tornano a riposarsi, come tutti gli altri astri: 

E in cil no sòn plui stelis, 
A son ladis a durmi... 

Le stelle offrono le più belle immagini alle ispi- 
razioni della musa popolare. 

Uàrde là ce gran bièl zovin 
ce gran bièl zovenìn ! 
A 1' ha i voi come dós stelis 
E la boghe da bambin. 

Ce bièl par di colombi nis 
Che vò vès tal uestri sèn l 
In tal cil no son dós stelis 
Compagnadis cussi ben. 

Nanvhe in ciì no son dós stelis 
Cuànd eh' a Pè il plui bièl serèn, 
Nan<jhe in mar no son dós perlis, 
Come chés dal uèstri sen. 

E la Carniella: 

Se lu cil fòs tante charte, 
E lis stelis tanch nodàrs, 
E se il mar fòs tant ingiostri, 
E lis barchis calamàrs, 

Farès scrivi leterinis 
E mandànt une par lùch, 
Par ave cualchi rispueste 
Dal mio ben eh' a P è pierdùt. 



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— 10 — 

Le stelle dall'alto osservano le miserie di noi 
mortali, e guai se sapessero parlare! 

Se lis stelis, se la lune 
A sa vessi n fevelà; 
An di ressi n pini di une 
Dai fant&z di maridà. 

Lis Cometis (le Comete) predicono peste, fame, 
o guerra, od almeno la morte di qualche potente so- 
vrano, o d'un importante personaggio. Il temuto ma- 
lanno sarà tanto più grave quanto più lunga sarà la 
coda della Cometa, ed i di lei perniciosi effetti per- 
dureranno tanto più, quanto più lungo sarà stato il 
tempo per cui la cometa sarà rimasta visibile sul 
nostro orizzonte. La guerra scoppierà in quella re- 
gione del globo dalla cui parte la cometa si osserva. 
Ad ogni predizione di comparsa di una nuova cometa 
si crede e teme che questa possa urtare la terra, e 
l'urto produrrà inevitabilmente la line del mondo. 
Quindi appena uditone l'annunzio s'aspetta là venuta 
dell'Anticristo: 

L'Anticrìst cu lis dàlminis di glacìns. 

Prima della venuta dell'Anticristo però vi saranno- 
sette anni di grande abbondanza, poi sette anni di 
estrema caristia, poi sette anni le donne avranno 
numerosa lìgliuolanza, e quindi per altri sette rimar- 
ranno tutte sterili ; dopo questi ed altri segni evidenti 
comparirà sulla terra l'Anticristo. 

Nella Cronaca dei suoi tempi di Roberto dei Signori 
di Spilimbergo, edita per nozze Serravallo de Concina 



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— 11 — 

dal conte Francesco Florio (') trovo: «1531 apparse 
una cometa alli 14 agosto a h. 1 */* venendo alli 15 
del ditto, la qual va fissa sopra Medùn, cum gran 
splendor, grossa in lo capo, nel qual era più luce 
che in lo resto. La coda guardava verso oriente, e 
durò ore due e andò a monte la stella e si disfece 
lo splendor, tamen durò alquanto la coda tra sol a 
monte e sol levato. Fu vista due o tre dì avanti e 
fin adì 24 dito. Andava a monte e levava verso sol 
levante; ove apparea una notte, non apparea l'altra. 
Fu giudicato esser cosa di Stati e Gran Maestà in suo 
danno. Messer Domenedio ne adjuti, che non sapemo 
ne potemo. Fu visto due comete in quella notte me- 
desima, e la mattina si vedeva l'una e la notte l'altra ». 

« Anche nel 1532 adì ultimo septembre (nota il 
medesimo cronista) fu vista una cometa verso levante 
alle ore 10 e la coda mostrava verso il cielo alta 
per mezzo mezzogiorno, durava due ore e continuò 
giorni 15 ». 

Ed uti altro cronista, il conte Cristoforo di Pram- 
pero (*), narra: «Nel line di quest'anno 1618 apparve 
alla plaga orientale una stella barbata con la punta 
verso occidente chiamata da alcuni Pogonia, da altri 
Aurifia ed generalmente cometa, di color argenteo 
pallido, la cui apparinone durò due mesi o poco più; 
quello che voglia significare sallo solo Colui che è 
padrone delle seconde cause, che manda talora questi 
segni precedenti a qualche flagello a fine che penten- 
dosi gli uomini de' suoi misfatti, vengano ad incon- 
trare la placazione dell' ira divina »... poi più abbasso 



(li Udine, Patronato, 1884, pag. 25 e seguente. 

<*) Cronaca del Friuli dal 1515 al 1631 per nozze Marangoni-Masolinl- 
Mìcoli — Udine, Patronato, 1884 pag. «5 e 26. 



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— 12 — 

segue : « Morse quest' anno l' Imperatore Mattia es- 
sendo prima morta P Imperatrice, effetti conseguenti 
alP apparizione della cometa ». 

Nel Diario Carnico poi al 6 dicembre 17G9 è 
scritto : « anche questo mese di luglio lino alli 8 
agosto compariva una cometa in tempo di notte verso 
sol a monte, con una gran coda che strisciava avanti 
e poi si divideva in branchi che sembrava una scova. 
Cosa che voglia significare nessuno lo sa se non il 
sommo Iddio che ci guardi da ogni male ». 

E più innanzi, alli 20 marzo 1771 : 

«L'anno passato furono certi segni nel cielo in 
tempo di notte, verso la Germania comparvero alle 
volte stelle grandi con code longhe, altre volte nu- 
volette tutte di color sanguigno, a guisa di fuoco; 
cosa che denotassero non si seppe, ma giudico che 
significano gran fame, come che quest'anno pur 
troppo provano certi paesi nella Germania, quali pa- 
gano uno staro di biava fino settanta lire al staro ». 

Il Sor eli o Soleri, come con una metatesi si chiama 
in qualche sito il Sole, è un immenso globo di fuoco, 
creato unicamente per riscaldare la nostra terra. Le 
menti poco colte sono sempre così fatte : non si cu- 
rano che di se stesse, credono che ogni fenomeno, 
per quanto d'indole universale, debba essere limitato 
unicamente al loro personale interesse; quindi il sole 
non ha per questi altra influenza nell'economia uni- 
versale (come ho detto), che quella di riscaldare ed 
illuminare il nostro piccolo pianeta, lanciato nello 
spazio fra tanti colossi; ed anzi, pel volgo, l'Universo 
intero fu creato a servizio del nostro mondo. 

Il gigantesco centro del sistema planetario lo si 
fa talvolta soggetto ad inconvenienti e malattie, quasi 



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— 13 — 

fosse un essere vivente. Cosi si dice : il sor eli V è 
maldt (il sole è ammalato), quando, senza che si 
vedano nubi sulla vòlta celeste, i suoi raggi giun- 
gono a noi languidi, a motivo dei sottili vapori che 
passano nelle alte regioni dell'atmosfera. 

Il sole si muove e la terra sta ferma: non è giunta 
ancora fino al popolo la convinzione del Galileo, e 
fu inutile il suo Eppur si muove. L' astro s' alza al 
mattino, percorre V intera vòlta celeste e tramonta 
alla sera : 

Ogni di jeve il sorèli, 
Ogni .sere al va a ciurmi; 
Ma ch'ai jèvi o ch'ai tramonti, 
Al mi viòd simpri a vaf. 

Che giri il sole e non la terra il volgo lo prova 
col fatto che i monti si vedono sempre neir identica 
direzione ; per la gente ignorante, il giro del globo 
dovrebbe mutare anche la posizione relativa delle 
varie località terrestri. Il sole poi nel suo movimento 
di rivoluzione si allontanerebbe di più nell'inverno 
per riavvicinarsi nell'estate al nostro globo .e questa 
sarebbe la cagione della diversa temperatura. 

Si dice pure che i due solstizii abbiano un' in- 
fluenza meteorologica, perchè al 21 dicembre e 21 
giugno il tempo si cambia: a co *l tome indaùr il 
soreli si cambiti i ójars ». 

Il benefico astro del giorno illumina il monda 
intero: 

Il sorèli schalde par duch 

e va a portare i suoi raggi fino alle più lontane re- 
gioni; lo cantano le nostre montanine: 



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— 14 — 

Ce biel par di voi tant nèris 
Cussi nèris, cussi biei ! 
Tant lontan ch'ai va il sorèli 
No s' in cjiate cussi biei. 

Tu tramontis tu sorèli, 

Tu tu cjialis par ducuant ; 

Sesta bon di sa lu dami, 

Là eh' a l'è, il mio chàr amànt? 

Il sole poi torna indietro di notte, come si dirà 
alla voce Aurore Boreàl. Secondo taluni, il sole va 
sempre allontanandosi dal nostro globo, mentre per 
altri egli va smorzandosi lentamente : 

«Come ferale cui manchi il pavero» 

direbbe Zorutti. Sonvi infine di quelli che credono 
che esso venga avvicinandosi gradatamente, finché 
cadrà sulla terra ed allora tutto resterà incendiato. 
Il popolo conosce le macchie del sole, come lo dice 
quel proverbio che si cita sempre in senso figurato: 

Anche il sorèli l'ha lis sòs maglis 

cosi pure in senso traslato si dice: 
Ogni dì no l'è sorèli. 

E sul Contadinèl ho trovato l'altro: 

Un ? ore di bon sorèli suje pini che une liscie (?) 

— Io veramente ho sempre creduto finora che la 
liscie bagni e non asciughi! 



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— 15 — 

Anche quest'astro, come le altre stelle, ispira te 
canzoni spontanee dalla musa volgare: 

E il sorèli al tramonte 
E la lune a fas splendor; 
E lis stelis ti incoronin, 
Bambinute dal Signor. 

La lune (la luna) è la dea dei ladri e degli in- 
namorati. Il povero satellite della nostra terra r Ira 
i corpi celesti quello a cui si attribuiscono maggiori 
influenze. A lei s'affibbiano quasi tutti i malanni clie 
in agronomia sono cagionati da trascuranza zit- 
tiva esecuzione dei lavori. Ogni mese si fa una luna 
nuova: 

Ogni mès si fas la lune, 
Ogni dì s' impaie une, 

ed è proprio indubitato che quella, dopo il suo ciclo, 
finisce, e ne sorge un'altra che non è più la luna 
di prima. 11 lunario poi sbaglia sempre, mettendo il 
novilunio un giorno dopo che è avvenuto. PòYÉfi 
astronomi! non sono arrivati nemmeno a trovate mix 
esattezza l'istante della fase lunare, e non sanno 
neppure fare il facile calcolo coli' Epatta. 

Nella luna si vede Caino che ammazza Abele. Altri 
dicono che Caino, dopo del fratricidio, essendo ili ve- 
nuto pauroso, ammucchiava rovi attorno alla spe- 
lonca dove abitava, per tener lontane le bestie feroci. 
Iddio lo vide e gli chiese che facesse. Egli rispose 
che piantava rovi per ripararsi dalle belve. — K;ii 
bene, rispose Iddio, perchè le spine serviranno ad 
incoronare mio figlio. — Quando Caino morì, i din- 
voli lo trascinavano all'inferno, ma egli, invocando 



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— 16 — 

Dio, gli rammentò il detto che avea fatto bene a pian- 
tare i rovi. Allora il Signore, per non disdirsi, ordinò 
che di giorno Caino dovesse stare nell'inferno, e che 
di notte andasse nella luna a rimestare le spine; e 
lo si vede quindi nell'astro colla forca in aria piena 
di rami di rovo. Quest'identica leggenda vige anche 
in Sicilia, e fu pubblicata dal dottor Pitrè nell'Ar- 
chivio per le tradizioni popolari, voi. iv, fascic. iv, 
pagine 202 e seguenti. 

Per altri, nella luna si vede un avaro che porta 
a nascondere il sacco dei suoi denari; e per altri 
infine è questa una gran faccia, come si dipinge sui 
lunari nel plenilunio, o come nelle Sizigie da altri 
si pinge col naso, cogli occhi e con la pipa in bocca. 

La luna altre volte è un globo con mari, pianure 
e montagne, e gli areoliti sono sassi lanciati dai suoi 
vulcani, e perfino dai suoi abitatori che sono giganti 
fortissimi, muniti di membrane atte a volare, proprio 
come canta il Guadagnoli: 

È stato visto T uomo -vespertillo 

Vale a dir mezz' uomo e mezzo uccello. 

A guardare la luna, si diventa neri. A dormire in 
posizione che i raggi lunari cadano sulla testa, si 
diventa sonnambuli o matti; tant'è vero che si dice 
V è lunatich o V ha la lune a chi è di malumore, e 
Ve di buine lune all'uomo allegro. Ne basta; i raggi 
lunari possono anche produrre gravi malattie. Chi 
guarda la luna per molte sere consecutive, farà sogni 
lieti e piacevoli; chi le farà tre inchini di seguito, 
sarà sicuro di sognarsi dell'amante. 

E gl'innamorati che dal chiaro suo si vedono rese 



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— 17 — 

più facili le difficoltà per trovarsi con le loro belle, 
le cantano: 

S'o fòs alt come la lune 
Di podèmi ribassa, 
Vignarès dal cil in tiere 
Par vignius a saludà. 

In generale, ciò che si fa in novilunio, ha minor 
pregio di ciò che si fa nel vecchio; però le semina- 
gioni dei foraggi, alcune potature, ed altre operazioni 
fatte in luna novella giovano a far crescere tè cose 
più rapidamente. 

La luna, nei vari suoi periodi, ha giorni fasti e 
nefasti, per il che è pericoloso ammalarsi in questi, 
mentre invece chi perde la salute in quelli 6 sirum 
di guarire; e ciò perchè la luna regola gli umori del 
nostro corpo, i quali in certi giorni hanno corsi* più 
rapido, ed in altri più lento. 

Chi al primo giorno di luna, appena ne ?e<le un 
sottilissimo filo falcato d'argento, leva di tasca hi 
borsa e le mostra i danari, sarà sicuro che questi 
aumenteranno col crescere di quella. Altro che regio 
lotto — altro che lotteria Bevilacqua-La Masa! Questo 
almeno è un mezzo economico, sicuro, per «li vin- 
ta re milionari in poco tempo; male per me, che i 
propalatori delle grandi scoperte non facciano mai 
fortuna; dovrò quindi rassegnarmi a non ricevere i 
benefìci di coloro che mia mercè diventeranno Tir- 
chissimi con un mezzo tanto semplice. 

Altro mezzo per fare fortuna si è quello (li giun- 
care numeri bassi nelle prime due fasi, alti nelle due 
ultime, perocché il R.° Lotto pur anche subisce gl'in- 
flussi del nostro satellite. 



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— 18 — 

Non ho poi potuto mai trovare una spiegazione a 
quel detto che s' usa specialmente nel giuoco del 
tresette : 

tre tre fa la luna. 

Il fieno sfalciato in crescente non è appetito dagli 
animali, e produce poco latte; le viti potate in pari 
condizione daranno molta foglia e pochi grappoli, 
mentre quelle potate in calante saranno cariche di 
grappoli e scarse di foglie: peggio se queste opera- 
zioni si cominciassero al farsi della luna fin moto di 
lune). Le legna tagliate in giovane, ardono poco e 
male ed infracidiscono o si tarlano facilmente; il 
contrario avviene di quelle tagliate sul vecchio. Non 
tutte le lune sono propizie al taglio dei legnami : le 
migliori sono quelle di febbraio e agosto; che se il 
legname si trova cattivo, e' è subito pronta la scusa: 
V è stdt tajdt in triste lune. 

— « Per conoscere quale sia la luna d'agosto si 
osserva quando li spinali (rovi) con la loro cima 
entrano nel terreno; allora è la luna di agosto. » — 
Cosi il solito diario carnico al 2 agosto 1771. 

Si dice poi che: La lane di setembar dà la etere 
a di chès siét che i veynin daùr, ed il prete Del Negro, 
nel diario, al 22 aprile 1770 nota: 

— « Non è da meravigliarsi se questa luna è bora- 
scosa assai, perchè la luna di settembre fu anch'essa 
borascosa e con neve assai, anzi dubito che faccia lo 
stesso anche la luna d'aprile che è la settima, come 
canta il provverbio comune : quale è luna settembrina 
sette altre a lei s' inclina e per questo Tanno sarà 
tardivo di primavera cioè il caldo farà bramarsi ma 
quando avrà messo il piede, si farà sentire da bravo » 



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— 19 — 

— e questa medesima osservazione la ripete in pa- 
recchi anni di poi. 

La semina delle erbe foraggiere, se vuoisi che 
vegetino con rapidità, deve farsi a luna nuova; le 
ortaglie perchè riescano gustose ed i fiori perchè 
diventino doppi, si seminino e trapiantino sempru 
all'ultimo quarto, e nello stesso periodo si innestino 
gli alberi, se si vuole che attecchiscano indubbiamente; 
cosi del pari si arino i campi, si seminino te biada; 
perfino il concime sparso in questa fase scioglierà i 
suoi sali più lentamente. 

Le patate bisogna sieno seminate in vecchi® <li 
luna, ed in crescente poi si devono pestare h* [Manta 
quando vegetano troppo morbide, cosi queste si sec- 
cheranno e cresceranno invece i bulbi. 

Il vino travasato nel primo quarto diventa fccidii 
o si sversa; anche la vendemmia, la pigiatura e svi- 
natura, se si vuole che il vino si conservi iti estate 
senza bollire nella botte, devono esser fatte dujifi il 
plenilunio {dopo il cohn de lune). 

Anche la luna di settembre sarebbe dannosa |mt 
fare il vino: lo dice il Del Negro al 2 ottobri' 177L 

— « Si credeva che la presente luna, quale si (Wv 
alli di settembre, che fosse luna di settoifibn?, e 
si è stata luna d'agosto e la luna di settembre si la 
li otto di questo mese, avendo fatto pubblicare il 
luogotenente che non vindèmino sotto la presente 
luna per il pericolo che il vino si corrompa » — . 

Così del pari sulle carni porcine la luna fa sen- 
tire i suoi influssi; sul vecchio bisogna ammazzate il 
majale e lavorarne le carni, onde non prendano sapori* 
di rancido o di stantio. 

Mi ricordo d'un signore il quale ammaina il 



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— 20 — 

maiale da solo, ed un po' al giorno se lo pestava ed 
insaccava; un anno si dimenticò di salare la pasta 
dei salami e questi presero un tale sapore che nem- 
meno i gatti voleano mangiarli; la famiglia s'era 
accorta dello sbaglio, anche pella quantità di sale 
civanzato, mah! si fossero provati a dirlo al padrone! 
La luna, quella canaglia, se l'era presa coi salami e 
li avea guastati, e quelli di casa erano costretti 
convenire che proprio la luna avea fatto il male, 
perchè nel periodo dell' importante operazione il pa- 
drone aveva avuto sempre la luna di traverso. Per 
macellare i maiali, le peggiori lune sono quelle di 
Bruma (Lane di Brame ogni diaal s' ingrume) e 
quella di marzo che marcisce (Lune di màrz a 
marcìs). Invece il chiaro della luna d'aprile frigge 
le erbe e quello di autunno guasta il grano saraceno. 
Già, sempre colpa la luna anche quando ne è causa, 
la brina. È la storia di un celebre conte friulano, 
fanatico clericale ed austriacante, che di tutti i ma- 
lanni dava colpa al governo. Un amico gli chiese un 
giorno: — Ila letto, conte, di quel tremendo incendio 
a Costantinopoli? — Eh! rispose con fritta serietà 
il conte, sotto il governo italiano si può aspettar 
questo ed altro. 

Le erbe pei fdtri amorosi e medicinali, se si vuole 
che possiedano speciali virtù, debbono essere cólte 
a luna calante. Le uova si debbono mettere a covare 
sul vecchio perchè si schiudano e non abortiscano 
(par che i iis no vadin clòps). Le pecore si tosano in 
calante onde la lana duri, ed in novilunio per farla 
tornar a crescer presto. 

Se i bachi, dopo andati al bosco, per un caldo 
sciroccale restano appesi e muoiono colpiti da flaci- 

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— 21 — 

dezza o per altra malattia, tutto proviene perche Imi ino 
fatto la volte da sede sul fare di luna (sul vottignèm 
da lune). 

La luna influisce pure sul passaggio degli uccelli, 
notandosi nel diario più volte citato alli ì ottobre 
1775: 

— « Non lo so capire, qualche giorno non si piglia 
nemmeno un osello; bisogna che derivi perchè h la 
luna di settembre ». — Al 14 mese stesso soggiunge: 
— « Caldo.... perchè corre ancora la luna di settembre, 
e per questo giudico sia la causa che non si piglia 
oselli ». — 

Ma alcuni anni più tardi, non ricordando forse 
questa nota, si contraddice: 

— «Non mi ricordo d'aver provato un autunno 
cosi sereno, senza pioggia come quest'anno, ma nò 
anco cosi scarso di uccelli, che correndo la luna di 
settembre presentemente parer ia che se ne dovesse 
pigliare assai, essendo posdomani l'ultimo quarti». 

23 settembre 1785 » — 
e due anni più tardi : 

— «Non si piglia se non tre quattro ossili al 
giorno: se non fosse come che alcuni dicotto che 
questa fosse luna d'agosto? onde staremo n m^ 
deve ». — 

A fare il bucato sul nuovo la biancheria si Irita; 
ma, cosa strana, perchè eccezione alla regola gt 1 » ite- 
rale, sul vecchio non diventa netta. A tosare i capelli 
in sui primi giorni che s'è fatta la luna, cresceranno 
rapidamente (avviso ai calvi); a tagliare le unghie 
nell'ultimo quarto si riprodurranno assai lentamente 
(perciò gli strozzini avranno la precauzione 'li far 
sempre l'operazione in novilunio). 



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— 22 — 

Chi ha la faccia macchiata di voglie di vino, caffè, 
latte, lentiggini ecc., basta che per una intera luna- 
zione guardi fisso l'astro di Cinzia, facendo il gesta 
<li pulire la macchia con la mano, ed al sorger della 
novella luna le macchie saranno scomparse. In sera 
di plenilunio poi non bisogna guardarla lungamente, 
perchè essa si muoverebbe e caverebbe gli occhi. 

A luna piena è piii facile sognarsi che a luna 
nuova. 

I raggi lunari cavano i chiodi dai portoni, dai 
carri, dai mobili, specie quando questi sono nuovi ; 
perciò, nella prima lunazione dopo costruiti bisogna 
impedire che i raggi lunari proiettino su essi, se si 
vuole clie durino molti anni. Un servo una volta 
t'bbe a dire a me: — Badi, signor padrone che 
presto o tardi ella si ribalterà, perchè il carrettino 
nella rimessa è esposto ai raggi lunari, i quali 
leveranno tutta la ferramenta. So poi d' un amico 
che essendo andato una sera da certi coloni, pic- 
ei dò al portone; il capo di casa si affacciò ad una 
iìnestra per domandare chi fosse e, riconosciuto il 
padrone, lo pregò di fare un lungo giro ed entrare 
per la campagna, perchè, essendo stato fatto nuovo 
il portone, Taveano coperto con stuoie ed assi, per 
impedire che restasse esposto ai raggi, solari, ed 
ebbero la costanza di rifare la barricata ogni sera 
per tutto un mese. Perfino la pietra è corrosa dal- 
l' azione di questi raggi, e nelle scalinate o ballatoi 
esterni che si vedono logorati, la colpa è sempre 
della luna, la quale stacca pure i calcinacci dai muri 
intonacati. Anche il freddo neir inverno ed il caldo 
neir estate aumentano e diminuiscono in ragione 
dell' età della luna. 



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— 23 — 

— « La Bora, — dice il Del Negro nel suo Diario 
— la quale causò un gran freddo, che di giorno in 
giorno, secondo che la luna andava crescendo si 
aumentò a tal segno, che alli 5 Decembre si giazò 
F acqua santa nelle chiese ». — 

Ne si potranno negare tutte queste influenze quando 
si pensi che V attrazione lunare produce le maree. 

Perfino sulla procreazione dell'uomo la luna vuole 
avere ingerenza ; lo dice la villotta : 

Jò dal cil ti prei fortune 
E ti àuguri un bon spós, 
Generàt in buine lune 
Ch' al sei bièl e graciòs. 

I procreati nel primo quarto saranno donne, nel- 
r ultimo maschi, e siccome sulle donne ha una spe- 
ciale influenza Y astro della notte perchè : 

Lis fèminis han la lune cun lór, 

così i nati prima di certe epoche saranno soggetti 
alle croste lattee ; quelli dopo, no. Anche chi è in- 
fetto dalla rogna sentirà aumentarne il prudore col 
crescer della luna. La luna rossa (per vapori della 
atmosfera) è sicuro pronostico di guerra. Nò credo 
d'aver raccolte tutte le colpe che si affibbiano a 
questo satellite ; le metereologiche si riporteranno 
qui sotto nei proverbi. Talvolta il fatto proverebbe 
tutto il contrario, perchè riesce a bene un' operazione 
eseguita proprio al primo e secondo giorno della 
luna, ma se voi notate la contraddizione, c'è subito 
il modo di provare che avete torto, perchè vi rispon- 
dono : che il vegho di lune (in questo caso) s' intéri 



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— 24 — 

par tre di* dopo fate la gnove e se più tardi ancora : 
J7 zovin ito V ha anqhìmò piai fuarce. 

Cullici eh' al plùv il pi-in martars di lune 

No vin sech pini par che lune. 
Come che al va il prin martars di lune, a va dute la lune. 

Iti un brano di cronaca che trovai tra i mano- 
scritti del Bianchi alla Biblioteca Comunale di Udine, 
nel voi. 47, fra altri proverbi e pronostici sul tempo 
che riporterò pili innanzi, v' è anche questo : 

— « 13^5. — Item nota quod si pluerit quarta ferie aut 
die Mercurii prima in revolutione lunae, tempus erit corruptum 
per mensem, aut saltem per xv dies et hoc audivi a quodam 
qui hac fuerat expertus per multa tempora» — . 

Lune di sabide, lune ladine. (1) 
Lune sabadine, di cent une di buine. 
Sabidine si cambie sièt voltis di camisine. 
Lune setembrine, sièt lunis a s f inchine; o si decline. 
La lune di setembar da la ciere a di chès sièt che i vegnin daùr. 
Lune di Brume mieze sute e mieze bagnade. 
La lune no è simpri taronde. 
No Pè mai carnevàl, ca no sei lune di febràr. 
No Pè mai stàt. P ultim di di carnevàl 
Che no sei fate o par fasi la lune di febràr. 

Altri proverbi relativi alla luna si troveranno più 
innanzi sotto le voci: pioggia, neve, pronostici sul 
tempo, ecc. 

Edìs o inclìs (eclissi). È causato da malattia del 
sole o della luna; secondo altri (e lo si dice ordina- 



ti) Da un manoscritto di Proverbi del sec. XVI. Collezione Joppi, Udine 

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— 25 — 

riamente ai bambini), è una baruffa fra i due- nifi* 
i quali però finiscono sempre col rappacificarsi, ma 
verrà pur troppo il giorno in cui uno dei due soc- 
comberà, ed allora, rotta l'armonia mondiale, ine- 
vitabilmente ne verrà il finimondo. 

I/Eclissi è pronostico di vicine guerre, ed 4 Bùìùpre 
accompagnato da gravi calamità. In una cronaca ma- 
noscritta della collezione Bianchi, estratta ÙB un 
catapan della chiesa di Spilimbergo (Biblioteca Co- 
inunalc di Udine) trovo: 

— «Anno Dhi 12M. 1 Tartari entrarono In Un- 
gheria e nello stesso anno il sole si oscmn < si fei t 
notte su tutta la terra nella festa di S. Mirhd*\ » - 

E nella cronaca di Giuliano edita in supplemento 
al De Rubeis: 

— «Anno Dni mcclxxxvh indictione xv dir \u 
exeunte octobri in nocte sequenti luna xn secundum 
aureum numerum fuit eclipsi lume cimi mediani 
noctem et visa tunc fuit sanguinei colorii » - 

La iiere, ghere o il monti (il globo terraqueo), 
non è un corpo celeste; è il cielo che le $ta ;it tomo. 
La terra non è rotonda perchè altrimenti l'acqua 
cadrebbe tutta nella parte inferiore. Essa Don gira, 
e per accertarsene basta osservare che i paesi man- 
tengono la identica posizione relativamente rimo 
air altro. 

La terra è una gran pianura, e si può andare 
fino all'estremo confine, dove si vede gii» un gran 
precipizio. Creata, secondo il volgo, appena iiH)() unni 
prima della nascita di Gesù Cristo (nulla provano 
la Geologia, la Paleontologia, la Stratigrafia ecc.) 
dovrà finire prima che si compia il secondo inLllemiin. 
L'ha profetizzato Cristo: mille e non più tniìle. 



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— 20 — 

Anche il celebre astrologo Nostradamus predisse 
che : 

Quando S. Giorgio Iddio crocifiggerà 
Che S. Marco lo risusciterà 
Che S. Giovanni lo porterà 
Il fine del mondo arriverà, (i) 

A questa va aggiunta la profezia di S. Malachia sui 
pontefici ancora da venire, i quali, se bene mi ricordo, 
dovranno essere ancora sette od otto ; con una media 
di dodici o quattordici anni per ponte/ice, si viene a 
stabilire la fine del mondo prima dell' anno 2000. 

Ed il popolo in tale aspettativa vede già alcuni 
dei segni predetti dall' Apocalisse : crittogame, innon- 
dazioni, terremoti, tremende guerre, (delle quali ne' 
tempi andati non parrebbe ve ne fossero state), ed 
anzi il fanatismo de' moderni farisei fu portato al 
punto da asserire che l'Anticristo era già al mondo, 
incarnato in Mazzini ed in Garibaldi. Così l'eccesso 
di una fede in malafede li rese miscredenti, fino a 
negare le teorie del filosofo dell'umanità, e la disin- 
teressata filantropia del Messia delle nazioni moderne. 

Quanto alla creazione del mondo poi, togliendo alla 
divinità il suo pili bell'attributo, quello d'essere logica, 
si stette all' interpretazione letterale della Bibbia, e 
quindi ogni ventiquattr'ore Iddio scendeva dal cielo 
sul nostro pianeta, gridava a tutta voce un comando, 
e tosto era obbedito e si creava la cosa ordinata ; 
fu forse d'allora in poi che ci restò la delusione 
che non si trova più tutto pronto al nostro comando: 

No si chatin plui lis lujaniis pi^hadis. 



(1) Dal Contadinèl 1873 pag. 17. — Il fatto si verificò nel 1886. 



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— 27 — 

Tutto il mondo dunque venne creato in sei giorni* 
con la sola potenza magica d' una parola, e 1' uomo 
soltanto ebbe il privilegio che il Creatore s'imbrat- 
tasse le mani d'argilla per impastare materialmente 
un fantoccio e poi gli soffiasse l'anima. Non è quindi 
da meravigliarsi se l'uomo, sentendo ancora del mudo 
con cui fu creato, tende spesso a fare il bamboccio. 

Passando ora dalla cosmografia alla meteorologia 
debbo richiamare alla memoria che il tempo pro- 
babile si predice quasi sempre studiando la posizione 
degli astri, e se l' astrologia non contamina piìi la 
scienza, ha però ancora credenti e convinti seguaci 
fra il popolino. Nel grande Oceano dell' atmosfèra si 
svolgono i fatti e le leggi che moderano l'agricol- 
tura e la navigazione, i due elementi più impor- 
tanti per la prosperità delle nazioni; ma queste leggi 
si collegano a molteplici e svariati fattori, malti 
dei quali sfuggono ai mezzi insufficienti di osserva- 
zione che ha il volgo, quindi non sarà da stupire se 
qui pure si vorrà spiegare un fenomeno complesso 
collegandolo ad un'unica causa, e questa, molte volte, 
di carattere più subbiettivo e superstizioso che altro; 
e per entrare in argomento: 

Il Clhìie. (il clima), prodotto da tanti e sì sva- 
riati fattori, deve sempre le sue mutazioni al fatta 
che nel momento si osserva. È indubitato però elio 
il clima non è più quello di una volta. Oggi il freddo 
è maggiore, mentre per altri c'è più caldo ed asciutto ; 
e la causa, pei primi, sta nello spegnersi del sole o 
nel suo allontanarsi dalla terra, per gli altri, nel l'av- 
vicinarsi di questa all'astro del giorno. Ma in oggi 
il caldo è minore, le stagioni non si avvicendano coli 



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— 28 — 

la medesima regolarità, l'estate è più corta e meno 
calda per V estinguersi del sole, (burlone d'un sole, 
pensa proprio ora ad affievolirsi, dopo tanti milioni 
di anni d'esistenza!). Altri trovano che la primavera 
è più incostante, più piovosa, e già la causa per 
questi è logica : ciò è avvenuto dopo il taglio del- 
l' istmo di Suez, per cui Domineddio ha fatto bene 
a tarpare l'ali per tempo a Lesseps, e staggirlo in 
una prigione: se fosse riuscito a tagliare anche quello 
di Panama, vattelo a pesca il finimondo che ne sa- 
rebbe avvenuto! 

Ci sono degli altri che asseriscono che 1' estate 
invece è più asciutta; una volta le siccità non erano 
tanto frequenti: (non dovrebbe influire anche qui il 
taglio dell'istmo di Suez?) La cagione di questa 
siccità sono i tagli dei boschi lungo le coste litorane 
dell'Adriatico, le piante dei quali, come calamite, 
fermavano le nubi, ed attiravano la pioggia. Ne al- 
cuno s' azzardi porre in dubbio la verità di tali 
mutamenti nel clima ; le prove sono evidenti, basta 
vedere quante malattie nuove colpiscono oggidì le 
piante, e fra tutte più sfortunata la vite, quante gli 
animali, ed il baco da seta in ispecialità, e quante 
nuove forme patologiche rendono sempre più debole 
la razza umana, la quale nasce anche più astuta e 
più cattiva d'una volta. Tutta l'evidenza di queste 
prove del resto non esclude che all' occasione tali 
malanni s' attribuiscano anche ad altre cause, come 
per esempio alle esalazioni del carbon fossile bru- 
ciato dalle vaporiere. 

Altro pregiudizio quasi generale si è quello che 
caldo e freddo, anziché esser solo un differente grado 
di temperatura, sieno una cosa diversa, anzi opposta. 



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— so- 
li caldo estivo poi ed il freddo invernale, l'ho già 
detto, si crede dipendano dall' avvicinarsi ed allori- 
tanarsi del sole dal nostro pianeta e non dall' incli- 
nazione dell' asse sul piano dell' Eclittica. 

Si può pronosticare la temperatura da certi fatti, 
come ad esempio la luna che nell' inverno sorge ben 
chiara indica che la notte sarà molto fredda; le 
stelle che sembrano più vicine e luccicano più del- 
l' usato predicono pure gran freddo. 

Riporto qui sotto i proverbi friulani che si rife- 
riscono alla temperatura: 

Epifanie — il frèd s'invie. 

Pascile Tafanie — il frèd al va in smanie. 

Sani' Antoni — frèd di demoni. 

Sant'Antoni — al va in demoni, o al va di coni. 

San Bastiàn (20 gennaio) — cu la viole in man; 

viole o no viole — dell'inverno senio fore. 
San Vizènz (23 gennaio) gran criure 

San Lorenz (10 agosto) gran chaldure 

L* une e V altre póch a dure. 

Febràr — il sorèli al va par ogni agàr. 

Di Febràr cor a masinà se no la roe s' impetris. 

San Blàs (3 febbraio) — il frèd al tae il nàs, o al fàs la pàs. 

San Blàs — se al cliate glazze la disfàs 

S* a non cliate an fàs. 
San Valantin, (14 febbraio) — inglace la roe cun dut il muliii, 

o al giace il curisin. 
San Valantin, — al fàs il malefin. 
San Valantin, — 1* unviàr al so fin. 
San Mafie — (24 febbraio) cu la manarute 

Se al chate giace la fruce. 
San Mafie — se al chate giace la pare vie 

E s* a non Qhate an fàs vigni — o viceversa. 

Questo proverbio lo trovo annotato anche nel 
diario del prete Del Negro in data 2 marzo 1785: 



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— 30 — 

— « quest'anno non si verifica il proverbio che 
dice: Se san Matia non trova giazio ne fa e se ne 
trova lo disfa, perchè ne ha trovato tanto che non mi 
ricordo d'aver veduto un simile, eppure continua 
sempre gran freddo così che il giazio e la gran neve 
stanno saldi tanto che nel crudo inverno » — . 

Se il d'i di San Matie sarà gran frèd 

No lassa la inanezze parti dal dèt. (?) 
Tal entra o tal isci 

L'ha di fàssi màrz sintì. (?) 
Màrz al compra la pelice a so mari e po' subit la vendè, o 

dopo tre dis l'ha tornado a vendi. 

(Perchè il freddo è di poca durata). 

Se la gnòt dai cu arante Martars (10 marzo) al giace, s* integnarà 

il frèd anonimo par cuarante dìs, e se nò buine anade. (??) 
Par dùt avril, — no isci dai covil. 
In avril si bute la chalce pai cortìl. 
San Zórz (15 aprile) si bute la Qhalce fùr pe còrt. 
Mai, — no sai ce che farai. 
A viri Galilei, — mi spuei i panni miei. 
Jùgn, — bute jù cui pùgn. 
Se prime di San Vit (15 giugno) lis moschis svòlin atòr, 

Varìn Tistàt plui chald dal fór. (?) 
La prime ploe d T avòst, — rinfresche il bòsch. 
Dopo dei cuindis d' avòst, — cence tabàr no là tal bòsch. (?) 
Se prime di San Michel i ucei di passàz no chapin il svuàl 

No varìn frèd prin di Nadàl. (?) 
San Luche (18 ottobre), — puarte vie la mirindute. 
San Simon (28 ottobre), — si tire su la chalce e il scufòn, o 

manie e scufòn. 
A San Simon, — cui eh' a T è vistùt di telel' è un minchòn. (?) 
Ogni Sant ( i novembre ), — pizzul e grand 

(si copre). 

L' istadele di San Martin (11 novembre), — dopo tre dis a 
puès ve fin. 



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— 31 — 

A San Martin l'istàt das vèduis. 

La raze, — a San Martin su la giace, 

A Nadàl tal pantàn. (?) 
San Martin, — fàs il so fin. 

Sante Cat arine (25 novembre), a mene il frèd cu la caretine. 
Sante Catarine, — il frèd al 'simine, o al va in cusine. 
Se la setemane d* Avènt a è criure 

A lungb a dure. 
Il mès di brume — ogni pezzòt s f ingrume. 
A San Nicolò (6 dicembre), — il frèd al dis soi ca cumò. 
Sante Lùzie (13 dicembre), — il frèd al cùzie. 
Sante Lucìe, — il frèd s' invìe. 
A Nadàl, — fréd mortai. 

Se a Nadàl menin i pràz, — saràn a Pascile cuviàrz di glàz. (?) 
Vèrd di Nadàl, — blandi di Pascne 

Blanch di Nadàl, — vèrd di Pascile. 

Né il frèd né il chald 1 mia. j no ju ha mangiàz. 

Nèv in mont, frèd al pian. 

Anade di gland, a vis par no chatàsi in s$harseze di lens 

P unviàr. (?) 
L' unviàr al fùch e l'istàt a l'ombre. 
Tal frèd sta ben nome la giace. 
Tal chald dut crès, fur che la giace. 
Il fùch disfe la giace. 

Chèl ch'ai pare il frèd, pare anche il chald. 
Pan e gabàn stan ben dùt Pan. 

Nel diario Del Negro alli 30 decembre 1784 
trovo: 

— a Oggi ho provato un freddo mortale nel cele- 
brare la S. Messa, e di latto il Salatissimo Sangue 
è coagulato nel calice». Un'altra nota del 20 de- 
cembre 1788 dice che il fatto si è rinnovato. 

Come fu detto più sopra, la terra sta ferma ed 
il sole si muove; però comunque si verifichi 1' avvi- 
cendarsi delle stagioni, il popolo ha notato l'allun- 



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— 32 — 

garsi ed accorciarsi delle giornate e l'esprime coi 
seguenti proverbi: 

A San Tomàs (21 dicembre), jè la zoili ade plui curte. 

Da San Tornai a Nadàl, — cres il dì un pàs di gial. 

Da San Lucio (24 dicembre) a NadàI, — crès il dì un pìd di gial. 

A Nadàl un pìd di gial — a Pascute (6 gennaio) miez* orute. 

A Nadàl un pìd di già!, — Epifanie une manie. 

Sani* Antoni di Zenàr, (17 gennaio) — un*ore bièl auàl. 

Sant'Agnfs (21 gennaio) — Oris dìs (lungo il giorno), 

Cidivòeh — tant il di che la gnòt. 

(Cidivòch è il Colchico autunnale che fiorisce a marzo 
e settembre, cioè agli equinozi). 

Màrz, — un fùs a sfuàrz 

(perchè le notti sono brevi). 

Il dì di San Luigi (21 giugno) jè la zornade plui lunge. 
San Zuàn (24 giugno) — il dì plui Inngh da Tàn. (?) 

(Veramente è tre giorni prima, ma la differenza è 
minima). 

D' atòm e di màrz — la gnòt e il di si spàrt 

(cioè i giorni sono uguali alle notti). 

Da Sante Lùzie (13 dicembre) a Sante Catarine (25 novembre). 
Si scurte un pìd di gialine. 

Anche le varie vicende delle stagioni hanno certe 
regole, secondo il popolo; così per esempio ad un in- 
verno cattivo seguirà un' estate buona o viceversa, e ad 
un inverno asciutto terrà dietro una primavera umida. 
Ciò dice anche il Del Negro nel 26 giugno 1779: 
— « Tempo nuvoloso con alquanta pioggia. Si 



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— 33 — 

deve ben dire che quando l'inverno è mite, Testate 
è piovoso e burrascoso come è quest' anno che ogni 
altro giorno fa neve nella montagna ». 

E più avanti nel decembre anno stesso: 

— « Si deve credere che quando non vengono bren- 
tane nell'autunno, sicuramente, o almeno per lo più 
vengono nell'inverno, come che proviamo quest'anno». 

Certe giornate peculiari danno l' intonazione dei 
mesi, come si vedrà dai proverbi. 

Sulle stagioni trovo queste villotte: 

Ce bièl tirap di primevere 
Dn$h i arbui cui siei flórs ; 
E ogni àrbul produseve 
Plui di cent e mil colórs. 

Cheste jè la stagiòn vere (primavera) 
Di gioldése piai che mai, 
Che no svinte tant. la buere 
Che l'amor no l'ha travai. 

Son flnidis lis sunadis, 
Son finis i bai d' istàt, 
Son linidis lis marchadis, 
L'è partft il mio fantàt. 

Proverbi che pronosticano l' andamento delle stagioni. 

Zenàr dolz, primevere e autùn stravagànz. (?) 

Di nissune albe no mi curi — Pur che che di S. Pàuli no si 

oscuri. 
San Pàuli (IO gennaio) scùr — dall' inviar no sin fùr. 
San Pàuli l'albe dare, la Madone scure: no vin plui paure. 
San Bastian (*0 gennaio) va al mont e chale al pian; 

Se tu viodis pòch spere assai ; se tu viodis tròp spere pòch. 
Se uè (2 febbraio) l'è scùr, dal frèd si è fùr — s'a l'è serèn 

sin dentri ben. 
Uè il lóv al salte fùr da tane, se al viòd nulàt al reste fùr, 

se al viòd serèn al tome dentri. (?) 

t 



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— 34 — 

Se il tàs si sorégle cheste setemane ( la I.* di febbraio ) 

Par doi mès si tome a sepeli ta tane. (?) 
A Madone des chandelis s' a l'è nùl, o sin ftìr, 

S' a T è clàr a mièz unviàr. 

In moltissimi anni il diario Del Negro cosi riporta 
al 2 febbraio un proverbio latino notissimo e comune 
fra i camici: 

e Si splendiderit Maria Purificante 
Majus frigus erit postea quam ante ». 

Cuand eh' a l'è sorèli il dì di San Blàs (3 febbraio) 

lnvezi di là tal istàt si tome tal unviàr (?). • 
Pascile d'ulìv — si jès fùr dal nid 

(perchè è finito V inverno). 

S' a Pè ars Vinars Sant — l'è ars dut l'àn. 
Se al plùv Vinars Sant — arsure V àn ducuànt. 
Se al plùv Vinars Sant — al plùv V àn ducuànt. 
Se al plùv Vinars Sant — la tière no è mai sazie. 

Ecco dei proverbi che fanno a pugni fra loro! 
Anche il diario Del Negro al 13 aprile 1772 ri- 
porta : 

— « Gran pioggia Venerdì Santo, onde dubito che 
quest'anno la terra sempre bramerà pioggia» — . 

Se al plùv il dì di Pasche, al plovarà anche lis domeniis se- 

guènz fin a lis Pentecostis. (?) 
Se al plùv il di d'Ascense 

Cnarante dis no si sta senze. 

Anche il diario Del Negro per T Ascensa 1772 
riporta : 

— « Dicono che quando piove oggi, piove 40 giorni, 
onde staremo a vedere » — ; ed agli ultimi di giugno, 
durando il bel tempo, soggiunge : — ce Onde il pro- 
verbio che dice: Se piove per TAscensa ecc. non s'è 
verificato» — . Ed al 29 luglio 1770: 



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— .35 — 

— « Non è più da credere a dati od esperienze 
passate, perchè in adesso non si verificano piti : tem- 
pora mutantur et nos mutamur in illis ; si diceva 
che quando piove il giorno di S. Giacomo (25 luglio), 
piove 40 giorni ; e pur non è vero, essendo oggi stato 
il giorno sereno » — ; e nel luglio anno seguente 
quest' altra : 

— «Il proverbio che dice: quando piove il giorno 
della Visitazione di M. V. (2 luglio) piove 40 giorni 
è falso, perchè in quest' anno piove in quel giorno, 
e non ostante adesso continua tempo sereno e 
caldo » — ; ristessa osservazione ripete due anni dopo, 
perchè nemmeno allora si verificò il proverbio, mentre 
s'avverò nel 1770. 

E nel 24 giugno 1771 : 

— « Dicono i tedeschi che se oggi che è il giorno 
di S. Giacomo è gran caldo, Y inverno parimenti 
sarà gl'ari freddo e viceversa » — . 

Se a Sant' Ane (26 luglio) al bute su il furmiàr 

Al dinote un trist unviàr. (?) 
Se il di di San Lurinz (10 agosto) a Tè serèn 

Si spere deliziós V autùn ch'ai ven. (?) 
Se a San Bortolomio (24 agosto) l'è bon timp 

L'è bon timp dutis lis vendemis 

(vendemis in friulano dinota V autunno). 
Se a San Bortolomio al jeve il sorèli clàr, 
Vin J ** "* ne J prin dai sanz. 

Come eh' a, l'è il timp a San Bortolomio, 

Al sarà di vendemis. 
Se d'avost fumin lis monz di spes, 

Segno di trist unviàr. (?) 
Se a V è bon timp a San Gorgon (9 settembre) 

Sièt bontìmps e un bon timpòn. 



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— 30 — 

Se al plùv a San Gorgon 

Sièt montanis e un montanòn. 
Sa a San Maurizi (22 settembre) al fàs serèn 

Vintós r'unviàr ch'ai ven. (?) 
Se in cheste gnòt (29 settembre) a è une biele serenade 

(native e lunge la vernade. 
Se a San Giàl V è sùt (16 novembre), 

L f istàt.daùr al brùse dùt. (?) 
San Simon (28 ottobre) passai, — V unviàr entràt. (?) 
Ai Sanz se il fajàr sòt la scusse Tè sùt, spietaisi gran fród 

T unviàr ; e s* a l'è mòrbid sirocài. (??) 
Se San Martin (11 novembre) noi fas il fen, 

Brute la viodarìn V unviàr cu ven. (?) 
Tal il di di Sante Bibiane (17 dicembre) 

Cuarante dfs e une setemane. (?) 
Taidis a chadè lis fueis, l'è di temè un crùd unviàr. (?) 
Dopo tre dis F unviàr V è làt. 

si dice per ischerzo: i giorni sono San Giovanni 
(34 giugno), San Pietro (29 giugno), e San Giacomo 
(25 luglio), 
fhale d' unviàr la font, — d' istàt diale la mont. 

Altri proverbi, invece che l'andamento delle sta- 
gioni, pronosticano l'andamento dei mesi. I sei ultimi 
giorni delFanno che spira, ed i sei primi dell'en- 
trante si dicono lis mesais, die zwólfnàchte dei te- 
deschi. Gli Slavi nostri contano le 12 notti sante da 
S. Lucia alla notte di Natale; il Contadinèl mette 
invece i sette ultimi giorni ed i cinque primi. Il tempo 
che correrà in ognuno di quei giorni, correrà poi 
nei corrispondenti mesi dell'anno. Anche le Calende 
pronosticano l'andamento del tempo nel mese. 

In una cronaca inedita del secolo XIV nei Mano- 
scritti Bianchi, altrove citata, v' è il proverbio latino : 

— cSi Kalende cuilibet mensis intrant in die Jovis, in toto 
mense ilio pluvia redundat prò majori parte» — . 



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— 37 — 
Ecco i proverbi sui mesi: 

I sis ultims dìs de 1* àn e i sis prins indichili lis mesais. 
Se zenàr noi zenère, e febràr noi febrère, 

Marz mài al fàs e mài al penso. 
Tante pozale di zenàr, — tante ploe d'avril. 
Tal il prìn da 1' àn, e tal il mès d'avòst. (?) 
Tal il dì di San Macari (2 gennaio) — e tal il mès di setembar. (f) 
Febiarùt — piór di dùch. 

{da un manoscritto della collezione Joppi — Pro- 
verbio del secolo xvi). 

Febràr, une dì ben e une dì mài; o uè ben e domàn mài. 
Febràr senze criure, — màrz si vièst di verdure. 
Febiàr! febràr I — cùrt si, ma amar. (?) 
Se fobràr noi farà dal frèd assai, 

Aspiete dal bon frèd il mès di mai. (?) 
Se noi va ben frèd febràr, — starìn a Pasche sui fogolàr. (?) 
An^lie màrz scuèn fa lis sós marzàdis. 
Màrz — mene la code pai beàrz. 
Fùr màrz che avrii l'entre. 

Tantis j r a ' J di màrz, tantis piois d'avrii. 

Se màrz V è ploios, Tè probabil che mai vadi sùt, e mai ba- 

gnat. (??) 0) 
Màrz Tintènz — e avril al lenz. 
Se San Ruperto no l'ha nui (27 marzo) 

No ju varò nanche il mès di lui. (?) 
Un temporàl di màrz Tè un chativ pronostich. 

Nella cronaca sovracitata trovo quest' altri pru- 
verbii : * 

— « Item si pleurit 1° entrante aprile, corrupto erit tempn* 

per mensem et ultra. 
Item si piuit in festo Processi et Martiliani per dies quadra- 

ginta continuare solet». — In proverbiis antiquorum. 



(1) È un bisticcio; mai in senso di maggio, e mai negazione. 



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i 



— 38 — 

La prime ploe cTavril — il cai al salte fùr dal so covil. 

Se al plùv il dì di San Zòrz, — la volp a salte fùr da lane;. 

S'al'è serèn a tome a intanasi par cuindis dis. (? ?) 
Come eh* a Tè il timp a San Zuàn 1* è probabil che si man- 

tegni par un mès a lungh. (?) 
Il timp eh* al cor a San Zuàn ai cor dùt V àn. 
Tal jùgn e tal decembar (?) 
Sant* Egìdi ti dirà (1 settembre) — ce color che il mès vara. 

Il Del Negro ha, in data 1 settembre 1775. 

— « Dicono che quando viene la pioggia il giorno' 
di Sant'Egidio piove per lo più l'autunno ». — 

Però alli 24 ottobre seguente soggiunge : 

— «Dura il bel tempo, dunque non è vero il 
proverbio che quando piove il giorno di Sant'Egidio 
piove per lo più l'autunno, perchè se mai abbiamo 
avuto un bell'autunno sutto e caldo lo abbiamo avuto- 
quest' anno ». — 

Setembar o ti splante fùr i pulnz, 

ti suje i torìnz. (?) 
Tant ben di otubar, — tant mài di febràr. (?) 
Trope ploe di otubar, — trop vint di decembar. (?) 
Come il dì di Sante Catarine (25 novembre), 

Febràr al chamine. (?) 
Il gran frèd di zenàr, 

Il mài timp di febràr, 

Il vint di màrz, 

La plovisine d' avril, 

La rosade di mai, 

Il bon seselà di jùgn, 

Il bon bati di lui, 

Lis tre plois d' avòst cu la buine stagiòn 

Valin plui che no il trono di Salomon (??). 

Nelle antiche carte e nei registri dei Camerari 
di città o fraterne i mesi vengono indicati come in 
appresso : 



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— 39 — 

.Zenar o zenèr 

Febrar, che oggi si dice anche mès dei giàz 

Marz o mare 

Avril o avaril 

Mai, may, mazo detto oggi anche mès dai mùs, (mese degli 

asini) e mès de Madone o mès di Marie 
Jugn, Jung, giùn, gun o zugno 

Jtigl, lugl, luglo, luyo, gùl, seseladór, seseledi o seselandi 
Da vost, da vosto o d' avost. 
Di setembri, septembri o vendemis 
Otòm, d' atòn, atomo, otober, otobri, d' otori, d' otor o oc- 

tubri. 
Kovember, novembar o novembri 
December, decembri o bruma. 

In primli significa in principio, gìsint uscente. 

I mesi pili caratteristici sono : Febbrajo che si 
•crede il peggiore : 
Febrarùt — piès di duch 

aprile, maggio e agosto. 

Al primo d'aprile da noi pure v'è il costume di 
mandare alla cerca del pesce d'aprile, e forse tale 
usanza si collega cogli Esodi delle Primevere sacre 
degli antichissimi Italici. 

In maggio si saluta il riapparire della bella sta- 
gione. In alcuni paesi al primo maggio si veste più 
leggero, analogamente ad un costume dell' Austria 
dove in tal giorno si calzano i pantaloni bianchi, A 
Pontebba usano ancora celebrare i maggi. 

Anticamente si avea per la Dea Maya, personifi- 
cazione della virtii femminile, un culto speciale che 
passò nell'altro più moderno e ideale di Maria; e 
mese di Maria è sinonimo di mese di maggio ( r ). 



(1) cfr. 6ennara Fi aam«re — Credenze, usi e costumi abruzzesi, Pa- 
-ermo, Ciausea pag. 16. 



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— 40 — 

In quel mese si fa ogni sera una funzione alla 
quale si accorre con istraordinaria frequenza, forse 
non curandosi di intervenire in altre stagioni alla 
benedizione col Santissimo, dove, pel credente, si 
venera il Corpo e Sangue di Cristo. È una esagera- 
zione che nel culto della Madonna, pecca di idolatria. 

I capitelli e le immagini di Maria in quel mese 
sono sempre ornate di fiori freschi, e nei tre ultimi 
giorni le famiglie nulla risparmiano per offerire 
all'aitar di Maria una candela più o meno pesante, 
proporzionata alla fede ed alle condizioni economiche 
dei donatori. 

Anticamente in Udine si solennizzava il primo 
giorno di maggio, e la festa si chiamava il giovedì 
tifile frittelle, Jovis Crispellarum. 

I socialisti e più gli anarchici moderni ci vorreb- 
bero fare, al primo maggio, non una frittella, ma 
una frittata. 

Nella Raccolta Bianchi (*) è riportato un docu- 
mento datato da Udine 4 maggio 1391, dal quale si 
rileva che il Comune di Udine diede 36 denari a due 
pifferai tedeschi ed un trombettiere che suonando 
seguirono Messer Tristano di Savorgnano ed altri 
moltissimi cittadini che andarono ai Maggi fuori della 
città e rientrarono suonando e facendo baldoria, ut 
moria est, girando coi cavalli ornati di frasche verdi. 

Al primo di agosto, specie in città, le famiglie 
solennizzavano il Ferragosto fferice augustalesj man- 
giando i tradizionali polli arrosti. 

Un tempo al primo agosto gli scolari usavano 
portare in regalo al maestro il pollo, e colui che 



0) B. C. U. Man Bianeht. 



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— 41 — 

in quel giorno fosse entrato in una scuola di cam- 
pagna avrebbe veduto dietro la porta una fila di quin- 
dici o venti capi di polleria, tra grandi e piccoli. 

A Gemona si costumava fare la cena della banda 
cittadina coi polli raccolti per le famiglie ; la musica 
suonava sulla pubblica piazza ed avea per chiusa 
una marcia in cui c'entrava il canto dei galli. 

Per sapere se i mesi hanno trenta giorni i con- 
tadini friulani usano il seguente metodo: stringono 
il pugno della mano, poi cominciano a contare Gen- 
naio sulla nocca dell'indice, che è in rialzo, ed avrà 
perciò 31 giorni; Febbraio nella fossatella fra la nocca 
dell'indice e del medio, quindi più in basso, ed avrà 
perciò meno, e si sa che febbrajo ha 28 giorni ; Marzo 
sulla nocca del pollice 31, Aprile nella fossatella 
30, Maggio sulla nocca dell' anulare 31, Giugno nella 
fossatella 30, Luglio sulla nocca del mignolo 31, A- 
gosto nuovamente sulla nocca dell'indice 31 e via 
di seguito. 

Anche i giorni della settimana hanno una rela- 
zione colle superstizioni : parte sono giorni fausti, 
parte nefasti ; il martedì ed il venerdì sono i più 
nefasti, il giovedì è giornata pericolosa perchè vi 
dominano le streghe. Ci sono anche i giorni maschi 
e i giorni f emine (la joibe, la sabide, la domenie), 
che, anche senza guardarci sotto la coda, si sa bene 
che esercitano influenze diverse, benefiche o male- 
fiche, su questa o su quella operazione campestre. 

Osservando il tempo che corre nella Domenica 
fra le 7 e le 10 ant., si avrà il pronostico di tutta 
la settimana. 

11 primo dell'anno è il giorno che dà il prono- 
stico per tutta Y annata, come dirò più innanzi. Altra 



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— 42 — 

giornata che s' incontra frequentemente nei proverbi,. 
è quella dell'Epifania, che nelle altre regioni d'Italia 
è la gioia dei bimbi pei regali che porta la Befana. 
Qui da noi invece i regali li porta San Nicolò, op- 
pure Santa Caterina, e non saprei trovare ragione 
del cambiamento, se non nella gran fiera che si tiene 
in Udine a Santa Caterina. All'Epifania invece si 
ricordano le offerte e i doni fatti dai tre re Magi 
a Gesù bambino. Nella Slavia italiana il giorno del- 
l'Epifania si scrivono sulle porte le iniziali dei tre re 
Magi fra le cifre che dinotano l'anno: 18+G+M+B+93. 
Santa Epifania, predicava un curato, vergine e 
martire e madre dei re Magi, si solennizza con 
fuochi che si accendono nelle campagne e con in- 
vocazioni alla divinità, per renderla propizia ed ot- 
tenere abbondanti raccolti. È un ricordo delle antiche 
primavere sacre dei prischi italici, e dei sacrifici pro- 
piziatori, al dio Spinense, a Cerere, a Pane e Bacco. 
I fuochi dell'Epifania si fanno nelle campagne, non 
sui crocevia come quelli di San Giovanni e San Pie- 
tro; poi, con un fascio di canne accese, si corre pei 
campi, lungo i filari delle viti, cantando : 

Pan e vin, pan e vìn — la gracie di Dio i gioldarìn. 

In alcuni paesi il canto invece è il seguente : 

Cà pan, 

Ca v\n, 

La lujànie tal $hadìn, 

E '1 chadìn si è sfonderàt, 

E la lujànie cor pai pràt. 

Questa, più che un'invocazione, si tiene quasi come 
uno scongiuro per assicurarsi una buona annata. 



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— 43 — 

Dicono che se il fumo del Midili si volge a levante 
•si avrà annata di abbondanza ; se sarà spinto verso 
ponente, di miseria. Questa forma di divinazione era 
usata fino dai tempi antichi, specie nei sacrifici, e 
si diceva Capnomancia. 

A tal genere di presagi si collegano pure que' 
nostri due proverbi che accenno qui per incidenza: 

Cuànd che il fùm al va a travièrs 

Al va là eh' a son i bèz. 
Cuànd che il fùm al va a riviel 

Al va donge dal plui bièl. 

A Pontebba, prima del 1848 si faceva la festa 
de lis Qhampanatis. Si univano allora in sulla sera 
i giovanotti ed anche gli uomini di Pontebba, ve- 
stiti stranamente, con una camicia bianca sopra le 
vesti, e con un gran cappellone di carta in capo, 
entro del quale ponevano un lumicino ; il volto 
aveano tinto con carbone e con farina, al collo por- 
tavano appesa una campana di quelle che si mettono 
in montagna alle mucche, ed in mano tenevano una 
sciabola, un tridente, od in mancanza di queste, altre 
armi, ed in processione percorrevano il paese, ur- 
lando, squassando le campane, e calando fendenti 
.sui portoni. 

Anche i satiri nelle Dionisiache si tingevano il 
volto di gesso, farina e fuliggine e facevano mille 
stranezze (*). 

Nei villaggi del basso Friuli alla mattina del- 
l' Epifania si prepara nella chiesa parrocchiale una 
gran tina d'acqua, la quale dovrà essere benedetta 



(1) Cremxer — Religioni de l'antiquitè ecc. Lib. Vili, cap. II , riportai© 
Dell'Archivio per le Tradizioni, del Pitré voi II, fase. IV, pag. 530, 531, 



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— 44 — 

dal parroco; le contadine con un gran cesto pieno 
d'aglio, cipolle, sale, mele ecc. si collocano attorno- 
alla tinozza affinchè la benedizione del parroco si 
comunichi anche a queste sostanze, colle quali poi 
si condiscono le vivande, mentre le mele ed altre 
frutta si distribuiscono in famiglia, ai fanciulli spe- 
cialmente. In altri paesi — p. e. a Udine — la be- 
nedizione dell' acqua si fa la vigilia della festa, nelle 
ore vespertine. 

Nei giorni precedenti 1' Epifania i preti nei paesi 
vanno a benedire le case, secondo il rituale della 
Chiesa cattolica. Alcune famiglie s'accontentano d'una, 
benedizione per ogni fabbricato, se la casa non forma 
un corpo solo, altre invece vogliono che il prete faccia 
la benedizione ad ogni piano, e sonvi di quelle che 
la vogliono perfino ad ogni stanza. 

Al prete si dà in pagamento del danaro, gettan- 
dolo nel secchiello dell'acqua santa, portato dall'in- 
serviente. 

Dove ci sono parecchi preti, alla sera, si riuni- 
scono in una prestabilita famiglia abbiente ed arnica^ 
la quale prepara loro un trattamento con vino,, 
ciambelle, braciole, caffè ecc. Ivi si contano i denari 
incassati, e si dà al santese la sua parte. 

Nel 4612, Giacoma Pittacola, famosa maga di 
Pordenone, fu denunciata all'Inquisizione perchè al 
prete, il quale, giusta la consuetudine, voleva andare 
la vigilia dell'Epifania a benedire la di lei casa, essa 
chiuse la porta in faccia dicendo: che volea andare 
in un suo servizio, e che non si curava di tale bene- 
dizione. Il terribile Tribunale neppure allora potè 
contro la Pittacola, che continuò liberamente le sue 
male arti senza curarsi dell'Inquisizione; si capisce 



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— 45 — 

che la maga dovea godere la protezione di qualche 
pezzo grosso ( ! ). 

Una festività importantissima e solenne è pure 
quella della Pasqua, regolandosi su d' essa tutte le 
feste mobili dell'anno. Pasqua cade sempre nella 
prima Domenica susseguente il plenilunio di Marzo. 

La Domenica delle Palme, o Domenica degli ulivi 
(Domenie ulive) i contadini accorrono alla messa 
solenne della Parrocchia, portando a benedire il ramo 
d'olivo che previdentemente si sono comperati nella 
settimana. I giovanotti sul cappello ed air occhiello, 
le ragazze sul seno, portano un piccolo ramoscello 
d'olivo benedetto, e la palma si conserva poi nella 
camera da letto del padrone di casa, t per bruciarne 
alcune foglie quando minaccia temporale, durante 
l' allevamento dei bachi, o nella stalla se qualche 
animale è ammalato. 

11 santese porta in quel giorno alle famiglie ab- 
bienti una palma d'olivo, e ne riceve in compenso 
una tenue moneta. 

Anche nei tempi antichi era solenne la funzione 
della Domenica delle Palme. 

Nel 1439, in un quaderno della fraternità di 
S. Gervasio di Udine, è notato : 

La donienige d'olive S. ij pour rames de olives. 

Il Luogotenente Veneto che reggeva in nome della. 
Serenissima la Patria del Friuli, la Domenica delle 
Palme andava in duomo, seguito dai suoi ufficiali 
e dalle rappresentanze cittadine a ricevere l' olivo 
dal Patriarca. 



(1) B. C. U. Reg. Inquisizione. 



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— 46 — 

Nel 1583 sorse una questione di primazia, perchè 
il Patriarca volea distribuire le palme prima al 
clero, poi al Luogotenente, Deputati ed altri Magi- 
strati (*), dicendo che tale costume si seguiva pure 
a Roma. Fu proposta una transazione, mercè cui il 
Patriarca avrebbe consegnato le palme a due chierici 
diversi, uno dei quali poi le avrebbe, a seconda del 
grado, distribuite al clero, e l' altro contemporanea- 
mente le avrebbe portate ai magistrati civili. 

Non accettata dal Patriarca la proposta, il Luo- 
gotenente, non volendo cedere, coi Deputati andò 
alla messa a San Pietro Martire, dove ricevette le 
palme. 

Dopo lunghi dibattiti si venne finalmente ad un 
concordili nel w 2i ottobre 1009 (*). 

Ne furono queste le sole questioni per ragioni di 
primazia nelle funzioni, sorte fra Patriarchi e Veneti 
Luogotenenti. Altra ne venne per il diritto di prefe- 
renza nell'essere incensati, baciar il vangelo, o baciar 
la pace nelle messe solenni, e fu sopita nel 31 gen- 
naio 1010 ( 3 ) essendone poi approvato il cerimoniale 
dal Senato Veneto nel 27 maggio anno stesso ( 4 ). Ed 
altre differenze sorsero per vesperi, prediche, per 
dar T acquasanta, per processioni ecc. le quali ter- 
minavano sempre con accordi. 

Nel Giovedì Santo è utile fare certe operazioni 
agricole, e specialmente piantare le viti e seminare 
le mediche. Quando alla Messa solenne il prete in- 
tuona il Gloria in excchis Deo, secondo i riti della 



(1) a. C U. Volume lettera € Tomo XXXV fol. 56. 

(2) A. C. U. Annali Tomo LXVIII fol 169. 

(3) Ivi volume C Tomo VI fol. 79. 

(4\ Ivi volume C Tomo XLVI fol. «90. 



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— 47 — 

chiesa suonano tutte le campane, che restano poi 
mute fino al Gloria del Sabato Santo. 

Durante quel periodo i fanciulli rompono i tim- 
pani con una specie di tempella (bai acni a bafècul) 
e colla raganella (crazzule o scarazzule) ed accor- 
rono numerosi sul mezzodì ed all'imbrunire sull'al- 
tura della chiesa o del castello, a far rumore assieme 
ad altri che percuotono due pezzi di legno fra loro, 
od una tavola con un sasso (bati i tónyonos), per 
dare i segnali del mezzogiorno, dell' a vernar ia e delle 
funzioni. 

Di tale uso trovai cenno nei registri del Carne- 
raro di Gemona fino dal 1329 : 

Dedi ilio qui sonavit tabulam in castro.... 

Alle funzioni vespertine in chiesa si battono i 
scapolanti; quando il prete canta in coro: et crucis 
subire tormentum, tutti fanno strepito, pestando sulle 
banche. In molti villaggi, per far il rumore, hanno 
una certa macchina che assomiglia ad una gran 
raganella, detta scrazzolòn, costruita con pesanti 
martelli di legno, battenti su di una cassa vuota; 
ma in altri siti sono i fanciulli che s' incaricano di 
far rumore, e durante Y intera funzione ora batte 
il martello d'una tempella, ora è una raganella che 
rumoreggia; e talvolta, mescolando il sacro al pro- 
fano, i giovanotti, fìngendo di pestare con un mar- 
tello, inchiodano sul banco le gonne delle divote 
inginocchiate. Sono poi abbastanza numerosi coloro 
(le donne in ispecialità) che digiunano da un Gloria 
all' altro (zànin glorie), stando 48 ore senza cibo. 

In alcuni paesi, a Gemona p. es., al Giovedì Santo 
di sera fanno una strana processione, per andare in 



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— 48 — 

cerca di Gesù Cristo. La processione non procede 
unita, ma a torme, e dicono rappresenti Hs turbisi 

Al Venerdì Santo si dice che digiunano perfino 
gli uccelli, ed il cibo è di stretto magro. I villici 
mangiano fagiuoli e salumi o bacala; le famiglie più 
abbienti mangiano lenticchie, o lasagne, o spaghetti 
conditi con olio, cipolla e sardelle, oppure zuppa di 
rane, risotto con molluschi o coir anguilla e pesce, 
oppure una panata coli' olio e finocchio. A lavorar 
coi buoi in campagna in tal giorno è pericoloso, e 
male incoglierà alle donne che andassero a lavare. 

Nel Giovedì, Venerdì e Sabato Santo i ragazzi 
espongono uno, due o tre santi incollati entro una 
cassa, che a loro modo d'intendere rappresenterebbe 
il Sepolcro di Cristo, e disturbano tutti i passanti per 
avere due schei da illuminare il Sepurchio. 

Nel pomeriggio si visitano i sepolcri che ogni 
chiesa procura di fare colla maggior pompa possi- 
bile. Assai spesso, nascoste dietro le palme, si met- 
tono alcune gabbie con canerini, capineri, usignuoli 
ed altri uccelli canori, i quali destano un certo senso 
di melanconia col loro canto fra quelle fredde vòlte 
del tempio. 

Il Cameraro di Gemona nelle sue spese nota : 

«1381 Brege de Povul per far lo sepulcro. 

1566 Sepulcro (altre volte è detto Sepurchio) che 
si porta attorno la chiesa. 

1594 è detto che il Sepolcro si faceva nella capella 
di San Tomaso. 

1600. Processione del Venerdì Santo nel portar il 
n. S. or in Sepulcro. » 

Sulla sera si fa la processione, ed in alcuni paesi 
con una pompa straordinaria. 



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— 49 — 

A Gemona, p. e., comincia verso le ore 8 di sera 
e dura fino alle 10 circa. V interviene gran parte 
della popolazione, tutte le confraternite, la banda 
(una volta la cittadina ; oggi che anche la religione 
contribuisce agli odii di partito, quella della Società 
operaia di S. Giuseppe). Tutte le case che hanno 
finestre prospicienti sulle vie percorse dalla proces- 
sione, mettono su quelle dei lumi o fiaccole, e le 
famiglie più miserabili un moccolo di candela di 
sevo a cui serve da candelabro una bottiglia. 1 gio- 
vani paesani si dividono per gruppi alla distanza di 
cento o cento cinquanta metri, e cantano con una 
serqua di errori il: popule meus quia fecit (sic) Ubi ecc. 

I contadini comperano all' asta dal sacristano del 
duomo il diritto di battere le tempelle che aprono 
la processione, pagando due, tre, e fin cinque lire 
per essere i privilegiati ; e ritengono che 1 essere 
prescelti torni propizio air economia della famiglia. 
Il diritto poi di battere i tre colpi quando l'arciprete 
dà la benedizione, costa per lo meno un litro di vino. 

A Pontebba, con un costume diverso da ogni altro 
paese, nella processione di Venerdì Santo non si porta 
dal Pievano la reliquia della S. Croce, ma il Santis- 
simo, coperto con velo nero. In qualche paese nella 
Processione è uno che porta la croce e fa da Cristo; 
egli cammina a pie scalzi. Oltre Isonzo seguono Cristo 
colla croce anche i due ladroni. 

Anticamente, nella Processione del Venerdì Santo, 
intervenivano i flagellanti o battuti, le cui confra- 
ternite sorgevano in quasi tutti i grossi centri. La 
loro prima comparsa in Friuli ci è data dal Croni* 
chon Iuliani stampato in aggiunta al De Rubeis. 
« mccxc. — Die octavo intrante aprili, quidam civi- 



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— 50 — 

tatenses, decem vel duodecirn, incoeperunt primo se 
verberare apud Ecclesiam S. ctl Pantaleonis clam : et 
paulo post multi in Civitate se verberare coeperunt 
in nocte. Deinde incoeperunt crescere et processio- 
naliter, verberantes predicti venerunt Glemonam ad 
quondam indulgentiam, et venerunt per Utinum Civi- 
tatem. Deinde coeperunt se verberare per totum Fo- 
rum Julium, mulieres vero in nocte se verberabant ». 

Lo storiografo Dini nella sua memoria sin fìattuti 
ricorda la proibizione dei flagellanti alla processione 
del Venerdì Santo che ha la data del 20 Marzo 1761. 

Un'altra usanza che i cànoni della chiesa in oggi 
hanno modificato (probabilmente per disposizione del 
Concilio Tridentino) si è quella della Comunione 
che faceva il popolo anche nel Venerdì Santo, in 
cui si distribuiva ai comunicandi il vin bianco, come 
risulta dalle seguenti note del Camera ro di Gemona : 

« 1330. A die iv de Aprilis pei' hi vino chi fo a 
homeni chi riceveva hi Corpus Dui a la Pascila. 

1341. Dedi prò vino ad comunicandum populiiiri' 
in ebdomada Sancta (in Venere Saneto) deli 28. 

1393 per bocalg e muzulg (*) per dar bevi a culòr 
che si comunicavin. 

1502 do Angistarie (*) grande per tignir lo vino- 
de la comunion. » 

1570. Segue V uso del vino ai comunicandi. In 
quest' anno per la comunione del S. Giubileo boze 13. 

Al mattino, nella messa del Venerdì Santo, si fa 
T adorazione della Croce, ed anche per questa eb- 
bero i luogotenenti a litigare col Patriarca, finché 



(li Muzùl, pìccolo bicchierino che serve per bere liquori spiritosi, 
(2) Angistarie- Anguistara, Caraffa. 



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— 51 — 

nel 22 Marzo 1041 segui un altro concordio fra il 
Luogotenente Viaro ed il Patriarca Gradenigo (*). 

Al Sabato Santo si fa la benedizione dell' acqua, 
dell' olio santo, del sale e del fuoco. 

Nel 1390 il Cameraro di Gemona nota : 

« Spendey per legne quant si fazè lo fogo santo, 
o fogo benedetto, la Sabida Santa ». 

Si usava pure nel Sabato Santo una processione ora 
caduta in dimenticanza, notando il succitato Cameraro: 

1372. « lo dey al prete che ala cui Crucilìxo in- 
torno a Sabida di Batiin. 

A Stefin chi ala a Sabida di Batiin cum hi Gru- 
zuafis intorno tavela den. 34. 

1378. A pre Durigo chi porta lo corpo di Cristo 
con lo Crocifìxo in la Sabida Santa di sera Sol. 40. 

1381. A Pre lacu chi portò lu Corpus Dui intorno 
la tavela in Sabida Santa di sera. den. 34. 

Al Sabato Santo, (piando si sciolgono le campane, 
le madri mettono in piedi i propri bambini e fanno 
loro muovere i primi passi, certe che ciò gioverà a 
farli camminare da soli più sollecitamente ; le ragazze 
si pettinano e spuntano i capelli allineile crescano 
lunghi e forti e le donne usano correre a lavarsi la 
faccia credendo cancellare cosi tutti i peccati ; altre, 
invece, credono quel lavacro sicuro antidoto e rimedio 
per il mal d' occhi. 

Il santese poi porta per le case signorili l'acqua 
santa, e spesso vi unisce anche la palma dell'ulivo 
per ricevere la mancia. 

Pasqua di Resurrezione, dopo del Natale, è la festa 
più importante della cristianità. 



(1) A. C. U. Volumi lettera f T. VI fol. 354. 



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— 52 — 

Fino dal mattino le campane della parrocchia 
suonano d'allegria, tutti sono vestiti a festa, e la 
gioventù galante vuole indossare un vestito nuovo 
(un vestit di scredj. 

In certe famiglie patriarcali bisogna alzarsi al 
mattino, per andare a messa prima di far colazione. 
Finita la messa, il prete va in casa a benedire le 
focaccie pasquali, le uova di pasqua, la sottogola del 
majale { magri J, il salame alesso, il pistùm (*) ed i 
carnami e vini che in quei giorni si porteranno in 
tavola. Dopo la benedizione soltanto si può far co- 
lazione. Quasi tutte le famiglie un po' abbienti man- 
giano a Pasqua la focaccia, i possidenti regalano 
i loro coloni di una pinza di pane comune fatta a 
mo' di focaccia, ed i contadini portano in compenso 
delle uova. A Gemona in molte famiglie a Pasqua 
la minestra di obbligo sono lis cen$arelis (*) ed a 
Santa Maria la Longa e nei dintorni di Palma invece 
si usa una zuppa di pan bollito condita con uova 
montate ed uva passa. 

Conservando ancora un po' dell'uso ebraico, molte 
famiglie mangiano in quel giorno l'arrosto di agnel- 
lino o di capretto. Ai fanciulli colla pasta delle fo- 
caccie si fa la colomba, ornata con piume confitte 
qua e là, ed avente un uovo nel mezzo della pasta. 
Le uova pasquali si tingono a vari colori con legno 
campeggio, lane colorate, ecc. 

I fanciulli fanno numerosi giuochi con le uova> 
ed anche nelle case signorili si usa lo scherzo di 



(1) Sodo certi gnocchi fusiformi, composti d* uova, pane grattugiato* 
succherò, pignoli, cedrini, uva passa ecc. e cucinati nel brodo. 

(2) Si fanno mescolando pan grattugiato in tuorli d'uova montate; poi» 
sciolte in pezzettini, si cucinano nel brodo. 



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— 53 — 

schiacciarne uno sodo sulla fronte di qualcuno. S'usa 
pure pelare l'uovo, prenderlo in bocca da uno dei 
capi ed offrire alla persona amica che lo mangi dal- 
l'altro; non poche volte viene cosi dall'uovo il primo 
bacio d'amore. 

In quel giorno tutti si fanno gli auguri delle 
buone feste, e nei paesi piccoli, durante le funzioni, 
tutti gli esercizi pubblici restano chiusi. 

Nel Sabato Santo, in città, i migliori macellai 
conducono processionalmente uno o due buoi grassi, 
ornati le corna con foglie di lauro, come s'ornano 
pure di lauro le carni in beccheria; la stessa cosa 
si fa anche alla vigilia di Natale. 

Nei villaggi si ha l'ambizione che il cero pasqua l<> 
sia pesante e ben dipinto. 

A Gemona nel 1558 furono spese L. 2.11 per far 
dipingere sul cero pasquale la Croce, la Madonna e 
l'arma del Comune. 

Per deliberazione del Consiglio poi il cero non 
dovea pesare più di 55 o 60 libbre ( circa 25 chilo- 
grammi). 

Trovo che anticamente anche a Pasqua si face- 
vano processioni, ed il cameraro di Gemona nota 
fra le sue spese anche quelle incontrate nelle pro- 
cessioni fatte le tre feste di Pasqua per ricever li 
preti e frati con pane, vino e carne. 

— «1372. Dat bevi ali previdi lu dì di Pascila 
per tre boz di ribolo ». — 

— « 1436. Per le feste di Pasqua per tre proces- 
sioni ordenate a Santa Maria la Bella, a Sant Blas 
e per la terra ». — 

All'ottava di Pasqua si fa la benedizione dell' 
case sparse; nelle campagne i preti ricevono in com- 



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I 



— 54 — * 

penso delle uova e poscia si riuniscono a far la me- 
renda in qualche villino di persona amica, o presso 
qualche contadino benestante. 

All'Ascensione si fa una delle rogazioni ; a Pen- 
tecoste, ad Ospedaletto intervengono processional- 
mente più di sette od otto villaggi. 

Anticamente nel Sabato Santo ed alla vigilia di 
Pentecoste si faceva la pulizia delle chiese e si lava- 
vano le immagini, come ricavasi delle solite note del 
Cameraro di Gemona fino dai primi registri del 1329. 

— « 1377. Spendey per spongia de lavar giù santi. 
Spendey per far lavar li santi a Pasca di ghalpons. 

1380. Per far lavar le ancone » — 

Al Corpus Domini le strade per cui dovrà passare 
la processione si adornano con frasche verdi di olmo, 
frassino, faggio, ciliegio ed avorniello (solèn) ecc. che 
si lasciano fin dopo passata la processione ; poscia si 
mettono a ruba per portarle a casa a farne man- 
giare le foglie benedette agli animali, ed ardere le 
legna quando si coltivano i bachi. Quest'uso vidi a 
Gemona ed altrove ; a Firenze si dice fiorita, a Pra- 
tovecchio interinata ed a Roma infiorata. 

Lungo la strada per cui deve passare la proces- 
sione s'adornano le finestre e verande delle case 
signorili con damaschi, tappeti, coperte o coltri dai 
colori chiassosi, sulla via poi si spargono erbe e fiori. 
Usi tutti molto antichi. Nell'Archivio Comunale di 
Udine trovo che nel 14 Maggio 1428 ( d ) si condan- 
narono alcuni dei borghi superiori che non avevano 
condotta erba per la strada per cui dovea passare 
la processione, e nel 1458 si stabilì che il Comune 



O) A. C. U. Annali T. XXI V fol. 336. 



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di Grazzano, per quanto a lui spetta, debba sommi- 
nistrare l'erba per la processione del Corpus Domini. 

Nel 1401 al 20 maggio fu presa parte di com- 
perar torzi da portarsi dagli ufficiali; e nel 1040 fu 
fatto proclama di mettere i tappeti alle finestre e 
scopar la strada. 

Così pure a Gemona si voleva che la processione 
riuscisse solenne, e nei registri del cameraro trovo 
queste note: 

— « 1384. Spendey lu dì de la perdonanza del 
Corpus Dui ali sunadori del Marescalco ed al trom- 
betti che anda intorno con lo Corpus Dni, soldi 20 ». — 

— « HI 5-10. Per la processione facta lu di del 

Corpus Dni per giù prèdis ecc e pai* rosis e par 

jerba eh' io feys adur per sterni in glesia ». — 

— a 1427. Dey a uno che andava sonando con 
un'arpa innanzi lo Corpus Dni in la procession, 
soldi 8 ». — 

— « 1 454. Oltre le frasche el erba al Corpus Dni 
per carta per zaferano e per spali per la festa ». — 

— «1403 a certi pipheri che forino curi la 

procession ». — 

— a 1405. Alli pili ri che pivar avanti la proces- 
sione del Corpo di Cristo, soldi 10 ». — 

— « 1481. P. ro Petrum, Pr. Julianum, et Pres 

Joah Simonitti prò eo quod decantaverunt can- 

ticurn figuratum circha terram in processione ». — 

— «1491. A Maistro Gasparino Barbèr lu qual. 
sona cun lo so liuto in la processione del Corpo di 
X.sto, soldi 10 ». — 

Nella notte di Natale se una ragazza a mezzanotte 
si guarderà nello specchio coi capelli sciolti, vedrà 
in esso 1' effige del suo futuro sposo. 



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— 56 — 

Nei giorni prossimi al Natale si fanno gli auguri 
pelle buone feste, si visitano gli amici, e tutti, pos- 
sibilmente, procurano di ritornare in seno alla fa- 
miglia, per passarvi quel giorno. 

Ad Udine la vigilia di Natale i suonatori ambu- 
lanti vanno a far le serenate sotto le case delle fa- 
miglie ricche per ricevere qualche soldo (*). 

Come ho detto in un articolo sulle Pagine Friu- 
lane (*) la sera si mette sul fuoco il ceppo (jù ciòccu, 
dicono ad Aquila) il Zòch o Nadalìn. Il ceppo si 
porta in certe case con pompa, accompagnato dai 
fanciulli con lumi accesi; in qualche sito il padrone 
lo benedice coli' acqua santa, poi lo mette a capo del 
fuoco, avendo cura di cuoprirlo ben bene per la notte 
eolla cenere, essendovi la credenza che se il domattina 
il ceppo non fosse acceso, morrebbe il padrone di 
casa. Si cena presso al fuoco, mangiando alcune paste 
dolci fcolàz, mostazdns, mandolàt) e bevendo il 
vino cotto [vin brulèej. In alcune famiglie si get- 
tano sul fuoco alcune goccie di vino e qualche pezzo 
ilei cibi dolci che si mangiano, mentre altri versano 
il vino sul ceppo: 

— « Avant de manger, on déposait sur 1* autel 
les prémices de la nourriture, avant de boire, on 
repandait la libation de vin. C était la part du Dieu ( 3 ). 

Alla vigilia di Natale presso molte famiglie rivive 
l'antico uso romano: al mezzodì si fa solo una refe- 
zione, ed alla sera si pranza o meglio si cena. A 
questo pasto vespertino poi le mense riboccano seni- 



li» Cfr. Fiaaaere loc. cit. pag. 82-83. 

(?) Pagine Friulane — Anno I, 1888, N. 1 pag. J. Udine, Tipografia 
Patria dtl Friuli 1888. 

i3i De Cealaaget. La citè antique pag. 24. In G. Fiaaaere. Uti, ecc. 



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— 57 — 

pre di piatti di magro : pesci d' ogni qualità, frutta 
secche, dolci, buoni vini, e presso le famiglie povere 
almeno dell' uva che si conserva appesa in camera 
attaccata ai maglioli (mai) ed un po' di mandorlato. 

Ai fanciulli si dice che il primo ad airi vare in 
chiesa alla messa di mezzanotte, troverà nella pila 
dell'acquasanta tre liste di mandorlato. È una cre- 
denza che forse si collega con quella dell' acqua nova 
che a mezzanotte diventa oro (*). 

Dopo la messa di mezzanotte a Gemona i fidan- 
zati conducono l'amante all'osteria a mangiare le 
trippe e bere il vino bianco. 

Le scheggie e i carboni del ceppo si mettono in 
serbo per accenderli quando minaccia mal tempo, 
bruciandovi sopra olivo benedetto ecc., o per arderle 
quando nascono i bachi, bruciando pure su quelle 
olivo, ginepro ecc., ritenendo sia quello uno specifica 
potente contro le malie. 

La vigilia e la notte di Natale in certi paesi si 
riuniscono i giovanotti e vanno per le famiglie a 
rappresentare il mistero ( un' antica composizione 
drammatica in versi più o meno storpiati ) ; in altri 
paesi invece, e nella Carnia in specialità, hanno una 
stella che imperniata ad un bastone gira roteando 
tirata da uno spago, e vanno a cantare una canzone 
che si dice appunto la Stella, costumanza che si con- 
nette pure, io credo, cogli antichi misteri e con le 
sacre rappresentazioni. 

Alla bassa, verso Latisana, i giovani del paese si 
uniscono e con candele accese entrano nelle case 
dove si fermano a cantare, e ciò per attirare sulla 



il) Cfr. Fliaa«re loco citato pag. M. 



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— 58 — 

famiglia la benedizione del cielo. In compenso si 
danno loro danari o vino. 

Si dice pure che alla vigilia del Natale bisogna 
mettere molte legna per far brage, perchè San Giu- 
seppe viene a prendere il fuoco e scaldare il bambino. 

Nelle chiese il giorno di Natale si fa il Presepio 
con tante figurine d' uomini e d' animali, che sono 
una continuazione di quello che si sa essere stato fatto 
da S. Francesco nel 1223. Un bellissimo presepio 
intagliato in legno, di valore archeologico ed arti- 
stico non ispregievole, perchè deve rimontare al se- 
colo XIV per lo meno, si conserva nel tempietto 
longobardo di Santa Maria in Valle a Cividale, sopra 
la porta che mette alla sagrestia. 

Come ho detto più sopra, anche i giorni della 
settimana hanno influenza sui destini dell' umanità. 
In lunedì, per esempio, non bisogna tagliare le unghie, 
altrimenti cresceranno piene di quelle macchie bian- 
castre clic» si dicono bausiis; di più, nessun conta- 
dino vorrebbe sposarsi di lunedì, perdio la sposa 
sarebbe lunatica. 

Il martedì non è giorno fausto per intraprendere 
viaggio né per sposarsi, perocché la sposa sarebbe 
martire. Il mercordì è giorno fausto per combinar 
qualunque affare, è giorno propizio pei mercati, forse 
perchè Mercurii dies. Anche per isposarsi si sceglie 
di preferenza il mercoledì. 

Giovedì è giornata di stregonerie, e lo sposarsi 
in tal giorno metterebbe nel pericolo che fosse fatta 
qualche malia. Relativo a questo giorno c'è anche 
il proverbio : Joibe viguude ^eternane jessude. 

11 venerdì è il più infausto ; anche Napoleone il 
grande temeva il venerdì, ed aveva una speciale 



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— 59 — 

predilezione pel 20 di marzo. Ecco alcune ubbie rela- 
tive al venerdì. 

Chi si mette a letto per malattia in venerdì non 
guarisce più. 

Se T anno principia di venerdì, sarà annata cat- 
tiva e di disgrazie. 

Chi parte in tal giorno, si ribalterà e romperà 
le ossa. 

A chi viaggia, toccherà qualche disgrazia. 

Chi comincia un lavoro, o non lo finirà, o gli 
riuscirà male. 

Chi bagna o lava i bambini li farà ammalare. 

È pure pericoloso tagliarsi le unghie in quel giorno. 

Chi giuoca di venerdì perderà indubbiamente, 
perchè in tal giorno fu giuocata la veste di Gesù 
Cristo : et super vestem meam miserunt sortem... 

È strano però come non si pensi che se v'è uno 
che perde vi sarà anche l'avversario che guadagna. 

A cucire di venerdì si fa soffrire Gesù Cristo; 
altri dicono non doversi cucire nel pomerigio del 
giovedì ed altri del sabato. 

A porre le uova a covare o queste non si schiu- 
deranno, oppure il nibbio od il martoro porteranno 
via i pulcini. 

A parlar di streghe, queste stregheranno e tire- 
ranno pei capelli. 

Chi va ad abitare in una casa nuova, sentirà gli 
spiriti ed altre brutte cose. 

Chi si pettina di venerdì, pettina le streghe. 

Chi piange il venerdì ride la domenica e viceversa. 

Ma ciò che contrasta con tutte queste supersti- 
zioni si è che i venerdì di marzo sono ritenuti pro- 
pìzii per le preghiere. 



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— 60 — 

Ne io penso d'aver raccolto tutte le credenze rela- 
tive. Gl'Indiani e gli Arabi invece credono il venerdì 
giorno fausto, e per essi chi nasce in venerdì sarà 
fortunato. Anche Luigi XIII di Francia lo credeva 
giorno fausto; essendo presso a morte un giovedì 
mattina, chiese ai medici se quel giorno sarebbe 
campato, credendosi certo, in tal caso, di vivere anche 
nel venerdì successivo. 

Trovo in un articolo di Arturo Graf (*) che nel 
1857 a Bordeaux fu fondata una società allo scopo 
di togliere il pregiudizio del venerdì e dei numeri 
nefasti (7, 13, 17). I soci cominciavano sempre i loro 
viaggi e faccende di venerdì, le sedute si tenevano 
sempre al 13 del mese, ed a tavola erano sempre 
in 13. Dopo 13 anni erano ancora tutti in vita, e 
godevano della migliore salute. 

Anche il sabato è giorno nefasto, specie per spo- 
sare : i giovani non ne vogliono sapere, poiché delle 
spose si dice come della luna: 

Sàbide sabidine — di cent une di buine. 

In alcuni villaggi le donne che si radunano nelle 
stalle non filano la sera del sabato, perchè temono 
venga il diavolo a far loro una visita sgradita. 

In altri villaggi invece le donne non filano alla 
domenica, perchè dicono si filerebbero i capelli della 
Madonna. 

La domenica è giorno fausto, destinato al Signore, 
e non si lavora. 

I mesi che cominciano di domenica sono sempre 
piovosi. 



(iì Letture per le giovinette, yoI. IV. 



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— 61 — 

In qualche villaggio del Basso Friuli gli sposalizi 
si fanno di domenica. 

I giorni hanno pure influenza sulla nascita degli 
uomini. 

Nelle antiche carte friulane i giorni della setti- 
mana sono detti: 



Pi-indi 
Martire 
Miarchnrs 
Joibia o Zobia 



Venere o Veneris 

Sabido 

Domenio. 



In Carnia nell'Incarojo l'ultimo giovedì di gennajo, 
in cui si fanno i $halzòns, si dice Joiba Posignaria, 

A chiudere questa parte, la quale più che alla 
meteorologia si riferisce al calendario, riporterò 
alcuni proverbi che giovano a rammentare certe fe- 
stività : 

Epifanìe — lis flestis mene vie, o dutis lìs flestis scove vie. 

Befanie — scove vie. 

Lu prin di d' Inserì a San Pàs, lu sejònt San Crepen e lu tiàrz 

San Sclop (1). 
Ute, Mute, Cananee, — Pan e pès, e Lazaree 

Domenie ulive — e Pascne floride, oppure setemane ulive e 

setemane sante. 

(È l'enumerazione delle domeniche di Quaresima). 

Prin di mai — San Jacu e Filìp chatai 

Tièrz di — Sante Crós fui 

Un póch plui tàrd — San Gotàrd ■/■ 

E tal domàn — San Floreàn. •/» 
1 Sans Ju scomenzin e Sant'Andree lu flnìss 

(il mese di novembre). 



(1) Da un manoscritto del secolo XVI, collezione Joppi. Insevi è car- 
novale e Scevriìt era il penultimo; qui però lu prin di d' Inseri é il 
terz' ultimo giorno di carnovale in cui cominciano le gozzoviglie. 



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— 62 — 

Da Sante Catarine **/n a Nadàl u ln — un mès biè auàl. 
San Nicolò di Bari •/•• — la tieste dei, scolari. 
Da Sante Lùzie "/uà Nadàl — tredis dìs bièl auàl. 
Nadàl ven nome une volte all' ftn. 

D' ogni d'i al ven Nadàl, 

E di niartars Carnevàl; 

E di joibe ven T Ascense 

Son duch màz cui che la pense. 

I camerari diGemona nei vecchi registri chiamano: 

Pasqua Tofania o Pasqua Tefania — P Epifania. 
Sabato di Batim, sabida di Batem — Sabato Santo. 
Pasqua di ghalzòns, Pasca Mayor — Pasqua di Resurrezione. 
Pasqua di May — le Pentecoste. 

II giorno si suddivide tuttora dai nostri friulani 
in albe, matine, miesdì, dopo gustàt, sere, av emarie,. 
ore di gnot, tenendo cosi ancora un po' dell'antico 
metodo canonico. 

A mezzodì ed alV avemaria suonano le campane. 
In molti villaggi anche col tramonto del sole del 
sabato si suona a stormo, sànin lis veis (Vedi più 
innanzi cap. x, in line), quasi ad indicare col vec- 
chio sistema che il sabato e finito e comincia la festa. 

L'ordine di dare colle campane il segno delFA/e- 
gelus Domini a mezzodì e sulla sera rimonta al 
vicario Patriarcale Francesco Mazzoni, il quale lo 
prescrisse con lettera 21 aprile 1400, altrove citata (*). 

I nostri contadini appena sentono l'Angelus, ovun- 
que sieno, levano il cappello e recitano la preghiera 
talvolta inginocchiandosi. Vige pure tutt' ora Y uso di 
dare il segno di un' ora di notte ed alle dieci di sera. 
Anticamente questi segnali si dicevano- prima, se- 



(1) Archivio Arcìv. Ud. voU 92 pag. 210 tergo. 



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— 03 — 

-concia e terza campana; quest'ultima si diceva pure 
coprifuoco o campana a fabe. L' uso del coprifuoco 
•è remotissimo; il Massaro di Gemona nel 25 e 20 
febbrajo 1380 nota che si pagano due perche gridino 
che ognuno guardi il suo fuoco, ed altre ispezioni 
essendo vento. 

Nel 15 settembre 1450 il comune di Udine prese 
parte che la campana del fuoco si suoni ogni sera 
a spese della città ('). 

Ad Udine ancora oggidì c'è il Guani a fuoco che 
risiede sulla specola del Castello, e ad ogni mezz'ora, 
durante la notte, deve osservare ai quattro lati della 
città se si notano segni d'incendio, e darne pronta- 
mente avviso colla campana e col portavoce; ogni volta 
che s' affaccia al finestrino deve dare il segnale col suo 
corno, perche così i cittadini sono certi ch'egli veglia. 

Al capo d'anno il Guanlafogo va a chieder la 
mancia per le famiglie, facendo poi una suonatina di 
ringraziamento col suo corno. 

È stranissimo il detto di certi vecchi brontoloni 
abituati a rimpiangere sempre i tempi trascorsi: che 
fino le ore sono in oggi più brevi. 

Sono bellissime le canzoni ricordanti alcune divi- 
sioni del giorno: 

Lùs la lune, eriche 1' albe, 
Jeve sii il contadin; 
E i ucei par elite charandis 
Fan balza il mio curtein. 

La rosade de la sere 
Bagne il flor del sentimènt, 
La rosade de matine 
Bagne il flòr del pentimènt. 



(I) A. C. U. Annal. T. XXIX fol. ?7 2. 



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— 64 — 

Cu&nd che ven V A veni ari e 
Che jè V ore dei pinsfrs 
Jù no puès mai durmì nie 
Che mi stais simpri tai pis. 

Così del pari il nostro poeta vernacolo Zorutti ha 
descritto benissimo il sorger del giorno in quei versi: 

La Muir di Titòn, la biele Aurore, 
Sbridinàt de la gnòt il vél oscùr, 
din che muse di mate che inamore 
Dal balcòn d' Oriènt a salte fùr. 

Alle altre parti del giorno si riferiscono i tre 
proverbi : 

Miesdì di vile — o ch'ai passe o eh' a noi rive. 

Ogni dì ven gnòt. 

La gnòt a jè pas bestiis. 

La notte è per il popolano piena di terrori. L'o- 
scurità permette alle anime dei morti, agli spiriti, 
ai lemuri, all' orco, ai dannati, al diavolo, ai maghi, 
agli stregoni, alle streghe ed a tutte insomma le 
svariate creazioni della popolare immaginazione di 
girare nell' aria per compiere i loro malefici, i loro 
incantesimi. 11 momento più tremendo è dalla mezza- 
notte al tocco; nelle tante leggende dame riportate 
sulle Pagine Friulane si vede che gli esorcismi, i 
patti col diavolo, si compiono sempre in quest' ora. 
Al batter della una od al cantare del gallo i genii 
malèfici sono costretti a sospendere le loro opera- 
zioni e a ritornarsene ai loro abissi. 

L'uso della illuminazione pubblica rimonta appena 
ad un secolo fa, e per istituirla in Udine il Luogote- 
nente mise a contributo tutti i comuni della provin- 



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— 05 — 

eia ('). Il Massaro di Gemona nelle sue spese registra 
anche quella che nel 1404 si faceva per la lampada 
sub loda (loggia comunale). 

Quanto all' anno, ho trovato la superstizione che 
i bisestili non sieno favorevoli uè alle piante, ne agli 
uomini in generale e pericolosi poi specialmente alle 
donne gravide; ce lo dicono i proverbi: 

Àn bi<è*t — &u cene* sèst 

Àn bwèst — lis lemmi-* uè $hàv né sèst 

Àn bisestili — o hi mari o il fantulìn 

cioè muore uno dei due. 

A seconda che Tanno comincia in domenica o in 
lunedi, si trae il pronostico dell' annata, si predi- 
cono le vicende delle stagioni, T abbondanza o scar- 
sità dei raccolti, se domineranno malattie e se succe- 
deranno guerre ed altri malanni. Non mi fu possibile 
avere le predizioni che si riferiscono alle digerenti 
giornate; ho sa [aito soltanto die se Tanno comincia 
di domenica sarà prospero; cattivo se comincia di 
venerdì; che gravi guerre e malanni desoleranno 
i popoli quando comincia di martedì ; buonissimo 
correrà Tanno che principia di mereordì, che è giorno 
fausto. 

11 diario Del Negro nell'aprile 1703 scrive: 

— «Dicono die (piando Tanno comincia di mar- 
tedì, come è successo quest'anno, che T inverno è 
lungo e burrascoso, e di fatto lo proviamo » — . 

Gli annidi numero pari daranno annata fruttuosa, 
i dispari scarsa; [lessimi il 7, 13, 17, 27, e tutti gli 
altri composti di 7; più pericolosi di tutti poi il 40, 
prodotto del fattore 7 x 7, il 03 che risulta da 0x7, 

(1) Vedi Pagine Friulane. 



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— 66 — 

nonché il 79 ed il 97. A prova della verità di questi 
citano il 1813 anno della disastrosa ritirata di Mosca, 
il 1817 di pessima memoria per la carestia, e il 1797 
in cui cadde la Repubblica di Venezia. 

Uscendo di casa, se in tal giorno si vede prima 
di tutti un uomo, si avrà fortuna; un gobbo, maggior 
fortuna ancora; uno zoppo ed una donna pronosti- 
cheranno annata di dispiaceri e disgrazie; un prete 
avvertirà che si avrà un funerale in casa. 

Alcuni notano al primo deiranno le prime dodici 
persone che incontrano per trarre i pronostici dei 
mesi ev'è taluno perfino che ne osserva cinquanta- 
due per le settimane. 

Molte famiglie, perchè Tanno sia prospero, in 
quel giorno mangiano la minestra di riso, che au- 
menta nel pignatto (crès in ette); così aumenteranno 
le ricchezza di casa. 

Come nelle altre regioni d' Italia, anche in Friuli, 
Capodanno è una piccola disgrazia per la borsa dei 
padroni. Oltre che i figli e la servitù, in quel giorno 
vengono a presentare i loro auguri ed a chiedere le 
mancie (siòps), il calzolajo, il sarte, il muratore, 
1' ottonajo e tutti insomma i garzoni di quegli artieri 
che hanno lavorato in casa, fosse pure per una sola 
volta e per poche ore soltanto. 

Pei* istrada si sente scambiarsi fra amici e cono- 
scenti gli auguri: Buon capo d'anno, mille giorni 
come questo, ed altre scipite rifritture di compli- 
menti cacciati a memoria, i quali la massima parte 
delle volte sono sulla bocca, ma non nel cuore. 

In quel giorno, seguendo una costumanza che per 
buona ventura va ora in disuso, il fattorino di posta 
porta un pacco di biglietti di visita. Volendo seguire 



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— 67 — 

la moda, ve lo mandano persone che mai pensano 
a voi, e delle quali forse non avete più nemmeno il 
ricordo. Io so di un signore in posizione molto ri- 
spettabile, che anni sono ricevette il biglietto di visita 
perfino dalla serva del suo avvocato consulente. 

Il primo dell' anno, gli amici vanno a porgere gli 
auguri agli amici, i dipendenti ai propri superiori, 
e potrete essere certi che coloro i quali voi vedrete 
correre ed affaccendarsi di più degli altri son di quella 
gente di cui scriveva il nostro poeta Zorutti: 



Si fàs onzi la spine dorsàl 
Cui gràs di temporàl. 



Àvea ben ragione lo Smiles nel suo libro II Ca- 
rattere di dire che le artificiali regole di civiltà con- 
tano ben poco. Ciò che dicesi etichetta è spesse volte 
della natura medesima della inciviltà, della diffidenza 
e della ipocrisia. 

In Carnia i fanciulli vanno a frotte sotto le fine- 
stre delle famiglie più abbienti, gridando e cantando: 

Sops, sops, 
Cóculis e lops, 
Dait e no dàit. 
In paradìs làit (1). 

L' usanza di andar a chiedere i siòps è antichis- 
sima in Friuli. 

Negli atti del Municipio di Udine, al 7 gennajo 
4440 (*), certo Maestro Giorgio muratore ricorse al 



(I) Maocie m anele, 

Noci e mele, 

Date e non date, 

In paradiso andate. 
(?) A. C. U. Ann. T. XXIX fol. 87. 



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— 68 — 

comune perchè la vigilia deir Epifania un di lui figlio 
di nome Giovanni Antonio, assieme ad altri fanciulli 
suoi compagni, andava sibilando et potendo suòbs 
more quo juvenculi vadunt, ed in vicinanza alla Porta 
Ronchi era stato gravemente ferito nel piede sinistro, 
ad periculum mortis. 

Il padre chiedeva al comune che fosse iniziato il 
processo e provveduto un adeguato indennizzo. 

Per altre festività, sagre e santi vedi cap. x, in 
fine. 

Vi sono pure gli anni climaterici i quali ritor- 
nano periodici ogni sette o nove anni, e portano 
neir individuo radicali cambiamenti, nella condizione 
sociale, nella salute, nei gusti ecc. 

Ogni sièt àng si cambie gust 

dice un nostro adagio, e tale pregiudizio rimonta an- 
cora a Pitagora. 

Questi anni climaterici secondo taluni seguireb- 
bero le leggi generali del calendario, mentre altri 
li subordinano invece allo sviluppo individuale. Per 
questi ogni individuo ha il proprio anno climaterico, 
trovando così almeno una ragione apparente in al- 
cuni fatti fisiologici: la caduta dei denti fdhig di làtj, 
la pubertà, la comparsa della barba ecc. 

Gli antichi Egizi credevano climaterico Tanno ses- 
santesimo terzo della vita umana e quello si diceva 
Androclade. 

Ma torniamo alla meteorologia. 

L' atmosfera, nella credenza volgare, sale fino alle 
più elevate regioni, fino agli astri. Si narra di due 
montagnuoli che desideravano la neve per poter 



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— 69 — 

condurre fuori del bosco i legnami, e sentendo dire 
che nevicava : Lasce che an vegni tanta da dovei là 
gobos sót la lune s'espresse il marito, ed a lui rispose 
pronta la moglie: magari tanta che lis més gialinw 
rivi)* a becà lis steli*. 

Così quando piove a dirotto troppo lungamente, 
i contadini delle Basse hanno il detto: 

Dio ueli ch'ai piovi tant fin che lis razzis bechin lis stelis. 

Si crede quindi che le nubi e perciò l'atmosfera 
salgano lino alle stelle. 

I movimenti delle masse aeree dell'atmosfera si 
dicono: aure, bavesele, bave, zefiro, ajarìn, ajar, ven- 
tisèl, vini, refill, sbruf di vint, buere, tramontanade, 
bujadizze, volteo, nembo, turgul, tòrgule, turgulìz, 
turbiti o turbili, bissabove, bove, bissòn, sciòn, trombe, 
code bue o code buje, stelmìn e uragàn; usati comi' 
nomi generici. Il vento si dice al spire, al tire, al 
sofie, al sivile, al busine, al burle, al gurle, ai 
masti ne, al sglove e al sbridbte. I contadini indicano 
poi con nomi propri i venti che spirano dai quattro 
punti cardinali o regioni intermedie : Lcvautìn, scià* 1 
o sciatòri, sciròch o scirocdl, sófogo, garbìn, zefiro, 
maestri, maestràl, provenze o provenzàl, tramontali t 
buere o buerìn, e rosemi, come nella rosa dei venti 
qui appresso riprodotta : 



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— 70 — 



Ztfl.ro 







sono i più comuni. — Ricorrendo con una bella si- 
militudine ai punti cardinali si canta: 

Jò la basse scure scure 
Tramontali a Tè inulàt; 
Mariutine dure, dure 
E Vigiùt invelegnàt. 

Con ragione si nota poi che a seconda dei venti 
dominanti le annate correranno prospere o magre : 

Sciròch e tramontati — a menin vin e pan 
Levantm (o buere) e garbìn — a gholin pan e vìn. 



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— 71 — 

Nel Diario Del Negro al 7 luglio 1779 Ve un 
lamento contro il pessimo tempo che perdura, e poi 
soggiunge : — « insomma quando che regna garbino 
si può dire che non è un buon anno. » — 

Garbìn al lasse il timp eh' al chate. 

Per avere il pronostico del vento che dominerà 
neir annata, in alcuni paesi, guardano il vento che 
tira la domenica delle Palme nel tempo in cui si 
canta il Passio, e quello avrà il predominio jw*f 
ranno intero. 

11 sibilo, o meglio T urlo del vento nelle peggi» ni 
notti invernali è prodotto dai gridi delle anime dan- 
nate che vanno all' inferno. Quando sorge potente e 
repentino il vento, si confina sul Canino qualcun» 
che in sua vita fu avaro, imbroglione, frodatore, snttr> 
le parvenze di galantuomo; allorché il vento solleva 
la polvere a vortice su un quadrivio bisogna fuggii v, 
per non restare stregati. 

Il vento, quando soffia, non spira mai in un pe- 
riodo di giorni pari, ma sempre dispari: o tre, o 
cinque, o sette: lo dice il proverbio: 

Cu And che la buere si mùv, o un, o tre, o cinch, o sièt, o nùv. 

Indizi del vento sono: i corvi che gracidano sbat- 
tendo le ali, le galline che si spolverano, pure sbat- 
tendo le ali, le allodole che cantano più dell' usiit<» 
la mattina in sul levar del sole, le anitre che <\ 
bagnano molto e si puliscono col becco e il sor gru» 
e tramontar del sole fra nubi rosse 



Arie rosse — o eh' a pisce o eh' a sofie; 



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— 72 — 

lo stessu avviene quando nel levare o coricarsi il 
grand' astro sia circondato da un cerchio nerognolo ; 
dalla parte dove il cerchio si romperà, spirerà il 
vento, Cobi del pari sono forieri di vento le stelle 
quando si vedono come circondate da nebbie, e gli 
aloni lunari; a cielo annuvolato, poi, il cessare del 
VGlìto è segnale di neve o di pioggia. 
Ecco alcuni proverbi relativi al vento 

Se al svilite a San Valantin M .'« 

CnaranUi dìs a no l'ha rìn. 
Se al svilite a San Grivtfr m /b (Gregorio) 

In vin cuarante dis a fa rumor. 
San Simon ;, /io slambre velis. 
Tn>pe pine 4 1 ì otubar — trop vint di decembar. 
CuAii'l che ehante la d ordii le vmt <i«jùr. 
Tantis rosadis di màrz — tantis bueris d* avi-fi. 

Finalmente (piando un buffo di vento fa cadere 
ad uno il cappello, gli si dice scherzando: 

Si tu sès Cristian — vhàpilu su cu la man. 

('.mie hìic o code buje, bissabore, bissali, sciòìi 
(uragano, tromba marina). 

1/ tiytttftuio distrugge ogni cosa sul suo passaggio; 
per Far cessare la tromba bisogna che un orfano, 
natii da madre vedova, si metta in mezzo al cortile 
e Cini una ronca falcinola di sette lune (roncee o 
sestile] die non abbia mai tagliato null'altro, deve 
trinciare Bell'aria contro la tromba tre segni di 
croce, quindi dicendo le parole sacramentali: per 
iUHCtae ed individuai Trinitatis, perai ista calamitai is 
(sic); fare il gesto di tagliare con gran forza il cono 
della tini uba e questa tosto cesserà, (si s fanfara/. 



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— 73 — 

Gli Slavi ed i Russi hanno la Baba-Yaga che è 
la personificazione del vento impetuoso nelle ster- 
minate pianure della Russia (*). Essa cancella ogni 
traccia di passi umani e si ferma affranta al limi- 
tare dei boschi folti; io non so se si debba cercare 
in quella credenza 1' etimologia dei due Babà ultime 
guglie del colosso del Canino che chiudono la valle 
di Resia. 

Nel diario inedito di Lucrezio Palladio, che si 
conserva manoscritto nella Biblioteca Comunale di 
Udine, v'è la seguente nota in data luglio 17-41: 
— « Nel territorio fra le ville di Beano, Pantia- 
nìns e Villa -Orba fu temporale fìerissimo con bissa- 
bova, da cui uscì una colonna di foco, che cade 
sopra diversi campi, qual abbruci) per tre quarti di 
miglia tutte le biade, erbe, cise, sterpi, alberi e tutto 
ciò chi» in essi ritrovavasi, con grande confusione 
delli abitanti quali fuggirono con animali, robe e ciò 
che avevano, dubitando dell' ultimo esterminio ed 
incendio, massime della villa di Beano; cambiossi il 
vento e portò altrove la fiamma così piacendo a Dio 
liberare quel territorio di tal flagello. Il fuoco e 
fumo fu veduto lino nel castello di questa città. Ciò 
successe alle ore 15 di questo giorno. Dio ci liberi! » — 

Il Del Negr«> poi scrisse nel giugno 1798: 

— « Ai 30 del passato mese è stata una bissa- 
boga di vento gagliardissimo che ha principiato in 
Portis ed è andata un pezzo in giù per Venzone, 
Gemona, Artegna ed altri luoghi, con danno gran- 
dissimo massimamente dei morari, parte rotti, parte 
ribaltati dal terreno per terra, rovinata la foglia,. 



(i) Rtrue de» d&ux Mondes, 1873. png. 23». 



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— 74 — 

arrostita che in 70 e più anni non è stato il simile, 
avendo dovuto provvedersi della foglia in luoghi più 
lontani con la perdita di assai gaietta » — . 

Dopo le meteore prodotte dai venti abbiamo quelle 
acquee : fra queste prima è la nebbia, fumate o caligo, 
la quale fa cadere i capelli e fa venire il dolor di 
capo. La nebbia bagna quasi come la pioggia: 

Tre fumatis fàsin une ploe. 

La nebbia pronostica il tempo, e chi dice che 
promette sereno, chi pioggia: 

Fumate basse — chèl timp eh* a chate lasse. 
Fumate che no si sbasse — ploe lasse. 

La fumate o caligo, è Y emblema della melanconia, 
ed una giornata nebbiosa si dice in Friuli: zornade 
melanconiche. 

Anche la popolana che piange sulle domestiche 
sventure ricorre con molta filosofia alla similitudine 
della nebbia: 

Jò no sai s* a 1* è caligo 
Jò no sai s' a V è serèn ; 
La me int jò air ostarie 
La me $hase no va ben. 

Le nebbie si dice portino malattie e specie emi- 
cranie. 

11 Del Negro nel suo Diario ha alli 8 marzo 1782: 

— « Questi tre giorni è stato caligo, e dicono che 

ogni caligo che succede il mese di marzo partorisce 

tanti altri temporali il mese di giugno; onde staremo 

a vedere se è vero il pronostico » — . 



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4 -76- 

E nel mese di decembre 1783: 

— « In quest' anno vi sono morti moltissimi ani- 
mali bovini sotto il dominio Veneto; la causa di tale 
infezione non si sa a che attribuire se non alla con- 
tinua fumata che si è veduta dappertutto questo 
«state, e anche le api ne hanno provato il danno, 
non avendo moltiplicato che pochissimo, e poi assai 
morte nell' autunno » — . 

Lis nuvolis o niulis (nubi), è facile il capirlo, 
sono preludio di pioggia: 

Co l'è nùl — al pò piovi cuànd eh* a V ùl 

« la cargnella canta : 

Cuànd che il nùl al va pai ajar 
No si sa ce eh' al pò fa, 
E cussi pur chei biei zòvins 
Cuànd eh' a son di maridà. 

Ma anche dalla forma delle nubi, dalla direzione 
in cui vanno, dalle cime dei monti attorno a cui 
s'agglomerano, o dalle ore del giorno in cui sorgono 
si può pronosticare il tempo. Riporterò uniti, più 
sotto, tutti i proverbi che predicono pioggia o bel 
tempo. 

Quando minaccia temporale, sulle nubi cavalcano 
le streghe ; osservando le forme fantastiche che as- 
sumono le nubi, è invalsa la credenza che ve ne 
sieno di animate, e così si dice vi sieno nubi vacche, 
cavalli, leoni, orsi ecc. Tale credenza, dice la Savi- 
Lopez nelle leggende delle Alpi, è comune a tutti i 
popoli Arii. Nel Canale del Ferro dicono che quelle 
nubi le quali sorgono dietro le vette del Canino s;>no 
prodotte dal fiato dei dannati. Quelle nubi, sbattute 



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— 76 — 

dai venti, svolgendosi in vortici fra le vette scoscese 
deli 1 alta montagna, passano sopra il capo dell'ardito 
alpinista che ne tenta le inospite cime, urlando 
assiemo alla raffica: 

Che mugghia come fa mar per tempesta 
Se ila contrari i venti è combattuto. 

Sulle streghe che cavalcano le nubi vedi nei rac- 
conti di Caterina Percoto : Li* striis di Gennanie ( 1 ) 
Pronostici relativi alla pioggia e bel tempo sono: 
I galli che cantano ad ore straordinarie predicono 
cambiamento di tempo. V'è il proverbio: 

Guarnì che il già! chante dopo miesdi 
Il timp se no si cambia al sta cussi. (?) 

Mei manoscritto Del Negro al 13 aprile 1767 è 
detto: 

- « Questa sera il gallo di Nodares ha cantato a 
3 ore di notte, onde si spera pioggia ». — 

ÀI 28 aprile 1709 riporta un altro indizio: 

— «E anche appare sempre del fumo per le mon- 
tagne che denota tempo sutto e caldo ». — 

Si crede del pari: 

Ohe il sole rosso al mattino predica pioggia per 
la sera, e il sole rosso la sera pronostichi bel tempo 
pt'L domata. 

Si* il sole al suo sorgere si vede piccolo e rotondo, 
ridila giornata verrà burrasca. 

Se al levar del sole sarà una leggera nebbia che 
s'innalza, durerà bel tempo; così se a ciel sereno, 



Uj Racconti di Caterina Percoto — II ediz. — Genova 1863. Tip. del 
peri od irò La danna e la famiglia, voi. I, pag. 384 e seguenti. 



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— 77 — 

al sorger dell'astro del giorno, sarà abbondante ru- 
giada, oppure se al tramonto si vedranno grandi cu- 
muli di nubi d'una tinta rossigna, oppure se in alto 
vedransi volare numerosi moscerini. 

Se la luna ha una tinta bluastra pronostica pioggia ; 
se rossa, vento; se bianca, bel tempo. 

Come sarà il quarto giorno dopo il plenilunio, 
andrà tutto il restante di quella luna. 

Una scossa di terremoto di solito pronostica vento 
di mezzodì (scirocco) e per lo più è foriera di pioggia 
vicina. 

Il pi in da T àn ròs di domàns 

Al puarte timp pòdi par sest e malàns (?) 
Febiàr V ha la fletè terzane. 
Come ch'ai va V ultim di Carnevàl e il prin di Crèsime, 

A va dute la Cuarèsime. 
Ulìv bagnàt e ùs sùz ; o viceversa. 
Come eh* a va la tiarze zornàde di avril, n laràn cuaràute di& 

di sèguit(?) 
Cuand eh* al citante il cucii 

Une dì ploe e une dì sùt. 
La stagiòn che al elianto il cùch 

Un' ore bagnàt e un' ore sùt. 
Cuand che il cùch al va in montagne 

Noi tome jù se no si bagno. 
Ploe a San Zuàn, 

Ploe pluidisdaurmàn e mài pai nolesàn (noglàr, noccìuolo)(ì} 
A Sant* Ermacul ■■/? un temporàl. 
V è mài cuand eh' a si scuèn brama la tempieste. 

(perchè è troppo asciutto). 

Dio nus uardi simpri dal sùt, 

Ma fra lis Madonis Tè piès di dùt. 

(cioè fra le Madonne di luglio, 16, e d'agosto, 15). 

Sante Marie Madalene "/? a vai vulintfr. 
La dote di Sant' Ane u li 



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! 



— 78 — 

(ossia la pioggia). 

Se d' avòst dopo mont sorèli si alze une fumate sui torìnz, 

indizi di. bon timp(??) 
La montane di San Michel *•/? no reste in cil. 

Traggo dal diario Del Negro: 

— «18 ottobre 1770. Continua sempre a piovere 
onde si è verificato il proverbio che dice : Quante 
brose vengono avanti il SS. Rosario altrettante bren- 
tane vengono dopo. 

Sono state due brose e due montane sono se- 
guite ». — 

I Muarz Vii o ch'a justin o eira disjustin. 
Nadàl M /« al zùch e Pasche donge il fùch. 
Nadàl in chase e Pasche in piazze, o viceversa. 
L* umiditàt disfe la glazze. 

Cu la umiltàt si romp la glazze. 

(in senso proprio, umiltàt è sincope A y umiditàt: in 
senso figurato significa che V umiltà disarma gli 
odii, le inimistà). 

Parsore il nùl l'è simpri serèn. 

Né dal bon timp né da buine int no si stufisi mai. 

S# il timp Tè serèn — anche cu la borse flape a ti sta ben (?). 

Dopo la ploe ven il bon timp, o viceversa. 

No è mai stade ploe, che bon timp noi sei tornàt. 

Nissune chóse che il timp a pajàsi. 

E cosi dopo un lungo periodo d'asciutto, se ne 
segue un altro piovoso, o viceversa, suolsi dire : 

II timp si rifas. — 

Se si ùl sa ve la zornade, si chèli la matine. 

Lis cuatri timporis càmbi in il timp. 

Cuand ch'a furain lis risultivis — siròch soteràri. 

Nul lizèr la sere — bon timp si spere. 

Chèl che la jòibe Timpromèt, lu vinars lu at'ind. 



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— 79 — 

Cuànd che il soreli la jòibe al va tal nùl 

Domènie al plùv di sigùr. 
Cuànd che la jòibe il soreli al va tal sàch 

No ven domènie che no '1 péti un uàch. 
Né sàbide cence splendor 

Né fémine cence amor. 
Cuànd che lis mons han il chapièl, 

Met jù la falz chol su il rischèi. 

Ila mont Mariane \ 
la mont Minor f x , .. . ... 
... ,. r . > mèt il chapièl, 
il clap di Lavn i 
la mont di Mai / 
Mèt jù il falce t, chòl su il rischèi. 
Se FAmbrusét a l'ha il chapièl, ven ploe sigure. 
Cuànd che il nùl al va a soreli jevàt, 

Mole il bò e va pai pràt. 
Cuànd che il nùl al va a soreli a mont. 
£hape il bò e va a discònz 

(corri presto). 

Co* è scure la buse di Pinzàn, a ven la ploe, o viceversa. 

Il cil T è dut a lane, — la ploe no è lontane. 

Nùl a larve, pò dura une setemane. 

Nùl a sghialìns, — ploe a slavi ns. 

Nùl a balòns, — ploe a bleòns. 

Co' il nùl al va a lane, — ploe dentri la setemane. 

Nni che van a pan, — faràn ploe tal domàn. 

Nùl a piorelis, — ploe a sèlis. 

Cuànd che la rane chante, ploe sigure. 

Cuànd che lis vachis vegnin o van in mont 

Un montanòn V è pront. 
Gradesane la matine, — burasche vizine. 
Co' va su la gradesane, — ven la ploe te setemane. 
Fumate la sere, — bon timp si spere ; 

Fumate la domàn, — la sere V è pantàn. 
Ròs la sere, — bon timp si spere. 
Ròs la matine, — la ploe jè vizine. 
Ploe di misdì — ploe dut il dì. 
Co* gtarnùdin i mùs al ven bon timp. 



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— 80 — 

Cuànd eli' a s'ingrumin lis féminis si cambie il timp. 
fhale d' unviàr la font — d' istàt chale la mont. 
Bon timp fat di gnòt, — se al dure un' ore al dure tròp. 
Il timp fat di gnór al dure come l'amor dai viei. 
Serèn di gnòt, consei di féminis. 
Scoròz di féminis, serèn di gnòt, 
Se al dure un' ore al dure tròp. 

(Scoròz di féminis, corruccio, duolo, dispetto). 

Il timp ch'a si fàs di gnòt, noi dure tròp; 

E chel ch'a si fas di misdì, al dure dut il dì. 
Cuànd che la lune ha il cercli, ploe sigure. 
Lune in pìs — marinar sentàt; o viceversa 
Lune pelose — zornade plojóse. 
Cuànd che il timp V ha bruntiilàt, si sfoghe. 

La ploe (pioggia), si distingue in risi nude, o ra- 
simile, plovisine, ploe, plojade, burlàz, tempora! 9 sla- 
vi», slavì/t a sèlis, brattane, montane, mtmtanòn, 
strai eche di timp, e colà une inule (nubifragio). Se 
i bambini domandano come avviene il fenomeno 
della pioggia, usano rispondere : — sono gli angeli 
che pisciano — ; il volgo però ha intuita la grande 
legge d'evaporazione del Maury, e l'espone con quel 
semplice proverbio : 

Dopo cent àng e cent dìs, — V àghe tome ai siei paìs. 

Certi giorni vanno segnalati per i temporali; 
tali sono: 

Il 13 giugno giorno di Sant'Antonio di Padova 



» 24 


» 


> 


di San Giovanni 


» 29 


» 


» 


di san Pietro 


» 12 


luglio 


» 


di Sant' Ermacora 


» 22 


» 


» 


di Santa Maria Maddalena 


» 26 


» 


» 


di Sant' Anna 


» 9 


settembre 


» 


di San Gorgone 



La Madonna di settembre ed Ognissanti. 



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— 81 — 

Le streghe che cavalcano sulle nubi possono far 
venire la pioggia quando e dove vogliono. Mettono 
un po' d'acqua in una scodella, od in un fossatello, 
mestano colla mano o colla scopa dicendo certe pa- 
role magiche, e 1' acqua tosto evapora e va a cadere 
conìe pioggia o come grandine dove la strega la 
manda. 

Una povera vecchia contadina che abitava in un 
villaggio vicino al mio paese, avea l'abitudine di 
tenere sempre assai pulita la sua casa. Un giorno 
un bambino, cui dal medico era stato somministrato 
un drastico, avea imbrattata la cucina; la buona 
vecchia getto sopra una manata di terra e scopò, 
indi se n'andò a lavare la scopa in un fosso vicino 
a casa sua. Nel pomeriggio una grandine devasta- 
tore rovinò le campagne, ed alcune contadine che 
avean veduta la vecchierella mestar l'acqua nel fosso 
colla scopa, l'accusarono di essere la causa di tanta 
desolazione. E si che la famiglia della buona vecchia 
pur anco era ridotta in pessime condizioni, perchè 
il flagello avea colpito più che tutto i fondi da quella 
tenuti in affìtto. Ad evitare un malanno ci volle l'in- 
tervento del medico D. r G. il quale persuase il ca- 
pellano a predicare dal pulpito contro la supersti- 
ziosa credenza. 

Da una descrizione delle costumanze e tradizioni 
della Valcalda in Carnia (*), scritta dall'abate Leo- 
nardo Morassi nella prima metà di questo secolo, 
cavo il brano seguente: 

— « Distu ch'an seti strias tu? — Altri ch'an 
d'è. Son chès ch'às fàs la tempiesto. As vari in vai 

(1) rfr. Jtppi : T'iti inediti Friulani. Iti Ascoli: Avchiv. QlottoL IL 
Volume IV , p. 318. 



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— 82 — 

Seghia, ta chès fontanas frèdas, dulàch'a no si sint 
la f hampano granda, e là as stari in che ago, as fàs 
chès balos di glazzo e as van tas nùvolas a butàlas 
jh cui dràz. » 

Le streghe hanno altre relazioni colla pioggia e- 

Guanti ch'ai plùv e V è sor èli, si peténin lis striis. 

Le streghe possono far cadere anche pioggie di 
ranocchi, di rospi e di serpi, i quali ultimi restano 
attaccati alle foglie delle piante; si confondono con 
serpi certe piccole macchie giallastre che si notano 
talvolta, sulle foglie di vite specialmente. Tutti questi 
fenomeni sono ritenuti di cattivo augurio, ma pro- 
nostico ben peggiore sono le pioggie di sangue, che 
si ritengono indubbio segnale dell'ira celeste, la 
quale bisogna placare con preghiere, buone opere,, 
pellegrinaggi e giubilei, per iscongiurare le gravis- 
sime calamità che minacciano. 

In una cronachetta inedita di Pietro da Parma, 
curato di San Martino al Tagliamento nel secolo 
XIV (*) è detto: 

— «Anno Drìi 11354 indizione VDI li 13 aprile: 

Piovve sangue a Postonzicco e Arzinutto : ed il 
prete con alcuni buoni uomini ne raccolsero in grande 
quantità, e fu presentato al Patriarca ed al Vescovo 
di Concordia, ed essi accordarono alle chiese di San 
Martino e dei S. S. Filippo e Giacomo 40 giorni di 
indulgenza per ciascuna chiesa e per chiunque le 
visitasse ». — 

Lo squarciarsi momentaneo delle nubi che danno 
un sereno di brevi minuti si dice Salustri, voce che 



(1) A. C. U. Raccolta Bianchi. 



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— 83 — 

probabilmente ha 1' identica origine del Selustre con 
cui gli abruzzesi dinotano il lampo (*). 

Segni forieri di pioggia sono: 

Il gatto che in estate ed autunno si lava la faccia, 
e colla zampa passa V orecchio; le rondini che volano 
rasente terra o sopra le acque, abbassandosi fino a 
toccare la superfìcie; i passeri che pigolano più del- 
l'usato; le rane che gracidano: altri invece dicono 
che se gracidano la mattina; pioverà, se la sera, 
verrà bel tempo ; i gradini o pavimenti a terreno 
umidi; il sale che si liquefa; il negrofumo attac- 
cato al pajolo che si accende, e lascia vedere delle 
scintille che si staccano le une dalle altre e si muo- 
vono scorrendo sulla superficie, fenomeno che tra 
noi si conosce col detto: Vari a ciurmi lis muiniis ; 
i pipistrelli che stridono molto in bel tempo; le gal- 
line che pigolano, si spolverano e sbattono le ali; i 
corvi, le cornacchie e le gazze quando sul tramonto 
salgono diritti in alto verso il cielo, e poi tornano 
a terra per alzarsi di nuovo; le piume del Martin 
Pescatore appeso in cucina, quando si sollevano; le 
vacche che si lambiscono contro pelo colla lingua; 
le capre quando dormono vicine; le formiche che 
camminano frettolose, e si fermano quando s'incon- 
trano; le salamandre che salgono verso l'alto; le 
serpi che attraversano le strade; le chiocciole ed i 
lumaconi che strisciano uno di seguito all'altro, se- 
gnando un'unica allumacatura ecc. 

Anche nel diario Del Negro alli 27 aprile 4761 
è detto: 

— « Oggi ho uccisa una biscia nel luogo detto 



(0 Cfr. PlBimore, loc cit. pag. 16. 

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— 84 — 

Paradiso, ed una jeri l'altro, segno che vuol far 
pioggia ». — 

Quando poi il tempo si mantiene costantemente 
asciutto, o dura la pioggia per settimane e settimane 
si ricorre a preghiere, tridui, esposizioni di reliquie 
e corpi di Santi, e processioni. A Gemona per invo- 
care la pioggia si porta in processione il corpo di 
Santa Pellegrina. 

Le processioni per invocare la pioggia si facevano 
lino dai primordi del Medio Evo. Il Massaro del Co- 
mune di Gemona nota: 

— 1300 « A lar in procession per la ploya.... » — 

A Udine ( 1 ) si fecero solenni processioni per in- 
vocare da Dio l'acqua benefica nel 1057, 1000, 1081, 
4701, 170Ì, 1717, 1718, 1723, 1724 e 1735 ed anche 
Lucrezio Palladio nel suo diario inedito (*) descrive 
l'apparato della processione fatta nel 31 agosto 
1704, a cui intervennero il Patriarca col capitolo, il 
Luogotenente, i Deputati, le scuole tutte ecc. Si por- 
tava la statua della B. V. delle Grazie e si percorse 
lo stradone di sopra, borgo S. Cristoforo, Mercato 
vecchio, e continuando per davanti il Palazzo, San 
Bartolomio e il Giardino. Nota il Palladio che appena 
prima di giunger in chiesa principiò la pioggia e 
continuò in abbondanza. 

Erano tempi di molta fede e quindi sempre si 
ricorreva a Dio. Per invocare il bel tempo ad Udine 
nel 28 giugno 1588 fu pubblicato proclama di fare 
tre processioni per ottenere la serenità dell'aria. 

Nel 1008 al 19 maggio si stabili di fare tre pro- 



to Vedi a. C. U. Annali agli anni rispettivi. 
[2) Conservato alla Bìbl. C. U. 



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— 85 — 

cessioni, (si avea una predilezione pel numero 3) 
per avere il sereno, ma siccome Dio fece troppa 
grazia, nel agosto anno stesso si dovettero fare 
altre tre processioni per la pioggia. Il numero 3 si 
conserva ancora nei tridui. 

Le solite processioni pel sereno si fecero nel 1612, 
1018, 1030, 1002, 1077, 1078, 1092, 1093, 1098 e 1729 (*). 

Anche quelli di Flambro nell'anno 1732 vennero 
ad Udine processionalmente per invocare la pioggia, 
e nel ritorno furono esauditi, elio l'acqua li colse 
per istrada (*). 

Dalla fede esagerata alla superstizione è breve il 
passo. Difatti nel 10 giugno 1024 Veneria moglie 
di Gio. Battista Dusio, Caterina q.m Pietro Durli 
ed altre donne della villa di Palazzolo, per impetrare 
da Dio la pioggia, nella notte delle Pentecoste an- 
davano girando insieme per la villa cantando certa 
cantilena supestiziosa allora in voga ; ammonite dal 
pievano e capellano, non vollero desistere, anzi ri- 
sposero beffandoli, e della loro superstizione dovettero 
rispondere al Sant'Officio. 

Don Giacomo da Perarolo pievano di Àuronzo 
fu accusato di produrre la pioggia, immettendo un 
Crocefisso capofitto nel fiume Ansiei ; appena denun- 
ciato, Don Giacomo morì. 

Predicono burrasca : 

Le anitre che si bagnano molto e si puliscono le 
penne col becco ; le gru che volano per V aria in 
fretta senza ordine e gracchiando ; gli uccelli d'acqua 
che escono dal mare e s' internano molto in terra- 



(1) V. a. C. U. Annali. 

(2) Dtn Perdiitidt BlMl«h. — Memorie di Flambro — per nozze Por- 
denone-Presati ì — Udine, Doretti, 1991. 



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— 86 — 

ferma ; le cornacchie quando camminano diritto verso 
il mare, o quando gracidano e sbattono le ali e 
quando stanno melanconiche in riva al mare e gra- 
cidano con voce rauca ; molti uccelli marini che si 
uniscono a stormi ; le allodole che cantano la mat- 
tina più dell'usato. 

La pioggia ha correlazione coi destini umani ; è 
cattivo augurio per una sposa se piove il giorno delle 
nozze ; si dice che dovrà piangere, mentre altri dicono 
che gli sposi saranno golosi, laddove per contrario 
regaleranno ai convitati tutti i loro confetti se il 
tempo si manterrà bello. 

Saline, Brasate, Tempiesle, (acquatinta, nevischio 
o grandine minuta, grandine). Questo flagello viene 
quasi sempre per comando delle streghe o del de- 
monio, qualche rara volta però può anche essere 
cagionato da qualche ricco invidioso, o mandato da 
Dio come castigo, od avvenire finalmente quando 
muore qualcuno, che, per le frodi e cattiverie com- 
messe, viene confinato sul monte Canino, o su altre 
montagne. 

Per iscongiurare la grandine i preti hanno esor- 
cismi speciali, e quei preti che hanno una peculiare 
abilità o facoltà di fare tali scongiuri, godono presso 
il popolo straordinaria riputazione. Più d'una volta 
io mi sono sentito ripetere dai contadini del mio 
paese : — Quando e' era V altro arciprete, la gran- 
dine non faceva mai male ; oppure : Nome pre Michel 
sa confina la iemjneste sull Ambruseit ( 3 ). Guai però 
se una grandine devastatrice colpisse le campagne 



(l) Ambruseit o £hampòn ò quel monte brullo e scosceso che sorge i 
Nord- Est di Gemona. 



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— 87 — 

nel tempo in cui un prete, in fama di esperto nel- 
F arte degli esorcismi, fosse assente dal paese, specie 
per divertimenti ; si vedrebbe non solo negato il 
quartese, ma esposto a pericoli maggiori, e partico- 
larmente nel Friuli mediano ed in alcuni villaggi 
di Schiavonia. 

Lo scongiuro della grandine è operazione assai 
faticosa, e certi preti, facendola, sudano una, due, e 
fin tre camicie. Se lo scongiuro riesce, il prete può 
confinare la grandine in quelle regioni che a lui 
pare, e di solito la manda sulle vette delle più alte 
montagne dove non e' è vegetazione. 

Qualora, nel tempo in cui il prete fa il suo esor- 
cismo, un profano potesse poggiare uno dei propri 
piedi sul piede del sacerdote, vedrebbe in alto, fra 
le nnbi, tali cose brutte da raccapricciare. Anche 
Zorutti lo dice nella sua Fetta romantica : 

Son le streghe a cavai dei nuvoloni 
Che molari giù tempeste, lampi e tuoni. 

Mi raccontava, molti anni or sono, un servo di 
Magredis, che il cappellano di Ravosa era intento a 
scongiurare per allontanare la grandine dal paese; 
il sagrestano lo pregò di lasciargli posare per un 
istante il proprio piede sul suo; il cappellano rifiutò, 
ma F altro insistette, finché riuscì a carpire F as- 
senso; senonehè, appena fatto Fatto, cadde tramortito 
per lo spavento, e fece poi una lunga malattia. Per 
quanto io abbia insistito per sapere ciò che quel 
nonzolo aveva veduto, non potei avere altra risposta 
che un misterioso : Brutis robis. 

Si hanno però altri mezzi per allontanare la 
grandine senza ricorrere al prete. fare delle croci 



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— 88 — 

con rametti d'olivo benedetto, e collocarle ai quattro 
venti dei campi, affìggendole alle viti, agli alberi, 
alle biade ; oppure pigliare tre chicchi di grandine 
e gettarli sul fuoco, e tanto meglio se il fuoco è di 
scheggia e carbone del ceppo di Natale, o su cui 
bruci incenso ed ulivo benedetto o fiori colti la vigilia 
di San Giovanni ; bisogna quindi invocare la SS. Tri- 
nità recitando tre volte il Pater noster, V Ave Maria, 
ed il vangelo — In principio erat Verbum, — e poi 
segnando nell' aria una croce ai quattro venti dire 
le parole — Yerbum caro factum est, e per Evan- 
gelica dieta fur/iat tempesta* ista (sic) — . Quando i 
chicchi saranno liquefatti, cesserà la grandine ; e qui 
credo che avranno proprio ragione, poiché durando il 
flagello sempre per breve tempo, non dovrebbe con- 
tinuare dopo la recita di tutte quelle preghiere. Gran 
rimedio eh' è la fede ! 

E questa nei tempi andati in particolare era vi- 
vissima. 

11 Massaro di Gemona nota: 

— « 1389. Jò dey a Marchuzo chi alla a Port di 
Naòn per una riciòn (orazione), che si diseva che 
fosse bona per la tempesta. 

1380. A Zuàn nevót di pre Just per far far lis scon- 
juraciòns in una carta quant si va in proeessiòn» — . 

Debbo alla gentilezza del cav. Vincenzo Joppi, bi- 
bliotecario comunale di Udine, il seguente scongiuro 
tratto da un manoscritto cartaceo del secolo xv (*): 

8B 

-j- In nomine patris -j- et filii -j- et Spiritus Sancti 
•j- amen. 



(1) Collezione fratelli Joppi. 



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— 80 — 

Domine Jeshu Cristi filii Dei vivi et filius Sanete 
diarie, Saneta Maria Virgo qui benedixisti aquas in 
Flumine Jordani quando Sanctus Joliannes in flumine 
te batezavit, benedic et santifica ornnes istas nubeé 
in aqua benedieta, ed ecce prò Deo fugite in partes 
adverse. (sic) Vincit leo de tribù Juda, radix David 
alleluja, alleluja. Mentem sancta ni spontaneatn onn- 
rem De > patri et iiberacionem gB- 

Quest'ultima frase si vede incisa di frequente 
sulle vecchie campane. 

Sulla line del secolo xvi, quando già il bigottismo 
che prevalse poco di poi cominciava a predominare; 
un patrizio Udinese, Giacomo Steiner, stampò un 
opuscoletto nel quale, fra le altre stranezze, fa al 
nob. sig. Marco Queruli Luogotenente della Patria 
del Friuli, ed al Parlamento di essa Patria la seguente 
proposta (*) pei* ottenere da Dio eltf tenga lontana 
la grandine. 



rv 



Contro le Tempeste. 

— «In primo ricorrerà laDivinaProvidentia intro- 
ducendo una solenne processione lo giorno della In- 
carnatione del nostro Redemptore, che sarà adi 25 
marzo, et essendo impedimento de qualche contrario 
tempo se differirà a un altro giorno, con fcil ordine 
che far se debbia per lo manco ogni tre anni per 
tutta la Patria, dove sono le Parrochie et se faccia 
a gloria et laude de la Santissima Trinità et Ver- 
gine Maria gloriosa protetrice di questa calamitosa 
Patria del Friuli. Con ordine che sieno deputati 4 
honorati cittadini et dabbene che abbiano il cargo 



(I) Patria dei Friuli restaurata — Venezia — 1595. 



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— 90 — 

di dar ordine del modo, ordinando uno mesto appa- 
rato et divotto, fatto nei piano del Castello della 
città, con un altare rilevato, poi un altro simile alla 
piazza de San Zuane per essere in essi luoghi le 
giesie et antique parrochie della città facendo che 
tutte le persone di anni 7 in suso, salvo legittimo 
impedimento, che se ritrovassero in le ville circon- 
vicine per 4 o 5 miglia alla città venir dovessero 
nel detto giorno la mattina per tempo processional- 
mente con loro sacerdoti et croci; alla città gionti 
poi se fermassero in capo Borgo de Aquilea alla 
ehiesia di San Piero et quela dei Carmeni aspettando 
di unirsi con quelli della città. Di poi ivi siano li 
deputati a questo della città, ordinando essa proces- 
sione, che se vaga a tre a tre con qualche buon 
ordine, inviandosi poi alla piazza et Castello facendo 
andar avanti li villaggi con bon ordine, et che li 
saeerdotti framezzo sieno posti in luogi che il canto 
loro da tutti sia inteso, et specialmente le litanie, lì 
a dreto sieno posti li putti et le putte con bon 
et divotto ordene, poi gli homeni con li donzelli 
acompagnati, che con somissa voce pian piano con 
devotione ripetino lo canto delli sacerdoti, et non 
con parlamenti vani, ma con l'animo sempre alla 
passione per noi patita per lo Signor Nostro Jesu 
Cristo Cruziffisso. Et con tal ordine dieno andar an- 
chor le donne, ripetendo lo canto del sacerdote ci ni 
humile, bassa et somissa voce dicendo Ora prò nolris. 
La (piai processione inviandosi verso lo Castello pas- 
sando per lo Domo con ogni riverentia, ina giolito 
al Castello passando per V aparato con bon et divoto 
ordine ritornando indietro fermar si deno essi con- 
tadini sopra la Piaza de San Zuane et lì far cantar 



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— !>1 — 

una messa solenne delti antedetti loro sacerdotti, et 
che sia uno predicatore che con brevissimo sermone 
et divote esortazioni faccia al popolo che de qua 
indrio ognuno se guardi de tanto nominar el Dia- 
vollo, che ora con mal uso in ogni loro ari' me lo nomi- 
nano, ma con spasso et risa, cosa molto pernitiosa 
al Cristiano, et dispiacevole alla divina maestà del 
nostro Signor Iddio; et similmente li tanti juramenti 
fatti per ogni poca cosa; le quali cose tutte sono in 
perditione delle anime et corpi del Cristiano. 

ltein che finita la messa poi se cantano in fine 
con devotione te letanie finite; poi sieno licentiati 
tuti per essi sacerdotti, ammonendoli tutti essi con- 
tadini che subito drio disnar ritornino in esso luogo, 
dove canta rasi uno solenne vespero per li loro sa- 
cerdoti, lo qual sarà finito a tempo che essa conta- 
dinanza possi andar di giorno a casa loro. 

Lo medemo ordine farano anche queli dela città, 
in le quali solenità per essi sacerdotti cantori et 
musici mancar non debiano del loro debito, ma 
sopra il tutto con devotione; et questo ufìcio ri- 
cercano uno buono predicatore perche sarà di molto 
utile. 

Questo giorno sia «li mestitia e d'humiltà pieno, 
con vestimenti semplici, non ornati ne pomposi, ma 
più presto humili et d'honestà pieni, però sempre 
secondo la qualità dele persone. Essendo dunque in- 
trodutto in questo santo giorno le antedete solenità 
et devotione per levar via li infortunij deli spaven- 
tosi et tempestosi strani tempi, se pregarà tutti uni- 
tamente la divina maestà del Signor Iddio ne guardi 
et liberi di loro. » 



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— 02 — 

Appena i piii rozzi contadini arrischierebbero fare 
oggidì simili proposte, e le esporrebbero solo in 
una cerehia di amici rozzi del pari, e provati. 

Più spregiudicata, ed anzi in un ordine d' idee 
direi quasi opposte è la lettera del Vicarici Generale 
del Patriarca, JJutio de Palìnulis diretta al Vicario 
della Pieve di Tarcento in data 2 aprile 1490, che 
fa veramente onore alla dottrina ed al buon senso 
di quel prelato. Avendo egli inteso che i parrochiani 
di quella pieve prestavano cieca fede alle supersti- 
zioni ed incantazioni di un prete scellerato il (piale 
pretendeva saper allontanare la grandine e le tem- 
peste, ordina che si pubblichi nelle prossime feste 
durante la messa solenne, che non si debba prestare 
alcuna fede alle parole, superstizioni ed incantazioni 
di quel prete, essendo false, erronee, puerili, e con- 
trarie alla religione Cristiana ed alle verità evan- 
geliche. Et creduìitatem (soggiunge) quam forte 
haeteuus adhibuerunt deponevo vero teneantur 9 ne 
in ìuvresi damnabiliter ruant. Et si eupiunt (frau- 
dine*, tempestale* et alia infortunia fiumare ef evitavo, 
divina preoejda servent et a mortalibus vulpi* absti- 
ueant, ereatoremquo su uni devofione preeentnr ut 
eis prospera tribuat, et advevsa depellai , ipso onim 
salus est, et non improbus et superstitiosus pre- 
SBiter, /// cujus manu cunefa sìint posita, et quod 
salvavo et perdere potest ; minacciando pene cano- 
niche in caso di inobbedienza (*). 

Ben più supertiziose si mostrano le leggi civili. 

Gli antichi statuti di Pordenone (*) e di Concor- 



(I) Arohiv. Areiv. Ud. Voi. 13 p*g. 294 versus. 

(2j Statuti et Privilegia mag>iifl'ce co nwiitatis Porta* naonis. — 
Veneti!» — Zatta, lìf>5. 



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— 03 — 

dia (*) al capitolo de sortilegiis et maleficns hanno 
la seguente identica disposizione: 

— « Item si quis in circulo, vel alio loco, aliquas 
demonum conjurationes seu incantationes dixerit, vel 
fecerit, ut forte tempestates vel alia mala proveniant 
^cc. puniatur in lib. 25 pai v. vel fustigetur et bui— 
letuv, et si forte ex hoc mors fuerit secuta, igne con- 
cvemetuv » — . 

Altro mezzo utilissimo per cacciare la grandine 
si è quello di pestarne un chicco sotto il piede destro, 
o di farne mettere un chicco in seno ad una fan- 
ciulla vergine, o ad un fanciullo innocente, o ad un 
primogenito, o sul fuoco, e man mano che il chicco 
si liquefava diminuirà pure il grandinare, (si sf un- 
tarti il iimp); così si usa del pari, come scongiuro, 
gettare con forza quattro sassi verso il cielo nella 
direzione dei quattro venti, oppure esporre sulle 
finestre che prospettano la direzione da cui viene 
il temporale ossa da morto, o cranii che si avessero 
in casa, o far segnare col carbone da un primoge- 
nito quattro croci sui muri della casa, o piantare in 
terra una lama tagliente colla [muta in alto; se un 
chicco cadrà sulla lama e si spezzerà, cesserà subito 
il grandinare. Questa credenza si collega di certo 
coir us j che avevano i romani di attribuire alle 
punte dell'erpice la proprietà di tener lontane le 
malie, per il che esponevano gli erpici fuori delle 
porte di città. Nella Slavia Italiana si mettono fuori 
dei casolari le falci colle lame rivolte al cielo. La 
grandine cesserà anche se si farà inghiottire un 
granello intero ad un bambino; ed è pure giovevole 

(i) Statuti civili e criminali della Diocesi di Concordia, 1450. — 
Venezia, a spese della R. Deputazione Veneta di storia Patri». 



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— 94 — 

scongiuro il rivoltare le seggiole e panche di casa 
colle gambe all' aria perchè cadendovi sopra le stre- 
ghe abbiano da restar uccise. 

In alcuni paesi si suonano a stormo le campane 
all' avvicinarsi del temporale, e guai al campanaro 
se tarda. 

Si dice che il suono delle campane distrugge le 
nubi temporalesche, e ciò perchè le campane, essendo 
benedette, cacciano le streghe ed il diavolo, che fab- 
bricano la grandine. 

Altri, volendo darsi l' importanza di scienziati, 
dicono che le onde sonore rendono più rarefatta 
T aria, e per conseguenza la grandine non si può 
più produrre. In prova di tale virtù delle campane 
si narra che un giorno il pievano d' un villaggio 
delle Basse, passeggiando per la campagna, incontrò 
un signore e gli mostrò con soddisfazione le messi 
ormai prossime alla maturazione. Il signore, con un 
diabolico sogghigno, rispose al Pievano ch'egli avea 
tanti cavalli da poterle pestare e rovinar tutte, ed 
il buon prete che comprese subito d'aver a che fare 
col Demonio, soggiunse, eh' esso avea però tante 
briglie da frenare tutti i di lui cavalli. 

11 signore s' allontanò sorridendo, ed il parroco, 
giunto a casa ordinò al santese che al primo appa- 
rire della piti piccola nube si mettesse a suonare 
disperatamente per il tempo. L' indomani didatti una 
nuvoletta comparve sull'orizzonte; il campanaro corse 
subito a dar di mano alle corde delle campane e 
suonare disperatamente, ed il pievano si mise a 
benedire il tempo e fare i suoi scongiuri. 

La nube crebbe e s' avanzò minacciosa sopra il 
paese fra un continuo guizzare di lampi e rumoreg- 



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— 95 — 

giare spaventoso di tuoni e di saette. Intanto, il san- 
tese continuava a suonare a stormo e il parroco in 
pontificale, sulla porta della chiesa a scongiurare, 
e tutti pregavano. 

Cominciò a cadere qualche grosso chicco di gran- 
dine qua e là, ed infine la si sentì scrosciare or- 
ribilmente, senza comprendere però dove cadesse. 
Cessato il temporale, si trovò la grandine, alta parec- 
chi metri, caduta tutta nel cortile del parroco, che 
li avea potuto confinarla mercè i suoi scongiuri ed 
il suonar delle campane. 

Per rendere possibile V accesso alla canonica, 
bisognò condur via la grandine coi carri! 

L' uso di suonare le campane è antichissimo. 

A Gemona fino dall' anno 1378 il Massaro nota 
nelle sue spese : 

« In ajutorii di far sonar le campane per mali 
tempi S....» 

e nel 1580 e 1581 « Sonar le campane le tre notti 
di Natale, Corpus Domini e San Zuanne, per la 
divozione contro la tempesta. » 

In altre terre dell'alto Friuli, ad imitazione della 
vicina Carintia, si lanciano razzi e si sparano fucilate 
contro le nubi, e Y effetto sarà sicuro se questi spari 
si faranno con polvere benedetta per uccidere le 
streghe che si aggirano in mezzo alle nubi. 

Nella Slavia Italiana, il fucile si carica con pol- 
vere benedetta e chiodi levati nei cimiteri dalle casse 
dei morti. 

Nel diario del Negro, alli 22 Giugno 1782 è notato : 

— a Oggi alle ore ventidue principiò a tuonare, 
onde per riparare al mal tempo si sbarò un mor- 



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— 90 — 

taletto davanti la porta di Domenico Treu. Ciò fatto,, 
subito il colmo della casa prese fuoco, e vogliono 
dire in parte che avesse tratto folgore in queir istesso 
momento. Comunque si sia, stando io nella mia ca- 
mera a benedire il tempo, subito mi accorsi, ma per 
la veemenza del fuoco s'aumentò a tal segno che in 
due ore s'abbruciarono tutte le case del ca vezzo 
di là ». — 

Si brucia pure olivo benedetto, cera del triangolo 
o del cero pasquale, ed incenso, ed alla bassa si 
sollevano l'itti contro le nubi temporalesche i timoni 
dei eaiTi. (Anche gli antichi attribuivano speciali 
virtù al giogo dei buoi). 

In certe terre» del Friuli Orientale si appendono 
alle pareti di casa, come preservativi contro la gran- 
dine, le ghirlande di fiori raccolti dopo che furono 
bagnati dalla rugiada di S. Giovanni. 

Vi sono delle streghe che talvolta vogliono far 
del bene„ ed alf uopo si stropicciano con felci (Felrf) 
le mani, e le protendono verso il cielo e pronun- 
ciando certe parole mistiche, obbligano la gl'andine 
ad andarsene; in questa lotta tra la strega malefica 
e la benefica vince quella che gode maggiormente 
i favori del diavolo. 

Nel basso Frinii poggiano sul davanzale della 
finestra una medaglia benedetta ; se un chicco di 
grandine resta sulla medaglia e liquefacendosi si 
muove, il mal tempo è opera di cattivi genii, e gio- 
veranno gli esorcismi ; se il chicco sta fermo, allora 
e un castigo che viene da Dio, e bisogna rassegnarsi ; 
cadranno in tal caso tanti chicchi quanti furono i 
peccati commessi. 

Sono segni forieri di grandine : certe nubi cene- 



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— 97 — 

rognole che, sotto le altre, a cumuli od a strisele si 
vedono girare rapidamente e vorticosamente, sbat- 
tute dai venti ; le vacche che annasano la terra e 
poi alzano il muso ; le capre che si stringono a 
dormire più vicine del solito. Cosi se il fumo dei 
fuochi dell'Epifania resta basso e va verso tramon- 
tana, indica che nell'anno cadrà frequente la grandine. 

Se si taglia un granello di gragnuola vi si tro- 
verà dentro un capello di strega. 

— « In parecchi luoghi della nostra Slavia si crede 
che il mal tempo sia prodotto da un dragone, il 
quale, scatenandosi contro la terra, vomita fuoco e 
fiamme» e colla coda atterra palazzi e torri, e solo può 
essere domato dai cerne sole dijaki (allievi della 
scuola nera), i soli che coi preti hanno il potere di 
produrre la grandine e d' impedirla » — (*). 

Sullo spirare del secolo xvi, Livio dei signori di 
Maniago fu denunciato al Sant'Officio per aver allon- 
tanate con superstizioni delle nubi minaccianti tem- 
pesta. La cosa fu messa in tacere, dice il regesto, 
perche la nube era stata fugata ; ma il vero motivo, 
si capisce, era quello di non voler impicci con 
pezzi g rossi. 

Un anno di poi si processava il prete Sebastiano 
da San Daniele perche si era espresso : Che gli 
basfara V animo, in alterazione di tempi, di far ve- 
dere, fra le nebbie, V anima del sig. Pompeo di Capo- 
riacro, volendo con ciò inferire che delle alterazioni 
del tempo era colpa la • detta anima ; il prete però 
moriva appena iniziata la procedura. 

Peggio ne venne a Sacripante Bernaja, il quale, 

(1) Prof. P. Xistii : La vita degli Sloveni, pag. 14. 



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— 98 — 

fra gli altri malefici, esercitava pur quello di allon- 
tanare le procelle con segni di croce. Carcerato dal 
Vicario Generale di Concordia, fu esaminato, ma 
sembrando non dicesse la verità venne rimandato 
in prigione e.... al imi hoìi appo rei ! ! 

Nel 1622, certo Giacomo, di nazione francese, 
abitante in Cividale, venne accusato d'aver prodotto 
una notte una gran bufera ; i testimoni deposero 
soltanto ch'egli teneva un libro di negromanzia ; nel 
timor <li qualche malanno sembra però cir egli pren- 
desse a tempo il volo per altri lidi. 

Bertolina de Clericis di Villa Orba, mentre minac- 
ciava temporale, nel mezzo del cortile di casa sua 
faceva un circolo, entro al quale piantava coltelli, 
mannaie», falci, ed altri ferri colle punte rivolte verso 
il cielo. Richiamata dal Pievano, essa audacemente 
gli rispose : — che valea più il proprio modo di 
benedire che non il suo, ancorché sacerdote. 

Bernarda Brun da Giassicco e Giovanna moglie 
a Marco Lambajo della stessa villa, e Lena q. ra Pietro 
Zanutti di Rutars comparvero in differenti processi 
dinanzi all' inquisitore perche ad allontanare la gran- 
dine usavan mostrare alle nubi le parti vergognose 
dicendo: Tiò nùl ; fax che rirhìt cu pò fa chest cui. 

Lenizza Schiava, abitante sul monte di Rosazzo, 
veniva processata, invece, perche si vantava di essere 
capace di produrre la grandine. 

Il Kob. G. F. del Torri» ha stampato nel Conta- 
dine! del 1888 una leggenda friulana relativa alla 
idea volgare che lis strila ci temèsin jù la tempieste. 
Io mi limiterò a riportarne qui un brano soltanto. 

L'autore con scopo nobilissimo descrive un'inva- 
sione di streghe d' oltre monti, che vengono poi cac- 



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— 99 — 

ciate dalle streghe friulane, quelle appoggiate dalle 
streghe del Carso, queste sostenute dalle earniehe e 
poi dalle istriane per ispirito di solidarietà nazionale. 
Ma le streghe oltramontane, dopo promesso di non 
metter più piede in Friuli, tornano per aria. 

« E da chel pont ècolis là, sùbit che la biele sta- 
giòn lis disglazze, tant di podè distacàsi dai lòr rnònz 
e fasi rodolà a plui cavalòns dal Tramontàn o ben 
da Buère, a compari sot forme di morèi, di coij, di 
pans, di caulifiori o di balis di bombàs in pél, sòie 
lis cimis dei nestris mònz. E chestis nulàzzis, di man 
in man che il nestri sorèli lis sghalde, lòr si digre- 
dèin, si viarzin, stlurìssin in tantis cragulis, lis cuàls 
assiunin mil formis, mìl iìguris cun svariàz ategia- 
rnènz.... cà une musate grintose cun tantis di cèatis 
spinòsis e cui yhavei sberlufiz, che ti ghale di scur 

— là, une melense cui tupè slicàt e cun voi indur- 
midiz — parmìs, une cui nàs rimpinit, che sbelee, 

— daur, un ^hav di guerir romàn cui' elmo — par- 
soie, une lune piene in scufe, che gagnis — par sot, 
une slite tirade da une besteàte piene di iìguris bu- 
fonis, che sgavarìssin — là, un mustàz di phan biddoch 

— plui. in là, un livrèr incorse — un remadór sore 
di un batèl lizèr — e ghavai spauriz e leòns in pis 
e acovassàz, e mostros rizzòs, e pirucòns, e ucelàz, 
e serpinz, e fontànis, e vulcàns: une fantasmagorie 
che si sciòlz, si rifàs, si mude simpri cun gravis 
apariziòns.... fin che al rive infuriàt il da lòr sospiràt 
tramontàn in compagnie di un burlàz a solevàlis su. 
E alore ècolis ches falsatis a butta jù la baùte, a 
unissi, e a stìndisi in une vie lungie e scure, e a 
scomenzà, briaghis dal contènt di podè fa mài, a la 
mùsiche del temporàl, un bai confusionàt, slungiànd, 



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— 100 — 

menànd, ritirane!, incrosànd jù sghirèz fùr dai sbrèn- 
dui des lór cotolatis, e bièl fasìnd lis cavrìòlis, a fa 
svolazza lis lór strezzatis grisis sère di chei nui nèris 
in bulimènt, da dàur cussi un aspièt anphemò pini 
sinistro di pròssime ruine. 

E lis striis furlànis viodìnd l'andamènt minazzòs, 
des lòr eternis aversàris, a ricori sùbit ai lór na- 
turai aleàz, a Siròch, a Garbi n e anglie a Maestrài 
(Provenzàl), e a Ponente, ma a chesg doi ultiins 
mancul che puèdin, che pai sòlit no concorin senze 
un eompèns, e anghe a lis voltis cui rimiedi piès del 
mal. Se l'ajùt al rive a timp, alore lis oblèin a rin- 
cula, a distiràssi sui lòr mònz e a boli tal lòr brùd, 
— ma se l'ajùt no l'è prònt a la man, alore pùars 
i pais di cà, sore dei cuài va a incrosà lis sòs gero- 
metis cheste marmàe infernali Bièl avanzansi e sghir- 
lànd alla mùsiche stonàde del sisór del plojàm, del 
sbusinamènt dei vinz disfhadenàz, del rusinamènt 
dei nui, del sclopetà des saètis, ti scomenze a spar- 
nizà cui pugns i confèz di glazze, che ghate anphemò 
tacàz fra lis plètis des cotolatis, e pò fùr dai grumài 
a sparnizzà a zumièlis confeture di glaz plui gruesse, 
e finalmentri, dislazzànd ju grumài, a spacà jù duph 
i glazìns e glazòns di riserve, e a mola anyhe cualchi 
bisàte di fùch jù pe' cuarde des champànis, fasìnd 
tramurti e an^he disfredà afàt chei che lis sùnin nei 
fhampaini sprovidùz di parafùlmin. E chest fracàs 
orènd e ruinòs jù dret lin al mar, da dulà che al 
ven voltàt a fùr e respìnt per lo più da Garbìn, 
rivàt in ritàrd, su pes montàgnis de' Dalmazie, de' 
Croàzie fin a ghase so ». 

Senza andar a cercare il senso remoto, nascosto 
sotto il velame delli versi strani, la leggenda dell' e- 



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— 101 — 

gregio signor del Torre mi è tornata opportuna, 
perchè riporta con verità le credenze del popolo 
nostro, e perchè descrive con diligenza il formarsi 
del temporale ed il cader della grandine. 
Proverbi relativi alla grandine sono: 

Al bruntule e pò* al tempieste. 

Cuànd che al tone, o ploe o tempieste. 

No vai sunà pai tiinp, co* V ha za scomenzàt a tempesta. 

La terapiesie no puarte miserie. 

La tempieste no puarte mai charestie, ma pùar chel eh* ai 

toche. 
Se in Mai tempieste, — nuie nus reste. 

I più tremendi temporali si formano quando si 
confina sul Canino qualche dannato, e più quando 
v' è taluno che va a cercare tesori ; allora lampi, 
tuoni, fulmini, pioggie torrenziali, grandine, venti 
impetuosissimi, terremoti, tutti insomma i mezzi di 
cui il demonio può disporre, perchè non si levino 
le sue ricchezze (*). 

II lamp (lampo), è il cielo che si apre e lascia 
travedere lo splendore del paradiso, oppure sono gli 
angeli che volano guizzando rapidamente pel cielo 
colle penne d'oro per cacciare le streghe e demoni 
che cavalcano le nubi fabbricando la grandine, o 
finalmente è prodotto dallo squarciarsi delle nubi (sic). 

— « Nella Slavia friulana, quando guizzano i lampi 
e rumoreggia il tuono, è S. Elia che dà la caccia al 
diavolo, il quale non sapendo dove cercare uno scampo, 
finisce col rifugiarsi ai piedi di una croce: ma il 
santo non ha rispetto per essa e la colpisce facen- 
dola andare in mille pezzi: pericolosissimo quindi è 



(l) V. cap. II., Tesori nascosti. 



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— 102 — 

lo stare vicino alle croci durante i temporali » (*) — . 
Alcuni dalla direzione e dal modo con cui guizzano 
pel firmamento le scintille elettriche, dal colore del 
lampo se di notte, dal V intervallo che passa fra 
lampo e tuono, e dal diverso rumore di questo, trag- 
gono presagi sull'annata, sul tempo, ed anche sugli 
uomini. È questo un avanzo della ceraunoscopia degli 
antichi. 

I lampi senza tuoni che si scorgono sul lontano 
orizzonte, sarebbero una qualità speciale di lampi, 
— lampi di calore. 

II tori (tuono) fenomeno straordinario e meravi- 
glioso che rumoreggia nelle elevate regioni dell'at- 
mosfera, non poteva non impressionare le menti 
popolari. Il fragore è prodotto da Giove Tonante che 
passa in carrozza (avanzo del paganesimo), oppure, 
con una sostituzione cristiana, dal Signore, dagli 
angeli, e per altri dal diavolo, che corrono a diporto 
con focosi cavalli pei* il cielo. Ai bambini poi si dice 
che si abbacchiano le noci, o si sommuovono (.si 
'palatiti) le pannocchie sui granai del paradiso, e 
perfino che gli angeli iiell' apprestare e sparecchiare 
le mense lasciano cadere i piatti ; e siccome il pavi- 
mento è sonoro molto, perchè è d'oro, cosi si sente 
il rumore fino in terra. Povero Dio ! Quante volte 
dovrà angustiarsi a vedere tanti cocci che fanno que' 
camerieri sbadati! Ma chi vuol darsi l'aria di sac- 
cente, ridendo dell'ingenuità altrui, dimostra che il 
tuono deriva dall' incontro di due venti. 

Lanciando sassi o sparando fucilate contro il 
tuono, si muore giovani. 



\\) l'rof. F. Vistili: La vita ecc., pag. U. 



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— 103 — 

Il lampo precede il tuono ; solo nei fulmini è 
quasi contemporaneo. Il contadino, appena vede guiz- 
zare un lampo stringe il pugno della mano destra^ 
ed alzando un po' l' indice, con questo segna delle 
piccole crocette scendendo dalla fronte al petto, e 
biascica la giaculatoria, ritenuta rimedio infallibile 
contro i fulmini: 

Sante Bar bure benedete — uardàinus dal ton e da saete, 
Sante Barbure e San Simon — uardàinus dal lamp e dal ton. 

Dai tuoni si cavano i pronostici per l'esito dei 
raccolti. 

11 pi-in ton a sorèli jevàt — Chól il sach e va al marcliàt. 
11 prin ton a sorèli a mont — Qhól il sach e va pai mond. 
Ton a buin' ore mene la fan. 

I fulmini sono di due specie: mete e folcii. La 
saete è meno pericolosa; è attirata dai metalli, scende 
dai camini, buca i muri ; è grave imprudenza lo 
stare sulle porte, 1' affacciarsi alle finestre, anche se 
chiuse le invetriate, ed il fermarsi nei riscontri d'aria 
dinante i temporali; (piando le scariche sono molto 
frequenti, per evitare i pericoli, è prudente rannic- 
chiarsi nei cantucci, cacciarsi in letto sotto buone 
coltri di lana, che ivi la Madonna protegge, o na- 
scondersi in cantina (dove anzi c'è più pericolo 
porcile il fulmine scende al basso). 

Nel giornale la Patria del Friuli del 2 settembre 
1801 X. 200 v'è una corrispondenza del sig. G. To- 
neatti di Bagnarola nella quale, parlandosi di un 
fulmine caduto su una casa colonica, fulmine che 
produsse vari guasti senza lasciare traccio di se, dicesi 
che fu dal popolino definito per una saetta d' acqua. 

Le saette preferiscono disperdersi nei letamai, e 



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— 104 — 

dove si scaricano lasciano una còte, le scheggie della 
quale, se raccolte, sono sicuro rimedio contro le 
scariche elettriche, ossia le saette future, e contro 
le streghe. Probabilmente a questa credenza hanno 
dato origine le armi litiche dell'epoca 'della pietra. 
* Un pezzo di queste còti portato indosso è potentissimo 
talismano per preservarsi dai fulmini. Da tali còti si 
può cavare Foro. Così del pari preservano dalle scari- 
che dei fulmini le ghirlande dei fiori raccolti la notte 
di S. Giovanni, appese presso le porte dei casolari o 
bruciate assieme all'alloro, come è costume nella 
Sia via Italiana. Altri preservativi sono i rami d' al- 
loro, le viti selvatiche o brionie, il fico, il pino, 
T abete, il larice ed il semprevivo selvatico dei tetti ; 
queste piante attirano a se il fulmine, impedendo che 
apporti danno alle abitazioni. Quando infuria il tem- 
porale poi non bisogna mai parlare di fulmini, perchè 
altrimenti questi si scaricheranno vicino ; del pari 
è pericoloso il fuggire, correndo per le campagne, 
perchè il fulmine inseguirebbe — e questa sarà pru- 
denza, non pregiudizio, come lo è l'avvertenza di 
esporsi alla pioggia tenendosi al largo, anziché ripa- 
rarsi sotto le piante. 

Nella cronaca di Giuliano stampata in appendice 
al De Rubeis, trovo questo cenno curioso, che vor- 
rebbe far credere quasi a fenomeni vulcanici : 

— « mcclxxii. In vigilia Sancti Johannis de* Junio, 
pereussit fulgur in quodam monte apud Isumcium 
ita (piod mons ardens pluribus diebus emisit fumum 
quotidie ad quantitatem domus ardentis » — . 

L' incendio prodotto dal folch non si può spe- 
gnere, e per circoscriverlo bisogna colf olio santo 
segnare delle croci sui muri. 



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— 105 — 

Il folcii è la parola caratteristica del popolo friu- 
lano; folch ti trai, folch ti brusi, folch ti peteni, fohh 
ti ardi, folch ti sghafói, folch ti foli, folch ti sgarfi, 
ecc. non solo sono P imprecazione, la maledizione 
nostra, ma valgono pure ad esprimere P esclamazione 
di meraviglia, il saluto, la espressione d' affetto che 
si rivolge alle persone care, agli amici, ai fratelli, ai 
figli stessi; manifestano perfino i più delicati senti- 
menti, e P amante canta : 

Cholmi me, che il folch ti ardi, 
fholmi me, che il folch ti trai : 
Mai 'ne male perauline 
Jò lafè no ti dirai. 

Oppure 

Qholmi me, che il folch ti brusi, 
Chi soi bon di lavora ; 
soi bon di rompi citis 
K tornàlis a justà. 

Cuànd eh' a chale cun chèl vóli 
Cimiòt e picinin, 
A inamore, folch mi fòli ! 
Anche il predi pini eh iti n. 

E quando s'incontra un amico carissimo, il piacere 
di rivederlo ci fa erompere spontaneo dal petto: 
folch ti trai ! dopo in cà eh' i no ti viòd. 

Altre meteore acquee sono la neve, la brina e la 
rugiada. 

La nèv (neve) porta abbondanti raccolti : 

Sòt nèv pan, — sòl ploe fan 

e perciò i contadini desiderano la neve : Dio fasi 
ch f an vegni tante di là gobos sòt il sor èli. Indizi 
di neve sono una striscia densa di nubi nere sul— 



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— 106 — 

l'estremo orizzonte verso il sud; il gatto che volge 
la schiena al fuoco e che passa l'orecchio colla zampa 
nel pulirsi; i corvi che volano roteando come fossero 
travolti da vortici di vento, ed un insolito freddo ai 
piedi. 

Il Del Negro nel suo diario al 20 settembre 
17f>2 nota: 

— « Si suol dire che quando 1' estate sono assai 
YMpe viene assai neve l' inverno » — . 
ed in altra data : 

— « Non vale il proverbio se neviya la luna di 
maggio, ogni luna fa burrasca di neve, perchè ne 
giugno, ne luglio, nò agosto e neppur settembre ha 
nevicato » — . 

L' umidità della neve penetra attraverso il cuoio 
delh» scarpe più facilmente che l'acqua piovana; 
donde il freddo ai piedi. Proverbi relativi alla neve 
sono : 

Al doi di febràr — tante nèv eh' a 1' è dar. 
Sante Dorotèe */« — a nevèe. 
Tant dnr&ssie la triste vizine, 

Cuànt che dure la nèv marzuline (?) 
Tons di màrz, — nèv di mai. 
A] flocarà pòdi e par sutil, 

Ma 1' ha di fa i siei matèz avril (?) 
Sante Catarine M /n — la nèv a la coline, 

E a San Bastiàn ,0 /i — la név al mont e al pian. 
Sante Catarine, — o sis o sièt eh' o vigne. 
Spiatimi a San Tomàt "■/•« — eh' o vegnarai cui cjiàr chaniàt. 
Se a Sant' Andree *°/ii noi nevèe — spiètile par Nadàl M /n 

Se nò, no è maravèe — di la fùr nèz auàl (?) 
La nèv a Sant' Andree — a dure cent dìs o schiafoe il gran (?) 
La nèv decembri ne par tre mès a confine (?) 
La nèv prime di Nadàl a jè dute di regàl, o a fas solar, o a 

dure come V azàl. 



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— 107 — 

Vèrd di Nadàl, blanch di Pascile : o viceversa. 
La nèv dopo Nadàl — no fàs solar. 
La nèv i ucei no l'han mangiade. 
Cuànd che la nèv è sul mont Pinèt 

Par dut il mond l'è frèd (?) 
Po<;he fae, poche nèv o viceversa. 
Cuànd che la prime nèv ven al pian, 

Poghe nèv in chèl àn. 
Cuànd che lis urtiis e han la ròse fin da pid, 

Ven une vore di nèv anche al pian. 
In tre dis la nèv va vie : S. Zuàn M /«S. Pieri n U e fcà. .Iaculi **tr 
Tre voris son inutils ; pala nèv, bati coculis e oopa timiiL 

(perchè già, la neve si liquefa, le noci cadono ■ ' gli 
uomini muoiono). 

Par trente dìs mari, (la neve) 
Par cincuante dìs madrigne, 
Par sei tante dis maligne (?) 

La neve che precipita dalle alte montagne prn- 
iluce le valanghe: ìm'inis. Nei luoghi pericolosi |nt 
valanghe non bisogna mandai' grida forti (unì) perchA 
si chiamerebbe la valanga. Lia lavinis cuànd ch*(X Colin 
no vadin mai jù pas eros. Sarebbero lo CfO(ìi un 
para valanghe facilissimo, ma si capisce che ciò non 
può essere vero colTe valanghe.... di cavalierati olio 
cadono annualmente in Italia. 

Bri-se, Brose, 7As y Zilw/ne, Ztilugne sono ì nomi 
che si danno alla brina, la quale si ilice ohe catte 
dal cielo come la neve. Gli uccelli clic si accalap- 
piano dopo che hanno presa la brina, non si possenti) 
tener vivi per richiamo, anzi ne morrebbero la pt ima 
notte. Qualche rara volta però sorvivono, Beitiprpchè 

si abbia l'avvertenza di succhiar loro fori I a 

lungo le zampine. I cavoli non sono buoni a man- 
giarsi se non hanno preso la brina, ma in generale 



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— 108 — 

questa meteora rovina le piante. (La zilugne a' frid 
dùtj. Le ragazze cargnelle, con fina ironia, cantano 
eh' essa ha rovinato anche i giovanotti : 

I fantaz di cheste vile 

K han chapàt il frèd d* Unviàr ; 

Jè colade la zilugne 

Eurè vignùt il chalcinàr. 

Si crede pure che tante brinate cadranno prima 
di S. Michiele e di S. Giorgio e tante verranno dopo. 

Il Diario Del Negro così segna alla data 10 aprile 
d876: 

— « Dicono che quando Venerdì Santo è giaccio, 
come di fatto fu, non fa male la brosa in quel- 
T anno » — , 

e nel maggio d783 : 

— « Si spera ciò non ostante che non farà alcun 
male, perchè quando il Venerdì Santo viene la brosa 
non fa male in queir anno » — . 

La brina è quasi sempre sicuro pronostico di 
neve: lo dicono i proverbi: 

Une gran zilugnade, o ploe o nèv. 
Tr<* zilugnis e pò la nèv. 

Hosade, Agazzòn, Agàz, (Rugiada). Anch'essa cade 
dal cielo come tutte le meteore acquee ; 1' umidità 
sua guasta più che ogni altra acqua il cuoio delle 
scarpe. La rugiada è pure dannosa alle piante ; tante 
crittogame, la peronospora stessa, non sono altro 
che un gran Agazzòn. 

UAgàz fa cadere i capelli, perciò le nostre donne 
si cuoprono la testa appena tramonta il sole. La 
rugiada produce dolore di capo, e male a tutto il 



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— 109 — 

corpo; quindi ramante premuroso si rivolgo alla 
sua hella e canta: 

A ciurmi a la rosade 
Si ricèv V umiditàt ; 
Fati in cà eh' o ti cuvitjrzi 
Bambinute cui gnò fiat. 

Ma c'è anche una rugiada benefica, unii rugiada 
che nella storia delle superstizioni ha una celebrità 
incontestabile, ed è quella che cade nella u^tto di 
San Giovanni. In quella notte gl'innamorati escono 
colle amanti a prendere la rugiada benedetta, e pur- 
troppo la bonarietà dei genitori non s'accorge che 
le campagne talvolta sono irrorate d' un;i rugiada 
tutt' altro che celeste ! 

Per esempio vi sono ragazze, ed aneli** doniti» 
mature che escono in quella potte ad avvoltolarsi 
ignude sull'erba prima /del sorger del sole; altre 
che strisciano sulla rugiada le pudende, nei hi lusinga 
di aver così in breve un marito. 

In quella notte, tanto propizia ai fatti sopranna- 
turali, le giovani cercano il loro oroscopo. Alcune 
versano l'albume d'un uovo in un bicchiere d'acqua; 
all'indomani, spaziando coi voli più arditi net campo 
della fantasia, procurano indovinare quale sarà il 
mestiere, la professione, la condizione sonalo ilei 
loro damo futuro, dalle forme fantastiche in ■ -ni il 
bianco s'è rappreso; altre invece, anziché ali al- 
bume dell'uovo, ricorrono al piombo liquefatto che 
versano nell'acqua fredda. È bellissimo assistere inos- 
servati alla scenetta d'un crocchio di ragazzi* che con 
tutta serietà sono intente a spiegare il significato dì 
quelle forme stravaganti. Una dice che è una nave. 




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— 110 — 

lo sposo sarà dunque un marinaro; l'altra vede in- 
vece nello stesso oggetto una carrozza, quindi diven- 
terà una signorona; mentre una terza nell'identica 
figura ravvisa un badile od un martello, perciò spo- 
serà un agricoltore od un operajo. Come ho detto, 
tutte le condizioni sociali, tutti i mestieri, tutte le 
professioni possono veder riprodurre i loro emblemi, 
il clero solo ne e escluso. Sono bene sfortunati i 
preti! non bastavano i concilii, anche la rugiada di 
San Giovanni li condanna al celibato. 

Si usa pure, in quella notte, mettere sotto il cu- 
scino del letto tre fagiuoli, uno colla buccia, uno 
sbucciato a metà, l'altro senza l'involucro. La giovane 
alla mattina, appena svegliata, leva a casaccio un 
fagiuolo; se sarà quello colla scorza, sposerà un ricco; 
se quello pelato, un povero; se l'altro, uno di me- 
diocre fortuna. Altre mettono invece due fagiuoli, 
imo bianco ed uno nero: se al domattina leveranno 
il nero, si mariteranno nel corso dell'annata, levando 
il bianco, no. Nascondono anche sotto un piatto ar- 
rovesciato, un pettine, un anello ed una chiave, e V in- 
domani, cacciata alla ventura la mano sotto il piatto, 
se toccano la chiave, questa indica padnmauce, l'a- 
nello mairi-moiri, il pettine inyredeis (garbugli). Altre 
trapiantano nel cavo (zòndar) d'un albero, o nella 
fessura di qualche muro vecchio, un l'amo di ippe- 
rico (Jcrbe di San Zuàn), raccolto prima che s'alzi 
il sole del 2i giugno ; se questo attecchirà e pro- 
durrà una nuova pianta, sarà pronostico di buona 
fortuna; se si seccherà, predirà lacrime e dolori. Si 
raccoglie pure in quella mattina, anzi il levai* del 
sole, un mazzolino di fiori, e ripostolo in una sca- 
tola chiusa, questa non si tocca più fino al primo 



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— HI — 

gennaio seguente. Allora se lo si troverà abbastanza 
bello, indicherà fortuna; contrariamente, dispiaceri 
e disgrazie. Si scrivono tre nomi abbastanza comuni 
su tre foglie di vite o di fico, quindi si espongono 
alla rugiada, ed il nome rimasto pili leggibile, op- 
pure quello della foglia più verde, sarà il nome dello 
sposo; altre invece scrivono sulle foglie: Siór, piuir, 
nt> pùar nr siór, e la meno sbiadita indicherà la 
condizione dello sposo: e un avanzo dell' antico rito 
di prendere gli auspici dalle piante, noto col nome 
di Botanomanvia. Si usa anche salir in cima d'una 
lunga gradinata, ed infilzata nel piede destro una 
ciabatta, la si slancia di tutta forza per di dietro, di 
guisa che arrivi al basso: se giungerà in fondo saia 
segnale che la ragazza dovrà sposarsi entro Tanno; 
diversamente mancheranno tanti anni al matrimonio 
quanti saranno i gradini rimasti al di sotto della 
pianella. () si getterà tre volte un dado, ed il nu- 
mero che appare alla terza volta indicherà il numero 
degli anni che dovranno trascorrere senza maritarsi. 
Oppure alla vigilia di S. Giovanni in sull'Art? Maria 
le giovani raccolgono una gran bracciata di legna 
e portatele in cucina le contano: se sono pari, pren- 
deranno marito entro ranno, se dispari, dovranno 
rassegnarsi ad aspettar sorte più propizia un'altra 
volta. Certune espongono alla rugiada di quella notte 
il proprio grembiule, ed al mattino, affacciatesi alla 
finestra, stanno attente al primo nome che sentono 
pronunciare, e sarà quello il nome del futuro marito. 
Altre, in punto alla mezzanotte, scuotono sulla finestra 
una tovaglia (mantil), sicure che cosi facendo ve- 
dranno passare l'ombra di colui che dovrà condurle 
dal Sindaco e dal Parroco ; mentre ce ne sono altre 



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— 112 — 

che credono vederne l'ombra uscendo di stanza a 
mezzanotte, ed andando a guardare in un mastello 
d'acqua preparato alla sera, e lasciato alla rugiada. 
Se una donna maritata mette in quella notte fuori 
della finestra un fazzoletto e lo riprende prima del- 
l'albeggiare, saprà se dovrà morire prima lei od il 
marito. Se le si presenterà dinanzi la morte colle 
braccia aperte, il primo a morire sarà il marito; se 
cadrà a terra svenuta, la disgrazia toccherà prima 
a lei. Tale è la vita: si tira innanzi di speranza in 
speranza, ingannando il presente ed almanaccando un 
più lieto avvenire! 

Se si mette un secchio d'acqua a prendere la 
rugiada per lavarsi al mattino seguente, quello è un 
eccellente preservativo contro le rughe precoci; av- 
viso a quelle signore che fanno tanto uso di polveri, 
colle, pastiglie, cosmetici ecc. ecc. Prima che s'alzi 
il sole, con un pannilino si raccoglie la rugiada delle 
erbe, e queir acqua spremuta poi si conserva in una 
bottiglia, eccellente antidoto per il mal d'occhi. Anche 
le erbe subiscono Y influenza della famosa rugiada ; 
così ad esempio la camomilla, l' ipperico ed altre 
piante medicinali, perchè siano veramente dotate di 
speciali virtù, si debbono raccogliere la notte di San 
Giovanni. 

Ad esporre in quella notte alla rugiada del burro 
fresco si conserverà tale per mesi e mesi, e sarà 
ottimo per usi medicinali. 

Nel Friuli pianigiano dicono che in quella notte 
Erode va per le case in cerca di acqua per farsi bat- 
tezzare, perciò non bisogna lasciar acqua nei secchi. 
In relazione a tale credenza in molti villaggi si fa 
sulla sera una curiosa processione, girando per tre 



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— 113 — 

volte di corsa attorno lo stagno in cui si conducono 
ad abbeverare gli animali (sfueàt); così Erode non 
può avvicinarsi a raccogliere l' acqua. Guardate fin 
dove è andata a cacciarsi l' intolleranza religiosa! 
Nemmeno oltre la tomba, dopo quasi dicianove secoli, 
si vuole ammettere la possibilità del perdono ! La 
processione si fa correndo, perchè i vangeli narrano 
che San Giovanni correva da un paese all'altro a 
battezzare. 

Nei villaggi i fanciulli in quella sera fanno il me- 
di li o midili, che nella Slavia italiana è detto il kres* 

Il medili si fa di frasche, preferibilmente su una 
altura, od in crocevia; talvolta in cima alla frasca 
di mezzo si lega un povero gatto che muore asfìsiato 
prima di cadere nel fuoco. Dopo finita la fiammata, 
quando del midili non resta più che un grande bra- 
ciere, i fanciulli con grandi salti passano sopra il 
fuoco, e forse tale uso ha lo stesso significato che 
nella penisola Sorrentina, dove si dice elio sia un'e- 
spiazione delle colpe commesse (*). 

Altri fanciulli su una pietra ben piatta polve- 
rizzano carbone caldo, vi sputano sopra facendone 
una densa pasta con la saliva, in mezzo posano poi 
una grossa brace ben accesa, e su questa danno un 
colpo con una pietra ben levigata, producendo scoppi 
simili a quelli delle capsule. 

Nella Slavia italiana il kres si accende sulle alture 
e vi conviene quasi l'intero villaggio; e mentre arde, 
suonano a stormo le campane e si sparano fucilate 
e mortaretti, e tutta la popolazione manda grida di 
allegria. 



fi) OmUii Amalfi : La culla, il talamo e la tomba del napoletano — 
£\>mpei, 189?, pag. 18. 



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— 114 — 

Nei fuochi di S. Giovanni si vuole trovare la traccia 
di certe feste pagane in onore della gioventù o del- 
l' estate proprie dei Celti, dice la Savi -Lopez. (') 

Secondo il Finamore, altre volte citato, il Colantmi 
nella sua storia dei Marsi (pag. 89) avrebbe trovata 
che questi popoli, ancora prima del dominio romano 
celebravano la notte di San Giovanni con riti simili 
a quelli che s'usano oggidì, presso le sorgenti del 
fiume Giovenco. 

Tornando alla famosa rugiada, si crede giovi mol- 
tissimo contro le eruzioni cutanee; e che a spuntare 
in quella notte i capelli si assicuri una capigliatura 
folta e durevole, e si abbia un ottimo preservativo 
contro le emicranie. 

In quella notte le felci fioriscono, e maturano i 
semi che cadono, quando non vengono i diavolini a 
raccoglierli come avena per i loro cavalli infernali. 
1 semi di felce sono dotati di virtù straordinarie, ma 
chi vuole raccoglierli bisogna si batta col diavolo ( 2 ). 

È strano, le notti che hanno maggiori ricordi, 
quelle a cui il volgo attribuisce maggior importanza, 
sono le notti che cadono pochi giorni dopo i solstizi. 
La notte di Natale e la notte di San Giovanni, dice 
la Savi -Lopez, trovano la loro origine nelle più ve- 
tuste tradizioni arie, perchè scadono in que' giorni 
in cui si facevano le feste ufficiali dopo il solstizio. 

Nel 1005 Maria moglie di Girolamo Boccalini da 
Pordenone, essendo ancora nubile, e desiderando sa- 
pere chi sarebbe stato il di lei marito, nella notte 
di San Giovanni fece alcuni sortilegi, e mentre si 



(1) Leggende delle Alpi, p»>r. $14. 

[2) Vedi: La rosade di San Zuàn di Cittrlni Pereoto — Racconti, 
voi. Ili, pag. 842 -244. 



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— 115 — 

-coricava, avendo ancora il lume acceso, venne il dia- 
volo sotto le sembianze d'un orribile drago e montò 
sul letto; essa spaventata chiamò in ajuto due donne, 
le quali le dissero di fare il segno della croce: ap- 
pena fatto ciò, l'orribile drago se ne fuggi. 

Altri processi fatti dall' inquisizione per sortilegi 
praticati nella notte di San Giovanni sono riportati 
al cap. V. 

Anh di San March, drch reldst (Arcobaleno od 
iride). È la meteora che più grandemente e' impres- 
siona. Esso ò il pegno d'alleanza dato da Dio agli 
uomini, e li rende sicuri che la (ine del mondo non 
è ancora vicina, perchè si dice, che per 40 anni 
prima dello sfasciarsi del nostro globo non si vedrà 
più questa promessa d'alleanza data da Dio a Noè dopo 
uscito dall'arca. Chi ha la fortuna di trovarsi dove 
l'arcobaleno s'appoggia a terra, può raccogliere ec- 
cellenti colori che non sbiadiranno nò por l'azione 
del sole, nò per quella della pioggia. Mi raccontava 
un amico d'aver veduto una volta una donna del 
campo di Geinona correre con due secchi vuoti in 
mano ; ed avendole egli chiesto «love andasse tanto 
frettolosa, rispose che correva a raccogliere i colori 
dell'arcobaleno, nò fu possibile persuaderla della 
stoltezza del suo proposito. Dove l'iride Unisce, si 
disseccano ed abbruciano le erbe e le piante, e spesso 
i contadini, incontrando un albero che repentinamente 
avvizzisce, dicono : l'ha di sei pò j ad lì Vàrch di San 
Marcii. 11 primo arcobaleno che apparirà in prima- 
vera (siili' ai'iertej, darà il pronostico dell'annata: 
se predomina il verde si avrà abbondanza di foraggi; 
se spiccherà il rosso sopra tutti i colori, si avrà un 
abbondante raccolto di vino generoso ; se il giallo, 



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— 116 — 

ricco sarà quello del granoturco. Dall'arcobaleno si 
trae anche il pronostico del tempo; ordinariamente 

10 si crede foriero di bel tempo, ma il pronostico 
non è sempre uguale e talvolta si crede che il tempo 
durerà ancora per tre giorni. Anche il Del Negro 
riporta tale credenza al 27 maggio 1762. 

— « In tal giorno fu l'arco di S. Marco, e signi- 
fica, come successe, tre giorni di vento ». — 

E più innanzi: 

— « Nel 9 giugno 1762 fu Y arco, cadette da sol 
levato a mezzogiorno, e durò tre giorni di pioggia, 
come succede; alli 10 ottobre fu l'arco celeste vèrso 
mezzanotte dinotando pioggia, e piovve 22 giorni. 

— « Al 1 luglio 1772 furono due archi celesti verso 
sol levato alle 21 ora, che dinotavano tre giorni di. 
pioggia, e si è anche verificato ». — 

11 cercli di San March la matine, — ploe vizine, o viceversa. 

V àrch di San March la domàn, 

No ven la .«ere eh' a noi sei pantàn. 

In tuono sarcastico i nostri giovanotti cantano: 

Mari ut ine ul sedi biele, 
Fantazzine di tant sest ; 
A jè verde, a jè zale, 
A semee Tàrch celèst. 

Auròre boredl (Aurora polare). È una meteora di' 
cattivo augurio. Predice quasi sempre guerra dalla 
parte dove apparisce, e quanto più sarà luminosa 
tanto maggiore sarà il guaio, quanto più durerà sul- 
l' orizzonte altrettanto continuerà il flagello; le au- 
rore di tinta rossa specialmente si dicono foriere di 
guerra, perchè il colore proviene dal sangue di quelli 



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— 117 — 

che dovranno morir in battaglia. Per noi, dunque, 
il pericolo verebbe sempre dai colossi del Nord. 

Nel manoscritto Del Negro tante volte citato, al 
28 ottobre 17G8 è detto: 

— « ... e la sera seguente circa un'ora di notte fu 
un fenomeno che durò due ore, il quale principio- 
sopra la nostra montagna a guisa di fuoco con un 
insolito splendore che si pareva che facesse l'alba ; 
s'andò poi stendendo verso mezzanotte sino sopra la 
montagna di Paluzza, e di più in pili andò crescendo 
sino che tornando indietro verso la montagna di Cer- 
ci vento, e poi spari. 

Cosa che significhi non si sa, certuni vogliono che 
significhi spargimento di sangue ». — 
Ed al 3 novembre 1777: 

— « Questa notte alle ore ì fu un fenomeno verso 
mezzanotte di color rosso; dubito che significhi gran 
guerra ». — 

L'aurora ricomparve al 30 novembre ed al 4 de- 
cembre anno stesso e tre volte nel febbrajo e marzo 
1779 incutendo sempre maggior timore di guerra nel 
povero prete. 

Se non di guerra, l'aurora polare è foriera di 
pestilenze, carestie o della morte di qualche sovrano 
importante^ Le aurore polari sono cagionate dal sole 
che torna indietro, e che qualche volta imprudente- 
mente s'avvicina troppo all'estremo orizzonte. 

Stelis che si smaghiti (Stelle filanti o cadenti). È 
strana veramente l' idea che anche le stelle abbiano 
bisogno dello smoccolatoio. Di questa operazione sono 
incaricate le anime beate : lo canta anche Zorutti nel- 
Tinno del bifolco Pietro Martelosso: 

Voli a moccare i Sideri 
Per farci più splendor. 



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— 118 — 

Nell'idea volgare par quasi che cada giù il residuo 
acceso dallo stoppino delle stelle smoccolate, e dove 
questo va a cadere, le erbe e piante sui monti si ab- 
bruciano; perciò quando si vedono certe plaghe prive 
di erbe si dice che in quel sito cadde una stella. 

Se nel tempo in cui la stella filante rimane accesa, 
qualcuno arriva a recitare intero un Pater noster, 
libererà un* anima dal purgatorio; se concepisce un 
desiderio, questo andrà effettuato, e se pensa a tre 
numeri, usciranno entro tre estrazioni: avviso agli 
appassionati pel lotto! Se poi il desiderio fosse di 
aver notizia d' una persona cara, basterà nella notte 
vegnente mettere sotto il cappezzale l'oggetto che si 
teneva in mano in quel momento: se l'oggetto lo si 
aveva nella sinistra, il sogno sulla persona amata 
sarà angoscioso; se invece nella destra, il sogno 
sarà placido e lieto. Nella Slavia le stelle cadenti 
sono le vite che si spengono. 

Le stelle cadenti indicano il destino /// planNj. 
Dove vanno a cadere, ivi deve morire qualcuno di 
morte violenta, ed in montagna indicano il posto 
dove taluno dovrà precipitare (la di tòri). Per questo 
motivo le nostre montanine, quando salgono i monti 
di notte, non guardano mai in alto, perchè non si 
presenti ai loro occhi questo fenomeno, foriero di 
disgrazia a chi lo vede. Peggiori malanni poi acca- 
dranno a chi avverte gli altri del passaggio d'una 
stella: — Lis stelis no si ha di pAndilis. — Ma è 
lecito contarle di soppiatto, ed ognuna equivale a 
cent'anni di respiro prima del giudizio universale. 

Le notti in cui cadono le pioggie di stelle, met- 
tendo una brace accesa su di una tovaglia od una 
salvietta, non piglierà fuoco. Ogni stella che cade 



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— 119 — 

indica un nido che faranno gli uccelli in primavera,, 
ed a mettere in quelle notti un secchio d'acqua in 
un cortile, quante stelle si potranno vedere in quello, 
tanti nidi faranno gli uccelli in vicinanza alla casa 
ed alla campagna. 

I bolidi e le pietre meteoriche od immoliti, me- 
teoriliti ed aereoliti, per quante ricerche abbia fatto, 
non hanno un vocabolo speciale in friulano, ma lo 
si traduco dall'italiano. 11 volgo crede i bolidi seguali 
di carestia. Ad affilare un' arma qualunque in una 
pietra meteorica, i tagli di quella porteranno la morte, 
perchè velenosissimi. Le pietre meteoriche sono sassi 
lanciati dai vulcani della luna, e perfino sassi che 
scagliano contro la terra i giganteschi abitatori del 
satellite del nostro globo: forse questa credenza trova 
la sua origine nel racconto mitologico della guerra 
dei giganti contro gli Dei. I nostri Sloveni nei bolidi 
vedono un santo che si reca a visitate un altro: nello 
scoppio che producono, il rumore delle porte celesti 
che si rinserrano. ( f ) 

Anche questa meteora è notata dal Del Negro: 

— « 2 luglio 1770, due ore avanti giorno fu ve- 
duta verso settentrione una stella quasi cosi grande 
che la luna, con i suoi raggi d' intorno ; cosa che 
vogli significare non si sa, non so più a mio ricordo 
che sia stato un anno così continuo di pioggia come 
questo ». — 

E più innanzi : 

— « 28 decembre 1787: oggi mattina alle 14 ore 
fu un fenomeno seguito d'un tuono muto ed un pic- 
colo terremoto ». — 



(1) Prof. P. Mbboiì. La vita degli Sloveni; pag. 14. 



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— 120 — 

Fùch voladi (fuochi fatui). Sono le anime dei 
morti che girano per far capire che hanno bisogno 
di preghiere. (*) Il fùch voladi insegue chi lo vede, e 
lo fa morire. Esso cerca talvolta d' entrare anche 
nelle case. Una giovane lo vide una sera arrampi- 
carsi per penetrare nella di lei camera; chiuse presto 
le imposte e V indomani potè osservare l' impronta 
d'una mano di fuoco che avea carbonizzata la tavola 
dove avea toccato. A lasciar fuori la biancheria di 
notte, se le cade sopra il fùch voladi, la biancheria 
si trincia come fosse stata imbiancata col cloro, e le 
fibre del tessuto perdono ogni consistenza. Secondo 
alcuni, indossando quelle camìcie si prenderà la ma- 
lattia del filch di Sant'Antoni, e per evitare questo 
pericolo bisogna risciacquarle di nuovo. 17 fùch vo- 
ladi è pronostico di gravi intemperie. 

Fuoco di Sani' Elmo. Non ha termine proprio in 
friulano, almeno ch'io mi sappia; e siccome è un 
fenomeno che si osserva assai di rado, ben poco ho 
potuto trovare che ad esso si riferisca. È meteora di 
cattivo augurio se la fiammella si vede sulle punte 
dei parafulmini; se appare invece sulle cróci dei cam- 
panili, gli eretici faranno del male ai cattolici. 

Pa retti: sono forieri di pioggia — v'è il proverbio: 

Cuànd che la matine son tre sorèi, ploe sigure. 

Questa meteora fu notata in Friuli nel 1532, alli 
5 aprile, da Roberto di Spilimbergo, il quale nella 
sua cronaca (*) scrive a quella data — « apparsero 
in Friuli tre soli, durarno bore tre ». — 



(1) Cfr. Sari-Upex: Leggende delle Alpi, pag*. 2it. 
(Si Edita per nozze Serrayallo de Concina — Udine, Patronato, 1884, 
pag. 25. 



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— 121 — 

Paraseleni ed aloni lunari. Gli aloni a seconda 
della posizione pronosticano il tempo: 

Cercli vizìn, ploe lontane; 
Cercli lontan, ploo vizine. 

Si dice pure che un cerchio oscuro attorno la li imi 
indicherà vento dalla parte dove il cerchio s'aprirà; 
e quanto più numerosi i cerchi saranno, tanto \}\i] 
forte soflierà la bufera. 

Ecco ciò che trovo nel diario Del Negro: 

— a AIH 5 decembre 17G9 bel tempo chiarir; jn i 
sera alle ore tre di notte comparve la luna circon- 
data con colori a guisa dell'arco celeste, cosh che 
pronostichi non si sa, alcuni giudicano abbondanza, 
io per me penso che significhi pace fra i principi 
cristiani, che Iddio ce la conceda per sua miseri- 
cordia ». — 

Siwllro del Brockeu. Certamente il volgo uno lm 
classificato questa straordinaria e magnilica mute )Viì 
come un fatto scientifico. Per me è certo perù Hie 
lo spettro delle montagne, osservato con terrori» dai 
cacciatori e dai pastori, in tempi in cui i diavoli, i 
folletti, le anime dei dannati empivano la fantasia 
dei volgo, ha dato origine alle strane leggende del* 
TOrco, gigantesco abitatore dei monti, che co* su. ti 
passi metteva un piede sulla cima di una montagna, 
e l'altro stille vette dell'opposto versante della valli?. 

Una apparizione cotanto straordinaria, e che si 
presenta con caratteri di tanta verità (ed io ehYUu 
la bella ventura d'osservarlo lo posso assicurare (*} ) io 



(1) cfr. V. Osterntni. — Di una meteora luminosa osservata sui 
mante Canino — Atti dell' Accademia di Udine. 



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i 






— 122 — 

menti credule e poco analitiche dovea far nascere la 
convinzione di trovarsi di fronte ad un essere reale. 
Diffusa la credenza dell' Orco abitatore dei monti, era 
facile che con quei passi da gigante lo si facesse 
viaggiare e scendere anche alla pianura, dove, non 
trovando le guglie alpine, le sue orme si posavano 
invece su quelle dei campanili. A Gemona metteva 
un piede sulla torre del castello, l'altro sul campa- 
nile d'Artegna, e, scambiando il passo, si posava poi 
sul pinacolo di Madonna di Monte a Buja. Ad Udine 
un piede teneva sulla specola, l'altro sul castello di 
Mortizze) ; oltre l'agliamento uno ne metteva sul cam- 
panile di Codroipo l'altro su quello di San Vito; a 
Cividale uno sulla Torre del Duomo l'altra su quella 
di 8. Francesco, abbassandosi a lavarsi le mani nel 
Natisone, e poi con un solo alzare di gamba saliva 
a Castel del Monte. 

Ed in tutte le fiabe e le leggende l'abitazione del- 
l' Orco è posta sempre fra boschi, in vetta dei pih 
alti monti. Lo spettro delle montagne bene spesso 
si presenta, scompare 1 per poco, per ricomparir di 
nuovo. Come poteva spiegare il volgo questo fatto ? 

L' Orco si diverte a farsi piccino, piccino, tanto 
piccolo da passare perfino per la toppa della chiave ; 
e cosi entra nelle stalle dove le donne sono in fila, 
va ad arni (Tare loro le matasse, e, burlone com'è, 
diventa rotondo in modo che le filatrici, scambiatolo 
per un gomitolo, lo raccolgono e se lo mettono in 
tasca. Guai ad esse se con quello uscissero nella 
strada ! 

Il bisogno d'alimenti è sentito anche dall'Orco: 
mangia e beve proporzionatamente alla grandezza 
del corpo, quindi pasti da Gargantua, e bicchieri di 



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— 123 — 

vino della capacità d' un conzo. Siccome poi in lui 
sono sviluppatissimi gli organi dei sensi, così egli 
vedrà anche di notte e fiuterà lontanissimo. E fiuta 
gli uomini, che azzardano avvicinarsi alla sua alpe- 
stre abitazione, e quando ne sente l'odore, dice quel 
verso che ai bambini nelle storie mette tanto rac- 
capriccio : 

nìn, nìn, — mi sa di cristianin, 
nìn, nìn, na — di cristianin mi sa. 

L'Orco abitava sul monte Canino. Quest'altissimo 
colosso delle nostre alpi, io scrissi altrove, fino dai 
remoti tempi fu il teatro delle meraviglie. Lassù 
tutto è grandioso : la vastità dell' orizzonte, circon- 
dato da un labirinto di guglie dalle forme più fan- 
tastiche, e coronate di nevi dai colori cangianti ; il 
silenzio della natura la quale talvolta sembra che 
dorma ; il rumoreggiar della bufera che pare debba 
portare il finimondo. C )si io mi spiego come il Canino 
sia il monte che figura più d' ogni altro in Friuli 
nella storia delle superstizioni, e nella formazione 
dei miti religiosi del volgo. Riporto qui dalle Paffute 
Friulane la leggenda dell' Orco abitator del Canino. 

« A l' ere une volte in tal ghanàl di Racolane 
l'Orco vignùt cussi dispetos, che cuànd eh' al fase ve 
un dispièt a cualchedùn a 1' ere contènt come une 
Pasche. Il so grand gust 1' ere di fa paure a le int 
che ai lavin atór di gnòt. 

Se la sere dopo V Av emarie cualchi om a si fòs 
mitùt in viàz di chi (Scluse), par là dentri in chél 
fhanàl, a l'ere sicùr di viòdilu o cun fune giambe 
par bande dali Curitis, o pur su par cualche riu a 
volta jù dai grarifh clàs, che cuànd che ai erin su 



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— 124 — 

la strade a sparivin, metìnd cussi une gran paure 
a chei povers oms ; e l'Orco alore al rideve come 
un màt. 

Se par disgrazie po' a fossin stadis féminis, al 
faseve an$hem<) di pieis. Al Steve cun t' une giambe 
par bande dali monts, e ur calave jìi glimiiz di fìl, 
e chestis féminis a làvin par ghapàiu sii, e ju glimiiz 
a' diventavi!! tantis suries, ca ur lavin sòt li cotulis; 
opur ur vigni ve lui vizin, in forme di un bièl omeniit 
pizùl, e po' al scomenzave a cresci e cresci, fin a 
tant che al fòs stàt alt come il Jòv di Montàs : e 
nel timp che al cresceve, al faseve tali bofhatis, e 
al tirave tai peets, di fa rimbomba li monts. Un dai 
Stretz (ultime borgade del phanàl di Racolane) es- 
sindi tophade une storie di chestis, al zurà di ven- 
dicasi, disingi a l'Orco: Tu mi rivaràs ben a tir. 

Trei o cuatri zornadis dopo al capita l'Orco sul 
Pian da la Sièe e al scomenzà a fa furphumitis e 
capriolis : chòst om hi viòd, al phòl il zilar, e il 
polvar benedit che al veve su le • nape, ca lu veve 
fat benedì a Marie Zèli, un pòuch di triangul che 
ial veve dàt il Capelàn, e dòs fueis d' uliv. Al girarne 
la sclope cun dute cheste ròibe e al met la baie 
parsore con une cròus fate cun tun curtis di nùv 
lunis. Dopo di jessi stàt sigur di vee phamàt ben lu 
zilar, al tome sul balcòn e al dis ai siei fruz che ai 
scomenzassin Rosari, intànt che lui al smirave. Cuànd 
ch'ai ve l'Orco ben a tir, i mola la sclopetade disint: 
— Sante Barbtire benodete, fasèit che ai le rivi (Irete. 

Al sititi un grand urlòn, al vede l'Orco a là zue- 
teànt su pa le mont, e jentrà in ta buse ca jès il 
Fontanòn di Goriude. 

Dopo che fò jentràt 1' Orco in ta buse, chest om 



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— 125 — 

al mande jù sul pian doi dai siei frùts a viodi se 
T Orco al ves lassàt cualchi segno di feride, e lor a 
puartàrin dal muscli e dai clàs insanganàts.* 

1/ Orco al stè cuindis dis in ta le buse a vai, e 
al vaìve cussi fuàrt ca lu sintivin fin tal Salèt 
(un' ore e un cuàrt di strade). 

Spiràts ca fórin i cuindis dis, Y Orco al salta fùr e 
cun trei pàs al riva tai Strets, e ai vosà ju pai 
g hamìn di ghase a chèl om : — Tu ma le às fate ; 
ma mai plui tu mi vedaràs in chest ghanàl. 

E cussi i ehanagleis a si liberàrin dall'Orco». 



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Capitolo IL 



là terra; — acque, minerali, metalli, tesori nascosti, perduti <► 
rubati — credenze, pregiudizi e superstizioni relative. 



H, 



Lo detto nella prefazione che in opposizione al 
paradiso, il (piale sta sopra la vòlta celeste, l'inferno 
è collocato nei più profondi abissi della terra. È 
quello propriamente il regno di Satana, ed in prova 
si citami i numerosi vulcani tuttora attivi nelle 
varie regioni del globo, i cui crateri sono in di- 
retta comunicazione coir inferno, e da quelle bocche 
specialmente escono i demoni, per venire nel mondo 
a fare i loro maleficj contro gli uomini, ed in quelle 
ignivome aperture, si dice, che spessissimo fu veduto 
precipitarsi il diavolo, dalle popolazioni che ne abi- 
tano Iti vicinanze. Anche gli eresiarchi discendono 
alle regioni infernali in anima e corpo per i crateri 
dei Vulcani; ciò toccò a Maometto, a Lutero, a Pietro 
d'Abano, Come figurano stranamente questi nomi 
accozzati assieme dal volgo ! 

Ma non sono i vulcani soltanto le vie che mettono 
air inferno ; certe caverne di cui non si conoscono 
gii ultimi confini, certi profondi crepacci aprentisi 
nelle alte montagne, alcune bocche di spelonche 
spalancatisi su dossi inaccessibili all'uomo, si cre- 
dono e chiamansi sempre la buca del diavolo (la 



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— 127 — 

buse dal dumi). Guai agl'imprudenti che s'azzar- 
dassero penetrare in tali abissi! i demoni sotterranei 
li soffocherebbero; e quasi sempre, se i loro cadaveri 
furono poi rinvenuti, mostrano le ustioni, e le livi- 
dure degli artigli infernali attorno al collo. Così 
spiega il popolo gli scoppi di gas (grisèt) nei pozzi 
e nelle miniere. 

Si crede del pari che nei pozzi molto profondi 
la temperatura aumenti sensibilmente alla distanza 
di pochi metri, e ciò pel calore infernale. 
Coi vulcani e col fuoco si collegano i 
Teremùz, (terremoti) i quali sono prodotti o dai 
maghi e dalle streghe nel fare le loro operazioni, o 
dal diavolo che accende il fuoco, o dai diavolini che 
fra loro s' abbaruffano, o finalmente dai dannati, che 
più insofferenti ed iracondi del solito, scuotono le 
proprie catene. I terremoti sono oggidì più frequenti 
e più forti in causa dei tanti cerchi di ferro delle 
guidovie che fasciano il nostro globo; essi predicono 
tempo piovoso ed avvengono quando dura lungamente 
lo scirocco. Se per giorni e giorni continuano pioggie 
torrenziali, si dice che quello è tempo di terremoto, 
e lo si teme ed aspetta con ansia paurosa. In qualche 
plaga del Friuli montano si dice che il terremoto 
succeda più di frequente nei giorni prossimi al 29 
giugno, in cui cade la festività di S. Pietro, e ciò a 
motivo che in quei giorni la madre del S. Apostolo 
esce dall' inferno e va a picchiare alle porte dei 
paradiso scongiurando il ligi io ad aprirgliele. La sua 
uscita od il ritorno al regno dei demoni cagionano 
sempre il terremoto, ed in prova della verità di ciò 
citano il famoso terremoto di Belluno del 1873, suc- 
ceduto proprio al mattino del 29 giugno. 



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— 428 — 

Nei terremoti molte volte si apre la terra ed 
esce un vento così forte da sradicare e portare in 
alto fino gli alberi che fossero vicini alle screpola- 
ture. Al verificarsi d'una scossa di terremoto, pochi 
minuti dopo bisogna sempre aspettarne una seconda. 
— Quando si sente il terremoto si cambia il tempo. 

1 semidotti spiegano il fenomeno dei terremoti 
dicendoli prodotti da venti sotterranei. 

Nel solito Diario Del Negro, in data 18 novembre 
4778 si legge: 

— « Tempo nuvoloso ; alle ore disdotto fu un 
terremoto che durò un Pater iwster, segno che se- 
guir a scirocco » — . 

Ed air 8 settembre 1780. 

— « Alle ore 18 è stato un terremoto, credo che 
verni tempo piovoso » — . 

Alli 13 aprile 1782, 

— «Ieri l'altro fu un terremoto alle ore 24, e 
questo presagisce tempo morbido » — . 

E T indomani, 

— « Oggi alle ore 42 */* v stato un terremoto ma 
non troppo grande e la sera principiò a crescere la 
pioggia ». — 

In gennaro 4783, 

— «Oggi (primo deiranno) avanti giorno fu un 
piccolo terremoto, segno che seguiterà buon tempo, 
perche anche alli 40 Decembre p.° fu un terremoto, 
e dopo abbiamo avuto sempre buon tempo » — . 

Al 20 ottobre 4788, 

— « Un più bello istà ed autunno di quest'anno 
non possiamo desiderare. Alle ore 3 /< di notte fu un 
terremoto che durò un Pater noster, onde dubito 
che presto faccia gran pioggia. Il detto terremoto 



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— 129 — 

essendo durato in Tolmezzo quasi mezz' ora, ha ap- 
portato un danno terribile, imperocché ha buttato 
per terra più di 40 case con la morte di trenta e 
più persone restate sepolte nelle rovine. Il duomo è 
tutto spezzato, diroccati tutti due li portoni, dissipato 
li campanili, e tutte le altre case spezzate chi più e 
chi meno, a segno tale che il danno supera duecen- 
tomila ducati, cosa che mai più in questo paese si 
esperimentò » — . 

Un' altra credenza abbastanza diffusa in Friuli, e 
che si collega colle nozioni di Cosmogonia, si è quella 
che il mare all'epoca del Diluvio universale superò 
le vette più eccelse ; nel ritirarsi delle acque rima- 
sero sui monti pesci e conchiglie, alcune delle quali 
diedero origine alle petriiìcazioni. 

Il mare copri la terraferma anche nelle epoche 
postdiluviane, e le navi degli antichi venivano ad 
approdare negli altipiani delle nostre vallate. A tale 
credenza accenna anche il Ghirardi nella sua Storia 
fisica del Friuli. A Gemona si dice che nelle roccie 
a picco del monte Quarnam, sopra Montenars, e così 
presso Castel del Monte su quel di Cividale, si vedano 
ancora dei grossi anelli di metallo, saldati nella 
pietra, a cui si legavano i bastimenti degli anti- 
chissimi navigatori, e tale diceria l'ho sentita an- 
che a Venzone dove mi dissero che gli anelli sono 
sul Plauris e sul monte San Simeone, ed in Carnia 
in vai di Gorto (*). 

Altra credenza popolare diffusissima in Friuli 
che lascierebbe supporre quasi la scoperta in antico 



(1) Qu*sii Rifili Infissi nelle rupi erano forse segnali di confini fra 
Comanl o ville contermini. Nel secolo scorso c'è tuttavia ricordo d'ap- 
posizione di confini di ferro tra Cleulis e Timau, però foggiati a croce. 



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— 130 — 

di qualche Labiriutodonte fossile, si è quella che nelle 
miniere si trovino di frequente rinchiusi nella roccia 
dei giganteschi e spaventevoli rospi, vivi, grandi più 
che majali, i quali però muoiono non si tosto : ven- 
gono a contatto dell'aria esterna. 

Quando nelle regioni alpine s' incontra un lago, 
le popolazioni rustiche abitanti nei dintorni quasi 
sempre vi raccontano che in fondo a quello ò un 
villaggio, e che la campana della chiesa in certe 
notti la si sente suonare sott'acqua (*), e v'aggiun- 
gono che lo scandaglio, per quanta corda vi sia stata 
messa, non ha mai potuto toccare il fondo. 

L' identica cosa si dice pure di certe polle nelle 
paludi le quali inghiottono gli uomini che in esse 
imprudentemente arrischiano il piede. E si narrano 
numerosi fatti di cacciatori in quelle scomparsi, e 
d' altri salvatisi soltanto pei* aver avuta la presenza 
di spirito di gettare il fucile di traverso sulle erbe, 
aggrappandosi a quelle e chiamando altri in ajuto. 

Una superstizione di cui approfittano abbastanza 
spesso i furbi per spillare denaro ai gonzi, e quella 
degl' ldro fanti. Secondo il volgo questi individui cam- 
minando, avvertono con un tremito generale V esi- 
stenza di polle d' acqua sotterranee, sieno pure a 
grandi profondità. Camminando gl'ldrofanti sui fian- 
chi delle montagne, scuoprono le sorgenti. Taluni 
invece credono che gl'ldrofanti, per godere della 
strana proprietà di avvertire V esistenza delle acque 
interne, debbano avere fra le mani la bacchetta divi- 
natoria fatta con certi legni speciali, fra i quali mi 
sentii nominare : il salice, il frassino, il mandorlo, 



(1) v. Pagine Friulane, anno III, pag. 14. 



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— 131 — 

il pesco, il melagrano, il noeciuolo e l'olivo. È queste 
probabilmente una credenza che si collega alla cosi 
detta bacchetta del comando. Fra noi, per indicare 
un individuo il quale vorrebbe veder sempre « 'sau- 
diti senza ritardo i suoi desideri, si dice : al coìtomitÌ# 
a bachete. La bacchetta del comando rimonti! alla 
più lontana antichità, e troviamo il Caduceo dì Mer- 
curio, il Lituo presso i primitivi Romani e la bacchetta 
degli auguri, la Verga di Mose e di Aronne, e quelle 
dei Maghi di Faraone. 

I nostri montagnuoli, oltre al conoscere le sur- 
geliti d'acqua più o meno buone, hanno il pregiu- 
dizio che certe fonti potabilissime producano tulimt* 
speciali malattie, come coliche, calcoli vescicali, gn/zn. 
mal di stomaco, mentre altre volte attribuiscono virtù 
prodigiose a questa o a quell'altra delle sorgive, 
attribuendo alle medesime anche l'appetito prodotto 
dalla fatica e dall'aria più ossigenata. 

Pregiudizio diffusissimo del pari si è (pieliti chtt 
sui monti il precipizio attragga l'individuo; e i*H1 
vi si affacci senta il desiderio, quasi il bisogno di 
gettarvisi a capofitto. 

Anche il Paradiso Terrestre vuoisi si trovasse ridile 
più elevate valli della terra ora ingombre dai ghiac- 
ciai ; ordinariamente si diceche si trovava nell'Asia 
o nell'Arabia: non ho trovato alcuno in Friuli isht 4 
lo collochi sulla nostra catena Alpina (*). 

Come ho accennato parlando delle meteore, v 
particolarmente dello Spettro del Brocken, nelle ca- 
verne delle cime più alte abita l'Orco; cosi del |>;irì 



(1) Vedi le Leggende delle Alpi della Savi-Lopez, la quale trovò <hffu&rt 
que«ta credenzu specialmente nella svizzera e nel Tirolo. 



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— 132 — 

si racconta che sui monti frequenti volte si vedono 
girare nella notte certe vacche nere che bisogna 
fuggire senza guardarle, perchè creazioni diaboliche 
portanti disgrazie a chi le incontra, e gravissime 
sventure a coloro che le avvicinano. 

Sulle eccelse vette nevose, dopo morti, vengono 
confinati gli usurai, i truffatori e gli spergiuri, dan- 
nati a lavorare continuamente per demolire i torrioni 
ed i greppi che sorgono sopra le nevi eterne, sia 
nelle rigidissime notti invernali, come sotto gli afosi 
sollioni d'agosto. 

«Non v'ha monte in Friuli (io scriveva alcuni 
anni or sono sulla cronaca della Società Alpina 10 ) 
che pili del Canino dar potesse origine a tali credenze. 

GÌ' immensi massi disseminati dagli antichi ghiac- 
ciai delle epoche geologiche lungo le valli della 
Raccolana e della Resia, le sue immani roccie che 
torreggiano la notte come i merli di un castello 
incantato, la sua straordinaria altezza, le nude cime 
sgretolate dalle intemperie, i vasti ghiacciai e nevai 
del suo acrocoro settentrionale, lo stesso foro del 
Prestèlenich, gigantesca finestra a cui s'allaccia il 
diavolo (*), si prestano a meraviglia per queste fan- 
tasie popolari tanto diffuse nell' intero Friuli » 

Lassù i dannati carichi di catene s'affaticano, 
uscendo la notte dai profondi crepacci che il ghiac- 
ciaio ha aperto. Il volgo non ha saputo spiegarsi 
quali sieno le forze che spalancarono tali baratri, 
non sa capire perchè si sgretolino le roccie, specie 



(1) Cronaca del 1884, anno IV, pag. 117 e seguenti, Udine, Doretti e 
Soci, 1884. 

(2) V. La leggenda del foro del Prestèlenich, edita dal Prof. Marinelli 
ed altri per nozze Tellini - Canciaui 1892. 



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— 433 — 

le dolomitiche, e non arriva ad intendere sieno questi 
fatti causati dagli agenti atmosferici il cui effetto 
gii sembra dovrebbe allora manifestarsi ugualmente 
per tutte le pietre, su tutti i monti ; perciò non 
possono essere che i dannati. 

Dalle leggende sul Canino, da me in quel volume 
pubblicate, appare chiaramente come sia credenza 
generale che su queir altipiano lavorino nella notte 
i dannati, dei quali si sentono le grida, i colpi di 
piccone, e lo squassar di catene, accompagnati dal 
muggito del vento e dallo stridore degli uccelli not- 
turni, creature diaboliche. 

Anche sul monte Primosio in Carnia lavora un 
dannato, ser Silverio ( d ) da Paluzza, il quale essen- 
dosi acquistata malamente la proprietà di quel monti' 
con uno spergiuro, deve ora disfare ciò che ha malo 
acquistato, avendolo Dio condannato a picconar hi 
montagna e con lui i suoi discendenti fino alla set* 
tima generazione. 

Quando perdurano lunghe pioggie, dai greppi 
scoscesi del monte Primosio scende una frana eli» 1 
scorre come un isolotto nuotante, e va a gettarsi 
mi torrente Moscardo. La Muse, cosi chiamano questo 
fenomeno i valligiani, divenne oggetto di terrore r* 



(1) Ebbi dall' umico D.r Giovanni Gortani di Aria, dottissimo e modesto 
ricercatore ed illustratore di memorie storiche sulla Carnia, la seguent* 
nota: Paulus Claudius sartor hab Hans Palude, Filius q.m sev Danieli* 
4* Satinine era vice Cameraro della Chiesa di S. Maria il 12 Settembre 
1466, e visse per lo meno fin al H95. Fu padre di sei figli ; da Candido, unn 
d'essi, nacque un altro Paolo delti Zottl che fin dal 1517 possedeva già 
le malghe Paularo, Alneto, Fontanafredda; dall'altro suo figlio Agostino 
nacque Silverio, 1 cui discendenti presero ad appellarsi Silverii. La tr 
dizione più accreditata chiama Pauli Zuèt il dannato del M. Paular ■ 4 
locché concllierebbe8i pure colla favola raccolta da Quintiliano Ermacor . 
come una vecchia leggenda già accreditata fin dal suo tempo. 



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— 134 — 

di arcane paure in tutti i dintorni da secoli e secoli 
lino a' giorni nostri (*)• 

Il popolo, quando parla di minorali, usa frequen- 
temente un linguaggio elio sa del tempo dogli x\lehi- 
misti. Cos'i si sentirà accennare a sostanze calde e 
fredde, a spiriti, a semplici ecc. Quattro minerali in 
ispecialità, ritenuti come semplici, si dice formino 
i principj fondamentali di molte sostanze. Sono questi 
il sale di cucina (joduro di sodio), il nitro (azotato 
di potassa), lo zolfo ed il mercurio. 

Vi sono pietre preziose e metalli che si credono 
dotati di talune virtù speciali, e tali pregiudizi non 
sono tanto del volgo, il (piale nò possiede gemme, 
ne le conosce, (pianto di gente 4 ricca e colta; io li 
lio raccolti in gran parte da orefici e gioiellieri, e 
reputo, ch'essi li abbiano appresi da vecchi libri di 
(Superstizioni. 

lì diaspro sanguigno portato in contatto colla pelle, 
giova a ristagnare il sangue nelle emorragie, ed 
agevola il parto. 

Lo smeraldo caccia la melanconia, ed attira il 
favore dei grandi. 

Il diamante si attacca agli specchi e risplende 
anche al buio: e «preste sono credenze volgari. Si 
dico puro che fa bene alle donne gravide e giovi 
contro il veleno dei ragni e degli scorpioni ; fa per- 
dere la forza alla calamita ed ha la proprietà di 
ristabilire la paco fra gli sposi. 

11 giacinto è un talismano contro i fulmini. 

La turchese impedisce le cadute. 



(1) A ser silverioaerentiano la leggenda della Percoro: lis striisdi Ger- 
manie, vedi cnp. 1.; anche V Arhoit nelle sue Memorie della Carnia, — 
Udine — Blasig 1P7I, p«g. 105 e seg. riporta questa leggenda. 



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— 135 — 

La calcedonia è utile contro il mal caduco. 

11 crisolito portato a contatto delle carni impe- 
disce di vedere fantasmi, allontana il diavolo, ed ò 
rimedio contro la pazzia e contro la malinconia.. 

La gocciola marina salva dai naufragi e dai pe- 
ricoli delle acque. 

L'amatista dà bel colore e sviluppa il cervelli 
alla persona che lo porta, caccia i demoni, e faciliti! 
lo scorrer del sangue; gli antichi dicevano che hi 
ainatista giovava contro l'ebbrezza. 

11 rubino fa amare la persona che se ne adorna 
e cosi pure lo zaffiro, il quale ha ancora la potènza 
di riconciliare con Dio ed eccitare la voluttà. 

1/ agata fuga il demonio e rende eloquenti. 

L'ambra gialla è pure ritenuta efficacissima conti u 
i malefìci e contro le malattie ; perciò il bocchino dm 
portasigari è di ambra. 

Queste superstizioni però sono in oggi quasi 
totalmente perdute. 

Anche Arturo Graf, nel suo libro sul diavoli», 
nota che certe gemme hanno potere sui demonj r 
dice che taluni tenevano un diavolino chiuso in ini 
anello, in guisa da potergli comandare. 

In questi ultimi anni s'è sparsa anche in Friuli 
la credenza importata dal fondo dello Stivale chi il 
corallo valga a preservare dal mal occhio e dull;i 
jettatura, per cui non è infrequente anche fra imi 
il corno di corallo appeso alla catenella dell' orinolo, 
simile a quello che Crispi ministro rizzava contro 
l'onorevole Imbriani in pieno Parlamento. Si credo 
però ab antiquo da noi che il corallo appeso al collo 
dei bambini faciliti loro la dentizione. 

Una superstizione, poco diffusa fra le popolazioni 



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— 136 — 

alpine, è quella che la pietra su cui ha contesto il 
suo nido l'aquila, faciliti alle donne il parto; è una 
storpiatura della credenza neW etite o pietra del- 
l'Aquila. 

Anche il sale da cucina è un minerale fornito 
d' una certa rinomanza nella storia dei pregiudizi e 
delle superstizioni. È ritenuto emblema della sag- 
gezza, e vuoisi, abbia la proprietà _ di preservare i 
cibi o le sostanze salate dai demoni. Forse tale su- 
perstizione si collega coir uso che si fa del sale nei 
Sacramento del Battesimo, ed in tante altre cerimonie 
della chiesa. A versar sale succederanno disgrazie, (è 
questo un ricordo delV Alomancia, o divinazione per 
mezzo del sale usata dagli antichi) ; si dice che 
quando si versa del sale, per rompere il fascino ed 
impedire i malanni, bisogna raccoglierne un pizzico 
e gettarlo dietro le spalle, senza guardare dove andrà 
a cadere. 

In alcuni villaggi della nostra Slavia, quando 
arriva in casa una persona cara, le offrono pane 
inferrigno, vino ed un pizzico di sale, uso che si 
rannoda colle costumanze dei popoli Jugo-Slavi, i 
quali, ricevendo il Sovrano, sulla porta della città 
gli offrono pane e sale. 

Lo zolfo è un minerale diabolico ; quando vi sono 
apparizioni di demoni vengono sempre accompagnate 
da puzzo di zolfo. Ordinariamente si crede che i 
metalli sieno sette. Da qualche raro vecchio ho sen- 
tito chiamare Toro col nome di sole, l'argento con 
quello di luna, il piombo di Saturno, il ferro di 
Marte. L' oro, l' argento ed il ferro sono metalli 
adattatissimi per le operazioni chirurgiche ; e per 
estrarre le spine non si adoperano mai spilli d' ot- 



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— 137 — 

tone o d' altri metalli perchè produrrebbero suppu- 
razioni, e forse anche avvelenamenti. 

Il rame ha la proprietà di tenere lontane Ir 
streghe ed i diavoli. 

La calamita è ritenuta alcunché di straordinario, 
Si conta anche da noi la storia della tomba di Mao- 
metto tenuta sospesa alla vòlta da fasci di calamita* 
A tagliarsi con un coltello calamitato, la ferita è di 
difficilissima guarigione, come son pur cattive le 
ferite fatte colle falci perchè risegano ogni qualità 
d'erbe, anche le velenose. La calamita perde la su;t 
forza a contatto coli' aglio e col diamante, e s'ado- 
pera di frequente per fare le pratiche superstiziose. 
Si crede che giovi a far rinvenire i tesori sepolti, 
reputandola efficace ad attrarre anche l'oro e l'ar- 
gento. Anticamente le si attribuiva pure una potenza 
amorosa. Giuseppe Ettoreo di Udine nel 1601 fu 
processato dal Santo Ofiìzio perchè, antecipando d'uri 
secolo e mezzo le esperienze fatte colla calamita dui 
prete Hell gesuita, maestro del Mesmer : Magnete 
oleo aneso intincta (la riporterò in latino) a quodam 
judeo accepta, vulvam sue amasie tetigisse, ut fortius 
ameretur ab ea. 

Ho accennato più sopra alla credenza in ceri 
anelli con entro il diavolo, ma v'erano ancora degli 
altri anelli, di ferro specialmente, che, pei caratteri 
che portavano scolpiti, si ritenevano forniti di straor- 
dinarie virtù. 

In un lungo processo fatto in Aquile ja nell'ottobre 
1499 dal Vicario Generale del Patriarca Rev.° Dottor 
Francesco Mazoni contro certo Giorgio detto frate 
Suriano (*) accusato di sortilegi ; questi, nel suo 



(1) Archi?. Arclv. Ud., Voi. XXI, pag. 318 versus e seg. 



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— 438 — 

costituto, dichiara che un anello di ferro da lui por- 
tato nel dito anulare gli era giovevole contro il male 
di capo. Averglielo donato a Venezia certo Ber- 
nardino de Carmignani da Vicenza, che gli avea 
narrato un tale anello produrre a lui la febbre, 
mentre cantava il passio al Venerdì Santo; esso in- 
quisito glielo richiese, ed il Carmignani glielo donò 
per guarire dal dolore di capo. Dichiarò però nulla 
giovargli per predizioni o prestigi. 

Nel 1582 Fi\ Gaspare Guerci Sardo, dell'Ordine 
dei Minori Conventuali, fu chiamato al tribunale del 
Santo Offìzio perchè portava un certo anello con delle 
cifre incise, e confessava d' averlo comperato molti 
anni addietro per guarire dall'epilessia, ed anzi per 
tale motivo una volta il suo Padre provinciale Favoa 
sospeso dalla Messa per sei mesi. Nel 4619 certo 
prete Rodolfo de Galeazzi di Valle nel Cadore con- 
fessa che allo scopo d'avere uno spirito a lui obbe- 
diente che gli procacciasse denaro, fece molte pra- 
tiche di stregoneria, fabbricando un mezzo anello di 
piombo secondo le prescrizioni da lui trovate in un 
libro di Pietro d'Abano, e tali pratiche le avea in- 
segnate anche ad altri ; dovette perciò abjurare de 
vehementi dinanzi al S. Offizio, e si buscò delle gravi 
penitenze. 

Oltre la virtù degli anelli, si sa come lino dai 
tempi più remoti, dagli Egizii, dagli Etruschi e dai 
Romani si usasse appendere al collo dei fanciulletti 
alcuni amuleti per preservarli dai maleficii. Presso i 
romani erano in uso certe cose turpi, che si chiama- 
vano prefiscini, da cui venne poscia il nostro vocabolo 
fascinazioni ; s' avevano pure degli Abraxas, pietre 
incise con certi caratteri e geroglifici incogniti al 



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— 139 — 

volgo, e cosi erano gli Scarabei, i Filacterii ecc. ai 
quali si attribuiva la potenza di preservare da certi 
mali e disgrazie. Il basso popolo in oggi a tutti 
questi mezzi di scongiuro ha sostituito, con credenza 
cristiana, le medaglie, corone, rosarj e scapolari be- 
nedetti, toccati sulle tombe o sulle reliquie dei pi fi 
celebri taumaturghi; ed i contadini del Friuli por- 
tano appeso al collo certi sacchetti a figura trian- 
golare, formati col ripiegare diagonalmente uno dei 
due quadratini dello scapolare. In tale sacchetto si 
mettono alcune goccie di cera del triangolo e del 
cero pasquale, un grano di incenso ed uno di mirra, 
una foglia d' olivo benedetto ed un granello di saie 
benedetto, di quello usato nei battesimi ; e, se si può 
avere, un po' di bambagia tinta nell'Olio santo, e 
magari anche un briciolo d'Ostia consacrata; tuttn 
si bagna con Acqua santa, poi se ne forma un trian- 
golo od un cuore e lo si porta appeso al collo, rite- 
nendolo efficacissimo contro le malie d'ogni specie 
Si attribuisce pure un' influenza a certe monete 
particolari, come quelle ili Alessandro Magno, di 
S. Elena moglie a Costanzo Cloro e madre di Costan- 
tino, e di Costantino stesso o de' suoi figli col mo- 
nogramma di Cristo J^, al doppio tornese di S. Luigi 



IX re di Francia con tvkonvs ci vis e la leggenda 
bknkdictvs. 'sit. nomen. dni. che frequentissimo si 
rinviene in Friuli, ai bezzoni Veneti anonimi con h 
Madonna, ai quattrini con San Luigi ecc. 

Le monete - medaglie Veneziane, nota il conte Pol- 
cenigo, conosciute col nome di Oselle, si ritengono 
vantaggiose al commercio, e fanno crescere i capi- 
tali, perciò egli canta : 



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j 



— 140 — 

— Sia Io stato vedovil di cento 
Doppie del Tago e di una osella (1) — . 

I ricchi seguono la costumanza germanica di 
portare appese alla catena dell' orologio monete o 
medaglie con San Giorgio che uccide il drago e 
credono preservino dalle cadute di cavallo. Mi fu 
detto che anche i pescatori delle Basse (Aquileja r 
Marano, ecc.) portino di quelle col San Giorgio e la 
barca di Cristo sbattuta dai venti, o monete papali 
del secolo XV colla navicella di Pietro, ritenendole 
efficaci per preservare dai naufragi. 

Nell'Archivio Municipale di Udine negli Annali (*} 
in data 19 marzo 1370 si accorda il condono di una 
multa ad un tale che avea unto con balsamo una 
moneta. 

In un documento del 5 settembre 1475, in San 
Vito ( 3 ), l'Arcivescovo di Feltre presta per benevo- 
lenza a mastro Andrea Pittore di San Vito (Andrea 
Bellunello) certa sua medaglia d'oro di S. Elena, la 
quale ha la proprietà di guarire gli uomini da alcune 
loro infermità, e ciò per procurare la salute ad un 
di lui tìglio. 

Orsola moglie di Giorgio del Moro di S. Martino 
da Valvasone fu accusata nel 1599 al Santo Offizio di 
voler mettere (a quale scopo, non si sa) sotto la 
lingua di un morto un soldo Sancii Aloysii vel Scinde 
Helene ; e dovette chiedere misericordia. 

Nel 1647 Pietro Valetto di Torre in Val di Lu- 
serna, Ducato di Savoja si accusa d' aver distribuite 



(1) Bibl. C. U., Poesie inedite del C. Giorgio Polcenlgo. — V Imeneo 
Cusano, Canto II. 

\2) Voi. V., fase. 37. 

^3) Archiv. l'air. Cd., Voi. V., fogl. 298 retro. 



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— 141 — 

alcune Corone dei padri Camaldolesi eolle quali pre- 
tendeva fossero congiunte delle indulgenze, e dovette 
comparire perciò al Santo Offizio. 

Oltre a queste medaglie -monete, trovo pure che 
si usavano anticamente certi chiodi, fatti con riti dia- 
bolici, per preservare o guarire da talune malattie. 

Nel 1500 Gio. Battista detto il Pievano d' Udine, 
fabbro ferraio, spontaneamente si accusava alla Santa 
Inquisizione di avere ad istanza di Dorotea moglie 
di Alessandro Rogati da Udine, fabbricati tre chiodi 
invocando il diavolo, nel metterli nel fuoco, nel ca- 
varli e nel batterli col maglio, dicendo queste parole : 
nel nome del Diavolo. Altri tre chiodi simili fece 
per istanza di Domenica figlia di Gio. Battista detto 
Patria, sartore di Udine, e se la cavò con penitenze 
ed ammonizioni. 

Nel 16i5 Caterina moglie di Sebastiano Felcari 
di Visinale fu denunciata air Inquisizione per aver 
insegnato a Domenica moglie di Giacomo Magnasso 
della villa di Brezzano ad arroventare tre chiodi 
differenti, poi gettarli nell'acqua, e quella farla bere 
agli ammalati, che tosto sarebbero guariti. 

Anche oggidì s' usa tuffare un chiodo rovente 
nell'acqua, che poi bevuta guarisce dal male di 
ventre. 

E pure diffusa ancora la credenza nel potere di 
certe scritture con caratteri cabalistici speciali; negli 
inchiostri simpatici che si possono leggere solo da 
certe persone; nei numeri magici, sigilli ecc., aventi 
virtù di talismani per sanare malattie, far riacqui- 
stare l'affetto del conjuge, produrre in altrui passioni 
amorose, guarire gli animali, preservare dalle ferite 
e dagli avvelenamenti. Anticamente le scritture con 



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— 142 — 

caratteri cabalistici ckiamavansi brevi, e se ne ve- 
dranno accennati alcuni, specialmente nel capitolo 
sulle -streghe. Pei- usare di tali brevi Don Daniele 
Florida Pievano di SocchieVe in Gamia fu denun- 
ziato nel 1504 al Santo Offìzio, accusato di celebrare 
sopra quelli la S. Messa e di adoperarli poscia per 
sciogliere le malie, e guarire gli ammalati, ai quali 
li faceva portare appesi al collo ; confessò, e gli 
furono prescritte lunghe penitenze. 

Nel '1009 un prete Gio. Battista da Cividale, ed 
altri preti suoi compagni furono accusati di essere 
stati genuflessi dinanzi le porte del duomo di quella 
città tenendo in mano un foglio scritto, il cui prin- 
cipio era: Chi dirà questa parola qui sottoscritta 
non potrà confessare sulla corda. 

Si direbbe che quei preti sentissero d'avere qualche 
cosa di gi-ave sulla coscienza, se trovavano il bisogno 
di premunirsi contro le confessioni estorte con la 
tortura. 

Nel 1019 certo Paolo Rocchetta Veneto fu car- 
cerato per certe imputazioni dal Capitano di Porto- 
gruaro ; avendo questi però trovato che alcuni dei 
fatti a lui addebitati erano di pertinenza del Foro 
Ecclesiastico, come la detenzione di scritti magici 
atti a far amare, scritti contenenti invocazioni al 
demonio e segni e caratteri ignoti, il Capitano par- 
tecipò la cosa al Padre Inquisitore, il quale spedi il 
suo Padre Vicario generale ad istruire il processo. 
Interrogato il Rocchetta piìi volte, egli sempre ri- 
spose che aveagli lasciato tali scritti il padre morente ; 
la di lui madre glieli avea posti indosso come vale- 
voli a preservare dalle ferite e dagli avvelenamenti; 
lui averli sempre portati in buona fede, ora riget- 



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— 143 — 

tarli come cose diaboliche. L'inquisitore, avendo 
riconosciuta l' ignoranza del Rocchetta, lo assolse. K 
una assoluzione che torna ad onore d' un tribunale 
fanatico com'era quello del Santo Oflìzio, se puri' 
influenze superiori non fecero mascherare l' assolu- 
zione sotto questo specioso titolo. 

Le viscere della terra nascondono immensi tesori; 
universale è questa credenza, e le facili fortune si 
spiegano sempre, anziché col risparmio e col. lavoro, 
colla scoperta di ricchezze nascoste. 

In Aquileja vige la tradizione che quelle popo- 
lazioni assediate da Attila flagellimi Dei, naseondrs- 
sero i loro ori ed oggetti preziosi nelle casse, e queste 
poi gettassero tutte in un profondo pozzo, ricoperto 
quindi con terra. Anche oggidì si spera sempre sco- 
prire quel pozzo e dicesi anzi che nei contratti di 
terreni si usi apporre la clausola che chi vende ri- 
servasi il diritto al pozzo. Si dice tra noi : 

Come eh' i vès il pòz di San Patrizi 

per indicare che non si e ricchi sfondati. 

Il pozzo di San Patrizio, cì\ era senza fondo, h 
una leggenda brianzola che non ha nulla a che fai e 
col pozzo (V Aquileja. 

La leggenda friulana di Attila lo dice figlio di 
un demonio col muso di cane ed i piedi d' nonni; 
quando parlava pareva abbajasse, e dove passava il 
suo cavallo, l'erba non cresceva più per sette anni. 
Sopra la distrutta Aquileja egli avea fatto spargere 
il sale, perchè non potesse pili risorgere dalle rovine; 
questo per incidenza, e torniamo all'argomento. 

Per iscoprire i tesori nascosti si appende ad un filo 
di seta una pallottolina di ceralacca; il fdo vuol es- 



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/ 



— 144 — 

sere sostenuto col pollice e mignolo della mano destra; 
allora la pallottola comincierà a dondolare nella dire- 
zione in cui il tesoro si trova. Giovano pure la calamita 
e la bacchetta del comando, che deve essere d'olivo 
o di nocciuolo, tagliati e raccolti con certe norme 
superstiziose che non mi si seppe indicare. Quando 
s' adopera la bacchetta si recita il de profundis od il 
miserere. Ma più utile ancora, anzi direi quasi indi- 
spensabile, e il libro degli scongiuri, il quale però 
bisogna saper bene adoperare. I tesori, o furono 
nascosti in tempo di guerre e di turbolenze, ed allora 
a cercarli non si fa male; o furono nascosti per 
avarizia prima di morire, e chi li nascose commise 
un grave peccato, e V anima sua non può aver requie 
iìnchè il tesoro nascosto non viene scoperto. Questo 
di solito si rivela dopo cento anni, facendo sentire 
di sotterra il risuonar del denaro. Se chi ha la for- 
tuna di udire quel suono si trova ad aver in tasca 
una moneta qualunque e la getta a terra, subito gli 
pioveranno intorno i denari nascosti; se non l'ha, 
o non e pronto a far l' atto, il tesoro diventa del 
diavolo che se lo porta via, ed al posto di questo si 
trova ppi del carbone. 

11 tesoro si muta anche in carbone, se nel cercarlo 
non si usa bene il libro degli scongiuri, o se il denaro 
è ingiustamente scoperto (Ve mal ghatdtj; l'ope- 
razione poi non avrà esito felice se nel frattempo si 
avvicinano persone estranee, se canta il gallo, se si 
leva la stella Venere o sorge il giorno. Si racconta 
che a Talmassòns un uomo, entrando in casa, senti 
risuonare le monete sopra il suo capo; per suo ma- 
lanno non avea indosso un centesimo; l'indomani 
narrò la storia alla famiglia ma non fu creduto. Di 



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— 445 — 

li a qualche anno demolirono il muro per alzare la 
casa e sopra il portone trovarono una nicchia for- 
mata di mattoni ed in mezzo un masso di carbone. (*) 
Così anche altrove molti ricorderanno d' aver veduto 
parecchie volte, presso certe umili chiesette isolate 
nella campagna, o fra gli sterpi crescenti sulle rovine 
di qualche antico castello, proprio là dove le ortiche 
ed i rovi vegetavano più rigogliosi, rimestato il ter- 
reno, e scavate fosse profonde; opere tutte di chi 
cercò tesori. 

Quanto frequentemente non si conta la fola di 
antiche pergamene indicanti il nascondiglio di qual- 
che tesoro, rosicchiate dai topi proprio là dove era 
indicato il luogo? E più d' una fiata avvenne che dei 
gonzi, anche ricchi, concorsero colla propria borsa 
negli scavi per la scoperta di tesori nascosti, i quali 
sfumarono poi, lasciando gli avidi ricercatori con un 
palmo di naso, come scrisse Zorutti: 

— «0 vis di quattro, che tarilo spendesti 
Per burire il tesoro sospirato, 
La tua speranza qui sepolta resti, 
Imperciocché il tesor fu trasportato, 
Di là del Judri in un castello antico: 
Intendami chi può ; di più non dico » — . 

La scoperta dei tesori richiede gran coraggio e 
molte precauzioni. 

Se si fa colla bacchetta del comando, bisogna rin- 
chiudersi entro un cerchio, ed osservare ben atten- 



to Il giorno di S. Marco 1860 ( forse ad Udine vi sarà chi lo rammenta ), 
presso la chiesa di 8. Caterina al Cormor, si trovò un affossamento nel 
terreno, praticato nella notte, che terminava in una nicchia quadrata,— 
-e come spiegarsela altrimenti, se non che e 1 era 11 una cassetta con denari 
«ascosti f 



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— 146 — 

tamente che in quello non vi sia la menoma inter- 
ruzione, affinchè il diavolo non possa entrarci, ed 
essere cauti di non lasciar svolazzare e cogliere fuori 
del circolo la più piccola parte della persona o dei 
vestiti; basterebbe un solo capello, perchè il demonio, 
pigliandolo, trascinasse fuori della circonferenza se- 
gnata e graffiasse e dilaniasse in mille modi il mal 
capitato. 

Durante l'esorcismo il diavolo ricorre a tutti i 
mezzi di cui può disporre per ispavetitare i cercatori, 
suscita tremendi temporali con lampi, tuoni, fulmini, 
pioggie torrenziali, e grandine fittissima, grossa come 
uova, imitata da ogni lato dai venti impetuosissimi 
che tutto schiantano; fa traballare la terra producendo 
spaventevoli terremoti, i quali danno origine a im- 
mense valanghe od a frane estesissime che precipi- 
tano dai monti sovrastanti, rotolando massi gigan- 
teschi i quali vengono a fermarsi sul limitare del 
circolo. Nel terreno s' aprono voragini profonde in 
cui sembra debba tutto precipitare, e da quelle escono 
fiamme, pianti, urli, fischi, rumori di catene scosse, 
salmodie funebri ed apparizioni spaventose di fan- 
tasmi, d' animali terribili ed immaginarii, e di dia- 
voli; ben pochi quindi conservano il coraggio, fra 
tanti cataclismi i quali sembra preannuncino il fini- 
mondo. 

Il prete Leonardo Murassi, in una descrizione delle 
costumanze e tradizioni della Valcalda in Carnia 
scrive: (*) 

« Culi, al à dét gnò cuignàt, al era un chiastièl 
dai conts di Luint, coma eh'an d'era un in Frata 



li) cft\ Joppi : Testi inediti rlt., pag. Zio e seg. 



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— 147 — 

sòl Zuvièl. Chei conts erin trisg, e bisugnà cu hi 
Patriaryhia di Aquilea ju fasès copà dai siei soldati 
A lì ta che buso ai era rimagnutz ju bètz. Il prèdi 
Frezzo al vigni una nòt cun omps di curaso a semi- 
zurà i brauji, ju tuehuji, ju demonis, ch'ai stevo ;t 
possès. Fase lu cercen cun ago santo, cun ulif benedèl, 
cun triangul. Fat lu cercen denti dal quàl no podeva 
entra lu Giani (*) ne lu Grandinili ( s ), si mete! iti 
denti dutg quàntg, e lu prèdi seomenzà jù sconzufs. 
Un tignivo lu Christ insòmp la mazo, cun tre ceris 
di triangol impiàtz e chei altris sapavo, e quanto In 
predi ve ben ben let sui ju Esorcismos, t' un mo- 
ment comenzà a tritila, a sbulujà lu tereng, vièrzisi 
grandas gozzenas e andronas di cà e di là di loi\ 
a sglevàsi e sradicasi ju pèz, a vigni jù dal buse e 
dal mont masérios, cretz e dut quànt in ruvìs 
— Joi ! ce più più ch'ai debevo ve. E lòr dùrs a 
preà, a sconzurà, a giavà four tiero senza dà un zit, 
pam 1 's' ai vès chiacheràt, o s' ai ios sphampàtz, ju 
betz sares spari tz. » ' 

Anche nella valle del Cornappo, oltre Nimis, 
proprio di fronte alla località detta la grate di Toriati 
v' è una postura detta i cretàz, sul sentiero di sotto 
che conduce a (Jhalminis, dove anticamente era uni 
ancona, dietro la quale si vedono sempre ballare Ir 
streghe ed i demoni, e frequenti volte nella notte sì 
scava per cercare i tesori nascosti. Alcuni anzi dicono 
che anni or sono certi forestieri ebbero la ventilili 
di scoprire una gran cassa piena di monete d'oro e 



il) Nelle annotazioni e frammenti il D.r Joppi spiegherebbe la voce 
Giani per diavolo od altro spirilo maligno, ma io credo invece sia s 
letta male, e fosse scritto Giaui (diavoli). 

\2) Folletto che porta la grandine. 



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— 148 — 

d'argento che asportarono, diventando ricchi sfon- 
dati. 

Altro tesoro dicesi fosse nascosto dove venne assas- 
sinato il Patriarca Bertrando, nella pianura di San 
Giorgio della Richinvelda; e numerose volte infatti 
si videro praticati scavi attorno alla chiesuola eretta 
sul sito del delitto commesso dai feudatari friulani. 

Nelle Pagine Friulane si potranno trovare nu- 
merose leggende che si riferiscono a ricchezze sepolte, 
come quella del Cappellano che avea inghiottiti i 
denari, e che, scongiurato dopo morto, li rivomitò; 
quello d' una ragazza di Galleriano che incontrò un 
prete morto che avea nascosto un tesoro, ma la povera 
giovane dallo spavento moriva dopo pochi giorni, ed 
altre pubhlicate dalla nobil donna Elena Fabris-Rel- 
lavitis (*). 

Si vedano pure le tre mie leggende del Rial 
Mulìn ( 2 ), nella quale V anima viene ad offerire ai 
passanti il suo oro; del Qhisghèl di Glemone ( 3 ) in 
cui T anima conduce un povero norcino sul castello, 
perchè strappi dalla bocca d' un drago indemoniato 
la chiave della cassa dei denari; e del Idch di 0- 
spedàl ( 4 ), dove si narra d'un giovane che offre 
1' anima al diavolo per avere un tesoro. 

E che tali credenze rimontino a tempi lontani, lo 
dimostra una disposizione dello statuto di Concordia 
del 1450, al § 260, De incantationibus et signationibus. 
« Item si aliquis aliquas incantaciones, adjurationes,. 



(1) Pagine Friulane— Tesori nascosti — Anno III (1S90), N. 12, pagina 
193 e seguenti. 

(2) Ivi, Anno I (1888), N. 8, pag. 126. 

(3) Ivi, Anno I (1888), N. 3, pag. 39. 

(4) Ivi, Anno III (1890), N. 1, pag. 15. 



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— 149 — 

conjurationes fecerit cum crateribus, signis aut aliis 
magicis artibus, etiam intersciendo bona verba, vel 

signum crucis ad tesaurum reperiendum, punia- 

tur in libris viginti quinque dominio applicandis, et 
si monitus non desistat, et totaliter non cessaverit, 
fustigetur, et de locis ac districtu Episcopatus Con- 
cordiensis banniatur perpetuo, vel ad tempus, prout 
domino Episcopo visum fuerit, et tesaurum tali arte 
repertum amittat, et domini Episcopi sit ». 

Al vescovo non mettevano paura i denari del diavolo. 

Nel solito Regesto trovo processato dal Sant' Of- 
fizio nel 1600 certo Giovanni -Antonio Modotti e sua 
moglie Venier da Pordenone per aver commesso un 
sortilegio cum puellis virginibus insipidendo in fiala 
ut invenirent pecunia-m. Era V antico sistema di divi- 
nazione detto Garosmancia. 

Come s'usavano i sortilegi per ricercare i tesori 
nascosti, se ne facevano pure frequentissimi per rin- 
venire le cose perdute o rubate. Gli statuti di Porde- 
none altrove citati, al capitolo dei sortilegi e malefìci 
stabiliscono : 

— « Item si quis ineantationes, seu sortes fecerit 
prò furtis inveniendis, vel aliis divinandis, (ut plures 
faciunt), puniatur in lib. 25 parv. vel fustigetur. » — 

E lo statuto di Concordia al § 200 riporta alla 
lettera tale disposizione. 

Uno strano processo costruito nel 1490 (*) dal Vica- 
rio patriarcale Rev. D. r Francesco Mazoni contro un 
avventuriero, certo Giorgio, conosciuto col nome di 
frate Sudano, mette in chiaro alcune strane vicende 
del curioso sedicente frate, che come aneddoto e 

(1) Arch. Arciv. Ud., Voi. 21, pag. 312 tergo e seguenti. 

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— 150 — 

digressione qui riporto, togliendole dal deposto del 
Sanano stesso e dei testimoni del processo. 

Narra egli dunque, fra V altro, che essendo a 
Conegliano, si presentarono un giorno a lui due 
armigeri del signor Guidone de Rossi, dicendo che 
volevano prendere dell' uva di Cecco Arcangeli di 
Selvatronda, e pregarono esso inquisito di condurli 
sul sito del vigneto; e quando furono a posto lega- 
rono ben bene esso frate Giorgio, e rubarono molta 
uva. Esso camminava a piedi scalzi. A cagione della 
pioggia erano rimaste sul terreno le orme, per il 
che riconosciuto ed arrestato fu sottoposto ai tratti 
di corda, poscia il Vicario lo portò in una gabbia 
sopra il campanile di Ceneda, a ludibrio dei fanciulli, 
ed ivi stette tre mesi ed otto giorni. Certo Cecco da 
Gonegliano, armigero del conte di Val Maren gli gettò 
una corda, colla quale potò fuggire, regalando in 
compenso all' armigero una pelliccia del valore di 
Cinquanta denari. Dipoi si rifugiò a Venezia, indi a 
Gfrmona, stando ad abitare a S. Maria la Bella, ed 
ivi stette sei mesi; poi si trasferì alla villa di San 
Vito di Crauglio. Passato poscia in Aquileja, andò ad 
abitare in casa di certo Girolamo Muschietti, e là gli 
successe il seguente caso. A Franceschino di Brazzacco 
e Paolo Bicio furono rubati due cavalli; si discor- 
reva di ciò al macello, e Girolamo Muschietti eh' era 
presente disse: che in casa c'era uno il quale sapeva 
divinare e trovare le cose perdute. Andò allora il 
Brazzacco da frate Giorgio, il quale gli chiese in 
compenso mezzo ducato; gli domandò quindi il colore 
del cavallo, ed il nome del sospettato ladro, ma esso 
Irate disse non essere quegli; il cavallo trovarsi an- 
cora vicino, ed essendo solleciti, lo si rinverrebbe. Il 



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— 151 — 

Brazzacco chiese allora ove poteva essere, ma il frate 
disse non conoscere le ville e strade circostanti: 
intanto il Sauriano guardava fisso nel palmo della 
propria mano e pronunciava molte parole, chiamando 
tre maghi, un angelo e dei santi. Il proprietario 
Brazzacco frattanto cominciava a nominare qualche 
villa vicina dicendo — « Elo el dicto cavallo in la 
villa de Terzo? e il frale rispondeva no, elo in Cer- 
vignano? e diceva di no; e così nominando più ville 
rispondeva sempre no, e li sarà poco lungi. Di poi no- 
minandogli le strade, e la strada pedrada, disse: ma 
sì che andando per la pedrada, e noìi sono condotti 
in Gradisca causa le inondazioni; allora esso testi- 
monio domandò se fossero stati condotti nella villa 
di Cavenzano, disse di no, e che al momento erano 
tra la villa di Mortisins e di Ruda, dicendo: adesso 
i magna, ed andando subito li troverebbe. Sotto una 
pioggia dirotta trottò egli, e perquisì le ville ed i 
prati, ma nulla rinvenne. 

Nel proprio costituto l'accusato confessò che egli 
non possedeva lo spirito di divinare, ma che erano 
nebbie (nuge), e che diceva ciò che gli veniva in 
mente, e che se le sue predizioni si verificavano era 
un caso, una fortuna. Nulla si sa della line del pro- 
cesso, mancando la sentenza. 

Nel 1584 il prete Gian Pietro Attilio pievano di 
Casarsa accordò il permesso ad una sua cugina di 
guardare nella fiala per ritrovare certe cose rubate; 
processato perciò, ebbe dal Santo Oflìzio la con- 
danna di donare alla Chiesa entro un anno un calice 
del valore di dieci scudi, di recitare per un anno i 
sette salmi penitenziali, e predicare per cinque 
domeniche di seguito contro coloro che invocano i 



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— 152 — 

demoni, e che credono nelle arti magiche, e ad esse 
ricorrono ; ingiungendo al popolo di denunciarli al 
Santo Offizio sotto pena di scomunica. 

Sei anni più tardi Pietro Staurio udinese che 
commise sortilegi per trovare cose perdute, dovette 
regalare alla Chiesa delle Grazie una torcia di tre 
libbre, e recitare i sette salmi. Due anni di poi certa 
Caterina di Villa Dobbia distretto di Monfalcone abi- 
tante in Manzano, per trovare alcuni denari che le 
erano stati rubati, ricorse al sortilegio dello staccio; 
così pure vari anni dopo Pasqua vedova di Leonardo 
Cleri e Maria di Giovanni Cleri da Percoto. 

Euridice moglie di Angelo Corriero da Pordenone, 
allo scopo di trovare una grossa borsa di danaro 
che era stata rubata a suo marito, o da lui perduta, 
riunite in casa tre fanciulle, le fece guardare in 
un' anfora piena d'acqua, scongiurando il diavolo con 
queste parole : Angelo santo, angelo bianco, per la 
tua santità, per la mia virginità, dimmi la verità, 
dove sono i soldi del Corriero ? Nulla essendole stato 
risposto, ricorse al sortilegio dello staccio invocando 
i Santi Pietro e Paolo colle seguenti parole : Per San 
Pietro, per San Paolo, se i soldi del Corriero son 
qua, va intorno ( 4 ). 

Nel 1599 Giacoma moglie d'Arseoio della villa di 
Settimo abitante in Chions, per trovare certe cose 
perdute, fece un sortilegio colle fave e poi collo 
staccio. Sergia di Nicolò dei conti Spilimbergo, ed 
Alba figlia di Pompeo Richieri da Pordenone, per 
ritrovare un cucchiajo d'argento perduto, chiamarono 



(1) Prova questo processo che il sortilegio dello staccio ammette che 
ri6trumento giri. 



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— 153 — 

Tranquilla de Albertis, la quale fece il sortilegio, e 
il cucchiajo fu trovato dietro una credenza ; ed anche 
Santina moglie a Gian Antonio Monaco di Pordenone 
ricorse ai sortilegi per trovare certe margherite 
perdute. 

Faustina Amalteo vedova di Pietro Canciani ri- 
corse al diavolo pure pei* trovare alcuni oggetti che 
le erano stati rubati, adoperando la formula: Angelo 
santo, angelo bianco, per la tua santità, per la mia 
virginità, dimmi la verità. 

Fu questo un anno abbastanza ricco di tal genere 
di processi. 

Nel 1600 Bartolomeo Fabbro di Madrisio, avendo 
perduta un'asina, ricorse a certa Filippina di Chia- 
ròns, la quale rispose : Che non la dovesse cercare 
avanti il levar del sole. 

In quell'anno fu citato al Santo Offizio anche An- 
gelo da Rivis sul Tagliamento, per esser ricorso al 
sortilegio del crivello, con scongiuri ai Santi Apo- 
stoli Pietro e Paolo, per scoprire un furto. 

Nell'anno seguente Giuseppe del Tos da Feletis, 
avendo perduta una vacca, la fece preentare da 
Narda moglie a Francesco Nardi del Blas della stessa 
villa; e lo stesso fecero per altra vacca perduta 
Maria Nadalina da San Daniele, che ricorse a Nardo 
de Bettin del medesimo paese; e Maria vedova di 
Giacomo tornitore da Udine. Francesco de Paoli da 
Flumignano per trovare i salami e salsiccie d' una 
scrofa che gli aveano rubato, fece fare il sortilegio 
dello staccio dalla vedova di Pietro Pegnàt pur da 
Flumignano; cosi pure fece Maddalena moglie di 
Giacomo Ragogna da Pordenone che ricorse ripetute 
volte alla maga Pittacola per trovare alcune marghe- 



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— 154 — 

vite perdute dalla moglie di Pasqualino Avanzi; e 
Maddalena Luminati vedova del fu Paolo, assieme 
alla nipote Peregrina si ebbe delle penitenze per 
aver fatto il solito sortilegio dello staccio con scon- 
giuri ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, allo scopo di 
scoprire chi le avea rubato cinquanta ducati; e Gio- 
vnnna figlia del fu Francescat da Pordenone; e Bar- 
tolomea Manfroni; e Leonarda moglie di Bernardino 
oste da Cordenons; e Giacomo Pittar detto Maurino 
da Imponzo, per scoprire il ladro che avea rubato i 
donari a Odorico Sacraborra della stessa villa, e tanti 
altri che per brevità ommetto. 

Oggidì questi sortilegi sono poco usati, ma si ha 
fede che dicendo per tre volte di seguito il Si quceris 
mìracula, nel tempo che si cercano le cose perdute, 
queste si troveranno indubbiamente. 



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Capitolo III. 



Agricoltura. — Usi, credenze, pregiudizi, superstizioni relative 
alle piante. 



jl iucche gli operai di città, contribuiscono a tener 
vive ed aumentare le credenze superstiziose i conta- 
dini ed i montagnuoli. L' artiere è più facilmente 
rivoluzionario e scettico, od almeno almeno le sue 
credenze non sono tanto profondamente radicate, 
tanto tenaci, come nell'agricoltore, il quale è più 
conservatore, sente maggiormente la fede, e vive 
meno in contatto col mondo civile. Nelle lunghe notti 
d'autunno e d'inverno, quando si sfoglia o si sgrana 
il maiz, per terminare più sollecitamente il lavoro 
parecchie famiglie s'uniscono prestandosi l'opera a 
vicenda. Allora le fole, le fiabe, le superstizioni si 
raccontano, si tramandano tradizionalmente di ge- 
nerazione in generazione, perocché al racconto si 
presta un' attenzione ed un interesse superiore a 
quello che si mette in città nelle calorose dispute 
politiche tenute in osteria, dove un qualunque fale- 
gname o costruttor di selciati disoccupato, con pa- 



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4 



— 150 — 

rolone vuote di senso, sfoggia una scienza che non 
ha. Bisogna aver vissuto in contatto col contadino, 
aver assistito alle veglie nelle cucine o nelle stalle, 
per conoscere come tutti pendono dalle labbra dei 
narratori : aver veduto come le ragazze si strin- 
gono vicine, in certi punti in cui la storia mette 
maggiormente terrore, e come bene spesso più d' un 
segno di croce si faccia furtivamente, e si lancino 
con paura occhiate sospettose agli angoli più oscuri 
e remoti della stanza. L'ambiente adunque in cui 
vive il contadino è tale che lo imbeve di supersti- 
zioni; perciò non è da meravigliarsi se queste domi- 
nano gran parte della sua vita, delle sue operazioni, 
dei lavori e delle cose che all'arte sua si riferiscono. 
I contadini friulani si dividono in coloni, che son 
quelli che hanno terre in affitto, e sotàns od oparis, 
che sono i giornalieri, V opra dei toscani. 

11 contadino non comincia mai un' operazione 
qualsiasi senza invocar Dio, far un segno di croce, 
o recitare una breve preghiera, od almeno le parole : 
In nòa di Ciò anche chest àn (in nome di Dio anche 
quesf anno), e quando termina un lavoro è sempre 
pronto ad esclamare : Sei cun Dio, anghe cliente è 
fate. 11 saluto del eampagnuolo è assai di frequente 
Sia lodalo Gesù Cristo a cui si risponde : e sempre 
sia lodato e quando uno esce di casa, sia pure per 
breve tempo, al di lui saluto rispondono: Cun Dio, 
quasi va con Dio e eh' Egli V assista. 

11 nostro contadino non fa a meno della Messa e 
delle funzioni alla festa, interviene come a diverti- 
mento a tutte le solennità ecclesiastiche, alle pre- 
diche, alle processioni ed alle sagre. Per le ragazze 
sopratutto, la chiesa è il loro circolo, il loro teatro, 



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— 157 — 

le feste religiose sono le giornate di sfoggio, di 
gala. 

Così il villano è scrupoloso osservatore di digiuni 
« vigilie, quantunque fatichi ed abbia bisogno di 
nutrimento più sostanziale. Il cibo usuale dei nostri 
contadini al mattino è polenta con latte ; questo latte è 
sovente scremato o inacidito, o è colostro, oppure è il 
latticello che rimane nella zangola dopo levato il burro; 
quando il contadino ha a portata ricotta fresca od 
affumicata, o formaggio, è proprio una fortuna. A 
mezzodì, d' ordinario minestra fatta con verdura 6 
condita con lardo, burro, grasso d' animale o d'oca tì 
sovente con salsiciotto di majale, di solito molto 
salato e pepato e condito (raglio, che serve di com- 
panatico. A cena in sulla sera ortaglie e legumi aspersi 
d' aceto, misto secondo i casi con olio, con burro, 
opimi- con lardo; poi formaggio talvolta cotto in te- 
game con un po' di burro, ffrico, quq in ont J ; di 
rado si mangiano le uova, le quali si vendono pei 
acquistare il sale e l'olio. Ora l'aceto è tornato d'uso, 
ina finche era caro per la crittogama, in montagna 
lo si sostituiva con del siero fatto inacidire fsìzj, 
siero adoperato anche in antecedenza, ma dai poveri 
soltanto. In estate ed autunno, specie ai ragazzi, al 
mattino si dà polenta e frutta (ciliegie, prugne, fichi, 
uva, ecc.). Nelle vigilie di stretto magro s' usatiti 
molto i fagiuoli conditi con olio e cipolla, i pesci 
salati o bacala, i radicchi, ed in primavera ce ite 
erbe raccolte nei prati, le quali o s'allessano, e si 
tritano come gli spinacci, per farne minestra, o si 
condiscono allesse in insalata, od altrimenti (jerbuzzis, 
li finn, fridùm, e sono composte di una miscela di 
con fenòli, ghandelutis, brucuncésare, orale di jèitr. 



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— 158 — 

grisoló, blede, giluvìn ecc.); cosi pure si mangiano i 
giardòns, i urtizzòns, i rusclis come canta Zorutti 
neir ode: Anìn Tunine in vile: 

— Cun urtizzòns e rusclis 
Cun cuatri gràns tli sài 
Sentàs siili t' un rivai 
I ceuarin in pàs. — 

Un piatto caratteristico del Friuli è la bnwada; 
rape messe ad inacidire nelle vinacce, e poscia, con 
apposita grattugia, ridotte in filamenti come la pasta 
degli spaghetti. La brovada mescolata quasi sempre 
con fagiuoli, talvolta con patate o con erbe, è la 
minestra invernale. In Carnia, mancando le vinacce, 
si fa invece il brovadin che consiste in rape a cui si 
lascia attaccata la brassiea (in^he), ammucchiate e 
compresse in un cassone d'assi all'aria libera (bro- 
v ed dr) e lasciate li a inacidire fermentando. In Carnia 
poi è la jote, la minestra caratteristica della sera: 
un amalgama di farina, zucche grandi da seme, er- 
baggi triturati, granelli freschi di maiz, fagiuoli ecc. 
posti a bollire in molta acqua e poco latte. 

Il riso e la pasta asciutta (gnocchi in ispecialità), 
sono le minestre di lusso riserbate ai trattamenti. 
Un cibo abbastanza frequente nel Friuli montano e 
collinesco ò la carne di vitello, di capretto, di agnello, 
di castrato, di capra o di vacca. La polleria si am- 
mazza solo per dare agli ammalati o per le grandi 
occasioni, e si cucina allessa o condita in tegame. 
In molte famiglie si mangia attingendo tutti ad un 
solo catino o pignatto; in altre si scodella la mine- 
stra e si dà ad ognuno la sua porzione. Il caffè, dive- 
nuto d' uso pressoché generale, è ricercato partico- 



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— 159 — 

larmente dalte donne, talune delle quali per procu- 
rarselo non rifuggono dai piccoli furti domestici, 
<T uova, frutta, ortaglie, granone, fagiuoli, uva, ecc. 
che vendono a piccoli bottegai manutengoli per pro- 
curarsi due soldi della desiderata polvere, o dei suoi 
piii o meno cattivi surrogati. Certe donne si procurano 
i fondi del caffè dalle famiglie signorili, e, fattili 
asciugare, li mettono poscia a bollire nel latte, ac- 
contentandosi così dell'apparenza del colore, piucchè 
del sapore di ealYè. 

Nelle famiglie numerose e ben ordinate tutti i 
guadagni si portano al padrone di casa, il quale poi 
s'incarica di provvedere l'occorrente per la bucolica 
e pel vestito: qualche sbruffo ne ricasca ai figliuoli 
che lo godono i dì di festa dal tavernajo; qualche 
liretta gliela buscano anche le donne per le bellisie, 
esempigrazia, un bel grembialino di lana, un faz- 
zoletto magari tutto di cotone, ma filato e colorato 
uso foulard; così pure nei dì di mercato, e massime 
nelle solennità di Pasqua, di Natale o di Capo d'anno, 
qualche altra liretta se la beccano sempre i piccoli 
e le donne co' loro augurii al capo di casa. 

Senonchè ben poche sono oramai le case in cui gli 
affari procedano tanto ordinatamente ; più di frequente 
ognuno si trattiene parte dei guadagni della setti- 
mana, anche perchè è comune una certa diffidenza 
verso T amministratore dell'azienda domestica. 

S'usa seminare un po' di canape e lino, i quali 
vengono filati e tessuti dalle donne ; così si prepara 
in casa tutta la lingeria domestica. Le donne poi in 
molte località cardano, filano, torcono e tingono la 
lana, e con questa fanno calze, maglie, una specie di 
berretti pei ragazzi, e tessono certi vestiti misti con 



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— 160 — 

altre fibre filamentose, detti di mezzalana ; e le più 
industriose tessono oggi anche cotonine per camicie,, 
grembiuli ed abiti. Nella montagna si fanno calzature 
di storta, una specie di pantofole dette stafèz, le quali 
hanno una forte e spessa suola fatta di ritagli di 
tela e cenci, cuciti a trapunto, stretti, stretti, con 
filo ritorto di canape ; su questa si adatta poscia il 
tomajo di stoffa, ordinariamente nera o cade oppure 
bianca, come s' usa nelle montagne d' Aviano e Ma- 
niago; le ragazze eleganti hanno la punta di scar- 
latto. Nel Friuli montano, dagli uomini, si usano zoc- 
coli di tutto legno (dàlminis o sgàlmaris), talvolta 
consistenti nella suola soltanto, con un basso orlo, a 
foggia d' una barca, e tenute ferme al collo del piede 
con una cinghia di cuojo che vi si adatta, e talvolta 
aventi in legno anche il tomajo. Nei villaggi più 
elevati si configgono nelle suole di questi da sette 
a nove punte di acciajo dette glacìns, che impedi- 
scono di scivolare sul ghiaccio e sulle rocce. 

In pianura, e ad Udine stessa, le artigiane usana 
i zupieiy una elegante suoletta di legno con tacca 
alto e stretto, saldata essa pure con cinghia di cuojo 
adattantesi al collo del piede, e sulla cinghia certi 
nastrini civettuoli colorati di blu e di scarlatto. D'uso- 
generale sono gli zoccoli con suola di legno e to- 
majo di cuojo, specie per le donne e fanciulli. Le 
borghigiane udinesi poi adoperano i mulòz che sono 
ciabatte in cuojo aventi soltanto la suola ed il tomajo 
anteriore, e zoccoli fatti a quel modo con suola in 
legno e tomajo in cuojo si costumano in tutta la 
Bassa. 

In molti paesi oltre Tagliamento le ragazze alla 
festa portano un fazzoletto o velo bianco; in Carnia > 



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— 101 — 

nel Canale del Ferro, ed altrove lo scialle è quasi 
sempre nero con contorno colorato. 

1 costumi speciali delle varie regioni vanno scom- 
parendo; rimangono ancora in uso certe foggi? di 
vestito nelle regioni più segregate, e meno a con- 
tatto della civiltà. A Resia, nella Slavia nostra, nella 
montagna d' Aviario e qualche poco ancora nelle valli 
del Meduna, delle Zelline, dell'Arano e del Melò ed 
a Marano Lacunare si conservano da alcuni vecchi i 
tradizionali costumi antichi; ma la gioventù assume 
il vestito comune (fatta eccezione delle valli d'Aviano), 
il figurino, diremo cosi, dell'Italia in generale. A Ge- 
mona non s'incontra più nessuno di quei vecchi con- 
tadini, ch'io ricordo aver veduto da ragazzo, colla 
giacca di mezzalana color marrone orlata di rosso 
e senza collare, coi calzoni corti dello stesso colore, 
calze turchine, scarpe basse colle fibbie, e cappello 
nero rotondo. Ad Udine s'incontra il buio artigiano, 
(il guappo d'altre provincie ) che porta il cappello a 
corte tese rialzate in parte, in guisa d'aver V aria 
di monello, e le giovani delle agiate famiglie campa- 
gnuole che adoperano grandi scialli colorati uso Ca- 
scemir, e monili di cui si fa sfoggio alla festa, con- 
sistenti in una grossa collana con ciondolo d' oro, 
ed in grandi orecchini di fabbrica svizzera, pur (foro. 

Nelle alpi, la donna è condannata alle più dure 
fatiche; la gerla, e più di frequente il fascio del fieno, 
che, da giugno ad ottobre, deve portare dalla mon- 
tagna giornalmente, limano la salute, la bellezza e la 
gioventù di quelle povere creature. S'alzano prima 
dell'alba per poter essere a giorno sui prati ader- 
gentisi fino alle vette; sfalciano allora e fanno sec- 
care quella poca erba che due o tre giorni dopo tra- 

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— 162 — 

sportano a casa per la provvista invernale per gli 
animali. 

Pur troppo, annualmente la montagna reclama le 
sue vittime, che precipitano nei burroni per racco- 
gliere una manata d'erba od un piccolo arbusto. In 
Carnia dove c'è maggior ricchezza, ed i prati sono 
più fertili, a giugno tornano a casa gli uomini; le 
ragazze aspettano desiose la bella stagione e cantano : 

— Dio mandi prèst San Jàeun 
Ch' a Tè tant inomenàt, 
Massimamentri das fhargnelis 
Ogni volte eh' al ven Istàt. 

Giunto l'autunno, i giovanotti emigrano nuova- 
mente per andare nelle grandi città a fare i sarti, 
lasciando le belle nell'avvilimento: 

— Son finidis lis sunadis, 
Son finis i bai d' Istàt ; 
Son finidis lis marchadis... 
Jù fantàz son sinde (1) làz. 

E P Istàt a jè flnide, 

Oh ce grand dolor di cùr ! 

I fantàz si cholin vie, 

Ce a Vignesie e ce in Friùl. 

È curioso vederli arrivare tutti azzimati che sem- 
brano tanti patrizj veneziani, in tuba, in guanti, in 
scarpini di vernice, vestiti tutti a nero, e tutti ina- 
midati, e l'indomani colla più strana metamorfosi 
trovarli sui prati in scarpe di pezza, colla falce a 



(1) Son sinde làz = se ne sono andati, o meglio = solisene andati, 
Mincie, vinde, sinde, nel senso medesimo, sono voci arcaiche, prette to- 
ccane. 



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— 103 — 

segar l' erba, come non avessero mai abbandonato 
le patrie vallate. 

In alcune parti il fieno si traduce abbasso d'in- 
verno colle slitte ; ma dove le montagne sono più 
ripide, là viene portato giù tutto a spalle umane, e 
dalle donne specialmente, perchè gli uomini emi- 
grano a primavera nella Germania e nella penisola 
Balcanica a fare i muratori, i fornaciai, gli scal- 
pellini, e rimpatriano a novembre, riunti un po' di 
borsa, come dice il Giusti, ma smunti di morale, 
perocché non sono infrequenti i casi di individui, i 
quali dimenticano completamente moglie e figli, tra- 
sformando in istabile soggiorno la loro temporanea 
emigrazione. 

11 contadino non dice: mia moglie, ma: La me 
cristiane, ed essa chiama lui : II gnò Cristian. In Carnia 
invece dicono: // gnò paròn e La me pavone; a fatti, 
però, la donna non è la padrona : dura ancora, pur 
in talune famiglie ricche e civili, la brutta usanza 
che mentre i figli vanno a tavola col padre, la moglie 
mangia in cucina colla servitù. Fra i conjugi s' usa 
il pronome personale Voi, ed in certe case civili i 
figli trattano col Lei i genitori. 

Di altri costumi' e usi parlerò dicendo dei ma- 
trimonj, dei battesimi, dei funerali, e delle costu- 
manze dtdla vita individuale. 

Ho accennato parlando della luna (cap. I) a molti 
pregiudizi i quali si connettono coli' agricoltura; ri- 
porterò ora alcuni proverbj che pronosticano l'esito 
dei raccolti: 

Sòt V àgHe fan e sòt la nèv pan. 
Àn di nèv àn di ben. 
Àn plojòs àn fanòs. 



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— 104 — 

La miserie a ven par lo plui in barche (cioè colle pioggie). 

Fonchs in cuantitàt, (nelle annate umide) àn tribulàt. 

Anade di jerbo, (perchè piove spesso) anade di mierde. 

Sute anade no è fanade. 

Anade di nòli?, anade di panòlis. 

Malatiis di frùz, anade d' abondanze. 

Sech tròp a bui n ore mene la fan. 

Il prin ton a sorèli jevàt — ghól il sach e va al merchàt. 

Il prin ton a sorèli a mont — chól il sach e va pai mond. 

Sut di zenàr, empie il granar, o fàs di roul il granar (?) 

Dio nus uardi da un bon zenàr. 

Zenàr , \ vilàn rìch. 

o sech ) 

Pulvìn di zenàr al empie il granar. 

Zenàr bagnàt, botàz sùt. 

Zenàr cun poche nèv e trope ploe — a P è un segnai eh' al 

fàs sta di male voe(?) 
Se zenàr al fàs pantàn — trope pae e pòch gran. 
Fred di zenàr P empie il granar. 
Se nàs jerbe di zenàr — ten il gran sul granar (?) 
Zenàr al fàs il pechàt e mai ven incolpàt (?) 
Se a San Vizènz Pè clàr (**/•) — al rid il vascielàr — e si 

emplarà il granar (?) 
Cuànd che a San Vizènz e San Pauli sarà sorèli ( M /i ) — sarà 

assai pan, e assai vin in tal chavèli (?) 

Il Del Negro nota nell'anno 1764: 
— « Bel tempo santi Vincenzo e Paolo, che signi- 
iica un buon anno » — . 

Se al va plojos febràr — tu pus 'suedà il granar. 

La ploe di febràr — vai tant che un ledamàr (?) 

Miei in febràr un lóv famàt — che pai champs un contadini 

dispojàt(??) 
Fevràr senze criure — màrz si vièst di verdure. 
Clàr a San Roman ( 4, /t) — al dinote bon àn. 
Màrz oppur mai sut — gran par dùt. 
Pòlvar di màrz — pòlvar d*àur(?) 
Pasche marzole — o fan o moriole. 



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— 165 — 

-Se la gnòt dai cuarante Martars al glaze, s* integnarà anchìmù 
il frèd par cuarante dis, se no buine anade(?) 

Buine anade a ven — se a San Josef al fàs serèn (?) 

San Josef bièl, buine anade. 

L' albe dare a V Anunziade **/* — anade beade(?) 

Se 1* \nunziade a dà gran ploe, mostre che i racòlz Uràn a 
mài pe trope umiditàt(?) 

Tantis plois di màrz, tantis brósiz d' avril. 

Avril plojòs — àn bondanzòs. 

L'è bon avril — s* a V ha il barìl (?) (cioè se acquoso). 

Al rid avril co '1 vai (?) 

Avril bagnàt — la benediziòn sul semenàt (?) 

Ma a Resiutta dicono al contrario: 

Avril ùl ploe par sutil. 
Màrz sùt, avril bagnàt, mai temperai, 
Biàt a chèl che haverà ben semenàt. 

(Proverbio antico, da un manoscritto del si culo 
xvi — Collezione Joppi — Udine). 

Avril plojòs, mai ventós, àn bondanzòs. 

Vint di mai — bondanze che mai (?) 

Mai ortolan (cioè piovoso) — grampe (paglia) ma no gran (?) 

Une risinade Vinars Sant dinote une anade benedete(??} 

Se al pluv Vinars Sant — arsure V àn ducuànt, — oppure, la 

tiere no jè mai sazie. 
Cuànd che la siale pend il spi, lu pend da bande dei pùurs. 
Mai temperàt e Jùgn bagnàt, pan e vin in cuantitàt(?) 
Se a Pentecostis a è ploe — nus farà sta di male voe('U 
Se al plùv d* avòst — al plùv gran e mòst. 
Burlàz dopo San Bortolomio — racomandinsi a Dio (?) 
Plui prest chefhàdin lis fueis di otubar, e plui buine l'anado 

daùr (??) 
Se hs fueis colin dapid dai àrbui, Tanade daùr a sarà buine (??) 
A madìns (mattutino M /u) sul colm da lune — TàN dàùr 

furtune. 

Alcuni dicono invece che quanto piii sarà in gio- 
vine di luna il Natale tanto migliore è il pronostici! 



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I 



— 166 — 

per l'anno seguente; e quanto più in vecchio, tanto 
peggiore sarà Tannata. 

Guai a chel àn, che 1* ucèl a noi fàs dàn. 

Sorgh bièl in jerbe brut in panòie. ' 

In tal polvar semene, — e soponte il granar cun une antene (??> 

Il sùt noi puarte la fan par dùt. 

Par San Barnaba ( n /«) — il gran al ven il flòr al va (?) 

Prime di San Zuàn ("/«) — no sta a lauda il gràn(?) 

Cui che semene tàrd e a T indovine — no la conti nanehe a 

la vizine (??!) 
San Pauli lusènt ( ,0 /i) — tante pae e tant formènt. 
San Pauli lusìnt — pae e furmìnt. 

11 diario Del Negro nel 1702 nota: — «Giorno di 
San Paolo quale fu bello e chiaro che apporta indicio 
di un buon anno, che Iddio ce lo conceda in gracia 
sua » — . E l'osservazione si rimino va quasi ogni anno. 

So ni mostre moi-bidùm il formènt di febràr — sarà riche la 
mede, sarà puar il granar (??) 

Nei manoscritti Bianchi (') trovo in una cronaca 
inedita dell'anno 1325: — «Nota quod si pluit xm 
die Martii erit ilio anno defectus biadi » — . 

Se al plùv il di di Sant' Urbàn ("/«) — ogni spich al pièrd un 

gran (?) 

Pantàn di mai — spiclis d* avòst (cioè raccolta tarda). 
Se al plùv il di di San Pieri ( w «), il pancòr al doprarà une 

misure di farine e dòs di àghe ; e s'a l'è sùt, dòs di farine 

e une di àghe(??) 
Se l'è stàt sùt T unviàr — se va fresche 1* astàt — no sta 

sperà che lui ti coimeni il granar (??) 
Cuànd che la ùe a nàs d' avril — si bèv par sutìl. 
Se nàs d' avril — nàs par sutìl. 
Se nàs di mai — an ven assai. 



(1) b. e. u. f voi. 17. 



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— 167 — 

Vin d* avril — vin zentil. 

te di mai — ùe assai. 

Tiopis cechis, po$he ùe. 

Tròs pampui, poche ùe (??) (Pampui = Pampini; più comu- 
nemente in Friuli però si dicono ceghe o ghece). 

Se al plùv il dì di Sant'Urbàn ("/■) si bèv la fin da V àn (?) 

Sant Urbàn serèn — Sant Vit ( **/« ) plqjòs — àn mostòs e fanós (??) 

Frescure di jùgn — il rap in cuàr — ó la ruine dal mulinar (??) 

Se al plùv il di di San Barnabè ("/e) — cole la ùe fin che 
an d' è. 

Ploe a San Barnaba — la ùe a ven e a va. 

Ploe a San Barnaba — il vin al va. 

Trope ploe a San Vit e Modèst ("/«) jè piès d'un pèst(??) 

Bièl soréli a V Assunte — bondanze di vin, ma s' a Tè nulàt 
al sarà acidin (??) 

Sea l'è bon timp il dì di San Gorgon ('A») la venderne va 
benòn, e viceversa. 

•La gnòt di NadàI ( M /«), met Torèle sul chalcòn : se al ciocia 
buine speranze di vin, e se il eli a l'è nulàt anche di 
gràn(??!) 

Il Del Negro nel suo diario fa questa annotazione 
■al 10 settembre 1778: — « Quest'anno regnano tante 
vespe che mai più ne ho viste tante, a segno tale 
-che ho stentato a pararmi, che volevano uccidere le 
api, e ciò non ostante mi hanno ucciso un bozzo 
{ alveare), coir aver pestato un pettine e mangiato 
tutto affatto il miele. Dicono che quando regnano 
molle vespe, venga potente il vino in queir anno ed 
anche buona vendemmia » — . 

Tropis fueis, pochis zespis. 

Se al tone il di di San Zòrz ( % *U) dutis lis còculis van ta còti (??) 

Ploe a San Zuàn — ploe plui dis daurmàn — e mài pai no- 

lesàn(?) (nocciuolo). 
A S'menà fasui la setemane das rogaziòns — a van in cor- 

<!òns (?) (Leicht). 
Mai mol, lin pas feminis. 



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— 468 — 

Clàr a matutìn, scùr tal stali — scùr a matutìn, clàr tal stali 
(cioè se la notte di Natale è chiaro di luna, sarà abbon- 
danza di fieno e viceversa). 

Plojose la Pasche, póch fen sul pràt — biele e serena, ont e 
formadi a bon martfiàt (??) 

La ploe il di di Sant' Anaclèt ( ,s /t) puarte trist fen in Salèt (?) 

Nel Diario tante volte citato trovo poi quest'altra 
credenza, notata sotto la data settembre 1779: 

— «Quest'anno si può dire veramente Tanno 
delle frutta, perche ve ne è tanti, che nessuno si 
ricorda che ne siano stati tanti, e così anche le cam- 
pagne hanno buttato assai, oltre l'opinione di molti, 
perche essendo stato tutto l' inverno senza neve, e la 
campagna senza pioggia, si dubitava assai che sa- 
rebbe stato un anno scarso» — . 

Per conoscere quale sarà il prezzo del grano 
durante V anno, si posa un granello di frumento sur 
un mattone ben riscaldato; se il chicco sta fermo, 
il prezzo non subirà grave oscillazione; se scoppia 
saltando in avanti, il prezzo si eleverà; se salta al- 
l' indietro si abbasserà. 

In alcuni paesi invece la vigilia di Natale o l' ul- 
timo dell' anno, sulla paletta da fuoco riscaldata, o 
sulla pietra sopra cui era acceso il fuoco, si fanno 
cuocere dodici granelli di sorgoturco, ed a seconda 
che i chicchi s' aprono piti o meno, il prezzo del 
granone aumenterà o diminuirà nei mesi relativi ai 
grani che scoppiano successivamente. 1 chicchi aperti 
bene e divenuti quindi quasi tutti bianchi, sono di 
buon augurio; i prezzi si manterranno miti, e tali 
chicchi li dicono siovis o contessi.?; ma i siòrs, ossia 
jquelli che non scoppiano, sono di cattivo augurio. 

•Si dice generalmente dai contadini che le erbe 



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— 169 — 

hanno tali e tante virtù che, se conosciute, bastereb- 
bero a guarire tutte le malattie ed a riparare ed 
anche impedire molte disgrazie. 

A buon conto, la luna esercita in generale, come 
ho già avvertito, una grande influenza sui vegetali. 
Per questo gli alberi vanno tagliati in buona luna ed 
in calante, altrimenti quelli da lavoro si tarlereb- 
bero, quelli da ardere si consumerebbero senza dar 
fiamma. Le piante da fiori perchè vegetino rigoglio- 
samente e dieno fiori doppi, vogliono essere rubate* ; 
quasiché non fosse furto anche il portar via uiui 
propaggine, un virgulto, un germoglio. Per impedir** 
i maleficj alle piante, si mettono le radici di capri- 
foglio appese alle stesse, ma capovolte, oppure si 
fanno suffumigi con aceto, grasso d'orso, cera e zolfo. 
Se una biscia uccisa si appende colla testa in giù ini 
un albero fruttifero, i fiori dell'albero allegheranno 
dando a suo tempo frutta bellissime ed in granila 
abbondanza. Le migliori ortaglie sono quelle semi- 
nate il Venerdì Santo nelle ajuole antecipatamentr 
preparate. L' erba medica va seminata Giovedì Santo 
dopo suonato il Gloria. Le viti bisogna piantarle in 
settimana santa, e possibilmente fra un Gloria 6 
l' altro, perchè dieno ogn' anno prodotto copioso. Se 
pel cattivo tempo non si potè fare la processione dt'l 
Venerdì Santo, Tannata darà scarsi prodotti. Se i! 
fumo dei fuochi dell'Epifania s'alza diritto, prono- 
stica un'annata di abbondanza. 

Se per inavvertenza si dimenticasse di seminar»* 
un solco di frumento, d'erba medica, o d'altra pian tu 
qualunque a larga coltura, muore entro l'anno qual- 
cuno di famiglia. Prima di seminare il frumento lo 
si mette per ventiquattro ore nell'acqua di calce; 



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J 



— 170 — 

alcuni gettano in quella un po' d'acqua santa, o qual- 
che goccia d'olio, un pizzico di sale, od un rametto 
d'olivo benedetti : bisogna però seminarlo colla mano 
destra, che a gettarlo colla sinistra sarebbe di pes- 
simo augurio. La semina deve essere sempre eseguita 
dal più attempato della famiglia. 

Se presso la casa passa un carro di fieno, porta 
fortuna ; se di paglia porterà disgrazie. 

Per far seccare gli alberi, basta denudarne un 
po' le radici e versarvi sopra dell'acqua in cui siena 
stati allessati gamberi. Lo stesso effetto lo si ottiene 
praticando con una trivella un foro che s' addentri 
sino al midollo e versandovi poche goccie di mer- 
curio. 

Le piante non vegetano più come una volta;, 
tinto quelle come gli animali ora sono più deboli, 
tant' è vero che scuopronsi sempre nuove malattie,. 
1' Oidium, la Filoxera, la Peronospora ecc. Causa di 
tutto ciò, secondo taluni, è la mancanza di religione ; 
secondo altri, le ferrovie col tanto fumo di carbon 
fossile che producono. 

È poi molto in uso presso le ragazze una specie 
di divinazione fatta coi petali dei fiori che sa alcun- 
ché dell' antica phyllorodomancia. Per lo più si svel- 
gono i petali delle Margherite (Vedi più innanzi alla 
voce mi ustu ben nel lessico delle piante). 

A Chiusaforte si dice che a portare fiori sul 
cappello od all'occhiello, producono dolore di capo. 
A donar fiori, secondo qualcuno, si perderebbe l'ami- 
cizia ; ed a regalarli ai bambini si augura loro la 
morte. 1 maghi e le streghe hanno la potenza di 
cambiare le persone in piante. 

Le migliori erbe, e quelle che possiedono mag- 



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— 171 — 

giori virtù, sono raccolte all'alba di S. Giovanni, 
dopo caduta la portentosa rugiada. Anche in antico 
si facevano, e si fanno tuttodì, colle erbe, non porhi 
sortilegi.. 

Nel 1599 Bernardona moglie a Bernardo di Ber- 
nardo da Venzone fu accusata al Santo Officio come 
strega, per essere stata veduta un giorno a nn co- 
gliere furtivamente un manipolo d'erba e poca trini 
nel cimitero di quella chiesa. 

È strana pure la pratica superstiziosa che trovo i >&• 
sere stata usata in Carnia per impedire i danni «Ielle 
acque, e per la quale dovette comparire dinanzi al 
Santo Officio certo Nicolò da Qhalgiareto (Qhalgiarèl $ 
comune di Comegliàns). Si faceva la solita proces- 
sione per le campagne, il giorno di S. Marco; sechilo 
il costume, giunti nella località detta Queste (Ctéta), 
si fermarono, e Nicolò deposto a terra il Crocifisso 
che portava, con un coltello tagliò tutt' intorno la 
cotica erbosa su cui posava il piede della croce, o 
scavato il piccolo cespo lo depose sur un tronc" di 
albero colle radici volte in alto. 1 testimoni esami- 
nati dichiararono che tale superstizione fu praticata 
fino ab antiquo dai loro antenati, ed in tutti i parsi 
circostanti, per impedire i danni della grandini' e 
delle acque, avvertendo nello estrarre la zolla di 
proferire a mo' di esorcismo queste o simili parole; 
— « Tanto danno possano fare le male acque in 
questi paesi, e in queste parti, che ha fatto daiuw 
il piede del crocifisso in questo pezzo di terra* - 

La chiesa cattolica ereditò dal paganesimo, fta ^ii 
altri riti, anche le Rogazioni, ossia l'usanza delle 
processioni fatte attorno le campagne per invocare 
la protezione divina sui raccolti, e per tenere lontani 



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— 172 — 

gì' infortuni che pur troppo tanto di frequente colpi- 
scono i prodotti agricoli. Le Rogazioni sono tre: l'una 
attorno il paese (tòr de vile) ; l'altra attorno gli orti 
(tòr dai òrz) ; e la terza attorno la campagna (tòr 
tavièle). Dai giorni delle tre Rogazioni si trae pro- 
nostico pei raccolti; la prima riguarda le ortaglie e 
la vendemmia, la seconda le messi, la terza i fieni. 
Talvolta la processione di un paese arriva lino 
in un villaggio finitimo ed i preti celebrano ivi la 
Messa. Ogni qual tratto la processione si sofferma, ed 
il Pievano canta Vangeli ed Oremus e benedice i 
campi. La processione tòr taviele è lunghissima; si 
fanno talora delle decine di chilometri, partendosi al 
mattino, anzi al levar del sole, per rientrare alla sera. 
Dopo un dato tempo, si fa una fermativa per la co- 
lazione in località prestabilita. Piatto d'uso sono le 
uova variamente preparate, o sode con radicchio, o 
frittata; nell'Alto Friuli il capretto arrosto (cuarluzzej- 
Debbo notare per incidenza esser di prammatica non 
doversi trinciare la cuartuzze col coltello, ma squar- 
tarla tenendola con due dita, e tirando col forchet- 
tone. La colazione si mangia seduti sull'erba. Il clero 
si fa portare in un cesto le pietanze usate, ed i 
buongustai e i golosi in quest' occasione mangiano gli 
asparagi e la focaccia pasquale. La bottiglia, la zucca, 
il bariletto del vino sono indispensabili. E, come è 
bello vedere la partenza dei devoti pellegrini carichi 
di grazia di Dio, è ancora più ameno l'osservare la 
schietta allegria, e l'udire il chiasso gajo che regna 
nelle brigate. Finito il pasto, gli amici vanno in cerca 
degli amici ed offrono loro il bicchiere del vino colla 
solita frase : Fàit di rasòn, l'altro accettando risponde : 
A la uestre salùt; ed il primo replica: anghe a la 



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— 173 — 

uestre o altretànt, o parimentri od amen ecc. Bevuta 
la maggior parte del vino ch'era nel bicchiere, il 
contadino si pulisce la bocca col dorso della mano, 
e lo restituisce air amico che è tenuto a vuotarli 
Per tal modo la colazione delle Rotazioni assomigli w 
ad una sagra. 

E neanche quest'usanza è una istituzione del ca- 
tolicismo; giacche la si trovò in uso fra le primi- 
tive popolazioni italiche, come riporta il Finamare 
dal De Coulanges (*): 

— « La contarne des repas sacrés était en vigueur 
en Italie autant qu'en Grece. Aristote dit qn' elfo 
existait anciennement chez les peuples qu' on appel- 
lai Oenotriens, Osques, Ausones.... La principale 
cérémonie du eulte domestique était un repas qu'oii 
appellait sacrifìce... La principale cérémonie du eulte 

de la cité était aussi un repas Il devoit étre ac- 

compli en comun par tous les citoyens, en Thonneui 

des divinités protectrices , ces immenses banquete, 

où tous les citoyens étaient réunis, ne pouvaienl 
guére avoir lieu qu' aux fètes solennelles » — . 

E tosto il Filiamo re soggiunge, riportando dal 
Guantoni ( 2 ): 

— « È probabile che cotesti conviti si tenessorn 
nei santnarj nazionali » — . 

Finito l'asciolvere, la processione si rimette in 
cammino; fa poi il giro che è straordinariamente 
lungo, e si protrae oltre il meriggio: allora si desina 
anche per via, e magari s'alza anche per bene il 
gomito. Dove invece dura appena qualche ora, i gio- 



ii) Gtanar* Fiaaatrt, loc. cit. pag, 134 tratto dal De Coulanges. tu 
ette antique pag. 179- 182. 

t?) FiiAMtre, loco cit. tratto dal Colantoni — Storia dei Atarsi cap. vii. 



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— 174 — 

vanotti vanno sul campanile a scampanare, e non ces- 
sano di suonare a stormo d'allegria fino a che la pro- 
cessione non sia rientrata in paese. Vanno poscia per 
ugni casa in cerca di uova e lardo o vino, e fanno 
;i nell'essi la frittata coi ciccioli (la fritae cu lis frizzis). 

In alcuni paesi vi sono lasciti per distribuzioni 
di pane, vino, uova o formaggio in istabilita misura, 
fatte per cura della fabbriceria a tutti coloro che 
intervengono alla processione; l' indomani si porta 
un pane per ogni famiglia, e questo spetta per diritto 
a chi non V ebbe nella processione. 

Dai registri del cameraro di Gemona traggo queste 
note relative alle Rogazioni. 

— 1377 A tór tavella cu lu cruciflx. 

Gli previ e alarin intór castèl lu dì di Sant Marche 

Tór (;,hÌ8c,hèl è la prima delle Rogazioni che s' usa 
ancora oggidì il giorno di San Marco, durante il giro 
attorno il paese. 

— Per la precissiòn, zoè per alar in tor 
tavela per 3 dis dei). 40 

— Per ricevi gli fraris e gli previdi quant 
egli vignirin di torno castel per boc. (forse 

boccali) 5 di riboia den. 7 pie. 2 

— Quant gli previdi alarin intof castel e 

intorno tavela, in pan e in bevi • 

— 1378 Spendey con li previdi et con li frari 
in lo di di Santo Marcho che li andà in pro- 
cessiòn atorno lo chastelo den. 8 

— Spendey per li previdi per ariceverli in 
pane e in carne quando e li vignirin di in- 
torno la tavela e quando e li furin a Santa 

Agnes (la seconda rogazione) 

— A queli che portar li confanoni e la lan- 
terna intorno la procession in 3 volte 



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— 175 — 

— Le tre rogazioni a chuluy che porta la 
erose intorno lo cliastel, intorno la tavela e a 

Santa Àgne* i. 

— 1389 Per un zochul (capretto) e per pan 
e per vin e per lu gustar lu di che giù previtz 

alar intorn taviele Sol. 34 

— 4 zochulg per fare da gusta ali preti L. 4 

— .... Per pan e per formago e per ovi e 

per peverada e per zaferano in do volte L. 1. 3. 18. 

— 14Ò5 Dey al letòr chi predicha sot lu telg 

— 1435 Dey al letòr chi predicha sot lu telg 
{tìglio) nella processione di San Marco S. 12. 

— 1439 (1) Spendey per far portar la Chros 

in tor la tavele S. viiij 

— 1439 Spendey per ala in propision in tre or is S. xiij 

Ed ora farò seguire una specie di lessico di alcune 
piante più note fra popolani per virtù sognate, per 
credenze superstiziose o per altri pregiudizj a cui si 
collegano. 

Acacie o spin néri — Acacia spina Cristi = 
Rainnus catarticus L. — Si dice che di questa pianta 
fu fatta la corona di spine per Gesù Cristo; perciò 
è pianta santa e di buon augurio. 

Acuilèe = Achillea = Aquilegia vulgaris L. e 
varie altre specie. — Si crede che il dormile nel fieno 
sopra le foglie di Achillea guarisca la stitichezza; il 
decotto de' suoi fiori si reputa efficace contro i verini; 
le foglie fresche pestate ( 2 ) ristagnano l' emorragia. 

Aconito = Aconitus napellus, A. lycoctonum, ed 
altre quattro varietà. — II Manzini ( 3 ) narra che nella 
Slavia italiana circondano i pollai colle piante vele- 



io Da un quaderno della confraternita di San Gervasio di Udine. 
(2) cfr. Mutili: Su alcuni fiori alpini — Cronaca della Società Alpi v 
Friulana. Udine, 18*9, pag. 2*3. 

(8) cfr. Manzini : Su alcuni fiori alpini, pag. 225. 



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— 176 — 

nose di Napello per impedire alle volpi di avvicinarsi, 
e secondo lui l'A. lycoctonum per gli antichi doveva 
avere qualche funesta virtii pei lupi, quando le nostre 
alpi erano infestate da tali belve. 1 pastori credono 
che chi riposa air ombra dove sono molti Aconiti, 
correrebbe gravi pericoli, perchè numerose vipere 
si riparano sotto quelle piante velenose e soffiando 
col loro fiato avvelenato produrrebbero una grave 
eruzione cutanea agli uomini: eruzione che si gua- 
risce da un vecchio pastore di Caporetto il quale, con 
due segni e poche parole, sa cacciare via subito ogni 
malore (è il preentare gli antichi). Coi fiori pestati 
si fa un empiastro che vuoisi giovi nei dolori reu- 
matici ; occorre però somma prudenza neir usarlo. 

Aloè = Agave americana = Aloe vulgaris L. — 
Si dice che fiorisce ogni cent'anni. A questa pianta 
si attribuisce potenza contro le streghe; viene usata 
pure come vermifugo. 

Altee, altee di speziarie = Altea = Althea 
off. L. — I suoi fiori secchi si adoperano per fare 
decotti emollienti contro il male di gola. 

Ai = Aglio — allium sativum L. — Si usa ap- 
pendere al collo dei bambini una collana di spicchi 
d' aglio per guarirli dai vermi. A mettersi un gra- 
nello di aglio nell'ano viene la febbre. Le serpi fug- 
gono l'odore dell'aglio, che spiace pure alle -streghe 
ed al diavolo, e forse per questo motivo i contadini 
ne mangiano tanto spesso; è buona cosa stropicciare 
òoir aglio le forbici quando si tosano per la prima volta 
i bambini e le pecore; fregando con aglio i tegami 
e le pignatte nuove, si preservano dalle malie i cibi 
che in quelle s'apparecchiano. Le sottili pellicole 
che si sfogliano dagli spicchi d'aglio si usano come 



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— 177 — 

rimedio per asciugare le piaghe purulenti. L'aglio 
oltracciò è condimento usatissimo in numerosi ci hi. 

Ài salvadi, ajùz = Aglio delle Vigne = Allumi 
vineale L. — Giova a scuoprire le malie gettandolo 
a bollire in una caldaja di rame fatta prima bene- 
dire. Ad ungere con aglio selvatico una calamita, 
perde ogni sua virtù. 

Amorìn o risèt = Reseda = Reseda odorata Li 
— Si regala volentieri all'amante, credendo giovi a 
rendere più intenso il di lui affetto. 

Anis = Anice = Pimpinella anisum L. — È 
buono per le flatulenze, e fa eruttare quando si sente 
grave lo stomaco. Giova pure contro i vermi e pw 
regolare le funzioni muliebri. 

Ardielùt = Agnellino = Velerianella olitoi i;t 
Moench. — I giovani germogli si mangiano comi iti 
in insalata (Pirona, Vocab. Bot. Friulano); più d 1 or- 
dinario però la pianta, lessata assieme ad altre, si 
mangia come gli spinacci in minestra o per salsa 
colla carne. (Vedi la voce Jerbuzzis). Si vuole eziandio 
che abbia potenza balsamica. 

Ardile — Elleboro = Helleborus viridis L. — La 
radice tagliata in pallottoline si adopera per inseri ila 
nei cauteri praticati ai bovini (Pir. /. e.) Un decotto di 
ardile somministrato ai pazzi credesi ne calmi le furia. 

ARTigHòCH salvadi, oreglarie = Carciofi grassi 
= Sempervivum tectorum L. — Le sue foglie | in- 
state e applicate esternamente si reputano un eccel- 
lente rinfrescante specie nelle flussioni, suppurazioni, 
posteme, mali di gola, ecc. Il Manzini (*) dice eh** il 

(1) V. Marnili : Le virtù dille piante in Friuli — uell' In Alto, peno- 
•dico de la società. Alpina Friulana, anno 1890 N. 5 pag. NI, 114 e US* — 
Udine - Do retti. 



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— 178 — 

succo spremuto dalle foglie si adopera per far cessare 
le convulsioni, alle donne specialmente, e lo spasimo 
fspdsimj ai bambini; le sue foglie scotennate ed appli- 
cate fresche sui calli, li faranno cadere in breve tempo. 

Asèdule di mùr, Pan e vin di mùr = Acetosella, 
Acetosa minore, Ossalide ^ Rumex Acetosa L. — 
Si mangia dai fanciulli come il Pan e vin. 

Assinz, Sinz = Assenzio — Artemisia absin- 
thium L. e Art. Pontica L. — È usato come tonico; 
lo si pone in infuso nell'acquavite assieme alla Ruta 
ed alla radice di Genziana, e alla mattina a digiuna 
si beve un bicchierino di queir acquavite. Messo in 
un sacchetto sotto il guanciale dei bambini, od appeso 
al loro collo, fa morire i vermi; è diuretico e pro- 
voca le mestruazioni. L' erba Artemisia portata in 
contatto colla pelle ha la virtù di far amare. 

Rifuggendo i diavoli e le streghe dall' odore di 
quest'erba, la si porta indosso per salvarsi dalle malie, 
e chi presenzia o assiste a un esorcismo ha 1' avver- 
tenza di empirsi la bocca d'aglio ed assenzio per 
ovviare il pericolo che il diavolo espulso dal corpo 
esorcizzato entri nel suo. Il Manzini narra che nella 
Slavia (*) si usa contro 1' emorroidi, che il decotto 
delle sue foglie caccia il mal di capo, ed i suoi in- 
fusi giovano a coloro che patiscoiio d'insonnia per 
la soverchia stanchezza, ed a chi fu esposto per qualche 
tempo all' umidità. 

Assinz di montagne = Assenzio alpino = Achillea 
Clavenne L. — Si crede possieda molte delle virtù 
dell'artemisia. 

Aurèdule = Laureola — Daphne mezereum L. e 



(1) V. Itmini : Su alcuni fiori ecc., pag 924. 



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— 179 — 



Daphne laureola L. — La corteccia pesta e mescolata 
coir aceto può usarsi come vescicante (Pir. /. e). 
Dicesi che solo toccando i succhi della pianta nello 
sfalciarla si sollevino sulla pelle delle vesciche eli** 
chiamano ghariodulis. Molti ritengono V aurcdulc 
un'erba velenosa. 

Baqhare, sqhepolar ecc. = Ligustro = Ligu- 
strum vulgare L. — Co' suoi rami si fanno scope e 
gabbie. Le bacche si adoperano per decotti che si 
credono utili nelle diarree ostinate e per tingere. 

Baràz di moris. = Rovo = Rubus fruticosus L. 
- — TI frutto si mangia e si mescola col ginepro v<\ 
altre bacche per distillarne acquavite. Vuoisi da ta- 
luno che la corona di spine di Gesù Cristo sia stata 
tolta da questa pianta. Nella' luna si vede Caino de- 
porta rovi colla forca. Il rovo è tenuto come em- 
blema di individuo cavilloso ed iracondo : Tu ftéà 
come un baràz, no si sa di ce bande rhapdti. 

Baràz Blanch, o spin Blanch = Lazzcruolo sel- 
vatico = Crataegus monogyna Jcq. — Le sue spina 
si credono difficilissime ad estrarsi e producono 
gravi suppurazioni ; il suo fiore è un deprimente 
degli stimoli carnali. 

Baràz di bosch o sqhafoe prèdis = Pruno sei* 
vatico = Prunus spinosa L. — 1 suoi frutti sono 
acerbissimi ed alligano i denti (lein i ding); giovano 
a guarire la diarrea. Col suo fusto si fanno bastoni 
ai quali si attribuisce una speciale potenza per tener 
lontani i cani mordaci e tutti gli animali ed uomini 
che venissero contro con intenzioni ostili. 

Barbe di frari = Scorzonera = Scorz. hispanica 
L. — Le sue foglie si mangiano in insalata. La si dice 
utile nelle febbri intermittenti. 



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— 180 — 

Barburize, catinutis = Fioraliso = Centaurea 
Cyanus L. — Il decotto de' suoi fiori sarebbe emol- 
liente, sudorifero e narcotico ; qualcuno ne ricava un 
bel colore da tingere. 

Bardane, lavàz di lacais — Bardana = Lappa 
major Gortn e L. minor D. C. — La sua radice, as- 
sieme alle foglie di gramigna e d'ortica, si usa a 
primavera per fare decotti che si bevono con latte 
e zucchero, e si credono giovevoli nelte malattie alla 
gola, ai bronchi, ai polmoni e come antireumatici. 
La bardana s'adopera pure nei sortilegi. 

Basili = Basilico = Ocynum basilicum L. — È 
pianta buona per filtri amorosi. Un ramo di basilico 
donato air amante lo mantiene fedele ; il suo infuso 
è antielmintico; si coltiva pel suo profumo: 

Tal macèt a Pùl basili 
A volè eli' al nasi bon 

canta la villanella. 

Beladone = Belladonna = Atropo Belladonna 
L. — È pianta velenosa. Le foglie e radici sono te- 
nute come medicinali; è però assai pericoloso l'u- 
sarle. Si dice che dormendo presso una pianta di 
Belladonna si morrebbe avvelenati, od almeno si 
soffrirebbero gravi malori, emicrania, oppression di 
respiro e mal di ventre. Le sue foglie vuoisi giovino 
contro il cancro ; anche le bacche imprudentemente 
si adoperano talvolta per usi medicinali. 

Belomo = Balsamina = Impatiens balsamina 
L. — Coi calici del suo fiore innestati un dentro 
all' altro si fanno delle piccole ghirlande che si ten- 
gono nei libri di messa e si crede abbiano influenza 



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— 181 — 

di conservare candida la gioventù, e di provnuatv 
T amore delle persone a cui vengono donate. 

Betoniche — Betonica = Bet. offìc. L. — Si «redo 
giovi per tutti i mali e sia la pianta magica [luì' 
eccellenza; forse ciò deriva dall'omonimia colla famosa 
strega Betoniche. Frequentissimo e il detto : Tr* vìa 
cognossill come la Betoniche, che viceversa poi lirn 
pochi conoscono; giova nelle idropisie e rìei dolori 
di milza. 

Blaudìn = Vitalba, viorna, ricinella, filo del dia- 
volo = Clematis vitalba L. — Le streghe coi suoi 
filamenti fanno le corde: le sue foglie si dicono 
vescicatorie. 

Blede, meneòlt = Bietola = Beta cicla L. 
Le sue foglie si mangiano in minestra come gli >| mi- 
nacci: entra altresì a comporre lis jerbuzzis e li Ut ni. 
Le foglie di blede come quelle del cavolo spatolate 
di burro fresco, si applicano quale rimedio sulle 
scottature e sulle piaghe purulenti. 

Bòs = Bosso = Buxus sempervirens L. — Sotti) 
le siepi di bosso dicesi s'annidino di preferenza certe 
serpi. 11 suo legno godrebbe la proprietà di tener 
lontani i demoni e le streghe, per cui lo si predilige 
onde foggiarne Crocifissi ed immagini di santi; forse 
confondendo l'effetto colla causa, il volgo attribuisci! 
al bosso le sue straordinarie virtù. 

Brocul = Cavol broccolo = Brassica olerai" m L. 
— Si usano spalmar di burro anche le sue foglie 
come quella della blede, per gl'identici usi. 

Brucuncesare = Specchio di venere = Specu- 
larla speculum D. C. — Si raccoglie per mangiarla 
ne lis jerbuzzis. 

Brugnul = Susino = Si comprendono sotto ({nella 






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— 182 — 

denominazione generica quasi tutte le varietà, escluso 
il prunus domestica (Vedi zespe). — Le mamme di- 
cono che le susine acerbe mangiate dai ragazzi restano 
sette anni nello stomaco prima di essere digerite. 

Bucaneve = Galantus nivalis L. — Il Manzini ( ! ) 
racconta la leggenda di poveri montagnuoli bloccati 
dalle nevi in un casolare in pericolo di morir di 
fame, che raccolgono sotto la neve i piselli del Signore 
(i frutti del Galantus nivalis) e con quelli si nutrono 
per alcuni giorni. 

Alla cipolla del bucaneve, creduta velenosa tra 
noi, si attribuisce potenza emetica. 

Rufularie = Alchechengi = Physalis alkekengi 
L. — Si adopera per usi medicinali (Pir. /. e). Il 
popolo crede le sue bacche diuretiche e controsti- 
molanti; ora si coltiva nei giardini per mangiarne il 
frutto. 

Burale, carline, erbe da ploe = Cardo di San 
Pellegrino = Carlina Acaulis L. — Il suo fiore è te- 
nuto come buon igroscopio. Se si rinchiude, pronostica 
pioggia vicina; se rimane aperto, il sereno durerà. 

Buraze = Borraggine = Borrago officinalis L. 
— 1 suoi fiori color indaco si mescolano alle insalate. 
Colle foglie si fanno fritture. Medicinale. (Pir. /. e.) 
In Carnia si mette in quel minestrone che dicono 
la jote. Nelle infiammazioni e pleuriti giova per 
espettorare; e purgativa, diuretica, sudorifera e dis- 
sipa la bile. 

Camomile = Camomilla = Matricaria Chamomilla 
L. — I suoi fiori si adoperano in medicina come 
antispasmodici (Pir. /. e). È usatissima dalle donne 



(1) V. Mtnstni : Su alcuni fiori alpini ecc. 



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— 183 — 

nei disturbi isterici (madròn) ; guarisce le ulceri 
interne ed esterne; calma tutti i dolori e disturbi 
nervosi; nelle congiuntiviti e per gli orzajuoli si 
fanno lozioni con decotti di fiori di Camomilla. L'erba 
ha maggiore virtù se colta di notte, colla mano si- 
nistra, a luna nuova. Il Manzini ( 1 ) la indica pure 
come calmante ed utile nei mali di gola. E poi c'è 
il detto — la camomile a jè buine pe chile — (ernia): 
vero o non vero, però va per rima. 

Campanelis, jerbàz = Vilucchio = Convolvoli^ 
Arvensis L. — Le sue foglie si presumono vulnerarie. 

Canele, Geranio Canele = Geranio odoroso == 
Pelargonium odoratissimum L. — Le sue foglie si 
applicano sulle ferite perchè impediscono l'emorragia, 
e guariscono i tagli per prima intenzione. Si coltiva 
nei vasi dalle ragazze per donarne ai loro vagheggini 
le foglie, alle quali si attribuisce la virtù di far amare. 

— In Domenie di matine 
Vignarès culi di me 
Us darai la caneline 
Che la nietis sul gilè. — 

Capucine, astrùz, nastrùz = Nasturzio indiano =a 
Tropaeolum majus L. — I suoi Mori vengono uniti 
alle insalate (Pir. /. e.) la si usa nelle tossi ostinate. 

Capùs = Cavol capuccio = Brassica oleracea L. 
— Le sue foglie pure si applicano sulle piaghe. 

Cartufule = Tartufo bianco = Helianthus tube- 
rosus Lin. — La sua coltura non si adotta perchè v' è 
il pregiudizio che una volta seminata nei campi non 
si possa più estirparla. 



(1) V. Musini: Virtù delle piante, pag. 132. 



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— 484 — 

Cedri, spin di crós = Berberi = Iterberis vul- 
garis L. — Le bacche possono adoperarsi per farne 
conserve, alle quali viene attribuita una facoltà dis- 
setante superiore a qualunque bibita. Con esse si fa 
pure aceto, e se mescolate con more di rovo e bacche 
di ginepro, danno un'eccellente acquavite.il Pirona 
(/. e.) dice che la corteccia tinge in giallo i cuoi, e 
macerata nel lascivio di cenere tinge in giallo anche 
la lana. I ragazzi mangiano i grappoli dei suoi fiori. 
Si crede che i decotti di Berberis giovino contro le 
febbri e la fame canina (mài da lupe). 

Cedro — Citrus medica L. = Il suo succo è rite- 
nuto buon contravveleno per le coliche dei funghi. 
Un ramo di questa pianta preserva dai fulmini le case. 

Celidonie o ierbe di sante Polonie = Celidonia 
= Chelidonium majus L. — Il suo succo acre e lat- 
tiginoso stillato nei denti guasti dolenti ne calma 
temporaneamente i dolori (Pir. /. e); altri ap- 
plicano esternamente sulle guancie un cataplasma 
di foglie peste. Si adopera pure un rimedio fatto 
colle sue foglie pel mal d' occhi ; la radice si usa 
come drastico, e l'acqua di Celidonia mescolata in 
parti uguali con latte di donna che abbia partorito 
per la prima volta, dando alla luce un maschio, giova 
per lavacri che cacciano le lentiggini e le macchie 
dal volto. Le foglie si mettono nei famosi sacchetti 
con le erbe alle quali si attribuiscono facoltà straor- 
dinarie e soprannaturali. Ad aumentare la potenza 
giova coglierla la notte di San Giovanni dopo caduta 
la famosa rugiada. Il lattice che cola dai suoi fusti 
si usa per guarir le verruche. 

Centuvièl, centul = Centocchio = Stellaria 
majus L. — Si dà come pascolo agli uccelli, alla 



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— 185 — 

polleria ed ai majali per ingrassarli. Un proverbia 
che non ha fondamento, perchè il Centuvièl non si 
mangia dagli uomini, dice : 

Centuvièl, centuvièl, pini s' in mange e plui si ven bièl, 
Centuvièl centuvielàr plui t* un mangis e plui bièl tu vegnaràs. 

Ceijfoi = Cerfoglio — Anthriscus cerefoliiuu 
Hoffm. — Si coltiva per uso culinare; creduto an- 
tielmintico, rintonante ed utile contro V idrope. 

CeUNICIS, Ùt: MÙNGULE, CERNtCULE, MARÙCULE eCC. as 

Mirtillo = Vacinium Myrtillus L. — Le bacche si 
mangiano o s' adoperano per estrarre acquavite. — 
Alcuni attribuiscono al Mirtillo facoltà medicinali, 
specie per guarire le diarree più restive. 

Cervese= Cervogia, luppolo = Humulus luppuUiS 
L. — I suoi fiori si mettono per far la bollitura alle 
botti che assumono così un gradevole sapore amaro. 
I teneri germogli si mangiano (vedi più avanti itr- 
tizzòns). 

Ceve, cevìn = Scalogna = Allium ascalonium 
L. — Chi tocca quest'erba, quel giorno sarà sfortu- 
nato nel giuoco ; quando ad uno vengon le carte con- 
trarie si dice : Ce scalogne eh' i tu hds. 

Cevole = Cipolla = Allium caepa L. — Il sim 
succo fa indebolire la vista perchè ha la proprietà 
di far lagrimare. È quasi del tutto perduto l'uso di 
trarre l'oroscopo dalle cipolle. Si prendono vari bulbi, 
si scrive un nome sopra ciascuno, poi si sotterrami 
alla rinfusa, ed il primo che spunta dal terreno si 
cava per sapere il nome del coniuge. La cipolla è 
tenuta emblema di ipocrisia e doppiezza, tant' è vero 
che c'è la frase: dopli come la cevole. Quante cipolla 
infestano la moderna società ! 



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l 



— 186 — 

Ciilmel = Aneto, finocchio fetido = Anethum 
graveolens L. — I suoi semi si mettono in certo 
pane che si mangia colla birra, e si crede giovino 
ad aumentare la forza. Gli antichi Romani tenevano 
questa pianta simbolo della gioia, e nei balli s'in- 
coronavano di aneto. 

Chine di pràt, jerbe da fiere = Centaurea mi- 
nore = Erythrea centaurium L. — Le sue sommità 
fiorite che sono amare si adoperano in medicina e 
si usano come tonico e febbrifugo (Pir. /. e). 

Cicute = Cicuta = Conium maculatimi L. — 
Elba venefica, della quale si raccontano spesso avve- 
lenamenti procurati e accidentali, forse a ricordo 
della morte di Socrate. 

Cidivòch = Colchico — Colchicum autunnale L. 
— La sua proprietà di fi >rire due volte air anno 
nella coincidenza degli equinozi ha dato origine al 
proverbio: Cidivòch - tant il dì che la gnòt. La sua 
radice velenosa si adopera nei dolori sciatici; anti- 
camente s' adoperava per far morire i cani, le volpi, 
ed i lupi. Coi decotti delle foglie si fanno lozioni 
per distruggere i pidocchi e le piattole. 

CimirIch o varali = Elleboro bianco = Vera- 
trum album L. — E nota come pianta velenosa; 
dicesi che gli animali la distinguono dall'odore e 
non la mangiano; ma se per accidente la inghiot- 
tiscono assieme ad altre erbe, produce loro vomiti 
e scariche violente; il bestiame minuto anche ne 
soccombe. La sua radice triturata assieme a quella 
del giusquiamo si applica sulle gambe per i forti 
dolori reumatici e sciatici; talvolta la si adopera 
imprudentemente per rimedio contro la pazzia. 

Ciprès — Cipresso --=. Cupressus semper virens 



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— 187 — 

L. — K ritenuto emblema della tristezza e conve- 
niente ai cimiteri. Gli antichi l'avevano consacrato 
a Plutone. Le sue foglie portate appese al collo ren- 
dono regolari le funzioni muliebri. Le tavole segati- 
nel legno di Cipresso si dicono ottime per fabbricare 
buoni strumenti da corda, come violini, viole, chi- 
tarre, violoni ecc. e casse da tamburoni. La sua resina 
dieesi un rimedio buonissimo per le ferite. 

Coqàr, cavoqàr = Zucca = Cucurbita melopepa 
L. — A mangiare molti semi di zucca viene il gozzo. 
A segnare ed dito le zucche fresche {coce, cavort\ 
{'urite) non crescono piti: perchè riescano proprio; 
bisogna seminar le zucche il giorno di San Giuseppe 
San Josef piante la gti?he, San Michel la giave date . 
altri dicono invece: La prime joibe di Mai cócis assiti 
CogARATE (a Gemona Lavàz di aghe) = Ninfea 
--- Nymphea alba e Nuphar luteuin L. — Un decotto 
di fiori di Ninfea sia dell'una che dell'altra specie* 
rende inetti a prestare il debito conjugale; anzi basta 
il solo succo che stilla dal picciuolo dei fiori, se si ha 
P imprudenza di metterlo in bocca, per produrre 
qualche effetto. I decotti fermano i fiori bianchi, i> 
calmano l'ardore delle febbri; le foglie si mettono 
stilla testa in estate per ripararsi dai colpi di solr: 
spalmate di burro si applicano sul ventre dei bam- 
bini che soffrono di infiammazione intestinale. Da 
qualcuno questa pianto si dice emblema d' abbon- 
danza. 

Coce di bevi = Zucca da pescatori = Cucurbita 
lagenaria L. — È pianta benedetta e di buon augurio 
per gli orti ove si coltiva. Forse tale credenza deriva 
dall'uso di dipingere San Giuseppe colla zucca da 
vino appesa al bordone. 



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— 188 — 

Coce di Gkrusalèm = Zucca turbante = Cucur- 
bita clipeiformis rubra L. — È pure pianta bene- 
detta ; probabilmente la credenza deve la sua ori- 
gine al nome. 

Coce di tabàch o tabachine = Zucca piriforme = 
Cucurbita lagenaria minor L. — Come indica il nome, 
certi contadini la adoperano invece della scatola per 
mettere il tabacco da fiuto ; altri usano invece una 
piccola bottiglia di vetro rotonda e schiacciata poco 
piti grande d' uno scudo d'argento; altri una grossa 
nocciuòla avellana, ed altri una bacca marina della 
quale non ricordo più il nome. 

Coculutis di prat = Testicolo cane = Orchis 
morio L. — I suoi decotti ritengonsi potente afro- 
disiaco. 

— E invece di bevanda messicana 
Il testicolo -cane, erba spermatica 
Che a lui recò Bertranda cuciniera (l) — . 

Code mussine = Coda di cavallo, setolini = Equi- 
setum arvense L. — Si adopera per pulire i vetrami 
ed i metalli, e dai falegnami e tornitori per pulire 
il legno. Si crede utile nelle emorragie, nelle dis- 
sentane sanguigne e per chi orina sangue. 

Codògn = Cotogno = Pyrus Cydonia L. — Il 
frutto ordinariamente non si mangia, ma si adopera 
pei- far conserve e marmellate. Il Manzini ( 2 ) dice 
che contro le ustioni, si usa far bollire due parti di 
acqua ed una di semi di cotogno, lasciando lenta- 
mente evaporare una parte dell' acqua, finche s' ot- 



ti) B. C. U. Poesie inellte del C. Giorgio Polcenigo. V Imeneo Cusano 
<— Poemetto — canto II. 

i«) V. Manzini : Virtù delle piante ecc., pag. 115 



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— 180 — 

tiene un liquido denso che si applica poi sulla scot- 
tatura. Le semate di cotogno si dicono rintananti 
ed afrodisiache per le donne. È usanza comune tener r 
nella camera una mela cotogna nella credenza clip 
il suo odore aromatico giovi a tenere lontana le 
streghe, Torco e l'incubo, a cui quell'odore è infesto, 
In qualche paese, lo sposo, (piando introduce la va- 
gine sposa nella camera, le olire a mangiare una 
fetta di quella mela— si dice, per liberarla dalla malie ; 
tale uso dev'essere un avanzo dei riti nuziali ile* 
nostri più antichi antenati, perocché anche i greci 
facevano mangiare alla sposa la mela cotogna, sim- 
bolo della fecondità. 

Condrède, reòle = Edera terrestre = Glechfiuia 
hederacea L. — Entra fra le erbe adoperate dui 
popolo nelle purghe di primavera (Pir. /. e). I suoi 
decotti si credono pettorali, e che giovino nella tisi, 
negli sbocchi di sangue e sulle ferite. 

Confenòn = Rosolaccio, papavero selvatico = Ri- 
pa ver Rhocas e P. Argemone L. — I germogli di questo 
due varietà entrano a comporre il l itimi o jerbuzzis 
che si mangiano a primavera come gli spinace]. 

Co.NFiERvrE, concuardie -= Consolida maggior»* 
Symphitum oflìc. L. — Si credeva un tempo rimédiu 
efficacissimo nelle fratture delle ossa. Conserva*,, 
quasi ossa fractorum con fé rruminatrix. Plinio. (I'if\ 
/. c.\ I decotti di foglie o radici si usano ni 'gli 
sbocchi di sangue, nella tisi e per le ernie. Il Stan- 
zini (*) dice che un buon cataplasma di fogli»- dì 
Symphitum pestate col lardo sana mirabilmente ttì 
ferite e le ammaccature. 



«I) V. Musili : Virtù delle piante ecc., png. 88. 



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— 190 — 

Cren = Armoracoio = Coclearia armoracea L. — 
Si mangia come salsa colle carni allesse, grattugiato 
e messo in aceto, attribuendogli la virtù di aumen- 
tare la forza e facilitare la digestione. Le sue foglie, 
unte con burro fresco si applicano sulle piaghe come 
quelle di Blecle e di Brocul ; e tenuto per antiscor- 
butico e diuretico. 

Cressòn, Frissò, Persie = Crescione — Nastur- 
tium off. Br. — Si mangia l' inverno come insalata. 
Dicesi però che produca facilmente dolori di ventre 
e coliche, se non è colta in acque correnti molto pure 
e prossime alle sorgenti. Si adopera talvolta per uso 
medicinale. 

Creste di giXi, — Nappe di Cardinale = Gelosia 
distata L. — Dicesi abbia molta virtù per allon- 
tanare i demoni e le streghe, forse perchè anche al 
gallo si attribuiscono le stesse virtù. 

Crupignàr, bovolàr — Bagolaro = Celtis au- 
strali* L. — Le sue bacche si mangiano dai fanciulli 
e si credono purgative; il legno si dice che non si 
tarla ne infracidisce ; se ne fanno manichi di frusta. 

Cuargxàl, cuargnolàr — Corniolo — Cornus 
mascula L. — Prendendo ad esempio la durezza del 
legno, si dice cuargaàl in senso traslato ad un indi- 
viduo di tarda intelligenza. 

Cuchs, lebrò = Elleboro nero = Elleborus niger 
L. — La sua radice è usata come quella del Cimi- 
rìch, qual vescicatorio nei dolori reumatici. È nota 
come velenosa. 

Qàmar = Carpino = Carpinus betulus L. — Come 
il corniolo, il pioppo ed il rovere, è tenuto emblema 
d'uomo stupido ed ineducato. 

Qariksàr = Ciliegio = Prunus cerasus L. — La 



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— 101 — 

polpa dei suoi semi si crede sia velenosa, anche se 
mangiata in piccola quantità; a darne dodici o quin- 
dici ad un ubbriaco, in poco tempo gli passerà la 
sbornia. Chi mangia ciliegie, specie al mattino, In- 
sogna che dopo beva acqua; il vino od altre bevande 
alcooliche produrrebbero una colica. Quella gomma 
che trasuda dall'albero del ciliegio (come da quelli 
del mandorlo e del pesco) i fanciulli la dicono miei tic 
di cheh, e la mangiano, ritenendola giovevole nei 
mali di gola; taluni la fanno bollire lungamente con 
un pizzico di fior di farina e la usano poi invece ili 
gomma arabica per incollale. 

Qhanaipe = Canape = Cannabis sativa Lin. 
È la ricchezza delle ragazze contadine, le quali Col- 
tivano un tratto di campo a canape e l' apparecchio n> 
poi da sole per farsi la biancheria necessaria \nA 
matrimonio; in tuono sarcastico cantano: 

— I fantaz van cirind dote, 
Nò la dote no la vìn ; 
Metaiìn un £hamp di stope 
E la dote la farìn. — 

In Carnia, nell'Incarojo, l'ultimo giovedì dlgen- 
najo «letto Joibe posiguaria, le donne fanno la pasta 
per i (Jhalzòtts e dicono che quanto lunga stiri** 
ranno la pasta, altrettanto alta verrà in quel!' mino 
la canape. A dormire presso un campo di canape ei 
si ammala per sicuro e si potrebbe anche morirne,. 

Uno studio accuratissimo sulla coltivazione e mki- 
nipnlazione e fabbricazione della canape in provincia 
di Belluno fu pubblicato dalla signora Angela Nardn- 
Cibele siili' Archivio per le Tradizioni. 

Ciiandelutis o cùl di gialine = Cauli attacca- 



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— 192.— 

mani = Galium aparine L. — Si mangia nel litùm. 

I decotti si credono utili per la scrofola e per le ma- 
lattie della pelle. 

Chane gargane -- Canna montana = Arundo 
donax L. — ft tenuta pianta di buon augurio, forse 
perchè si adopera nelle chiese per accendere e spe- 
gnere le candele; la sua radice è usata nei decotti 
primaverili attribuendole specialmente virtù di rego- 
larizzare le funzioni mensili delle donne. 

Qharbòn dal formènt e qharbòn dal sorgtCrch 
= Golpe e carbone del mais = Urecb caries e Ur. 
Maydis D. C. — I contadini sono convinti che ad 
impedire il carbone nel frumento giovi mettere per 
ventiquattro ore la semenza nell'acqua di calce. Sic- 
come però vi sono taluni i quali credono, la malattia 
sia prodotta da sortilegi, quelli usano gettare nell'ac- 
qua di calce un po' di acqua santa e mescolano entro 
il frumento con un legno di viburno (paugne). 

Nel -1G-12 Antonio detto Varidio, mugnajo da Por- 
denone, volendo subaffittare un campo a certo Santo 
di lui servo, ed un certo Giuseppe venendo sopram- 
mercato ad aumentare il prezzo della lavorazione per 
avere lui quel campo, Antonio disse al suo servo : Orsù 
lasciale pare II che 'l faccia, che con un segreto che 
ho io, esso in quel campo non raccoglierà mai biade. 
Di tali parole dovette rispondere al Santo Officio. 

Qhastenàr = Castagno — Fagus castanea L. — 

II suo legno si crede non marcisca nell' acqua, ma 
anzi diventi sempre più duro. Il frutto del castagno 
(tfiastine) 6 un frutto prediletto alle streghe bene- 
fiche. Nelle fiabe, quando la strega vuol regalare la 
sua protetta, le dà sempre o una castagna, od una 
noce, o una nocciuola, od una mela, ed in quelle la 



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— 103 — 

radazza trova sempre lingerie, abiti, ori e diamanti 
da far meravigliare. 

Qups, urtie muarte = Orvala = Laminili orvala 
L. — Le corolle hanno alla base un umore dolciastro 
che dai fanciulli viene succhiato; da ciò il nome 
volgare ( Pir. /. e. ). 

Dane, avedìn = Abete bianco = Pinus Picea L. 
— La pece che trasuda dalle sue tavole segate si 
crede sa ottimo rimedio contro le ferite, e special- 
mente per estrarre le spine confitte troppo profon- 
damente nelle carni. A mia nonna materna affetta 
da bronchite trascurata per lunghi anni, ed oramai 
divenuta incurabile, un resiano procurava sensibili 
miglioramenti somministrandole decotti di pece di 
Abete, Pino e Larice; ma non avendo voluto la povera 
donna continuare una cura che le produceva grandi 
nausee, peggiorò a vista d' occhio e morì. 

Datul — Dattero — Phoenix dactylifera L. — Se- 
condo un pregiudizio quasi universale, l'albero frutta 
ogni cento anni; altri invece crede che abbisognino 
sì cento anni prima ch'esso frutti, ma che poi la 
pianta dia raccolto annualmente. Di quest'albero si 
dice: Datloli di Spayna, chi li semina non li magna. 
Dolce mare — Dulcamara = Solanum dulcamara 
L. — Le sue bacche si dicono venefiche. 1 fusti si 
masticano dai ragazzi per sentire il sapore che le 
ha dato il nome, e s' adoperano anche per uso me- 
dicinale, come decotti rinfrescanti, antivenerei e per 
le artriti. 

Digital = Digitale = Digitalis Purpurea e D. lutea 
L. — È nota abbastanza come velenosa ; tuttavia 
s' adopera imprudentemente contro la scrofola, la 
gotta, le idropi e l'epilessia. 



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— 194 — 

Elare, jere ecc. = Edera — Hedera elix L. — 
Sulle croste lattee dei bambini si applicano foglie 
d' edera, e s' usano pure per curare le fontanelle ; ma 
nell' un caso e nelF altro quasi sempre con cattivi 
risultati. L' acqua con foglie d' edera bollite si ado- 
pera per lavare le stoffe di lana ; sebbene pianta 
consacrata a Bacco, rare volte un ramo d' edera si 
mette come insegna alle osterie. Una pianta d' edera 
vuoisi ripari dai fulmini la casa su cui s'arrampica. 

Fajàr = Faggio = Fagus silvatica L. — Si dice 
che (piando il faggio con numerose gemme dà indizio 
di mettere molte foglie, l' inverno sarà nevoso, e vi- 
ceversa: Pòche fae, trope nèv e trope fae, paghe ìtcu. 

Fasùl = Fagiuolo — Phaseolus vulgaris L. — 
Il fagiuolo ò la minestra del nostro contadino; perciò 
lo si mescola con orzo, con patate, con br ovetela, con 
verze, con paste, con zucche, con riso, insomma in 
quasi tutte le maniere. Con un line senso metaforico 
il lìore del fagiuolo è paragonato alla ragazza da 
marito : 

— Cuànd che il sorgli al va in penacul, 

E i fasui fasin In flór ; 

No èse ore, (Ione man 

Ch'i scomenzi a fa l'amor? — 



Fave = Fava cavallina = Vicia faba L. — I suoi 
semi si mangiano in minestra. I baccelli di fava sono 
tenuti (piasi emblemi della morte, forse perchè fino 
dagli antichi Egizi si ornavano con essi i monumenti 
sepolcrali. È usanza ancora viva quella di mangiare 
minestra di fava il giorno della commemora/ione dei 
defunti, e forse pei- tale motivo la campana del co- 
prifuoco chiamatasi anticamente campana a fabe. 



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— 195 — 

In antico usavasi un sortilegio colle fave per cau-* 
sare la morte a chi s' aveva a noia. Difatti Anastasia 
Montagnana da Pordenone ebbe delle brighe col Sunto 
Officio nel 1599 perchè, essendo stata veduta nella 
chiesa della SS. Trinità di Polcenigo a mescolare nel- 
l'olio d'una lampada, interrogata cosa facesse, rispose: 
che avea messo alcune fave in quella lampada, le quali 
aveva creduto che si disfamerò, ma non erano di- 
sfatte ; e che essa le avea messe per far morire un 
nomo. Ilo saputo da poco che tale superstizione vige 
ancora, e si crede che man mano la fava viene gon- 
fiandosi, alla persona maledetta si gonfi lo stomaco 
lin che muore. 

Felèt = Felce = Pteris aquilina L. — È l'erba 
delle streghe. Quando minaccia maltempo, queste rac- 
colgono le felci, si stropicciano con esse le mani, e 
le protendono verso le nubi temporalesche, opinando 
di poter in tal modo comandare alla grandine, e 
mandarla a cadere dove vogliono. Si usa appendere 
nelle stalle e nelle cucine dei contadini dei mazzi 
di felce perchè vi si posino le mosche, le (piali la sera 
si prendono poi con un sacco. 

Fenòli = Finocchio = Anethum foeniculum L. 
— Giova pei meteorismi, flatulenze e dolori di ventre. 
In un processo della Santa Inquisizione è detto che le 
streghe combattono fra loro usando per arma rami 
di finocchio. 

Fenòli selvadi = Finocchio selvatico -- Oenanthe 
fistolosa L. — È creduta velenosa. 

Flòkagn = Vulneraria = Anthyllis vulneraria 
L. — Si crede vantaggiosissima per le ferite. 

Fijàr, figàr = Ficaja = Ficus carica L. — ft 
reputato albero maledetto perchè su una lìcaja s' è 



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— 19G — 

appiccato Giuda, e credesi che il diavolo e le streghe 
riparino preferibilmente sotto la sua ombra. Il legno 
di fico abbruciato fa aumentare il volume dello 
scroto agli erniosi che siedono vicino al fuoco; 
forse si dice ciò perchè presso i Greci gli ornamenti 
che accompagnavano il culto del dio Pfallo erano di 
legno di fico. Il femminile s'applica, come per tutta 
Italia, per nominare il pudendo muliebre. 

Fonghs r— Funghi — Ve ne sono di molte specie: 
mangerecci, velenosi e di quelli che si adoperano per 
fare Fesca. 

Quando si allessano i funghi mangerecci, si mette 
nel pignatte) un cucehiajo d' argento ben pulito : se 
ve ne sono di velenosi, si crede che quello debba 
diventar nero: se si conserva lucido, non c'è alcun 
timore. Qualcuno osserva invece se diventa scura la 
caldaia di rame in cui son messi a lessare; altri poi 
mettono un mazzolino di prezzemolo nel tegame, 
asserendo che se sono velenosi l'erba diventa gialla; 
in (ine v' è chi, dopo cucinati, li fa mangiare dal 
gatto, ritenendo che debba morire immediatamente 
se i funghi sono venefici. 

I funghi pei' se stessi sarebbero innocui, ma sono 
le vipere ed altre serpi che vengono ad avvelenarne 
certe specie di preferenza. Si narra che un signore 
fece una volta questa prova. Sotto un castagno vide 
nascere un giorno un bellissimo fungo che cresceva 
rigoglioso: una notte, senza sradicarlo, lo tagliò ad 
un dito dal suolo, indi confìsse frammezzo al caule 
e cacciò profondamente? nel terreno uno spadino ben 
appuntto. L'indomani fece scavare dai contadini la 
terra all'intorno, e si trovò infilzata una grossa vipera, 
la quale veniva ogni mattina a deporre il suo veleno 
nel fungo. 



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— 197 — 

Coi funghi velenosi il diavolo fa la farina per il 
suo pane. 

L'esca che si trae dai funghi ffonghs di losche = 
Boletus ignavius L.), la si applica alle ferite, e s'usa 
altresì a ristagnare il sangue di naso. A mettersi in 
testa un berretto o callotta di esca, si guarisce dal- 
l' emicrania. 

Il fongh spiitiTÈL — Agaricus edulis L. — si 
crede ecciti gli uomini flemmatici. 

La Vesse = Vescia di lupo = Lycoperdon bovista 
L. — a farla scoppiare quando è secca, con quella 
polvere nera che manda fuori, eccita lo starnuto e 
fa male agli occhi. 

Frassin, uàu — Frassino = Fraxinus excelsior e 
Fr. Ornus L. — È pianta buona; su di essa non cade 
il fulmine; i suoi rami s'adoperano di preferenza 
per fare il bosco da metter a filare i bachi e ciò 
per evitare malattie. 

Fràule, ecc. = Fragola = Fragaria Yesca L. — 
Le fragole richiamano i mestrui e giovano come 
contravveleno; l'acqua di foglia di fragola conserva 
liscia la pelle e, fa diventar belle e gl'asse le donne. 
Frignacele (a Gemona Scujnti) - Parietaria - 
Par. Offic. L. — Si adopera comunemente per lavare 
le bottiglie ed altri vasi di vetro. Le sue foglie pe- 
state si applicano sulle contusioni, flussioni, forun- 
coli, e nei dolori d'orecchi e di ventre. 1 decotti, sieno 
bevuti o dati per clistere, giovano pel mal della 
pietra, per facilitare il parto, e nei mali alle mam- 
melle, E un'erba usata dalle streghe per ammaliare. 
Se, passando vicino ad una pianta, le foglie si 
attaccano alle vesti, e un cattivissimo augurio. Se- 
condo il Pirona, 1' erba contiene del nitro, ed è per- 



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— 198 — 

ciò diuretica; anche il Manzini (*) dice che ha pro- 
prietà contro T anuria e l' iscuria, 

Frite — È un' erba carnica che si usa nei de- 
cotti primaverili ; non ho potuto conoscere i suoi 
nomi correlativi in italiano e in termine tecnico. 

Garoful, sclopòn = Garofano = Dyantus Ca- 
ryophillus L. — È il fiore preferito dalle contadi- 
nelle per i suoi vaghi colori; è il dono ch'esse fanno 
volentieri all'amante, perchè lo porti all'occhiello, 
o dietro l'orecchio, o sul cappello. 

Cui ti ha dàt chèl bièl garot'ul 
Cui ti ha dàt chèl bièl sclopòn ? 
Me F ha dàt la me moróse 
Par la sfese dal balcòn. 

Dàimi, dàimi chel garoful 
Che Iti meti sul chapièl ; 
L's darai un mach di perii s 
Che lis metis tòt* il cuèl. 

Garoful di Chine o di spine = Rosa comune = 
Rosa gallica L. — I fanciulli ne mangiano le foglie ; 
si adopera assieme alla Ruta ed all' Iperico contro 
le malie. Si usa anche nelle diarree. 

Garoful di strie = Rosa di macchia = Rosa 
canina L. — Si erede pianta malefica. Il suo frutto 
dicesi jriceciìl, ed i fanciulli talvolta lo mangiano ; 
si crede però che quelle sottilissime spine che stanno 
attorno i semi in tal caso produrranno un molesto 
prurito all'ano, da ciò il nome friulano. È costume 
soffregare le mani coi semi di piceeàl e quindi ac- 
carezzare le guancie ai fanciulli ed alle ragazze 



(1) V. Manzini: Le virtù delle piante ecc. pag. 413-114. 



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— 199 -r- 

producendo loro cosi per alcuni minuti un seccante 
prudore ; la sua radice si dice utile neir idrofobia, 
nelle diarree e nelle gastralgie. 

Genziane, anziane = Genziana maggiore = Gen- 
ziana lutea e G. punctata L. — Dalle sue radici i mi- 
serate e fermentate si estrae un' eccellente acquavite, 
assai rintonante ; si mettono in fusione neir acqua- 
vite comune le radici in pezzi, assieme a foglir ili 
Ruta e d'Absintio e si beve come tonico e come ri- 
medio contro i vermi, contro le tossi e l' isterismo 
(madrón), e per ripararsi dalle malie. 

11 Manzini ( 1 ) dice che in giugno, e preferii Mi- 
niente la vigilia di S. Giovanni, dopo caduta la ru- 
giada, vengono estratte le radici per farne un decntM 
meraviglioso contro il male di ventre. Anche le fr^lii 1 
di genziana ben tritate si ritengono giovevoli ni 
tagli e nelle ferite. 

«La genziana è annoverata tra quelle specie \\\ 
cui i fisiologi osservarono il fenomeno nictitropìco, 
nò in questo caso i nostri alpigiani furono da un'ini 
degli scienziati, che, osservando l'alternativo chiu- 
dersi ed aprirsi del calice, secondo le tenebre \ 
luce, arguirono che quei simpatici fiorellini si chiu- 
dessero la notte per non dare ricetto alle ani un* 
dannate a vagare pel mondo, le (piali non poetimi 
ristare se non tra il calice d'un fiore, nell'acqu.i n 
nelle persone timorate ». 

Geranio qhapòn — Pelargonio — È una v;n< f i 
di Pelargonio a cui si attribuisce la virtù di frir 
morire gli acaridi che infestano le galline (pillili») 
appiccandolo nei pollai. 



(1) V. Manzini: Su alcuni fiori alpini, ecc., pag. 221 e 222. 



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— 200 — 

Giardòns, sgiardòn = Astono = Serratula ar- 
vensis L. — Si mangia nel litùm: Una villetta deride 
i camici perchè la mangiano: 

T £liargnei màngin la jote, 
E la cuìncin cui gianlòns ; 
E la fieste si petenin 
Lór par fasi bong paròns. 

Giluvìn = Erba carnica che non potei precisare, 
ritenuta ottima pei decotti rinfrescanti in primavera. 

Grame, felce = Gramigna — Cynodon dactylon 
L. — Nelle cure primaverili la si unisce al Santonico 
e ad altre erbe come decotto rinfrescante; le si at- 
tribuiscono facoltà diuretiche e contro le affezioni 
della vescica. Le sue foglie sono sonnifere e giovano 
per le febbri. 

Gràssttle — Porcellana, Erba grassa = Portulaca 
oleracea L. — Diuretica. Usata altresì come mine- 
stra, insalata e civaja. 

Grignòn, rose di mont — Rododendro = Rhodo- 
dendron ferrugineum, irsutum e Chamaecistus L. — 
Il suo succo si crede velenoso. Dice il Manzini (*) 
che gli Slavi procurano che le loro api non si av- 
vicinino al fiore di Rododendro per questo motivo. 
Le capre, se brucano inavvertitamente le sue foglie, 
vanno soggette a vomito ; è strano poi che le piantine 
del Grignòn si usano di preferenza per fare il bosco 
da mettere a (ìlare i bachi, attribuendo loro virtù 
contro le malie. 

Il Manzini nell' articolo citato narra la leggenda 
del Rododendro per la quale una fata benefica libera 



(1) V. Manzini: Su alcuni fiori alpini, ecc., pag. 226 e seguenti. 



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— 201 — 

uno spiritato facendogli aspirare il fumo di ramoscelli 
della pianta gettati al fuoco. 

Grisolò, sgrisulò = Bubbolini = Silene inilsitu 
L. — I giovani germogli si mangiano mescolati ;il 
litiim. 

Jmpeuico, iperico, jerbe di san zuàn — Iperico 
= Hypericum perforatum L. — È l'erba più rino- 
mata fra i contadini; — «le sommità fiorite sì ma- 
cerano nell'olio, il quale viene poi adoperato come ri- 
medio nelle ammaccature, nelle ferite da taglio, ecc. » 
(Pir. I. e). I decotti di fior d'Iperico sono utili contru 
la malinconia e la pazzia; questa pianta giova pure 
contro i vermi, nelle paralisi, negli* sputi sanguigni, 
nel mal caduco, ed impedisce che le piaghe hu ;m- 
creniscano. Il Manzini dice che si adopera l'olio d'I- 
perico anche nelle scottature e contusioni (*). L'ipe- 
rico e una delle famose erbe magiche che in Bac- 
chetti si collocano sotto il guanciale dei fanciulli 
ammalati; si adoperano anche per fare filtri amorosi, 
e da taluno si appende la pianta dietro la porta ili 
casa, di stalla, o nella camera degli sposi la prima 
notte, credendo giovi ad impedire le stregonerie II 
fumo dell' erba fresca che brucia si crede ottimi* por 
cacciare diavoli e streghe dalle case. 

Isòp = Santoreggia = Satureja montana L - 
È un' erba buona. I suoi decotti sono vermifughi, 
drastici, e giovano in tutte le malattie delle diurne. 
Le si attribuisce potenza contro i maletìcj. 

Jerbe dai màz = Uva di volpe = Paris Quadri- 

folia L. — L'erba e le bacche di sapore dolci^ 

di odore grave si ritengono come antispasmodiche t* 



(1) V. Sansinl: Le virtù delle piante, pag. 89. 



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— 202 — 

narcotiche, e venivano una volta adoperate nelle 
convulsioni e nella pazzia (Pir. /. e). Si conosce 
rome erba velenosa. Si usava, ma raramente, nei 
Mitri amorosi; le foglie servono contro il dolor di 
capo. 

Jerbe dei vièrs o da madone = Scrofolaria — 
Scrophularia nodosa L. — Il Manzini dice che è 
In tono un empiastro della sua radice pestata, appli- 
cata al collo dei fanciulli verminosi ed un cataplasma 
«ielle foglie per le ferite (*). 

Jerbe dall' incontradure = Erba strega == 
Ntachis Arvensis e St. erecta L. — È una pianta che 
gmle le più alte simpatie del volgo, perchè ritenuta 
efficacissima contro i diavoli e le malie, particolar- 
mente se raccolta nella notte di San Giovanni. Anche 
il Pirona (/. e.) nota: — «dal volgo se ne fanno 
decotti contro i dolori pertinaci ai quali assegnano 
p<T causa T ammaliamene ». — Il Manzini (*) la dice 
li nona anche contro il mal di ventre. 

Jerbe dal fùch = Lingua di bue = Arum ma- 
ri datum L. — È nota come velenosissima. Produce 
vomiti e coliche. 

Jerbe da piere = Erba peperina = Spirala fili- 
penduta L. — Contiene un principio astringente, ma 
dal popolo se ne fanno decotti che si dice giovino 
india disuria (Pir. /. e). 

Jerbe da ploe = Carlina = Carlina acaulis L. 
- I suoi fiori si chiudono di notte e quando P atmo- 
sfera è molto umida o minaccia pioggia; perciò sono 
consultati come igroscopio. 



(t) V. Maaiial: Le virtu delle piante, pag. 88 e U*. 
(?) V. Maaiini: id. pag. 113. 



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— 203 — 

Jerbe di cài = Erba da calli == Sedum telephiuin 
e Sedum maximum L. — Le sue foglie si applicano 
sui calli per farli cadere; altri allo stesso scopo ap- 
plicano le foglie pelate dell'opunzia; si dicono pure 
vulnerarie. 

Jerbe di rumi o jerbe bicine — Piattella dei 
muri e ruta di muro = Linaria Cymballaria Mill. e 
Asplenium ruta muraria L. — Si danno a mangiare 
ai bovini gonfiati per aver mangiato troppa erba 
medica fresca, ritenendo giovino a riattivare la rumi- 
nazione ; da ciò il nome volgare. I decotti si credono 
utili per la tosse e per l'asma. 

Jerbe di Sante Polonie o Giuscuiamo = Giu- 
squiamo = Hyoscyamus niger L. — Il suo olio si 
adopera come antispasmodico per uso esterno. \ t r 
sue foglie e fiori sono ritenuti come medicinali, mit 
vogliono usati con prudenza. Il Manzini (*) dice dui 
le donnette ritengono quest'erba ricettacolo di dannati 

Jerbe di tai o jerbe dal àiar = Erba roberta 
= CJeranium Robertianum L. — Si crede ottimo 
rimedio per cicatrizzare le ferite, fermare le emor- 
ragie e cacciare le cimici. 

Jerbe d'ogni mal = Ciciliana = Androsaemum 
off. L. — Si coltiva per applicarla sulle ferite e con- 
tusioni. 

Jerbe cajarie = Caglio, erba nocca, erba zolfina 
= Calium verum L. — Si adopera contro l'epilessia. 

Jerbe marsine = Abrotano maschio = Artemisia 
abrotanum L. — Appesa al collo con altre erbe, è 
giovevole ai fanciulli per guarirli dai vermi ; si usa 
pure per regolarizzare le funzioni mensili muliebri. 



(l) V. Maulii : Su alcuni fiori alpini, ecc., pag. 3S3. 



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. 



— 204 — 

Jerbe nere = Lappio = Ranuneulus arvensis L. 
— L'erba è velenosa, ed il miglior antidoto è l'aceto 
(Pir. /. e). 

Jerbe puzze = Coriandolo selvatico = Biphora 
radians M. Bieb. — È creduta erba prediletta al 
diavolo ed alle streghe, forse per il suo odore nau- 
seante. 

Jerbe selegne, grame, gramegne = Non potei 
precisare quale sia delle graminacee. — Taluno la 
crede efficace per procurare V aborto — par fd di- 
spierdi 

Jerbe tajadorte, jerbe di sangh, Petignò — Mil- 
lefoglio = Achillea millefolium L. — Si usa per 
produrre lievi emorragie nasali. I contadini in estate 
quando si sentono pesante il capo introducono nelle 
narici una specie di turacciolo fatto con due o tre 
foglioline di millefoglio, danno un lieve colpo colla 
mano alla parete del naso dove è il turacciolo, ed i 
peli, o piccoli pungiglioni che hanno le foglie, pro- 
ducono T emorragia. 

Quest' erba portata a contatto colla pelle, ha la 
proprietà di tenere lontani gli spettri; è ottimo rimedio 
per le ferite un empiastro delle sue foglie pestate. 

LadrIch, ridrìch = Radicchio = Cychorium in- 
tybus L. — Le sue radici si mettono nei decotti pur- 
gativi di primavera; l'acqua di cicoria si crede sonni- 
fera e rintonante. 

Larisèt = Olivella, uva orsina = Arctostaphylos 
uva ursi Speng. — Le sue insipide bacche sono cre- 
dute medicinali e giovevoli specialmente negli ardori 
d' orina. 

Làt di gfaune = Àglio florido = Ornithogalum 
umbellatum L. — È creduta pianta velenosa, ed il 



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— 205 — 

suo veleno, secondo il Manzini ( f ), vuoisi proti itti» 
dalle vipere e serpi velenosi che vanno a [lisciarla 
addosso. 

Làt di strie, latàt, lataròs = Euforbia. - - Vi 
sono numerose varietà di questa pianta rtflte col 
nome di Làt di strie; Titimalo erba rogna - 
si usa come vescicante, per cacciar la rogna ; in:i la 
più comune è la varietà Euf. Cyparissia L. DHIfi 
proprietà caustiche e drastiche dell' umore lattiginosa 
che geme dal fusto rotto delle Euforbie si appigliila 
por ungere i pori e le verruche dopo tagliate. I fan* 
ciulli con quel succo fanno lo specchio del Ir streghe 
Introducono in bocca un fuscellino d' erba <p.,i- 
luuque, ripiegato o circolarmente o poligona lmeuh% 
e Festraggono lentamente dalle labbra pienu «li sul iva, 
in modo che questa si distenda come un velo, adi<- 
rendo ai margini del fuscello. Sulla saliva fermo 
poscia gocciolare un po' di làt di strie te tristo la 
saliva mostrerà magnifiche iridescenze, come q urlìi» 
che olirono le bolle di sapone. In tali specchi si guar- 
dano le streghe. Se si mettesse dietro a questo spec- 
chio un cappello che fosse d'una stregasi vedrtttjlx* 
tosto riprodotta l' immagine di colei ; ma bisogna l)pll 
guardarsi dal farlo, poiché la strega, che si saprehlre 
conosciuta, cercherebbe poi ogni mezzo per ven- 
dicarsi. 

Latiqùl = Cicerbita = Sonchus oleranno L. - 
Si è notato che i suoi fiori si aprono allo spuntar 
dell'aurora e si chiudono poco dopo il Ir vai do] 
sole (Pir. /. e). 

Lavàz, lavàz di lacais = Farfaraccio, falsa vani* 



(1) Cfr. Maisini: Le virtù delle piante ecc. pag. 114 € If5i 

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\ 

— 206 — 

glia ecc. = Tussilago farfara, petasites, e lappa 
major. — Tutti questi tre generi sono compresi sotto 
il nome unico di Lavàz. Se ne pestano le foglie e 
si fa uno dei soliti cataplasmi per le infiammazioni 
allo stomaco. Le foglie fresche, spalmate di burro, 
si applicano sulle piaghe e sulle ustioni. 

Lavàz nr mònt = Rabarbaro di montagna = 
Kmnex alpinus L. — Spalmate di burro fresco, le 
sue foglie si applicano come rinfrescante sulle ferite, 
ustioni, e piaghe di vescicanti. Un cataplasma delle 
foglie triturate si applica nelle suppurazioni, flussioni 
e posteme. 

Lavàz di S. Zuàn, jerbe ni savòt = Tasso bar- 
basso = Verbascum tapsus L. — antispasmodica e 
vulneraria. Dicono che i rospi feriti si riparono sotto 
le sue foglie, ed in pochi giorni guariscono. 

Lavazzàt o lenghe di vaqhe = Lapazio = 
Kumex patientia L. — In primavera le sue foglie 
ancor fresche si mescolano col lifùm. 

Leandri = Leandro = Nerium Oleander L. — 
Le sue foglie, anche secche, si dice producano ai 
bovini e caprini forti coliche ; verdi, li farebbero 
anche morire ; e nota al popolo come pianta vele- 
nosa ed atta a procurare V aborto. 

Lenghe di gHAN = Cinoglossa, lingua canina — 
Cynoglossum oflìc. L. — Si crede buona per le ferite. 

Lenghe di vaque = Aro =^ Arum italicum L. — 
Da molti erroneamente si dice velenosa; secondo il 
Manzini, la sua radice infusa per ventiquattr'ore nel- 
l'aceto è usata ad Udine contro qualunque endema ; 
si crede pure che la pianta abbia delle virtù contro 
la scrofola. 
Lescule = Sala, nocco — Carex acuta rufa L. — 



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— 207 — 

I popolani del basso • Friuli se ne servono per fare 
una specie di mantello a ripararsi dalla pioggia 
(Pir. /. e). 

Lesqàt = Farfaraccio e Tussilagine = TussHngn 
farfara L. e Petasites (gener.) — Le sue foglie, spal- 
mate come al solito, si applicano sulle piaghe. Alle 
sue radici cucinate si attribuiscono proprietà medi- 
cinali e vermifughe; radici, foglie e fiori giovano 
contro la tosse e la scrofola. Il Manzini ( d ) dire- vhv 
i contadini fanno seccare le foglie sostituendoli- al 
tabacco nella pipa, credendo ciò giovi a scongiurare 
la tisi (V r . Lavàz di lacais). 

Levande = Lavanda = Lavandula oflìc. L i 1 
Lav. Stoechas L. — È pianta buona; si coltiva negli 
orti per raccoglierne i fiori che a mazzi vengono 
collocati nelle lingerie, sia pel loro gradevole odore 
come perche si ritiene giovino a tener lontane le 
tignuole e l'incubo (cJialrliìit) nonché le malie contri) 
i conjugati ; giova pure pel mal di capo, mal di 
nervi, contro le ferite, e per riordinare le funzioni 
muliebri; avrà maggior virtù se colta nella fimi risa 
notte di S. Giovanni. 

Levande salvadie = Salicaria = Lythrum Sali- 
caria L. — Medicinale (Pir. /. e). Si usa nelle dis- 
senterie e sulle ferite. 

Lichene = Licheni = Sotto questa denominanti n\v 
si comprendono molti licheni, ma principalmente il 
lichene islandico = cetraria islandica L. — Sostanza 
amara che contiene molta gelatina vegetale ed il m» 
decotto viene raccomandato nelle malattie conato ni e 
a consumazione (Pir. Le). Ad Udine, sull'angolo 



(l) Cfr. Maniini: Le virtù delle piante, ecc., pag. US e 114. 



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— 208 — 

della chiesa di S. Giacomo, in piazza Mercato Nuovo, 
si vedono sempre le donne di Erto, Casso, Cimo- 
lais ecc. che vendono il lichene raccolto sulle Prealpi 
Clautane. 

Lo si crede pure giovevole, se portato a contatto 
colla pelle, per guarire dai vermi, e per richiamare 
le funzioni periodiche muliebri. Il Manzini (*) lo 
riporta come utile nei mali di gola, nelle tossi e 
nelle febbri. Inoltre gli slavi credono che le fronde 
giovani di certi licheni ristagnino il sangue e sanino 
le ferite. 

Lìmo, sigìl di Salomon = Mughetto = Conval- 
laria majalis L. — Si crede vulneraria ed astrin- 
gente. 

Limox = Limone = Citrus medica Umori L. — 
Il suo frutto è noto non solo per le sue proprietà 
astringenti medicinali, ma più ancora perchè è uno 
di quelli che donano le streghe benefiche con entro 
i regali fatati. 

Lin ni strie = Lino delle fate = Stipa pennata 
L. — 11 suo stesso nome indica che quest' erba si 
ritiene abbia una certa relazione col mondo sopran- 
naturale, relazione che non mi fu possibile di pre- 
cisare ; si tengono le reste come un buon igroscopio. 

Litùm, fiudùm, jkrbuzzis — Si comprendono sotto 
questo nome generico i germogli di varie piante 
campestri, che si raccolgono in primavera e si man- 
giano nella minestra o colla carne od altrimenti 
conditi, come fossero spinacci. Le erbe sono: oregìuce 
o orde di jéur, confenòn, brucuncesare, qhandehitis, 



0) Cfr. Manzini: Le virtù delie piante, png. 113 e 114, e Su alcuni 
fiori alpini, p. 288. 



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— 209 — 

grisolò, giardòns, lavazziit o lenghe dì vache, Mede, 
ardielùt, spinaze salvadie, talpe di cròi, ecc. 

Luise = Erba cedrina = Verbena tryphilla L. — 
Colle sue foglie si fanno dei thè, ritenuti eccellenti 
calmanti ; al gradevole odore della Luisa si attri- 
buisce il potere di tener lontani gli spiriti maligni. 

Luvts = Lupino = Lupinus albus L. — In 
qualche paese del basso Friuli si adoperano i decotti 
di lupini per lavare le piaghe. Il frutto è tenuto 
quasi l'emblema della miseria: lo dice il proverbio : 

Se tu mangia luvìns e tu ti voltis indaùr, tu vioilaràs onal- 
chidùn eh' al mange lis scnssis. 

11 lupino è pianta maledetta da Dio, perchè, 
quando la Madonna fuggiva in Egitto, il fucàm srch 
e i cosili scridelìz di un champ di luvìns che scros- 
savin cun gran rumor, mettevano in continuo peri- 
colo (F essere scoperti i poveri fuggitivi e Maria 
maledi la pianta (*). 

Luvinazik = Capraggine, erba ginestrina, ruta 
capraria = Galega off. L. — Si usa come sudorifera. 

Malegrame, FEi-g, grame = Gramigna = Triticum 
repens L. — Si usa specialmente in primavera per 
fare decotti reputati emollienti, purgativi e diuretici. 
Al riapparire della buona stagione usano pascerne 
anche i cavalli signorili, per purgativo. 

Majaròk, mazorane = Maggiorana = Origanum 
majoranoides Wild. — Le sue foglie disseccate al- 
l' ombra in modo che mai sieno tocche dai raggi di 



(1) Cfr Caterina Perento: Racconti, seconda edizione con aggiunta di 
nuovi nicromi e scritti varj. Voi. 2, Genova — E-iit. la Direzione del pe- 
riodico La donna e la famiglia. 



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— 210 — 

sole né di luna, triturate e fiutate eccitano lo star- 
nuto e tolgono la pesantezza del capo. 

Malvòn = Malvone, Malva rosea = Altea rosea 
L. — Nei suoi fiori si nascondono la notte i demoni. 
Coi suoi semi si costuma fare un giuoco fanciullesco. 

Malve = Malva = Malva silvestris L. — Nella 
medicina e forse il re dei rimedj. L'acqua di malve 
è eccellente per fare le pappe che s' adoperano nei 
mali di denti e d'orecchi, nelle suppurazioni, infiam- 
mazioni, ecc. Le piaghe si lavano con acqua di malve. 
Questa, mescolata con latte tiepido e zucchero, seda 
la tosse ed è un ottimo emolliente nelle raucedini. 
I pediluvii d' acque di malve richiamano le mestrua- 
zioni. Le foglie spalmate di burro si applicano sulle 
piaghe. L' acqua di malva facilita il parto, giova nei 
mali alle mammelle e fa guarire dal mal della pietra. 

Mandolàr = Mandorlo = Amygdalus comunis 
L. — Quella gommosità somigliante alla ijornma ara- 
bica, che trasuda dal suo legno, i ragazzi la man- 
giano e la chiamano rniertle di cùch. La mandorla è 
anch' essa uno dei frutti donati dalle streghe buone 
coi regali incantati. La farina di mandorle s' usa 
dalle ragazze del medio ceto per lavarsi la faccia, 
colla persuasione che renda morbida e vellutata la 
pelle. 

MARAsgHE = Visciolo = Prunus cerasus L. — 
Quella selvatica è ricercata perchè col sub legno si 
fanno canne da pipa, manichi d'ombrello e bastoni; 
e ciò per la fragranza che emana dal suo legno. 

Melar, mfluzzàr, pomàr = Melo = Pyrus melus 
L. — Il suo frutto (milùz) è uno di quelli da cui si 
cavano i regali incantati donati dalle fate. Ài bam- 
binetti si fanno mangiare mele cotte cosperse di zuc- 



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— 211 — 

chero per rendere lubrico il corpo; le mele lessate, 
con zucchero, si ritengono buon rimedio pei raf- 
freddori. 

Melés o ribìci = Sorbo selvatico = Sorbus aucu- 
paria L. — (V suoi polloni si fanno maniglie da 
gerla di montagna, coi fusti più grossi si fanno bastoni 
da montagna, attribuendosi al legno, fra le altre 
virtù, quella di salvare dai precipizii: i suoi frutti 
si mangiano o si mettono in infuso nell'acquavite 
per darle un sapore amaro e renderla stomatica ; da 
essi si distilla pure una buona acquavite. 

Melòn = Popone = Cucumis melo L. — È rite- 
nuto emblema di uomo sciocco. Mi fu riferita la cre- 
denza, che però non potei bene chiarire, che i diavoli 
prescelgono i melloni per nascondersi ed entrare in 
corpo a chi li mangia. 

Mente = Menta peperina = Mentita piperita L. 
— Si dice che, applicando ai genitali tre o quattro 
volte al dì, per un lungo periodo di giorni, l'acqua 
di menta, i vecchi si rendono atti nuovamente alte 
armi d' amore, e le donne anche a sessant' anni pos- 
sono concepire. 

Mentàz = Menta selvatica = Mentha sylvestris L 
e Inula dysenterica L. — Le vette dei suoi germogli 
in primavera si mescolano colle uova con cui si fa 
la frittata. Il suo odore acuto si crede giovi a cac- 
ciare i vermi ai bambini, a tener lontani i diavoli u 
le streghe, ed a salvare dalle malie; le si attribui- 
scono anche virtù balsamiche. 

Mercurele, scatapuris, zinzale = Catapuzia 
minore = Eufphorbia lathyris L. — Trovasi ancora 
quasi spontanea negli orti, ove un tempo colti varasi 
per servirsi dei semi che sono fortemente purgativi 



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J 



— 212 — 

(Pir. /. e). È strano Fuso che di quelli si fa. Se 
taluno s' accorge ci sia qualche ladro abitudinario 
che venga a rubare i fichi, introduce in parecchi di 
questi, fra i più maturi, una buona quantità di semi 
di catapuzia, e prende così una buona vendetta sul 
ladro. Si crede pure che, bevendosi dai conjugi il 
succo di mercorella maschio si possono generare 
maschi, e se di femmina, donne. Le si attribuisce 
inoltre una certa potenza magica. 

MfLISSE, JERBE D' ÀV, JKRBK NARANZE = Melissa 

— Cedronella-melissa officinali* L, — I decotti delle 
sue foglie sono creduti ottimi calmanti, specie nelle 
malattie della matrice ( madròn ), e contro tutti i 
disturbi nervosi e uterini; giova per malattie di cuore, 
ajuta la digestione, purga il cervello (sic) e scioglie 
le flatolenze. 

Milùz ingranàt = Melograno = Punica grana- 
tum L. — I suoi rami si ritengono indicatissimi per 
fare le verghe dei maghi e degl' idrofanti. La scorza 
del frutto s'adopera per fare decotti ritenuti utili 
nelle diarree più restive; il frutto anch'esso è uno 
di quelli che contengono i regali fatati delle streghe 
benefiche. 

Mi ustu ben mi ustu mal, margaritis = Marga- 
ritone = Crysantemum Leueantemum L. — Ha virtù 
contro il diavolo e le malie — dal suo fiore si trae 
l'oroscopo sfogliandolo e dicendo le parole: — Mi 
amistu, mi brarnislu, mi ustu ben, mi ustu mài o 
altrimenti: siòr, né pitar né siòr, pàar ad ogni foglia 
che si leva; e la frase che coincide coli' ultima foglia 
rimasta, indicherà la sorte. Altri cercano 1' oroscopa 
per la vita futura, — Paradìs, infièr, purgatori. 

Moràr di more nere = Gelso nero = Morus- 



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— 213 — 

nigra L. — 1 suoi frutti si credono officinali v si 
usano contro la tosse e le infiammazioni di gola 

Moràr = Gelso = Morus alba L. — Si crede t#\v 
ognuno possa andare a mangiarne le frutta, audn* 
nelle proprietà altrui, senza commettere un furto, || 
frutto (moria) si dice non senza ragione, che pro- 
duce forti coliche. I fuochi che si fanno alla vigilili 
di S. Giovanni e di S. Pietro sono sempre di frase! u 1 
secche di gelso. Il Manzini (*) ha raccolto che i i 
linfa colante dei giovani germogli staccati in pri- 
mavera, ha la proprietà di ristagnare il sangue 
di guai ire le ferite. Debbo notare che ad Udine -ì 
fa il nome di moràr sinonimo di albero, dicemìn-i 
un inorar di zespis o un inorar di ficlis (un gelso 
da susine e un gelso di fichi, (sic). Il gelso è comu- 
nissimo in Friuli, e sui primordi della sua intn Min- 
zione il desiderio di piantarne divenne quasi uni 
mania. Fino dal 1510, nota Roberto di Spilimbergn t- 1 
nella sua cronaca: — «Fu in Friuli quasi tutta li 
Patria che ognun era inteso e inclinato a metti i 
murari per li soi campi per modo che alcuni, e as>,n 
erano, che cavavano le viti per piantar inorai*!, e 
questo fu incirca del 1510 perfhi al 1518 ecc. » - 

Muscli = Muschio, adianto dorato = Sphagnum 
squarrosum Pers. Mnium hygrometricum L. e Phn- 
scum — Una manata di questa pianta, possibilmnitr 
secca, portata nelle tasche dei calzoni, impedisce Hn i 
nelle lunghe passeggiate o cavalcate venga queir en- 
fiagione ed escoriazione alle natiche, che è cono- 
sciuta sotto il nome di Orsàrie od Uraniàne. 



(Il v. Mulini: Le virtù delle piante, nelP/u Alto, 1890, N. 4, p - 
tS) Cronaca citata a pag. ?5. 



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— 2-14 — 

Narànz = Melarancio = Cytrus aurantium L. — 
Anche in questo frutto le streghe benefiche racchiu- 
dono i loro regali fatati. La fiaba delle tre naranze 
è una delle più immaginose e belle che si contino 
in Friuli. 

Noolàr = Nocella = Corybus avellana L. — I 
suoi fiori detti giatùz o pìndui dal nogldr si crede 
spuntino nella notte della vigilia di Natale, perciò 
sono benedetti. Il frutto (nòie) è di quelli che donano 
le buone fate, e contiene vesti, gemme, ori e tutto 
ciò che si può desiderare. 

Le nocciuole diventano mature il giorno di S. Lo- 
renzo ; lo dice il proverbio: San Lurìnz — La nòie 
ferme o scrèe il dint. La vigilia ed il giorno della 
commemorazione dei defunti è costume di mangiare 
le nocciuole. Anche alle ragazze i dami portano le 
nocciuole dalle sagre, e le ragazze da marito le rac- 
colgono per regalarle ai loro spasimanti; ciò dicono 
le due canzoni carniche : 

— Vègnin jù chei da la sagre, 
Tòrnin su chei dal perdòn, 
A butà cuatri nolutis 

pe' puarte o pai balcòn. 

Fin che nòlis an d*è stadis 

1 fantàz a son vignùz, 
E cumò che son finidis 

Nanche il diàul ju ha plui vidùz. — 

Le nocciuole, e più probabilmente le noci, presso 
i Romani aveano un significato nei riti nuziali. Quando 
lo sposo andava a prendere la fidanzata per condurla 
in casa propria, appena la novella sposa era sulla 
strada, gettava ai ragazzi le noci e nocciuole ; e, 



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— 215 — 

abiicere nuces, valeva contrarre matrimonio. 1 (or- 
nici in qualche villaggio gettano ancora ai radimi 
le nocciuole e le noci quando la comitiva va in ulih'sa 
per lo sposalizio, ed i confetti che in altri luòghi si 
buttano in regalo ai fanciulli (si fds azèti), non sono 
che l' abiicere nuces un po' mutato. 

Il Manzini (*) dice erroneamente che i contivi li iti 
chiamano nòli l'arbusto del nocciuolo; il nòli è il erti* 
scherello del frumento. — Un infuso nell'aceti' di 
fiori di nocciuolo è utilissimo pel mal di denti. 

Non ti scordar di mk = Miosotide = Myo&ttfe 
palustris L. — Anche nel nostro popolo si racconti! 
la pietosa storia del giovane annegatosi nell' est nun\ 
dalla corrente che il trasportava, un fiore di min- 
sotide per la sua dama; storia che diede origine* ni 
nome — non ti scordar di me. — In alcuni pfti>sì 
si trapiantano le miosiotidi sulle sepolture recanti, 

Nojàr, cocolàr = Noce = Juglans regia L. - 
È l'albero sotto cui le streghe vanno a fare la lm*« 
tregenda; anche in Friuli è conosciuto il noce Irg- 
gendario di Benevento. Riposandosi sotto i noci ft 
facilissimo di restare stregati, ed il pericolo h : 1 1 1 - 
cora più grave nei giovedì in cui le streghe v£ifg*?un 
ad appollajarsi sui suoi rami. Il frutto [coca Ir* ft 
quello che più frequentemente regalano le buojio 
fate coi celebri doni magici. 

Se si vogliono ben ingrassare i polli d' india, sì 
fa loro ingojare il primo giorno una noce intera, il 
secondo due, il terzo tre e cosi via lino a setti\ ri- 
tornando poi a diminuire (ino ad uno, ed allora il 
tacchino sarà ben grasso. È curioso poi che i fintiti 



(I) V. Mtiziii: Le Virtù delle piante, 5, p. il*. 

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— 210 — 

ti' un albero tanto infesto sieno, assieme alle noc- 
ciuole, il regalo che le belle montanine fanno ai loro 
spasimanti ; anche ai fanciulli in Carnia il primo 
giorno dell' anno le famiglie regalano coculis e lòps 
(noci e mele selvatiche). 

La contessa Caterina Percoto in uno dei suoi 
racconti (La rosade di S. Zuàn), narra che presso 
Moruzzo si vede un vecchio noce che sembra secco, 
ma nella celebre notte, colla rugiada, rinverdisce e 
mette i fiori ('). 

Si crede che se tuona il giorno di S. Giovanni 
tutte le noci avranno il gheriglio marcio. 

A dormire all' ombra dei noci, oltre al pericolo 
(V acciuffarsi colle streghe, si corre anche quello di 
buscarsi qualche malattia. 

Olìv o ui/iv = Olivo = Olea europea L. — È 
coltivato solo nel basso Friuli orientale; raramente 
se ne trova qualche pianta nella regione collinesca. 

Non e' è famiglia di artigiani che pel Sabato Santo 
non porti a far benedire la sua palma d' olivo — 
Acceperunt ramos 2 ìa ^ marum — e l a Domenica delle 
palme tutti vogliono averne un rametto all'occhiello 
o sul cappello. Il Sagrestano va poi a portarlo nelle 
famiglie dei ricchi, e riceve una mancia. Le foglie 
(V olivo benedetto si bruciano in estate quando mi- 
naccia burrasca, e si crede giovino per salvaguardare 
i propri campi dalla grandine ; cosi pure, bruciandolo 
nelle stanze ove s' allevano i bachi da seta, si impe- 
disce che possano essere stregati. Un rametto se ne 
appende presso al letto, sopra P acquasantino, un 
altro lo si attacca nella stalla, colla fede che pos- 



[\) Racconti, volume 11, pag 242-244. 



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— 217 — 

siedano la virtù di tener lontane le malie come jli 
amuleti. 

Oi.m — Olmo ----- Ulmus eampestris L. — La sua 
corteccia si adopera per usi medicinali; cosi del puri 
si attribuisce molta virtù a quel liquido che si rac- 
coglie dai gavoccioli che si trovano sulle sue foglie. 

Opunzie, jkrbe di cai = Opunzia — Opuntia ficus 
indica L. — Le sue foglie scortecciate si crede gio- 
vino per cacciare i calli. 

Orar, auràr, omikràr = Alloro = Laurus in»- 
bilis L. — È ritenuta pianta propizia. Nelle feste gli 
archi che si fanno nei villaggi per le solenni occa- 
sioni (visite» vescovili, ingresso del pievano, proces- 
sioni ecc.) e le case, si adornano con ramoscelli di 
alloro. In qualche località se ne mette un ramo aww 
insegna d'osteria. Chi si maschera da mago in car- 
novale, adorna con foglie di lauro la veste bianca ed 
il cappellone a cono; cosi del pari a Natale, Capo- 
danno e Pasqua le carni, nelle migliori beccherie, 
si ornano con rametti di questa pianta; ed è proba- 
bilmente un ricordo dell' antico costumi* romano -li 
cambiare i lauri ond' erano ornate le case dei (li- 
mini ed i luoghi delle assemblee. 

Tua pianta di quell'albero ha la potenza d'allon- 
tanare il fulmine dalle case contermini. Il lauro è 
pine creduto un buon contravveleno. Le foglie si ado- 
perano per condimento negl' intingoli ed in certi 
arrosti. 

Facendo inghiottire alle donne in avanzata gesta- 
zione sette bacche di lauro ( ' oliar is o rulàghisj si 
facilita loro il parto; ma se a pelarle s'ariopras&ero 
le unghie, la puerpera se le vedrebbe cadere. 

Ohegluce, orele di jéur = Gittone delle min - 



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r 



— 2-18 — 

chie = Lyehnis vespertina L. e L. diurna Sibth. — 
1 suoi germogli si mangiano nel Ntitm. 

Osmarìn o rosmarìn = Rosmarino = Ros. Offi- 
ctnalis L. — È pianta aromatica. Le sue foglie infuse 
nel vino lo rendono corroborante ed afrodisiaco. 
Questo arbusto si crede prediletto alle streghe che 
vi si cacciano frammezzo, o confinano in esso le don- 
zelle incantate, trasformate in serpi. Nella famosa 
notte di S. Giovanni, chi andasse a pisciar su d'una 
pianta di Rosmarino, nel punto della mezzanotte, 
acquisterebbe gran vigoria genitale, e potenza gene- 
ratrice. Nelle malie e sortilegi in cui si adopera il 
fuoco, giova, a far riuscire l'incanto, l'alimentare 
la fiamma con rami secchi di questa pianta. 

L'acqua di Rosmarino caccia la malinconia e gua- 
risce i mali di fegato, della milza e le imfiamma- 
zioni alle fauci (scaranzie). I bagni con pannilini in 
acqua tiepida di Rosmarino vuoisi giovino a richia- 
mare anche nei vecchi la potenza virile; ed un lavacro 
OOn quella eccita potentemente la donna. 

Palùd di botar, pavère — Tifa — Tvpha lati- 
folia e T. angustifolia L. — Si adoperano le foglie, 
die sono molto soffici, per chiudere le fessure delle 
hntti. I villici del basso Friuli ne fanno mantelli per 
Pipai-arsi dalla pioggia (Pir. /. e). 

Pan e làt — Forse lo stesso che il Grisulò (vedi). 
— Non sono riuscito a identificare questa pianta; 
fiuterò solo che mi fu indicato come uno dei mi- 
gliori componenti del litiim, e che dai fanciulli si 
mangiano crudi gli steli del fiore prima che si spieghi. 

Pan e vin, pan cucii = Acetosa = Rumex ace- 
tosa L. — Si mangia cruda ritenendo ecciti l'appe- 
tito; si usa mescolarla agli spinace! ed al litiim. 



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— 21!) — 

L'acqua d'acetosa si raccomanda contro i catarri 
inveterati. 

Pan purcIn — Ciclamino = Cyclamen europemn 
L. — 1 suoi bulbi crudi sono venefìci; ma cotti, si 
reputano innocui e graditi. S' usa tritarli e fame 
empiastri che, applicati sul ventre, producono gli ef- 
fetti dei drastici ; alcuni li applicano pure sulle Sttp^ 
purazioni; ciò die è pericoloso. Secondo il Manzini (*) 
le sue foglie pestate, e mescolate con lardo e burro 
fresco, si applicano pure sulle ferite; tale cataplasma 
si crede giovi anche nei dolori di capo. 

(ìli slavi del Friuli chiamano i fiori del Ciclamino 
cucchiaini della Madonna, perche, non avendo Murili 
un cucchiaino col quale poter servire il cibo al figlio, 
cren il ciclamino, dei cui fiori si servi (*). 

Panìz — Panico = Panicum italicum L. — Per 
un'antica superstizione, oggi interamente perduta, si 
credeva che il seme di panico avesse la potenza, in 
date circostanze, di comandare alle streghe, come 
risulta dal seguente processa del Santo Ufficio (tei 
marzo 1(300. 

Leonardo figlio di Dario bombardiere, Gian Ki- 
lippo figlio di Zaccaria Carlini, Pietro Ciata, Trista in ■ 
Gallina, Andrea Scoffo, Tonello Nicolò tutti di Ma- 
rano, Gemento da Caorle, Mercurio muratore da \\*nr 
chis di Latisana, e Lelio Nani guardiano di boseliL 
furono accusati al Tribunale perche alla vigilia del- 
l' Epifania, tutti nelle proprie rispettive chiese, mentre 
il sacerdote faceva la benedizione dell'acqua, stavano 
alla porta della chiesa, avendo ognuno sotto l'ascella 



(1) V. Manzini : Virtù delle piante, pag. 89 e 113. 

(2) Cfr. JfiBziBi : Su alcuni fiori alpini, pag. 2?0. 



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" ., 



— 220 — 

un'olla piena di panico che mescolavano con un legno 
dicendo : 

Strega vieni al laccio; ch'io ho il panico sotto il bi accio. 

Papavar, povàr arlechIn = Papavero = Papa- 
verum somniferum L. — Coltivasi in alcuni paesi 
alpini per servirsene dei semi come cibo, e negli 
orti per ornamento. Dalle capsule quasi mature, 
quando sieno ferite, stilla un umore lattiginoso, che 
air aria si condensa, si fa nero, e costituisce quella 
sostanza che si conosce sotto il nome di Oppio. 
(Pir. /. c\). 

Col fiore, lasciando solo le quattro prime foglie 
della corolla e levando le altre, si fa come una pic- 
cola bambola. Due si ripiegano in basso allacciandole 
al caule e cosi si fa il corpo, lo altre due laterali 
si incartocciano un po' e s'allacciano air estremità 
dove sarebbero i polsi e si fanno le braccia; la cap- 
sula rappresenta la testa ; da ciò forse il nome di 
arleclùu. 11 decotto della capsula e lo sciroppo di 
papavero sono uri sonnifero di cui molto s'abusa per 
far dormire i bambini. 

Parigìn — Garofanini di Spagna — Dianthus 
superbus L. — Il fiore del par'u/in b ritenuto (piasi 
l'emblema della bellezza dei giovanotti. La Cannella 
canta : 

— 1 bragòns a la spagnole 
Dùcli orlàz di latisin ; 
E chèl vissar eh* a l'è dentri 
Al semee un Parigìn — . 

Passiòn dal Signor = Passiflora = 11 fiore di 
questa pianta è tenuto quasi come cosa sacra, dicen- 



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— 221 — 

dosi che riunisce in se tutti gli emblemi della pas- 
sione di Gesù Cristo. Negli stami, nei petali, uri 
pistilli, si vogliono vedere i 72 discepoli, i 13 apo- 
stoli, i 3 chiodi, la corona di spine ecc. È pianti 
benedetta e di buon augurio. 

Patate = Pomo di terra = Solanum tuberosmu 
L. — 1 suoi semi si credono velenosi. Il frutto crudo 
grattugiato si adopera come rimedio nelle scottatura 
e talvolta come cataplasma nelle flussioni. Il Man- 
zini ( 1 ) lo dice giovevole pel mal di gola, specie se 
il cataplasma, anziché col tubero, sarà fatto colle 
foglie della pianta. Patate o Palatiteli, in senso spre- 
giativo, si dice agli Austriaci, e la patata dicesi 
arancio di Vienna. 

Paternostri -— 'Zafferano di fior bianco — Oocita 
vernus L. — I fanciulli ne mangiano i bulbi, che 
spesso per giuoco infilano a guisa dei grani di no 
rosario ; da cui il nome (Pir. /. e). Si tiene per ìm - 
dicinale. 

Paugne, ciSMor -Viburno = Viburnum lantani! 
L. — È legno da cui rifuggono le streghe. Stiiiu 
molto pregiati i bastoni di paugne, specie quelli fer- 
rati da montagna (alpcnstock). Una carretta fittili 
con legno di Viburno si ribalterebbe e sfascienti il- 
so sopra vi salissero maghi, stregoni o streghi». 
L' amico mio dott. Giovanni Gortani di Aita mi rac- 
contava che sul monte di Cabia in (.'arnia, essendosi 
annidata un'orda di Pagani ( 2 ) un giorno le dtmin 1 
pagane presero a sbertare un boaro di Cabia fcftu 
stava pascendo i suoi animali nelle loro vicinanze. 



(J) V. Manzini: Virtù delle piante, ecc., pag. 112. 
{2j Cfr. Savi Lopez: Leggende delle Alpi. 



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— 222 — 

Conchiusero invitandolo a una scommessa; tornasse 
in altra giornata co' suoi bovi e col carro ; esse vi 
butterebbero sopra tutte le loro tattere e masserizie : 
se riusciva a condurle via, gliele abbandonavano 
senz' altro ; ma se il carro non si movesse, avrebbe 
perduto carro e attiraglio. Il cristiano accettò il 
patto e fissò con esse la giornata. Però prima di 
aggiogare i buoi, li protendo, spartendo fra loro un 
granello di fava : saldò il giogo al timone con una 
chiavola di Viburno e li spinse via all'appuntamento. 
Le pagane erano tutte indaffarate ad esportar fuori 
cenci, mobili, stoviglie, e caricarle sul carro allegra- 
mente, ben sicure di vincere la scommessa. Finito il 
caricamento, sfidano P amico a dipartirsi. L' amico 
senz' altro afferra lo stimolo, trincia con esso un se- 
gno di croce per terra davanti alle sue bestie, poi 
le sferza gridando: 

— Già (i) Fior, già Brini — né passùt, né ziùn; 
Ceree di Pangne — stombli di Cuargnàl ; 
Già in non di Giò — che nissùn us pò fa mài. 

I buoi sollevarono il peso del carro come fosse una 
piuma, e lo trascinarono dritto a Cabia, lasciando le 
pagane scornate a strillare e sgramezzarsi per aver 
perduto il buono e il meglio <r ogni loro avere. 

Pavèr — Giunco da stuoje = Scirpus lacustris 
L. — 11 culmo eh' e pieno di midollo poroso, decor- 
ticato viene adoperato come lucignolo (pavèr) nelle 
lucerne rustiche. Si adopera comunemente a farne 
stuoje (Pir. L e). 



il) Già é la voce per spingere i buoi — Fior e B» un sono i nomi propri 
delle due bestie tratti dnlla tinta del loro mantello. 



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— 223 — 

Pedoglite = Licopodio = Lycopodium Selago 
L. — Si adopera il decotto e la polvere per ucciderò 
i pidocchi (Pir. /. e). 

Peonie = Peonia — Paponia L. — Il fiore di 
questa pianta si dice abbia molta virtù contro il in;il 
caduco. 

Pensìr = Margaritina = Bellis perennis L. - 
Le ragazze non regalano ai loro innamorati di quarti 
fiori, tenendoli di poco buon augurio; forse pel nome 
che portano. 

Peràr, piruzàr — Pero = Pyrus communis L. - 
Se le piante hanno una vegetazione troppo rigogliosa 
e danno pochi frutti, per renderle fruttifere bisogna 
denudarne le radici e batterle con un legno nella 
famosa notte di San Giovanni, ricoprendole soltanto) 
dopo che abbiano presa la celebre rugiada. 

Pestalache, primavere — Primavera -— Prinutla 
aeaulis, P. elatior e P. Off. Peq. — Quando noli' in- 
verno fiorisce in ogni mese, è cattivo pronostico per 
i raccolti. 

11 Del Negro nel suo diario in data 1 febbraio 
1704 nota : 

— ((Non so come anelerà quest'anno; ogni mese 
noi abbiamo avuti fiori di ] } csl«Iaceo » — . 

Alle foglie si attribuiscono virtù medicinali. 

Pevarele -- Idropepe - Polygonum ITydropiippp 
e P. Persicaria L. — In qualche paese si sminuzzano 
i rami e le foglie di queste piante e si spargono pi i 
le stanze onde allontanare le pulci. (Pir. e Man- 
zini /. e). 

PlARSOLAR, SPIARSOLÀR = Pesco — AniYgdilhis 

persica L. — La gomma che trasuda dal suo tronco 
(mienle di cucii) si mangia, reputandola utile contri» 



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— 224 — 

le affezioni di gola. Il frutto è uno di quelli che 
racchiudono i regali fatati. Le pesche pelate sono di 
difficile digestione ; da ciò il proverbio che si cita 
sempre tra noi : 

All' amico pela il fico, il persico al nemico. 

Le pesche non mature restano sette anni sullo 
stomaco prima ci i essere digerite. Che razza di sac- 
cone dovrebbero avere i fanciulli contadini che ne 
mangiano ogni anno a chilogrammi ! 1/ ubbriaco che 
mangi sette mandorle o semi di pesca guarisce dalla 
sbornia all' istante ; e se le sette mandorle poi le 
mangia prima di bere, per (pianto alzi il gomito sarà 
sicuro di non ubbriacarsi mai. Per guarire dal dolore 
d'orecchi, si getta sul fuoco un osso di pesca; quando 
arde ben bene lo si tuffa in un po' d'olio in cui si 
tinge della bambagia che s' introduce ancor calda 
nel canale auditivo. 

Pio dal Signor — Erba lupa, coda di leone = 
Orobanelue elatior Sutl. — Si reputa afrodisiaca. 

Pìl) DI PASSARE, SPIRONELE DI gHAMP -- CapUCCÌ, 

consolida regale, erba cornetta — Delphinium con- 
solida L. — Medicinale ; coi calici del suo lìore si 
fanno delle piccole ghirlande che si tengono nei libri 
di devozione. 

Pjmpjnei.k — Pimpinella maggiore, sanguisorba = 
Sanguisorba off. L. — Sudorifera, vulneraria, detersiva. 

Pin — Pino montano = Pinus silvestris L. — È 
pianta di buon augurio. Nelle osterie si mette per 
insegna una cima di pino {Irene di pia); così la si 
inalbera sulle fabbriche quando è condotta a termine 
T impalcatura del tetto. 1 montagnuoli che dormono 
nelle cascine o nelle grotte si fanno il letto {loder) 



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— 225 — 

colle vette di rami di pino, ritenendole, se non soffici, 
fresche, salubri, giovevoli a tener lontani i rumori 
diabolici. È strano poi che da quest' albero tanto fausto, 
il diavolo e le streghe raccolgano la pece con cui fanno 
le candele per illuminare la tregenda. Secondo taluno 
all' invece la tregenda è illuminata da rami resinosi 
di pino, come usano i nostri montagnuoli. 

Il petrolio ha fatto scomparire quasi del tutto un 
utensile domestico ch'era usatissimo nelle famiglie 
povere di montagna, consistente in una specie di can- 
delabro di ferro con piattino in alto su cui si collo- 
cava ad ardere una scheggia di pino(Zùm); quando 
poi si debbono fare lavori notturni all'aria aperta, si 
fende in schegge longitudinali, senza staccarle, un 
albero di pino molto resinoso, ed accesolo ben bene, 
lo si fa servire da torcia a vento (fógule). La pece 
di pino si reputa efficace per estrarre dalle carni le 
scheggie e le spine, ed affrettarne le suppurazioni. 

Pisseqhàn, tale = Tarassaco = Leontodon tara- 
xacum L. — L' erba allessata e condita in vari modi, 
si mangia. Il fiore dicesi ròse di mudrf (fiore da 
morto), e lo si tiene di cattivo augurio se regalato. 
I fanciulli usano dividerne il picciuolo, senza stac- 
carlo dal fiore, in tre o quattro liste longitudinali 
che immerse per poco nell'acqua s'arricciano, e con 
quelli s'adornano la fronte quasi a dileggio dei ric- 
cioli (bisciz) che portano le signore ai lati della testa. 
Quando i semi di Tarassaco sono ben maturi e con la 
lanugine che li circonda formano quei globetti bianchi 
a fiocco, si usa soffiarli via di tutta forza col fiato 
che si può raccogliere in una inspirazione; e quanti 
semi rimangono attaccati allo stelo, altrettante sa- 
ranno le bugie, e secondo altri i peccati commessi 



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à 



— 226 — 

dall'individuo in quel giorno. Si dice che chi tocca 
le piante di Tarassaco piscierà in lètto. 

Plantàgn = Piantaggine = Plantago L. — Ve 
ne sono molte varietà, e si usano nella tisi, sputi 
sanguigni, emorroidi, piaghe e scottature. Le foglie 
cotte allesso si mangiano per guarire la dissenteria 
carbonizzate su una lamina di metallo arroventata 
e poscia polverizzate, si tengono per un rimedio 
efficace e pronto contro lis creturiv (setole). Quando 
si seguano le risipole, se fossero secche, bisogna inu- 
midirle con succo di foglie di piantaggine. 11 frutto 
fritto neir olio si fa mangiare ai bambini, ritenen- 
dolo un potente antielmintico. Le foglie della PI. Sa- 
liva nel Basso Friuli si applicano sul seno delle 
partorienti ritenendosi possiedano la virtù di richia- 
mare abbondante il latte. 

Plantàgn largh = Piantaggine maggiore = 
PI. major L. — È nota comunemente col nome di 
plantàgn di ijrt, perchè e il cibo preferito da questo 
ortottero. Un cataplasma di foglie triturate si ritiene 
utilissimo nelle ferite. 

Polezùt o mentàz = Menta selvatica = Mentita 
Pulegium L. — È utile contro le malie; si mette in 
un sacchetto assieme all' iperico, origano, assenzio, 
ruta ecc., ed il sacchetto lo si colloca sotto il guan- 
ciale dei bambini, ai quali giova anche per i vermi. 
Possiederà maggiore virtù se colta nella notte di 
S. Giovanni. 

Polmonarie = Polmonaria = Pulm. Offic. L. — 
Si adoperava una volta in medicina usandola nelle 
malattie polmonari. ( Pir. I. e. ) 

Polmonarie, lichene = Polmon. arborea = Li- 
chen pulmon. L. — Ha un sapore amaro, salso, e si 



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— 227 — 

raccomandava una volta dai medici nella tosse, nel- 
l'emoftisi, ed in altre malattie. (Pir. /. e.) Anche 
oggidì sui gradini della Chiesa di San Giacomo in 
Udine e sulla piazzetta laterale alla Chiesa si vedono 
in primavera le donne di Val Cimolina vendere li* 
cheni. 

Pòl = Pioppo = Populus nigra L. — A differenza 
della Sicilia dove il pioppo è tenuto un albero Ih - 
nedetto, da noi si disprezza come albero di nessi m 
pregio ed infruttifero : 

— Il pòi noi fàs narànz — . 

Si crede abbia la proprietà di attirare il fulmine, 
forse perchè cresce altissimo nelle pianure, e quindi 
bene spesso la folgore si scarica su lui. 

Rabarbar, riobarbar ecc = Rabarbaro = Rheum 
L. — Oltrecchè buon stomatico e vermifugo, si credi' 
anche efficace a calmare la collera, e rendere gli 
uomini flemmatici. 

Radris dolce o liquerizie di bosch = Felce dolc 
o quercina = Polypodium vulgare L. — Alle radiai 
di questa pianta si attribuiscono mirifiche virtù me- 
dicinali ; un pezzettino tenuto in bocca calma gir 
ardori della sete. 

Rati = Ramolaccio nero = Raphanus niger L. 
— Si usa talvolta per fare un rimedio contro Y i- 
pertosse. ( Vedi. Tòs pajane Cap. vili ). 

Ràv = Rapa = Braxica rapa L. — Chi mangi;* 
molte rape lesse (ufiei) piscierà in letto. La rapa 
è tenuta come emblema d'uomo stupido ed ignorante. 

Rol = Quercia = Quercus sessiflora Sm. — Coi 
rami di quercia e frassino si fanno i boschetti per 
mettere a filare i bachi, e si crede ciò giovi a pre- 



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— 228 — 

servarli dalle malattie. La quercia gode comune- 
mente T onore di essere albero di buon augurio. In 
certi paesi, come a Gemona, il giorno della proces- 
sione del Corpus Domini si ornano le vie con frasche 
di quercia, di avorniello, di fràssino, di ciliegio ecc. 
Quando si compie una fabbrica, se non si ha il ramo 
di pino, se ne prende uno di quercia. Le lozioni con 
decotti di scorza dì quercia e camomilla si usano 
dalle donne contro i fiori bianchi ; colle ghiande si 
fa calle ritenuto eccellente per i tisici ; il decotto 
di scorza si crede giovi pure per le febbri. 

Rosàr = Rosa. — Ve ne sono numerose specie, 
e son tenute come piante di buon augurio, partico- 
larmente le cosi dette Rosis da Mattone. 1/ acqua di 
rose si dice giovi nella tisi, nelle febbri e sulle 
piaghe. 

Rùcui.rc = Ruchetta = Rrassica Erma L. — A 
mangiarla fa sognare. — V è la credenza che per 
sognarsi d' una data persona o d' una data cosa, bi- 
sogna cogliere alle 2 pom. una foglia di Ruchetta e 
mangiarla guardando il sole, e pensando alla cosa 
o persona di cui si brama sognarsi, ed il desiderio 
sarà indubbiamente esaudito. 

Rude — Ruta = R. Graveolens L. — È V erba 
più giovevole contro le streghe, anzi si dice abbia 
pedino la virtù d' incantare i demoni e renderli sog- 
getti, sempreche sia colta nella notte di S. Giovanni, 
e con le debite forme e cautele. Non v'ha orto nelle 
campagne senza il suo bravo cespo di Ruta, e se ne 
fa i decotti per purgare il sangue in primavera, e 
per impedire le malie. S' usa anche infonderla nel- 
T acquavite insieme a radici di genziana e foglie di 
absinzio, e queir amaro è tenuto come stomatico, 



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— 229 — 

digestivo e vermifugo. La si mette nel famoso sac- 
chetto che si colloca sotto il guanciale dei bambini 
per ammazzare i vermi ; giova pure a regolarizzan- 
te funzioni periodiche delle donne, ed a preservar** 
•dalla peste. È questa Tunica volta che dal popolo 
ho sentito ricordare questa temuta epidemia. 

Ruscli = Pungitopo = Ruscus aculeatus L. — 
I giovani germogli si mangiano cotti e conditi comi; 
gli asparagi, e l'acqua in cui furono allessati si beve 
-come rinfrescante. Coir erba adulta si fanno scópe 
da stalla. Nel periodo dal 1848 al 18G0 molti porta- 
vano in petto un rametto di Pungitopo avente la su;s 
bella bacca color carmino che col bel verde dell* 1 
sue foglie sul bianco della camicia costituiva i ti o 
colori scomunicati della bandiera nazionale. 

Russkqhàn, rafacòn = alloro spinoso, agrifoglio 
— llex aquifolium L. — Le foglie e la corteccia 6j 
•credono medicinali ; le sue bacche purgano, ma b 
pericoloso 1' usarle. 

Salate d'aghe, persie = Crescione = Veroiifca 
beccabunga L. — Se ne conoscono varie specie ; si 
mangia cruda in insalata, medicinale (Pir. /. e.) ira 
se non è colta in pure acque correnti, produce coliche. 

Salate = Lattuga = Lattuga sativa L. — I decotti 
delle sue foglie si dice calmino gli eccitamenti vene ivi 

Salice pendente = Salix Babylonica L. — È rite- 
nuto albero di mal augurio come il cipresso. 

Salugee = Santoreggia = Satureja horteiutis 
L. — Coltivasi anche negli orti come pianta aroma- 
tica (Pir. /. e). 

Salvie = Salvia = Sai. offic. L. — Si adoperano 
le sue foglie per fregare i denti e pulirli, ritenendo 
tale pratica giovi a rinforzare V alveolo e le gen- 



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— 230 — 

give; altri invece adoperano il decotto di foglie 
di salvia per lavare le gengive. I decotti bevuti si 
credono afrodisiaci; fermano i fiori bianchi, e gli 
abbondanti flussi femminili. L'essenza di salvia faci- 
lita il parto, e fa concepire la donna che la prende 
giornalmente a digiuno da una mestruazione all'altra, 
purché nel frattempo si astenga da qualunque atto 
venereo. La salvia, colla ruta e le noci, è un buon 
contravveleno ; nell' arte culinaria questa erba ha 
buona parte, specie per gli arrosti. È noto il detto 
della scuola salernitana : — Cut moriatur cui salvia 
crescit in orto — . 

Salvie salvadie. = Salvia selvatica = Salvia pra- 
tensis L. — Si ritiene dotata di proprietà drastiche. 
Colle cime tenere dei germogli si condisce la frittata. 

Santonico = Assenzio marino = Artemisia coe- 
rulescens L. — È una delle piante più note ed usate 
nella medicina popolare ; i decotti di santonico si 
prendono come tonici e vermifughi. 

Saponarie = Saponella — Saponaria oflicinalis 
L. — La radice eh' è saponacea, posta nell'acqua, la 
fa spumeggiare, e si adopera comunemente per lavare 
le stoffe di seta (Pir. /. c.\ Le piante di saponaria si 
fanno bollire, e con quell' acqua si lavano pure i 
pannilani ed i pavimenti. I suoi decotti si dice gio- 
vino contro le piattole, la rogna e le malattie segrete. 

Sarasìn, paiàn = Grano saraceno = Polygonum 
fagopyrum L. — Colla farina di questo grano si fa 
polenta e farinata, ritenute quasi una leccornia. 

V e una leggenda sull'origine di questa pianta (*). 
Cristo, S. Pit tro e S. Giacomo furono alloggiati da 



(l) V. Pagine Friulane» Anno III, pag. 131. 



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— 231 — 

una contadina a patto che le trebbiassero il fru- 
mento ; dopo alcune avventure toccate a S. Pietro, 
Cristo fece ammucchiare il frumento nel cortile e 
<con un tizzone l'incendiò; il grano andò netto ila 
una parte, la paglia dall'altra. Un vicinante che 
aveva veduto il miracolo si provò a far lo stesso» 
ma vedendo che s'abbruciava tutto, ricorse a Cristo 
piangendo ; questi mandò S. Pietro perchè salvasse 
almeno qualche cosa, e l'apostolo da quel grano 
mezzo bruciachiato fece venir fuori tanto saraceno. 
Savòrs = Prezzemolo = Apium Petroselinuni 
L. — I decotti di quest'erba sono tenuti per ini 
eccellente diuretico, e si usano per le cure prima- 
verili, assieme all'ortica, alla canna ecc. Il succo 
spremuto a freddo dalle sue foglie si dice giovi pegti 
sbocchi di sangue, e le foglioline pestate, introdotti* 
nelle narici, stagnano le emorragie nasali. L'acqua 
di petroselino è buona pel mal caduco. Lasciami n 
imputridire il prezzemolo nell'acqua, dice il Man- 
zini (*), e lavandosi la pelle con quell'infusione, si 
cacciano le malattie cutanee. Le radici si credono 
afrodisiache; le contadine ne puliscono una, 1' ungono 
con olio e fanno lis curis (supposte) che introducono 
neir ano dei bambini per eccitarli alle escrezioni e 
richiamare i vermi. Un mazzolino di prezzemolo si 
mette nei funghi quando si cucinano, ritenendo che In 
foglioline diventeranno gialle se quelli fossero velenosi, 
Ve la credenza che i sedani ed il prezzemolo, dojm 
seminati, abbisognano di 50 giorni prima di nascrMv : 

1 savòrs e il selino, prime di nasci, a van cincuante dis a<;lia 
dal diàul. 



(1) Manzini: Le virtù delle piante, ecc., ne\V In Alto, pag. 1)5. 

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232 

Saùt = Sambuco = Sambucus nigra L. — Se 
ne conoscono più varietà. Quella che si coltiva negli 
orti si ritiene giovi contro le malie e tenga lontani 
i fulmini. I decotti di fior di sambuco sono ritenuti 
calmanti e purgativi ; nelle camere degli ammalati 
si fanno suffumigi coi fiori e con la seconda cor- 
teccia; nelle suppurazioni si fa la pappa di farina 
di lino in acqua nella quale furono prima bollite 
foglie di malva e fiori di sambuco. I fiori freschi 
tagliuzzati si mettono nella frittata, ritenendoli gio- 
vevoli contro la malinconia. Il Manzini (*) dice gio- 
vevole, pel male di gola, l'applicazione esterna d'un 
empiastro di foglie pestate; si usa anche nelle idropi. 

È strana la superstizione che qui riporto dal solito 
Regesto dei processi del Santo Officio. 

Caterina moglie a Domenico Faganelli della villa 
di ltutars fu accusata nel 1(H5 d'aver preparato un 
bagno coH'acqua di nove fonti onde liberare un suo 
bambino dal mal del secco. (?) Consegnato il bam- 
bino per poco ad altra donna, sparse sopra una pianta 
di sambuco queir acqua dicendo : Bolidi, bondì saùt, 
il quale in breve si seccò. 

Scarputis da Madone = Bocca di leone = An- 
tyrrhinum majus L. — Forse pel nome che le si dà 
in friulano, questa pianta da fiori è ritenuta di buon 
augurio. 

Scuàl, uèi, cu a dm = Loglierella = Lolium pe- 
renne L. — Si crede che le sementi sieno raccolte 
dai demoni la notte di S. Giovanni per darle come 
avena ai cavalli del diavolo (Vedi Leggenda di Caterina 
Percoto, La rosade di San Zuàn: Racconti, voi. II ). 



0) Mtaiini : Le virtù delle piante, ecc., ne\V In Alto, png. 113. 



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— 233 — 

Scuinti = Carciofi grassi = Sempervivum terto- 
rum, majus ecc. L. — È il Manzini (*) che eia il 
nome di scianti vAYartighòch salvadi (vedi). A Gc- 
mona si chiama scuinti la frignacule (vedi). Giova 
nelle infiammazioni, applicato esternamente un im- 
piastro delle sue foglie triturate. 

Selino = Sedano = Apium graveolens L. — La 
radice che si mangia cruda, condita in insalata, si 
ritiene un potente afrodisiaco, ed atta a produrre 
sogni lubrici ; anche il Polcenigo le riconobbe questa 
virtù, là dove scrisse : 

— Egli pensando alle future cose 

Prese i succhi di Scleno e gli aromi (2) — 

Come i savòrs, anche il sedano si crede stia cin- 
quanta giorni prima di nascere. I decotti di sedano 
guariscono le febbri, sanano le ulceri degl' intestini 
-e fermano i flussi muliebri. 

Semenzutis, seme santo = Semenzina = Arte- 
misia Judaica ed A. Santonica L. — I semi si danno 
ai fanciulli per i vermi. 

Semprevivo = Xerantemum annuum, Gnaphalium 
orientale, Gomphrena globosa L. — Gli amanti si 
regalano volentieri vicendevolmente questi fiori che 
hanno la proprietà di conservarsi lunghi anni, rite- 
nendoli quasi emblema di un amore eterno. 

Siale — Segala = Secale cereale L. — La sua 
farina si dà agli animali nei beveraggi, credend >la 
un buon rinfrescante. Nelle risipole si cuopre la parte 
ammalata con farina di segala riscaldata ed asciutta. 



il) Mttiitl: Le virtù delle piante, ecc., nell'In Alto, pag. 111. 
(?) B. e. U. Poesie inedite del Conte Giorgie Peleeiigo; L' Imeneo Cu- 
sano. Poemetto, Canto II. 



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— 234 — 

Solén, salèn, cossàt, curqhelùz = Avorniello = 
Cytisus laburnum L. — È creduto albero benefico. 
Le frasche d' avorniello con cui s' ornano le strade 
a t Corpus Domini, dopo passata la processione sono 
piste a ruba dai contadini per farne mangime per 
gli animali. I semi si dicono velenosi, ed in contrad- 
dizione alle sue buone qualità si crede che a tener in 
urtano un ramo fiorito d'avorniello produca dolor di 
capo; i contadini per lo stesso motivo vietano ai loro 
tìgli di tener bastoni di citiso per cacciare le armante. 

Sa hòs di scove = Saggina scopaiola = Sorghum 
sjiccharatum L. — È tenuta come pianta di cattivo 
augurio; forse si crede ciò a motivo che le streghe 
cavalcano le scope. 

Spargh = Asparago = A. Offic. L. — La pianta 
si dice goda straordinarie proprietà diuretiche. Una 
giovane abbandonata dall'amante, e posposta ad altra, 
se a questa lanciasse dietro colla mano sinistra un 
asparago, e colla destra la maledicesse facendo un 
segno di croce, la renderebbe sterile ; se l'asparago 
fosse grande ed avesse i semi, la maledetta potrebbe 
anche concepire, ma abortirebbe sempre (no podarès 
ìuaipuarfà a ben), e se la semenza fosse già caduta, 
morrebbe giovane di parto. 

Spinaze salvadie = Imbutini = Campanula Tra- 
ci lelium L. — I germogli misti a quelli d'altre erbe 
si mangiano. 

Stelis di mont = Edelweis = Gnaphalium Leon- 
thopodium L. — Fiore in oggi diventato di moda fra 
#li alpinisti; il popolo dice che è tanto ricercato 
perchè porta fortuna. 

Stramonio = Noce spinosa, noce puzza = Datura 
stramonium L. — Si crede giovi contro la pazzia. 



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— 235 — 

Tabàch = Tabacco = Nicotiana Tabacum L. — 
Il fiutare tabacco vuoisi giovi contro le emicranie e 
le malattie cP occhi. Le mamme ne mettono un pizzico 
sull' ombelico dei bambini per guarirli dai dolori di 
ventre. I decotti di mozziconi di zigaro sostituiscano 
T unguento mercuriale per distruggere le piattole ed 
i pidocchi. Il Manzini (*) dice che s' usa mettere pol- 
vere di tabacco nei denti cariati quando dolgono. 

Tabachine, starnicele = Arnica = Arn. Mon- 
tana L. — Le si attribuiscono proprietà offic. ; pe- 
stata finissima come tabacco e fiutata, produce un 
molesto prurito, e fa starnutare lungamente. 

Tàch = Tasso, albero della morte = Taxus ba- 
cata L. — Le foglie ed i semi sono noti come vele- 
nosi; gli animali che si riposassero alla sua ombra 
si ammalerebbero. 

Talpe di lòv •= Cicutaria, anacio selvatico — 
Chaerophyllum temulum L. — Erba pericolosa ; si 
usa imprudentemente come diuretica e per la itte- 
rizia. 

Tè = Tè europeo, tè svizzero = Veronica offic. 
L. — Sudorifera, diuretica, vulneraria. 

Tei = Tiglio = T. Mycrophylla Willd. — Se ne 
usano i fiori per fare dei tè sudoriferi e calmanti. 

Timo = Thymus vulgaris L. — È pianta elio 
possiede grandi virtù contro le streghe, ed è buona 
pel mal di ventre, per V asma e contro i tum >ri 
freddi. • 

Timo salvadi = Serpillo = Thymus serphyllum 
L. — Droga e farmaci) pregiato come stomatico e 
carminativo (contro le flatulenze). 



io 



Virtù delle piante, ecc., In Alto, pag. US. 

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— 236 — 

Trefoi, cerfoi e strafuei = Trifoglio = Trif- 
pratense L. — A trovare uno stelo di trifoglio eoa 
quattro foglioline porta fortuna. Nel 1647 certo Osual do 
sarte cargnello fu denunciato al Santo Officio per 
aver raccontato a Giacomino Perini della Villa di 
Rutars di aver posto l' erba trifoglio sotto la tovaglia 
dell' altare di quella villa, sperando che per nove 
volte sopra quella fosse celebrata la Messa; asseriva 
egli che tale erba sarebbe stata poi utilissima per 
costringere qualsiasi donna a concedergli i suoi favori. 

Tuéssin o jerbe more = Solatro = Solarium 
nigrum L. — È tenuta come l'erba velenosa per ec- 
cellenza, di maniera che in friulano avvelenare si dice 
intosseà ; qualcuno imprudentemente usa. decotti e 
lozioni come rinfrescanti, e vuoisi giovi pure a fer- 
mare gli sbocchi di sangue, i flussi muliebri ed i 
fiori bianchi; è presa per bocca come narcotico, 
ma è assai pericoloso 1' usarla. 

Uardi = Orzo = Ilordeum vulgare L. — I de- 
cotti d' orzo s' usano contro il mal di gola e la rau- 
cedine, e come rinfrescanti. In senso sarcastico si 
dice far mangiare orzo tedesco ad uno, quando lo si 
bastona. 

Ùe di cornìle = Olivella = Hyppophae ramnoides 
L. — Le sue bacche di color ranciato che maturano 
in settembre sono drastiche, e sembrano agire con 
molta potenza contro il verme solitario o tenia. 
(Pir. I. e). 

Ùe di San Zuàn, ùe d'Indie, madreselve ecc. = 
Caprifoglio = Lonicera Caprifolium L. — Alcuni 
credono quest'arbusto velenoso e di cattivo augurio ; 
per altri invece, e specie nell'alto Friuli, è ritenuto 
buon talismano contro le streghe. I suoi rami e ger- 



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— 237 — 

mogli s'appendono alle piante colle radici volte al- 
l' insù, nella certezza di salvare cosi i raccolti ih Ih' 
malie, e rendere gli alberi maggiormente fruttiferi, 

Urtie zale = Ortica selvatica = Galeopsis ga* 
leobdolon L. — È tenuta come medicinale; la si 
reputa vantaggiosa nei mali di gola; diuretica, »• 
rintonante. 

Urtie = Ortica — Urtica dioica L. e Urtica invìi* 
L. — Sono giovevoli contro il mal di gola, ni il 
Manzini (*) % dice anche contro le febbri. Le puntura 
delle ortiche cavano il sangue cattivo; e giova pinv 
orticarsi per guarire gl'inveterati reumatismi. Le vette 
d'ortica trite e date da mangiare alle galline fanno 
si che queste antecipino nel dare le uova; datr ;i 
mangiare ai tacchini ed alle oche, li ingrassali". Le 
ortiche il diavolo le fa crescere più rigogliose assi rutt- 
ai rovi nelle località ove sono tesori nascosti. 

Nel 1645 Giovanna moglie a Sebastiano Rotali fu 
accusata al Santo Officio per aver insegnato a certa 
Margherita del Conte, che per guarire dalle Irli bri 
portasse ad un' ortica pane e sale. 

Nell'anno stesso Bastiana Felcara da VisiittU* In 
accusata perchè poneva sopra il pane tre foglie d" or- 
tica acciò si levasse, e certa Pasqua, in questo me- 
desimo processo, si accusa spontaneamente clift p"T 
guarire il proprio marito dalle febbri offriva ad una 
ortica pane e sale dicendo: Bondì, bondì urlu\ fin 
che ti puarti dal pan e dal sdì; ma il rimedio n ni 
giovò, anzi il pover'uomo ne fu tormentato aurora 
per un anno. 

Urtie di bosch = Ortica pelosa, menta dei patti 

(0 Musini: Virtù delle piante, ecc., In Alto, pag. 113. 

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_ 



— 238 — 

= Nepeta Cataria L. — Questa pianta puzzolente si 
crede possieda grandi virtù medicinali. 

Urtizzòns, ufe, cervèse = Lupolo = Humulus 
lupulus L. — I giovani turrioni conosciuti col nome 
di Urtizzòns si mangiano conditi in insalata come gli 
asparagi. 

Valeriane = Valeriana = Valer. Offìcin. L. — 
Fregandosi il capo col suo fiore si guarisce dall' emi- 
crania. Secondo il Manzini (*) un decotto di Vale- 
riana con Dulcamara e Gramigna è ottimo rinfre- 
scante. La radice dà un farmaco efficace che si crede 
giovi neir epilessia e nella paralisi. 

Vene = Avena = Av. Sativa L. — Il Manzini ( 2 ) 
dice che i decotti d'avena giovano per guarire le ri- 
sipole. La pula d'avena si mette in certi sacchetti che 
s'adoperano come materassi per i bambini, e giova 
a tenerli asciutti; ma le donnicciuole le attribuiscono 
anche una potenza contro le malie. Dar l' avena ad 
uno filai la vene) in friulano e sinonimo di bastonarlo. 

Verbasco, o Lavàz di San Zuàn = Tasso bar- 
basso dal fior bianco = Verbascum Lychnitis L. — 
E pianta buona contro le emorroidi, la diarrea, la 
gotta, il dolor di denti ed i tumori ; i tè di verbasco 
si prendono contro i raffreddori, essendo un buon 
sudorifero, ed il Manzini ( 3 ) li dice utili anche per 
la tosse. Un rametto di verbasco appeso in camera 
o nella stalla, presso la palma d' olivo, e meglio 
ancora sull'uscio di casa, salva la famiglia e gli ani- 
mali dai maleficii. L' erba avrà maggior efficacia se 
colta dopo l' Avemaria del giovedì, colla mano sinistra. 



U) Malizili: Virtù delle piante, ecc.. In Alto, pag. 115. 

(2) Manzini: id. Jn Alto, pag. 114. 

(3) Manzini: id. In Alto, pag. 114. 



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— 239 — 

Vermene = Verbena = Verbena offic. L. — I 
decotti di Veimene si crede giovino contro i venni 
(forse per l'omonimia), per le mestruazioni e per |è 
febbri. 

Nel 1G45 Giovanna moglie a Sebastiano Rottali, 
già nota al Santo Officio, si accusò spontaneamente 
di aver mangiato della Vermena per guarire da He 
febbri. 

Vididulàz = Convolvolo nero = Polygonum du- 
metorum L. e Poi. Convolvolus L. — Si crede che 
il suo frutto, se per qualche malaugurato accidente 
si mescolasse a sostanze mangerecce, le renderebbe 
velenose. 

VlNCEf, GIATUL, SALÈT = Salcio TOSSO = Salì* 

monandra L. — È ritenuto febbrifugo. I suoi tenni 
rami verdi pestati e fatti bollire, danno un decotto 
amaro che si somministra come tonico nelle febbri 
intermittenti, ed ai bambini per guarirli dai vermi. 

Viole = Mammola = Viola odorata L. — I suoi 
fiori fatti seccare si adoperano per te sudoriferi, e 
contro i reumi; si dice- giovino anche a raddolcire i 
bruciori dello stomaco, e come purgativi. 

Viole mate, o viole dal diàul = Pervinca — 
Vinca minor e V. major L. — Il Manzini ( 1 ) ha tm- 
vato che si usa applicarne le foglie sulle ferite rni- 
naccianti cancrena. 

Vìt = Vite = Vitis vinifera L. — Un em pia- 
stre) di foglie tritate di vite, applicato sulle tempia 
guarisce l'emicrania; e giova pure contro gli sputi 
sanguigni, applicandolo esternamente in direzione fteJ 
polmone. I grappoletti d'uva in fioritura si raccol- 



ti) Mimiial: Virtù delle piante, ecc., In Alto, pag. 113. 



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— 240 — 

gono per fare decotti che s' adoperano per cacciare 
il latte alle donne. L'umore acqueo colante dalle viti 
in primavera vuoisi sia un eccellente collirio e giovi 
a migliorare la vista. Lavandosi con quell'acqua, si 
fanno scomparire le lentiggini e le macchie dal volto. 
Chi mangia fichi non ben maturi, onde l'umore lat- 
tiginoso che cola da quelli non gli produca irrita- 
zione alle labbra (la boqhavie), si pulisce con succo 
d'uva acerba. I fanciulli raccolgono le foglie secche 
di vite, e le fumano miste al tabacco. Una foglia di 
vite messa nella toppa della porta di camera, impe- 
disce che entri V incubo (il Vencul o QhalghiitJ. A 
mangiai- uva il primo dell'anno, porta fortuna. Le 
viti, perchè fruttino, vogliono essere piantate la set- 
timana santa. 

Vìt salvadie = Brionia = Bryonia dioica L. — 
Le radici di questa pianta si dicono velenose; si ado- 
perano tuttavia come diuretiche ed emmenagoghe. 

I decotti si usano contro la pazzia. La Brionia è sti- 
mata pianta di buon augurio; se si arrampica sugli 
alberi vicini alle case, tiene lontani i fulmini. 

Vóli di sisilk = Anagallide, Centocchio rosso = 
Anagallis arvensis L. — Se ne fanno decotti contro 
l'idrofobia, e perchè estraggano i cattivi umori; le 
sue decozioni si bevono anche per iscansarsi il latte. 
Alcuni tengono il fiore come simbolo della verginità 
e del pudore. 

Vrae, uèi = Loglio = Lolium temulentum L. — 

II pane che ne contenga una certa quantità, produce 
una specie d' ubbriachezza. Produce lo stesso feno- 
meno nei cavalli, nei cani ed in quasi tutti gli altri 
animali, ad eccezione dei gallinacei (Pir. I. e). 

Zeferàn = Zafferano = Crocus sativus L. — A 



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— 241 — 

mangiarlo a digiuno mette di buon umore e fa ridare; 
dà bel colore alla pelle, e giova per l' ubbriaci icm, 
Chi ha mangiato dello zafferano, può bere a suo pia- 
cimento senza pericolo d' ubbriacarsi. Il suo odore 
non piace alle streghe ed ai demoni e perciò gli 
esorcizzatori ne mangiano e ne portano indosso per 
precauzione. 

Zenevre, zeneul, bakancli, cornavit ecc. -- Gi- 
nepro = Juniperus comunis L. — Dalle sue bacche 
si estrae acquavite. Si attribuisce pure alle medesime 
potenza rintonante e calmante il sistema nervoso. 
Nelle stanze degli ammalati, e specie dei bambini, 
nelle stalle ove domina qualche morbo, nelle bigat- 
tiere ecc., si fanno suffumigi colle bacche di ginepro, 
ritenendoli giovevoli alla salute, e valevoli a di- 
struggere le malie. Un bastone di legno di ginepro 
è pure buono per tener lontane le streghe e le appa- 
rizioni diaboliche, particolarmente nella notte; giova 
poi anche contro i pericoli. 

Zenzero = Amomum. — Non è pianta nostra; 
tuttavia alcuni dicono che giova contro la debolezza 
di stomaco, forse per aver ciò appreso da medici o 
farmacisti. 

Zessalmìn, gessalmìn = Gessalmino = Jasmtmis 
oflìc. L. — È tenuto emblema del candore; ed è uno 
dei fiori prediletti che le ragazze regalano al loro 
damo. Frequente si vede un gelsomino disseccato 
nel libro di devozione delle fanciulle. Dice una vii- 
lotta : 

Sul £hantòn di clieste andróne 
A l'è nassùt un zessalmìn 
0* nei donàjal al mio zovin 
Par ch'ai pensi a cualclii fin. 



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1 



— 242 — 

Zespàr, cespàr o susìn = Susino = Prunus do- 
mestica L. — Si dice che le susine immature riman- 
gono indigeste nel ventricolo per sette anni. Le secche 
bollite nel vino con zucchero, due brocche di garo- 
fani ed un pezzettino di cannella, si credono buon 
rimedio per la tosse e per la diarrea. La susina è 
uno dei frutti donati dalle streghe, contenenti regali 
fatati. 

Zi = Giglio = Lilium candidum L. — Le sue 
cipolle trite giovano per far suppurare più facilmente 
i paterecci, e messe sulla pancia ai bambini li gua- 
riscono dalle coliche. 



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Capitolo IV. 



Animali. 

Pastorizia, caccia, ecc. — osi, credenze, pregiudizj e superati 
zioni relative. 



L 



Intimamente collegata con l'agricoltura è là pa- 
storizia e l'allevamento degli animali, i quali 'som» non 
lieve parte dell'economia domestica nelle famìglie 
artigiane. Dividerò gli animali in due grandi gruppi : 
animali utili, ed animali dannosi. Gli utili, parte 
s'allevano in casa fdomiestisj parte vivono allo sitato 
selvaggio. 

Negli animali utili domestici vanno annotati fra 
i quadrupedi, e meglio fra i mammiferi, gli equini, 
i bovini, i lanuti, i caprini, i suini, i conigli, i por- 
cellini d'India, i cani ed i gatti, che sono tutti, fatta 
eccezione del gatto, di spettanza del padrone, he 
pollerie composte di galline, tacchini, faraone, coloni \% 
tortore, pavoni, anitre, oche, appartengono d'ordi- 
nario alla massaja che sa ritrarne le scorte neces- 
sarie per le piccole spese giornaliere. I bachi, rpiusi 
sempre a mezzadria "fra colono e padrone, rapi Ri- 
sentano nel Friuli medio e pianigiano uno dei pro- 
venti principali. 



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— 24ì — 

Nella parte montuosa, specie nell' orientale, si 
coltivano piire le api, ma non su vasta scala, ed in 
al nini paesi anche le chiocciole; ma più spesso queste 
vettgono raccolte nei boschi dai ragazzi che le vendono 
alle famiglie od a speculatori: il massimo loro prezzo 
turca una lira al centinajo. Si hanno infine prodotti 
ilrlla caccia, dell'uccellanda e della pesca, ma pochi 
SijHO oramai i cacciatori di professione, essendo dive- 
lli ila la selvaggina assai rara, particolarmente in mon- 
titela, e le tasse piuttosto elevate; più proficua tut- 
tavia mantiensi la caccia nei paludi lungo il litorale. 
L'uccellanda col roccolo e colle ragnaje è più diffusa 
mila regione collinesca, mentre in montagna predo- 
ni ina l'uso delle frasconaje ftèsisj e dei panioni. La 
pesca poco profittevole nelle acque dolci, dove colla 
di munite s'è distrutto tutto il pesce, diventa un'indu- 
stria più rimunerativa sulle lagune e nelle valli; 
affiti costi alcuni paesi sono abitati per la massima 
parte da pescatori. 

Per riguardo alla caccia ed all'uccellagione, v'è 
l;i credenza che ad augurar al cacciatore: buona for- 
tuna quando si parte, per quel giorno non farà 
pivda. Deve pure rannodarsi a qualche uso super- 
stizioso andato perduto, e non essere un semplice 
scherzo il detto: che per pigliare un uccello basta 
riuscire a mettergli un granello di sale sulla coda. 

Prima di partirsi con cavalli o con buoi attac- 
cati a veicoli, col manico della frusta si segna a 
terra una croce, dinanzi ai piedi degli animali, rite- 
nuido che ciò giovi ad evitare pericoli. 

Vi sono animali di buon augurio, come i cento- 
ni mbe (furtunisj, i ragni nelle stalle, le lucertole, 
Ir tondini, in alcune località le cicogne, le tortore, 



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— 245 — 

i colombi, gli usignuoli ed i capineri quando ven- 
gono a nidificare negli orti; sono pure di buon au- 
gurio i gatti; di cattivo augurio sono invece il pipi- 
strello, la strige, Y upupa, il gufo, il corvo, i rospi, 
gli scorpioni ecc. 

Come vi sono certe frutta nelle quali le streghe 
ed i maghi includono i loro regali fatati, cosi vi 
sono animali in cui queste e quelle abitualmente si 
tramutano per meglio compiere le loro malie, ed 
altri animali in cui talvolta convertono le persone 
stregate. Fra i primi vanno annoverati cani, gatti, 
lupi, topi, formiche ecc.: dei secondi sono i majali, 
le vipere ed altre serpi, certi pesci, i rospi, gli scor- 
pioni ed i ragni. Così del pari i demoni si mutano 
in leoni, pantere, lupi, orsi, cani, gatti, caproni, ser- 
penti come del pari possono assumere le forme di 
donne vaghissime e d' uomini d'una bellezza straor- 
dinaria. 

Oltre a ciò, le streghe ed i maghi, in proprio ser- 
vizio e specialmente a difesa propria ó dei loro tesori, 
possono convocare sterminati branchi di bestie feroci, 
serpenti, uccelli rapaci, rospi, scorpioni ed altri in- 
setti schifosi e velenosi, o finalmente animali straor- 
dinari, come draghi, basilischi, liocorni, ippogrilì ecc. 

Alcuni animali, in date condizioni giovano contro 
le malie; così p. e. hanno potenza di tenere lontane 
le stregonerie dalle case: un barbagianni, un gufo, 
una strige, un pipistrello, un falco, od una testa di 
lupo inchiodati suir uscio. Il canto del gallo rompe 
tutte le malie e fuga i demoni. Ho detto anche altrove 
che se le biscie uccise s'appendono colla testa in 
giù agli alberi da frutto, tutti i fiori alligheranno, 
la vendemmia riescirà abbondantissima, ed il pro- 



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— 246 — 

dotto sarà tutto della miglior qualità. Certi animali 
avrebbero virtù di presentire i cambiamenti del 
tempo ed i terremoti, come fu detto ai cap. I e IL 

Altra credenza diffusa tra noi si è quella che gli 
animali negli antichissimi tempi fossero dotati della 
parola, e siano diventati muti dopo del peccato ori- 
ginario ; oggidì la riacquistano nella notte di Natale 
soltanto, per discorrerla fra loro. 

Come gli uomini e le piante, anche gli animali 
possono essere stregati ed ammaliati, facendoli amma- 
lare e divenir magri ed infecondi, rendendo i maschi 
impotenti, o le femmine ribelli agli amori, o, se 
pregnanti, facendole abortire (dispierdi), o togliendo 
loro il latte, oppure facendo che mungano sangue ; 
impedendo che cresca la lana alle pecore, o facendo 
che le galline non dieno uova, o le uova poste a 
covare non si schiudano, o i bachi muojano prima 
di fare il bozzolo, od i buoi non tirino od i cavalli 
adombrino o si facciano restii; o finalmente evocando 
stormi d' uccelli, d' insetti dannosi o di topi a rovi- 
nare i raccolti. 

Contro tutti questi malanni si praticano benedi- 
zioni, esorcismi e scongiuri ; benedicendo le stalle, 
gli animali, il latte, il iieno, P acqua, la crusca, od 
il sale che a quelli si somministra, e perfino prati- 
cando benedizioni alla secchia in cui si munge, od 
alla caldaia in cui si mette a quagliare il formaggio; 
ò pure un' usanza abbastanza comune quella di se- 
gnare le bestie (preentarle). 

Nel Friuli litorano, la mattina dell' Epifania, i 
contadini conducono i loro quadrupedi, cavalli, muli, 
asini, buoi, vacche, pecore, majali, ecc. sul davanti 
della chiesa : vi esce il parroco a benedirli, é que' 



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— 247 — 

buoni agricoltori sono convinti che tale benedizioni', 
se ben l'atta, gioverà a preservarli da ogni strego- 
neria e malanno. Nella parrocchia del Carmine, a 
Udine, la benedizione segue il giorno di Sant'Antonio 
(13 giugno), in cui si conducono gli animali neir ampia 
via Àquileia dove sorge la chiesa. 

Credo pure non sia privo d'interesse per gli studi 
di folk-lore il riportare le voci con cui si chiamano, 
si spingono, si cacciano i più noti animali domestici 
o si dà loro un ordine. Tali voci mi pare debbano 
contenere radici di parole d' un'origine remotissima. 
Sono quasi tutti monosillabi, molti onomatopeici, e 
ritengo non sarà senza interesse il raffronto che si 
potrà fare colle voci usate in altri paesi, e d' altri 
linguaggi. 

Riporterò tanto il nome friulano, come quello 
infantile con cui si designa 1' animale. 

Cavallo = fhavàl - io - yhò - ih!, alo - per fargli 
alzare la gamba quando si ha da fer- 
rarlo si dice : fumé ! 

Asino = mus - ih-oh - ven cà - eri, arri - va ! 

Bue = bò o manz - bò - ve' cà - già - va in là ! 

Vacca = vaghe bissine - bo - ve' ca - àeh! - 
va in là! 

Capra = f havre - bebé - zyhò, z<;hà - brss, brss ! 

Pecora = piòre, agnèl - bebé - ghò-bè! - brss, 
brss ! 

Cane = ghàn - totò - tò, tò - cùzzo, marrJie! 

Gatto = giàt - tutui - tui, tui - ghèz ! 

Gallina = gialine, pite - pitute - pi, pi ! o, $hò - 
o, choche - f ho - ssò, ssò ! 

Pollo = polèz - pitiit, - più, più ! - ssò, ssò ! 



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— 248 — 

Tacci lino — - dindi - pit - pi, pi ! - ssò, ssò ! 
Anitra — razze - viri-viri - viri-viri o cuà-cuà o 

anche catì - catì - ps, ps ! 
Oca — oghe - viri- viri - ps, ps ! 

Farò finalmente seguire un elenco alfabetico delle 
varie specie di animali, riportando per ognuno certi 
detti e proverbi caratteristici che a quelli si riferi- 
scono, e le credenze, pregiudizi, superstizioni e sor- 
tilegi ai medesimi relativi. 

Acuile — Àquila — È uccello di buon augurio 
per chi lo vede ; forse tale credenza risale alla più 
remota antichità : agli Etruschi ed agli Auguri ro- 
mani. La pietra su cui ha costruito il suo nido 1' à- 
quila, (si confonde colla famosa pietra dell'aquila 
od etite, parto dell' immaginazione) si dice faciliti 
lo sgravarsi alle donne incinte. In montagna si rac- 
conta spessissimo di Àquile (o piuttosto Avoltoi, o 
Lammergaier) che hanno rapiti dei fanciulletti anche 
sui 5 e G anni. 

Agnèl = Agnello — È animale di buon augurio. 
In certi villaggi della pianura friulana, i genitori 
del primo bambino che si battezza dopo la Pasqua 
portano in regalo al parroco un agnellino tutto 
ornato di nastri variopinti. Le streghe ed il diavolo 
non possono mai assumere le spoglie dell' agnello. Il 
rito dell' agnello pasquale, che s' usa mangiare ar- 
rostito, si collega non solo alla religione ebraica, ma 
ai più antichi simboli religiosi pur anco, e presso 
i Persi la festa di Neurous che si celebrava a pri- 
mavera, simboleggiava 1' entrata del sole nella co- 
stellazione dell' agnello. , 

Alòch — Strige — È uccello di cattivo augurio, 



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— 249 — 

specie se viene a stridere sulle case ; chi, essendo 
in viaggio, lo vedesse v ìlare la notte, deve ritenere 
esser quello l'avviso di qualche grave pericolo o 
sventura che lo minaccia. 

àngùu = Larva della Pavonia major. — Vive suite 
patate ; si credono velenosi i suoi morsi ; dicesi pure 
che se venisse mangiato per caso da qualche bovino* 
T animale inevitabilmente morrebbe. 

Astòr = Avoltojo. — A vederlo volare è In imi 
augurio, e tale credenza pur anco si collega tioglì 
A liguri etruschi e romani. Eziandio di questo grosso 
rapace si conta che ha rapito bambini. 

Àspide. — Questo immaginario serpente alato si 
crede il più velenoso di tutti. La musica lo amman- 
serebbe ed addormenterebbe, ed egli, per conservare 
il suo istinto di attossicare anche col fiato, appetti) 
sente qualche strumento, fugge, turandosi le orecchie 
colla sua coda biforcuta. 

Àv = Ape. — Nel Friuli è poco diffusa V api- 
coltura. Quando le api sciamano, per richiami» He 
all'alveare s'usa fare gran rumore, percotendd dei 
vasi di rame. Le api sono tenute animali benedetti 
perchè danno la cera con cui si fanno le candele, i 
torci, il triangolo ed il cero pasquale per le chiese: 
anzi, se si vuole ritrarre dagli alveari un abbondante 
prodotto, bisogna regalare un po' di cera alla chissà. 
In qualche villaggio s'usa pur oggi tenere degli al- 
veari di proprietà della parrocchia e colla cera che 
se ne ritrae si fanno candele. Anche a Gemona ai id- 
eamente si nutrivano le api della chiesa, come risulta 
dalla seguente annotazione del Cameraro : 

— ((1388 Item spendey li quàlg io dey a Le) i Art 
Sterpòn per una libbra di mil per liudà (ajtitare) 
lis àfs de glesia che no murisse Sol. ri — 



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— 250 — 

Avemarie, miute = Coleottero - cocinella Lin. — 
Piccolo insetto che si dice porti fortuna se si poggia 
su <r una persona. 

Bacala = Merluzzo — Dicesi che questo pesce 
si vende sempre senza testa, perchè l'ha tanto brutta 
da mettere spavento a vederla ; le donne incinte ne 
abortirebbero, o darebbero alla luce dei mostri. 

Balene = Balena — Vige la credenza sia un pesce 
e tanto grande da essere scambiato colle isole ; un 
suo colpo di coda ribalterebbe anche una grossa nave. 
Può inghiottire un uomo beli' e vivo, ed anche Giona 
fu ingoiato da una balena fluviatile d'acqua dolce. 
Le eosidette stecche di balena per ombrelli e bustini, 
anziché dai fanoni, diconsi cavate dalle costole. 

BÀNDULE, PASTORELE BLANQUE, SgHASSECODE = 

Cutrettola — Porta fortuna a quelle case su cui 
suole posarsi. 

IUrbezuàn o Gran Dugh = Gufo reale — Il dia- 
volo molte volte assume le sembianze di questo re 
dei gufi che, come tutti i suoi congeneri, è tenuto 
di cattivo augurio. 

Rasilisch = Basilisco — Animale favoloso rite- 
nuto abitatore dell' Africa. Lo si dice munito di 
lunga coda, come un serpente, che termina a punta 
di lancia, ha Tali membranose, il collo di serpente, 
il corpo coperto da grosse e forti squame, e sul capo 
una cresta a foggia di corona reale. Attossica col 
fiato, velenoso a segno da far perfino seccare le 
piante. Uccide col solo sguardo, onde una guardatura 
molto truce, si dice dal popolo: — vóli di Basilìsch. 
— Per farlo morire, bisogna che gli uomini s'avan- 
zino contro di lui interamente nascosti dietro un 
grande specchio. L'animale fissa allora i suoi sguardi 

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— 251 — 

e da quelli schizza il suo veleno mortifero, ma pel 
riverbero dello specchio si uccide da solo. Chi po- 
tesse ammazzarlo troverebbe nella di lui testa un 
diamante grosso quanto un uovo. Il Basilisco nasce 
o dalle uova che fa il gallo dopo sette anni o dal 
primo uovo delle pollastrelle quando lo fanno assai 
piccolo. 

Bèch = Becco o caprone — Il diavolo ne assume 
spesso le parvenze. 

Hi lite = Donnola — I cavalli, muli, asini, buoi ecc., 
vedendo quest' animaletto, si spaventano straordina- 
riamente, e si danno subito a disperata fuga. Quando 
precipita qualche mucca sulle malghe, non è raro 
sentire che ne fu causa V aver veduta la bilite. 

Risate, inzile = Anguilla — Le anguille hanno 
tanta paura dei polipi di mare che se ne vedessero 
uno quando son fuori dell'acqua, morrebbero subito. 

Dal volgo si credono una specie di biscia acqua- 
tica, per il che dove vengono portate in vendita si 
ha paura a toccarle, e si crede che facilmente si 
mescolino colle serpi di acqua. Giacomo Valvasone 
da Maniago ( f ) scrive: — «In questo lago (di Gavazzo) 
nell'ettà sopraposta essendo statta presa un' anguila 
delle maggiori che fusse mai più visto per Tadietro, 
e dagl' uomini di quel luogo portata a Udine in casa 
Savorgnana; successe che quante mosche v'andarono 
intorno tutte caddero subito morte, laonde restando 
quelli di casa con sospetto, eccovi, che pocco dipoi 
veniva messo in posto, che riferì come un grandis- 
simo serpente ismaniava per lo detto lago, e col 
fischiar spaventava tutto quel contorno, giudicando 



(li Cronica della Cargna, di SiaeeMt ValYaita di Maniaco scritta nel 
1550, inedita. 



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che ciò cagionasse per rispetto dell'anguila; che gli 
era stata levata, come fu per verità, perochè fatta 
la prova la trovarono tutta venenosà si che pocco 
mancò che non avenise qualche strano caso nella 
detta famiglia » — . 

Lucrezia figlia di Melchiorre Visentini, mugnajo, 
un' isterica o ninfomaniaca, presentavasi spontanea- 
mente nel 1616 al Santo Officio accusandosi di pa- 
recchi sortilegi, e particolarmente d'aver incantato 
un pesce detto Bissalello, allo scopo di tenere a sé 
fedele certo canonico, ed un secolare, coi quali per 
parecchi anni ebbe intime relazioni. Confessò pure 
di aver fornicato per otto anni col diavolo Salbonello, 
il quale generosamente la regalava con denari, veli 
da capo, vesti, finimenti d' argento ecc. 

Bò, manz = Bue. — 11 diavolo assume qualche 
volta anche le forme di questo animale. 

11 fatto clie riporto qui di seguito ricorderebbe 
quasi i bueoliasmata (canti dei buoi) usati,dai Greci. 
Giuseppe Micheu della villa di Rutars dovette com- 
parire dinanzi al Tribunale della Santa Inquisizione 
perché neir addestrare i giovani buoi usava fra le 
altre superstizioni, profferir loro neir orecchio : va 
cassi vulinllr a tira cu la polzete a marìt. 

Cai di vìt — Lumaca delle viti. — In alcuni luoghi 
si mangiano cotte in tegame. Pestate vive con tutta 
la scorza, le chiocciole da vite si applicano come cata- 
plasma nelle suppurazioni e paterecci ; quando le 
chiocciole camminano in fila predicono la pioggia. 

Calandra = Calandra. — Quando canta molto al 
mattino predice pioggia o vento. 

Camaleonte. — Questo animale favoloso che con- 
serva in friulano il nome italiano è ritenuto vele- 



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— 253 — 

nosissimo. Affascina gli animali collo sguardo, in 
modo che da soli gli si precipitano in bocca. Si dice 
che l'animale può mutar di colore a suo piacimento. 
A toccarlo, si morrebbe immediatamente, avvelenati 
dall' umore che gli schizza da ogni poro. 

Canterele o bolze = Cantaride. — È nota come 
un potente afrodisiaco. 

Carbòn o gHARBÒN — Colubro nero. — È una 
biscia di cui si ha un' esagerata paura ; non è rite- 
nuta velenosa, ma credesi che s'attortigli , col corpo 
agli uomini, e poi li sferzi colla coda fino a farli 
cadere esanimi. Se Y uomo fugge, il carbòn mette un 
fischio, prende la coda in bocca, e fattosi come un 
cerchio, rotola con tale velocità da raggiungere i più 
veloci corridori. 

Carùl = Tarlo. — La polvere di Tarlo sostituita 
a quella di Licopodio, e tenuta vantaggiosissima 
specialmente negli esudamini dei bambini. Quando 
il tarlo rode i mobili nella camera d'un ammalato, 
ed i suoi rumori sono isocroni come i movimenti 
di una pendola, a quel rumore si dà il nome di oro- 
logio della morte (orloi di San Vili, che segna le 
ultime ore di vita del povero infermo. 

CATÙS O BARBEZUÀN MKZÀN — Allocco — C\TÙS, 

zùz, sbegarole — Assiolo, Chiù — Catùs pizzui. = 
Allocco di palude. — Tutti uccelli di cattivo augurio, 
specie per quelle abitazioni su cui vanno a poggiarsi, 
ed a far sentire il lugubre loro strido. Quando presso 
le cascine (malghe) in montagna si sente il mesto 
\ gemito della sbegarole, e un segno che precipiterà 
qualche animale. 

CavalIrs — Bachi da seta. — Formando la rac- 
colta dei bozzoli uno dei principali cespiti di rendita 



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— 254 — 

fra noi, essendo i bachi soggetti d'altronde a nu- 
merose malattie che ne rendono incerto l'allevamento, 
si attribuisce facilmente la causa del mal esito alle 
malie. Perciò quando le uova si mettono a covare, 
si colloca frammezzo un ramoscello d' olivo bene- 
detto ; quando entra in casa una persona sospetta, 
per impedire che streghi i bachi già nati s'arrovescia 
la scopa, appoggiandola col manico verso terra; op- 
pure, levato il manico stesso, lo si mette sotto il gra- 
dino della porta: allora la persona sospetta, se ha 
fatto qualche sortilegio, non può passarvi sopra finche 
il manico non sia levato, od essa non abbia rotta la 
malia. Altri invece usano fare una benedizione con 
un ramo d'olivo tinto nell'acqua benedetta fintanto 
che la strega è in casa, e così si impedisce o si di- 
strugge lo stregamento. Il bosco per mettere a filare 
i bachi è prudente farlo con frasche di frassino o 
rododendro, che sono infesti alle streghe. V'è un 
proverbio che dice : 

— Se al plùv il di di San Zòrz — il cavalir al va ta còrt. 

La contessa Caterina Percoto, in una bellissima 
leggenda : I vièrs di San Job (I vermi di San Giobbe) 
narra che i bozzoli hanno avuto origiue dai vermi 
che rodevano il paziente Giobbe, quand' era affetto 
dalla lebbra. 

Centopig o fortune = Centogambe — Ordina- 
riamente si crede che portino fortuna; alcuni poi 
distinguono, dicendo che a vederle prima del mez- 
zodì portano malanni, e dopo mezzogiorno predicono 
la buona ventura ; non si uccidono mai, perchè am- 
mazzandole, anche accidentalmente, ne verrebbero 
disgrazie. 



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— 255 — 

Cèrv = Cervo — Questo animale oramai scom- 
parso dal Friuli, ha lasciato di sé qualche ricordo; 
i cervi odiano le biscie ; il corno di cervo abbruciato, 
applicato sulle morsicature delle vipere, le guarisce ; 
oltrecciò quando si brucia il corno del cervo, tutte 
le biscie fuggono. 

Cèrv volànt = Cervo volante — Si dice che se 
colle sue antenne arriva ad abbrancare pei' t6 narici 
una pecora, una capra od un vitello, li stringerebbe 
talmente da farli impazzire, e precipitarsi n&\ bur- 
roni, e non si potrebbe staccamelo se non uccidendolo, 

Chèche = Gazzera = V è la credenza (ìhé (juèéto 
uccello possa essere educato a parlare corno i pa- 
pagalli. 

Ciale = Cicala — A quest' insetto si riferiscono 
i proverbi : 

— Cuàml che la ciale chante in setemb? i 

Cui clie compre biave sta mài a tornale a vendi. — 

ed altri mutano il secondo verso : 

Il merchedantche l'ha comprade biave, .sta mài a tornale a vendi, 

oppure : 

— Se di setembar citante la ciale 

A compra gran par vendi si fale (?) — 

Sili paterecci e sulle infiammazioni si usa mettere 
un cataplasma di cicale pestate per accelerano' la 
suppurazione. 

Nella cronachetta di Roberto da Spilimbel'gti ( j ) 
sotto la data 1531 è detto: — «G ottobre, la cicala 
cantava in Friuli appresso S. Vito per il tempo che 



(1) Cronachetta de* suoi tempi, pag. 26. 



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— 250 — 

stette continuamente più d' un mese caldo fora di 
modo » — . 

Cicogne = Cicogna. — Porta fortuna in quelle 
case su cui va a nidificare od a posarsi; ciò che però 
si verifica assai raramente fra noi, mentre le cicogne 
si fanno vedere soltanto a volo e di passaggio. 

Cimi, pudiese = Cimice. — Quando si introducono 
in casa si crede sia difficilissimo snidarle. Violante 
moglie di Antonio Savio da San Daniele confessava al 
Santo Officio d'aver insegnato cacciarle con uno spe- 
cifico secreto a cui doveasi ricorrere il Sabato Santo 
mentre suonava Gloria. Quando taluno ripara ad un 
malanno con un rimedio peggiore, cioè quando è 
peggio la toppa che lo sdruscito, si usa dire che 
colui par parti far i cimis, al dà fuch a ghase. Che 
fosse di tal genere il secreto di Donna Violante ? 

Ciuìte = Barbagianni. — Il suo strido mette rac- 
capriccio ; si crede che quando soffermasi su qualche 
finestra o su qualche tetto, e fa sentire per tre volte 
di seguito il lugubre suo ululato, indovini la morte 
di qualche persona ammalata, oppure che entro un 
anno vi sarà un funerale nel vicinato. È fra gli uc- 
celli notturni il più temuto dal volgo. 

Codòn = Codibugnolo. — Gli uccellatori dicono 
che quando comincia il passaggio di questi uccelli, 
finisce la stagione dell' uccellanda. 

Colòmb = Colombo. — Uccello di buon augurio, 
forse questa credenza si connette colla colomba del- 
l' Arca di Noè, e collo Spirito Santo che suolsi dipin- 
gere in forma di colombo ; forma che non possono 
quindi assumere né i diavoli, né le streghe. 

Compàs = Larva della Falena geometra. — Questo 
bruco se per caso cade addosso acl una persona, col 



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— 257 — 

suo movimento le misura la lunghezza della bara ; 
guai se potesse percorrere tutta la lunghezza del corpo, 
l'individuo morrebbe entro un anno ed un giorno. 

Corvàt, cornile, zòre = Tutte queste ed altn 
varietà di corvi dicesi portino sfortuna. Sarebbe di 
cattivissimo augurio il veder volare un corvo sul 
partirsi per un viaggio, e peggio ancora al primo 
giorno dell'anno od il dì delle nozze. Si vede che 
l'arte di prendere gli auspici dal volare degli uccelli 
non è del tutto perduta. Ai corvi si attribuisce una 
longevità fenomenale, nientemeno che d' un secolo, 
ed anche di due. 

Cràzule, baràcule, ràscule ecc. = Rana arbn- 
rea — Il suo gracidare è foriero indubitabile di 
prossima pioggia. 

Cuch = Cuculo — Pel suo costume di deporre 
le uova nei nidi altrui, in Friuli, air uomo che s'ac- 
casa in famiglia della moglie si dice : là in cuch, o 
V è làt cuch. 

Si crede che il cuculo predica la buona e la mala 
ventura, chi ne sappia interpretare il canto, specie se 
si vuol conoscere quanti anni dovranno passare prima 
del matrimonio. E tale credenza è antica, perchè 
trovo nel processo al N. 955, senza data, della Santa 
Inquisizione che certa Pasqua, moglie ad Antonio da 
Giassicco stava a sentire quante volte il cuculo avrebbe 
cantato, e diceva che altrettanti anni sarebbe vis- 
suta lei. 

Si crede che quando canta il cuculo la prima 
volta nell'anno, a contare pronti altrettante monete, 
per l'intera annata se n'avrà in tasca sempre al* 
meno un numero uguale della stessa specie e me* 
tallo. (Bel rimedio contro la miseria!) 

i 



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— 258 — 

Qhan = Cane — Quando un cane urla da lupo 
e e' è un ammalato in casa, ne pronostica prossima 
la morte. I cani diventano più facilmente idrofobi 
nella canicola. Portando indosso il cuore di un cane 
ucciso, tutti gli altri cani, compresi quelli rabbiosi, 
fuggirebbero ; invece portando scarpe fatte con pelle 
di cane tutti verrebbero a pisciarvi addosso. I cani 
idrofobi fuggono urlando se vedono acque ; così 
quando gli comincia la rabbia, il cane fugge dalla 
casa, perchè non vuole mordere i padroni. Si dice 
che si taglia la coda ai cani perchè in fondo a quella 
vive un vermicello rodente che arriverebbe a rodere 
tino il midollo spinale, ed allora il cane o morrebbe 
o diventerebbe idrofobo. 

Nel 1607 dovette comparire al Santo Officio Lucia 
q. ni Cristoforo detto Spadaro della villa di Montereale 
perchè preentò e legò un gran cane che incuteva 
molto timore a certe femmine, usando queste parole : 
— « Dio innanzi e passe via, quando Cristo fu nato, 
ogni can maligno fu legato, cosi tu can legalo sia, 
fin eh' io vado alla mia via, che Dio il faccia e la 
Vergine Maria » — . 

C^hastròn = Castrato — È ritenuto sinonimo di 
uomo stolido e cocciuto. Il diavolo assai di frequente 
ne assume le parvenze. 

Qhavàl = Cavallo — Il diavolo assume sempre 
le forme di un cavallo nero quando viene a prendere 
qualche gran peccatore, ed abbia licenza di portar- 
selo via in anima e in corpo. 

1 cavalli bene spesso vengono stregati ed ammaliati 
in modo che obbediscono agli ordini dati ed anche 
solamente pensati dalle streghe lontane. Per questo 
motivo sono restii, e vogliono talvolta tornare addietro. 



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— 259 — 

Qhàvre o gHÀRR = Capra — Qualche \oiU\ il 
demonio ne assume le forme. Il fiele d' uno di qui -sii 
animali, messo in un vaso di rame immerso nell'acqua^ 
richiama a sé tutte le rane sparse per lo stagna 

Dindi, dindiàt, pitòn = Tacchino — Si die*» che 
il maschio se vede qualche cosa rossa s'adira i;il- 
mente che le salta contro per beccarla. 

Drago = Si crede esista realmente, e sia un im- 
menso serpente colle ali, coi piedi armati d'artigli, 
e colla corona in testa. Molti credono all' esistenza 
del Drago dalle sette teste le quali bisogna tronfine 
tutte sette d' un colpo per poterlo uccidere : sarebbe 
l'Idra della favola antica. D'ordinario i maghi hanno 
collocato un orribile drago a custodia dei loro b-i i 
o delle belle ragazze rapite. 

A Udine si conta d'un dragone ( f ) che faceva sog- 
giorno in giardino, quando v'era un lago in (|W)hi 
bassura; era un drago antropofago che quanti s'.&p~ 
pressavano allo stagno, lui te li acciuffava, e ne fai twa 
un boccone. La bestia fu uccisa da un santo, il quale 
ne offri per voto alla chiesa delle Grazie una del Ir 
sue costole, visibile tutt' ora sotto la cosi detta ar- 
matura del diavolo. La leggenda del Drago è diffu- 
sissima presso quasi tutti i popoli. Un'altra leggènda, 
raccolta a Gemona, fu da me pubblicata sulla Cronaca 
della Società Alpina (*). 

In quella si narra d'un Drago che avea sua <r*U> 
sullo scoglio d'Osoppo quando tutta la circostante 
campagna formava un vasto lago. Il paese fu tiho- 



(1) v. Jllustrasione del Comune di Udine peli a Società Alpina JWU- 
lana. — Udine, foretti e Soci 1886, pag. 173. 

(9) V. Cronaca ecc. Anno 111 1883, pag. 187 e seguenti. 



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— 260 — 

rato da un santo con preghiere e scongiuri, e la 
bestia nel fuggire air inferno aprì il passo della 
Tabina, emissario del lago, che si vuotò e lasciò 
asciutte le vaste stese di campi che da Piani di 
Portis vanno fin sotto Majano. 

Fàrch = Talpa — A questo animale si muove 
una guerra che non è proporzionata di certo ai 
danni eh' esso arreca. Nei paesi delle Basse vive una 
strana superstizione. Per cacciare le talpe dai campi 
si prende una salsiccia, e con quella tra le mani si 
gira tre volte attorno al campo chiamando la talpa, 
la quale non potrà resistere allo scongiuro e sarà 
quindi costretta ad uscire andando a far danno in 
altre terre, diversamente morrà entro 2ì ore. 

Fenìs = Fenice — Anche in Friuli v' è taluno 
che sa ridirla la storia deir Araba fenice ; io però 
l'ho sempre intesa contare da artieri, mentre fra 
campagnuoli la riscontrai sempre sconosciuta. Adun- 
que è piuttosto un ricordo letterario anziché una 
superstizione tradizionale. 

Fòrcule = Forfecchia (forficula auricularia L.) — 
Si ha di questo ortottero una tremenda paura, temen- 
dosi che possa entrare negli orecchi d' onde non si 
potrebbe più estrarlo, e l'individuo pei dolori diven- 
terebbe sordo ed anche pazzo. 

Furmie = formica — Le streghe, quando vogliono 
penetrare in qualche ambiente chiuso, si trasformano 
sempre in formiche, con che passano agevolmente 
per la minima fessura. Per cacciare le formiche di 
casa o dagli armadi basta mettere in un cantuccio 
tre sassolini disposti a triangolo, e tosto scapperanno, 
ne più ritorneranno ; se poi invadessero una bigat- 
tiera, si ricorrerà all'olio pella Madonna. A mettere 



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— 261 — 

il cuore di un'upupa fgialùt da biele creste) in un 
formicajo, le formiche scappano tutte. La puntura 
delle formiche rosse si ritiene velenosa, e se molto 
pungessero si potrebbe anche morire. Un uovo <li 
formica, inghiottito intero, mescolato con un imui 
al latte, è creduto un drastico potentissimo. A suino- 
vere un formicajo e tenere sopra quello una pi ii^ri 
messa a nudo, la piaga si asciugherà. 

Gespe = Vespa — Si crede che quando in au- 
tunno son numerose le vespe, il vino sarà abl fon- 
dante, e generoso, e l'inverno seguente sarà strimi-* 
dinariamente nevoso. 

Giàl = Gallo — È un animale odiato dai deh 

e dalle streghe, perchè il suo canto mattutino iutv 
rompe immediatamente le loro diaboliche operizini 
ed anzi, quando le streghe, dopo la tregenda, tardili 
<ii troppo a ritornare a casa, e se ne vengono valium ■ 
per T aria a cavalcioni della scopa, d'una suite, 
o del diavolino al loro servizio; se odono il cauto 
del gallo corrono rischiodi precipitare e fiaccarsi \\ 
collo. La tregenda finisce sempre prima che crudi 
il gallo. 

I galli dopo .sette anni fanno un uovo dal quali' 
nasce il basilisco; altre volte il basilisco è un [thn 
dotto mostruoso d'una serpe con una gallina o d' mi 
gallo con una serpe. 

Gialine = Gallina — Se c'è un ammalato in 
casa, ed una gallina canta da gallo, ne predite < 
dubbiamente la prossima fine. 

Le galline hanno una parte rilevante nell'eco rml.ii in 
domestica delle famiglie contadine. Le uova Hanno 
quasi sempre- l'occorrente per le piccole sp ^ . I 
primi freddi autunnali isteriliscono le galline - 



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— 262 — 

gialinis son sclutis : poi ricominciano la produzione 
delle uova verso la fine di gennaio, o tutt' al più 

Pai di di San Blàs ogni polece a fàs 

come suona il dettato. 

Per accelerare la produzione delle uova si dà a 
beccare alle galline un intriso di vette d' ortica. Chi 
sorbisce il primo uovo che fa una pollastrella, diven- 
terà uomo di gran talento. 

Le uova sono quasi V emblema del principio di 
ugni cosa. Non ricordo più presso quale dei popoli 
orientali, ma parmi presso i Persiani, al primo del- 
l'anno, cadente ai 20 marzo, si regalavano uova. An- 
che da noi a Pasqua il colono porta in regalo al 
(ladrone un dato numero di uova, formanti parte di 
queir obbligo che nelle locazioni si conosce col nome 
di onoranze o regalie, ed il padrone lo ricambia con 
mia pinza a foggia di stiacciata. A Pasqua le uova 
sode sono un piatto di rito. Un uovo nascoso nel 
ventre d'una colomba di pasta è il dono più appetito 
dai fanciulli. Essi poi, con le uova, fanno dei giuochi 
Speciali: per esempio, Timo d'essi colloca in terra 
uri uovo sodo mentre i compagni stando ritti gettano 
contro r uovo una moneta ; ogni colpo è valutato 
ordinariamente un centesimo ; quegli che con un 
colpo ben diretto infigge la moneta nell' uovo, ne 
resta padrone, ma i centesimi pei colpi andati a 
vuoto sono del proprietario dell'uovo. Altrove met- 
tono in terra due assi o due legni molto inclinati 
v vicini, a guisa quasi di grondaja: ognuno lascia 
scorrere per quella il proprio uovo che va a colpire 
quel dell' avversario, e l'uovo che si rompe è per- 
duto. In altri paesi ad un dato segnale si lasciano 



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— 263 — 

scorrere su d' un prato in declivio due uova, e quello 
che prima arriva dà diritto al proprio padrone di 
portarsi via 1' altro. 

I preti che vanno a benedire le case campestri 
all'ottava di Pasqua ricevono delle uova in compenso. 
Anche i Romani cominciavano il pasto colle uova e 
finivano colla mela, da ciò il detto : — ab ovo ad 
.mala — . 

Avviene talora di raccattare nel pollajo, ma più 
spesso pel cortile, qualche uovo abortivo di gallina 
assai minuscolo : bene, bisogna affrettarsi a romperlo, 
perchè da quello nascerebbe il basilisco e ne deri- 
verebbero malanni alla famiglia ; rompendolo tosto, 
si dissipa il cattivo presagio. Tale credenza potrebbe 
esser derivata dal fatto di biscie introdottesi in qual- 
che pollajo di campagna ove deposero anch' esse le 
loro uova nella cesta in cui depongono le galline. 

Quando si sorbiscono delle uova, bisogna rom- 
perne il guscio interamente, od almeno perforarlo 
parte a parte perchè le streghe non se ne servano 
a fare qualche malia. 

Ad appiccicarsi sul corpo il pannume dell'uovo, 
cioè quella pellicola che sta sotto il guscio, in 2ì 
ore produrrà l' identico effetto d' un vescicante. 

Dicono le contadine che per avere i pulcini col 
ciuffo, nell' andar a mettere a covare le uova, basta 
eh' esse si caccino in testa un cappello da uomo. Per 
avere fortuna nella covata, che i pulcini crescano belli 
e sani, e non li rubino le martore o i nibbi, la padrona 
sia la prima il dì dell'Epifania ad attingere l'acqua 
appena benedetta. Un comodo specifico contro T emi- 
crania si è quello d'avere sempre in serbo qualche 
uovo nato il Venerdì Santo da sorbirselo cru lo. 



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— 264 — 

Tutte le galline, e le nere specialmente, hanno 
molte virtù, come si dirà al capitolo \TH; il brodo 
delle galline nere dà sostanza, quel delle bianche 
rende deboli e quello delle rosse riscalda. Dirassi 
pure altrove come e* entrino le galline nere eziandio 
nei riti nuziali. 

GlALÙT, O UCIÈL DA B1ELE CRESTE = Upupa — 

L' uccello che è tenuto per uno fra i più belli della 
nostra regione, è creduto di cattivo augurio per il 
lugubre suo ululato notturno. Quando neir estate le 
vacche si conducono al pascolo sugli alti monti, se 
presso il cascinale (caserej, si sente per tre sere 
di seguito il canto dell' Upupa, si crede che preci- 
piterà (lava di tòri) qualche armenta. 

Giambar = Gambero — L' acqua in cui furono 
lessati dei gamberi, versata sulle radici di qualche 
albero, lo fa seccare. Il mangiar gamberi è ritenuto 
un eccellente rimedio contro la morsicatura delle 
vipere e ciò perchè fra questi due animali corre tanto 
odio in vita che sopravvive più o meno anche dopo 
morte. 

Giàt = Gatto — È l'animale in cui preferiscono 
trasformarsi i maghi e le streghe; il diavolo stesso 
assume tal fiata 1' aspetto d' un gran gattaccio nero. 
Chi ammazza un gatto si tira addosso disgrazie. Le 
pupille di questi animali crescono e calano in rap- 
porto diretto con le fasi lunari. Non è prudente te- 
nere gatti a dormire nella propria camera, perchè 
il loro fiato è dannoso agli uomini, e porta quasi 
sempre la tisi. Quando il gatto volge la schiena ai 
fuoco, e quando colla zampa nel pulirsi sorpassa 
T orecchio pronostica neve vicina. 

Il gatto, se non è colpito al naso, non muore; la 



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— 265 — 

sua forza la ha nei mustacchi. I gattini appena nati 
non vedono, e durano ciechi per sette giorni. In cima 
al palo dei fuochi dell'Epifania, e di quelli della vigiliti 
di San Giovanni o San Pietro specialmente, assai 
spesso si lega un povero gatto. Chi fosse stregato, 
prenda un gatto vivo, lo chiuda in una pentola e poi 
su d'un crocevia, di notte, vi accenda un buon fuoco 
di sotto e faccia morire rosolata così la povera bestia . 
come nel toro di Falaride ; con questo specifico dovni 
morire anco la strega, e V incantesimo sarà rotto. 

Giate Maràngule • — Questa bestiaccia immagi- 
naria, spauracchio dei poveri bimbi del Friuli, a cui 
le mamme e le fantesche danno ad intendere scioc- 
camente che verrà a portarli via se sono cattivi, cor* 
risponde al lupo manaro di altri paesi, sconosciuta 
tra noi. La Giate maràngule è un gattone spaven- 
toso che mangia i bambini. Non si deve confondere 
con la Maràntighe che è una vecchia strega molto 
brutta e cattiva. 

Gnotul = Nottolo, pipistrello — Da tutti è cre- 
duto un uccello, ed è tenuto di mal augurio. I pipi- 
strelli sono uno degli ingredienti che concorrono ;< 
fare il famoso brodo della tregenda. Le donne appena 
vedono una nottola entrare in una stanza si cuo- 
prono il capo, perchè dicono che se si attacca ai 
capelli non è più possibile * staccarla se non facen- 
dola a pezzi e radendosi. Quando le nottole entrain» 
nelle stanze, a rompere il cattivo augurio bisogna 
cacciarle fuori colla scopa, non ucciderle. Quand i 
stridono più dell'usato, predicono cambiamento di 
tempo. Jn alcuni paesi si ha l'usanza d'inchiodare 
il povero pipistrello su una tavola, ungerlo con alcool 
o con petrolio e poi dargli fuoco. Taluni conficcano i 



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— 266 — 

nottoli uccisi sulle porte delle stanze credendo gio- 
vino ad impedire i sortilegi. 

Grì = Grillo — II grillo del focolajo, che diede 
il titolo di un bellissimo romanzo al Dickens, è te- 
nuto quasi come un genio benefico della famiglia, e 
perciò non lo si uccide. Chi lo pesta anche inavver- 
titamente, sarà colpito da qualche disgrazia. 

Ippogrifo — V è ancora nel volgo la credenza nel 
cavallo alato su cui viaggiano le streghe ed il diavolo. 
Vi sono anche ippogrifi al servizio di persone che 
si recano a liberare principesse chiuse in fortezze o 
castelli fatati, ricordi probabilmente dei poemi ro- 
manzeschi del secolo XVI. 

Jèur = Lepre — Il popolo crede che le lepri non 
vedano gli oggetti che stan loro proprio di fronte, 
e ciò a motivo della disposizione degli occhi. Veder 
attraversare la strada da una lepre è tenuto per cat- 
tivo augurio. Forse tale credenza rimonta alP antica* 
predizione augurale : Inauspicatum dat iter oblatus 
lepus. Anche le lepri portano le streghe alla tregenda. 

Lacai o lèch = Lumacone — Usano talvolta 
pestarne cinque o sei ed applicarli come cataplasma 
nelle suppurazioni e nelle flussioni. Ho sentita pur 
questa. Si fa un cerchio con dei pezzettini di carta 
sui quali sieno scritti i 90 numeri del lotto, entro a 
questo cerchio si collocano cinque grossi lumaconi, 
i quali nel loro cammino trascineranno seco alcune 
cartine ; basterà giuocare al lotto quei numeri cinque- 
volte di seguito per esser sicuri di strapparsi un terno. 

Lisertis o liseltre = Lucertola — È un sau- 
riano tenuto di buon augurio. Le lucertole, dicesi, 
portano una goccia d' acqua in bocca, e con quella 
vanno ad umettare le arse labbra delle anime nel 



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— 267 — 

Purgatorio; altri dicono che recano da bere alla 
Madonna. Gran ventura poi sarebbe trovare e rac- 
cogliere una lucertola a due code. 

Lòdule, òdule calandre ecc. = Allodola — Sni m 
uccelli che preludiano il tempo; quando al mattili'» 
innanzi il levar del sole cantano più dell'usato, pre- 
dicono vento. 

Lòv = Lupo — Questi animali, ora affatto scom- 
parsi dai nostri monti, erano pericolosi in altri tempi 
fino in vicinanza delle città e grosse borgate nella 
pianura, ed una volta un lupo ed una lupa pene- 
trarono perfino nella città di Udine, com'ebbi a nar- 
rare in un articolo : Sulle fiere in Friuli (*). 

Nel 5 febbraio 1309 il Consiglio comunale di (te- 
mona accordava una gratificazione a chi avesse ucl-Ìsh 
un lupi); e gli abitatori di quella cittaduzza narrami 
una leggenda la quale vorrebbe che la montagna dhtì 
sorge a levante sia rimasta così nuda e brulla perchè 
fu incendiato il fitto bosco che su quella cresceva 
per cacciare i numerosi lupi ed orsi che in esso 
s' annidavano ( 2 ). 

A premunirsi contro i danni dei lupi si usava 
precatarli, ed il Regesto dei processi del Santo Officio 
riporta più d' un processo per questo titolo. 

Nel 18 decembre 1589 Andrea Minotto abitante in 
borgo San Lazzaro di Udine dovette rispondere por 
€erte superstizioni da lui praticate per salvare i buoi 
e gli altri animali dai lupi; lo stesso toccò sei anni 
più tardi ad un altro udinese, Odorico Bonzicco li 
borgo Pracchiuso ; e nel 1596 fu pure inquisita Gia- 

(1) v. In Alto — Cronaca bimestrale della Società Alpina Friulana — 
«nno 1892, N. 5. 

(2) V. Pagine Friulane - anno IV. 1891, N. 1, pag. 16. 



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— 268 — 

coma moglie di Gio. Battista Cadolini di Orcenico 
Superiore, in quel di Pordenone, nel 1601 Antonio 
Michelet di Moruzzo, nel 1603 certo Zampàs di Lau- 
zaeco, ed altri che ommetto per brevità. 

In calce ad un protocollo del 1431 di Pre Nicolò- 
ili Cereseto capellano dei Battuti in Udine e notajo r 
si trova il seguente scongiuro in versi contro i lupi: 

— «Piripo par vie al lave 

En tal fèl dal lòv chèl s' incontrava. 

UJà cliin vastu fèl dal lòf? 

Jo mi voy a la verdure 

A cirì la frue ramagnude; 

Jo voy a fa dam al masàr, 

E paure al pastòr, 

El coriàn indegna, 

E la chiàrn mangia 

El sang intorgolà, 

Torna, torna, fèl dal lòf. 

lo chi ascriur pai pali e pai cendal 

Che Dio fo vistid e involuzad, 

Per lu bon sent innooent 

Che Dio fo vistit e zent : 

Per lu pape di rome 

E per la sante corone 

Per giù predis e gl'ahaz 

E per gP uming asegraz, 

Per lis messis chu vegnin ditis 

A Pasche e da Nadal 

E ogni bon dì principàl 
eli 1 a vent chu t' es vignùt tu pueschis torna, chi no pueschis 
fa dam al masar, ne paura al pastor, né l coriàn indegna, ni 
la chiarii mangia, ni l sang intorgolà, Dominidio, e 1 bon Sent 
Martin gles un art es gnot di mal. Dist. V pater e V ave. » — 

Macube o nanìn = Capricorno — Coleottero che 
s' usa mettere nel tabacco da fiuto perchè lo renda 
fragrante. 



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— 269 — 

Madràch, bisce ecc. = Biscia — È nome gene- 
rico che comprende quasi tutti gli ofidiani, meno la 
vìpare, il carbòn, la magne e la uarbite. 

Quando le biscie traversano le strade, si dice che 
indovinano la pioggia. I madràchs assalgono gli uo- 
mini se li vedono vestiti, ma, se ignudi, fuggono. Se 
si dà alle biscie un solo colpo con un bastone, inno- 
jono; dandone due o più, guariscono; per esser sicuri 
di ucciderle basta bagnare colla saliva il bastone od 
il sasso con cui debbono essere percosse. Alcuni, dopo 
pelate e sventrate, mangiano le biscie come le anguille. 

Magne o copasse = Serpente — Si dà questo 
nome generalmente alle biscie che hanno raggiunto 
un grande sviluppo. Si chiama però col nome di 
magne il serpente uccellatore, (coluber viriditlavus 
Lacep) ed il colubro saettone o bastoniere (coluber 
flavescens Gmel.) (Pir. Vocab. Zool. Frinì.) 

Questi serpenti, se entrano nelle stalle, vanno a 
succhiare il latte delle armente. 

In una leggenda da me pubblicata sulle Pagine 
Friulane (') si narra che presso Gemona uno di questi 
serpenti andava a succhiare il latte d' una vacca 
mentre pascolava, sputando prima il veleno su una 
pietra ; la padrona della vacca gettò via la bava ve- 
lenosa ed il serpente morì. 

La signora Elena Fabris-Bellavitis in altra leg- 
genda pubblicata sul Giornale di Udine ( 2 ) racconta 
che lis magnis e i carbòns si credono molto ghiotte 
del latte, e vengono nelle stalle a mungere le ar- 
mente ; non bisogna ucciderle però che la vacca ne 



(1) Anno II. 1889, N. 10, pag. 168. 
12) N. 2*3, 18 settembre 1890. 



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— 270 — 

morrebbe, e ne verrebbero disgrazie alla famiglia. 
Però le sventure si possono scongiurare quando si 
abbia l'avvertenza di fare alla biscia, prima di uc- 
ciderla, 1' offerta di un animale qualunque, dicendole 
per esempio : li darai un giàt, une siiris ecc.; allora 
la si può ammazzare impunemente. L' uomo ne ha 
placati i mani e la sventura in ogni caso cadrà sul 
gatto o sul topo. 

Le magne hanno sul capo una mela (dalle parti 
di Cormòns dicono una grossa pietra preziosa) e chi 
arriva a pigliargliela diventerà ricchissimo. Quando 
fa un caldo soffocante dicesi che queste serpi s'av- 
voltolino nella polvere delle strade e giuochino get- 
tando in alto la mela colla coda ; chi potesse pren- 
dergliela e fuggire avrebbe in quella il mezzo di far 
raddoppiare ogni cosa : denaro, terre, case, ecc. ; ma 
quando le si ruba la mela la magne insegue invelenita, 
e guai se raggiunge. La mela poi conserva la virtù di 
fai* raddoppiare le ricchezze fintanto che la serpe sia 
viva; se questa muore, la sua potenza cessa all'istante. 

Talvolta sono i diavoli e le streghe che prendono 
figura di serpenti, oppure quest' ultime con le loro 
malìe tramutano in rettili le povere principesse da 
loro stregate obbligandole quasi sempre a vivere al 
rezzo di una pianta di Rosmarino. 

Nel 1594 fu processato dal Santo Officio Arneo q. m 
Pietro de Brida di Grimacco, per aver ospitata Usbetta 
Cicolini di Cravero bandita e scomunicata come strega, 
e perchè nel Venerdì Santo, ammazzato un agnellino 
prima del levar del sole, col sangue di quello segnò 
una croce su tutte le porte della sua abitazione, cre- 
dendo che i serpenti non avrebbero così potuto più 
entrare in casa. 



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— 271 — 

Mandràule, mazaròch = Salamandra maculasi 
Laur. — In montagna si dice che quando le salu- 
mandre salgono verso l'alto, verrà pioggia; se discen* 
dono, torna o dura il sereno. Sono ritenute aniiiKili 
velenosissimi, e lo dice il proverbio : — Salamqfftdre 
becànt , agonie mnànt — anzi si dice che il solo 
toccarle produca vesciche e piaghe e talvolta perii no 
un avvelenamento mortale; cadono i capelli e Ih 
barba a chi posa appena il piede ignudo sulla toro 
bava. Non so come si possa col legare con tali cre- 
denze l'altra, che a portare indosso una mandragola 
si sarà amati, e l'uso che si fa di decotti di in;m- 
dragola perchè le donne impregnino, e per curau 
le affezioni agli organi respiratorii. Le salamandre 
e le mandragore entrano a formare l'intingolo ahfl 
mangiano le streghe al banchetto infernale del jiin- 
vedì nella tregenda. 

Gli antichi statuti di Pordenone, al capo de Sor- 
tilegiis et maleficiis stabiliscono: 

— « Item si quis alicui Salamandram vel Marni nt- 
goram, seu aliam potionem dederit, prreter niediconun 
consilium, ut impregnetur et concipiat, ctiam si bi *n * 
animo fecerit, condemnetur in lib. 25, parv. vel fu- 
stigetur, salvo semper, si mors ex hoc sequta fuori*, 
igne comburetur » — . 

E lo statuto di Concordia ricopia quasi alla Imi- 
terà tale disposizione. 

Mardar o martar = màrtoro. — I contadini 
dicono che abita anche nelle case, ed ha la furberìa 
di non uccidere mai le galline del cortile dove sog- 
giorna, per non mettere sulle sue traccie i cacciatori. 
Si dice che il màrtoro succhia soltanto il sangue 
delle galline, ma non le mangia. 



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— 272 — 

MosgHÒN = Moscone. — Il suo ronzìo, specie nelle 
camere degli ammalati, è di cattivo augurio. 

Mùs = Asino. — I demoni non possono assumere 
le sue forme per portar via i dannati, sia perchè 
Tasiiio ha portato la Madonna e Gesù Cristo nella 
fuga in Egitto, come pure perchè, in segno di questa 
sua benemerenza, d' allora in poi porta la croce sulla 
schiena. Le streghe ed i maghi però possono qualche 
volta cambiar le persone in asini. 

Nel 1G01 Ottavia moglie a Gio. Battista Braida 
di Udine fu processata dal Santo Officio perchè era 
ricorsa al mago Domenico del Pit, onde le guarisse 
il suo asino ammalato. 

Musàn = Musaragno, toporagno, sorcio selvatico 
— Si dice viva anche nelle stalle, e spesso morda 
<4li animali, producendo loro gravi malori. 

( )guE = Oca — Al suo grasso s'attribuiscono molte 
virtìi medicinali : coi ciccioli che residuano dopo 
estratto lo strutto i nostri contadini fanno una pinza 
ritenuta e mangiata come una leccornia prelibata. 

Urade = orata — Dicesi che le orate nascono la 
ìmtte di Natale. 

Ors = Orso — È un grosso carnivoro oramai 
scomparso dalle nostre alpi. Al grasso d'orso s'at- 
tribuivano importanti virtù medicinali. Qualche rara 
volta il diavolo si trasformò in orso. 

Pantiane = Ratto — Si dà questo nome gene- 
ricamente a tutti i sorci più grossi. 

Talvolta le streghe, per entrare nelle case a far le 
loro malìe, si tramutano in Panlianis. È termine 
spregiativo : Pantianate si dice a donna che vor- 
rebbe fare la galante, ma è vecchia, ipocrita, di 
corrotti costumi, e peggio che strega. 



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— 273 — 

Pavee da muàrt = Sfinge dalla testa da morto 

— Si vede con terrore entrare in casa la notte questa 
farfalla che si teme di cattivo augurio ; non bisogna 
ammazzarla, ma procurar di cacciarla, affrettandosi 
poi a recitare le orazioni, essendo ritenuto un av- 
viso da parte di qualche parente, che abbia bisogno 
di essere suffragato con preghiere per uscire dal 
Purgatorio. 

Pavee a plui colòrs = Vanessa polychloru.s L. 

— Si ritira per deporre le uova nelle stanze poco 
abitate, ove manda un odore alquanto forte di mu- 
schio, che dal popolo suole attribuirsi alle biscia. 
(Pir. Vocab. Zoologico). 

Pavòn = Pavone — Anche oggidì l'uccello sacro 
a Giunone è tenuto di buon augurio. 

PelegrIn o lùsigne = Lucciola — Si crede da 
taluni che le lucciole sieno anime del Purgatorio 
che vengono a raccomandarsi per preghiere. Quando 
le lucciole sono più spesse del solito lungo i fossi, 
si crede che predicano cambiamento di tempo. Le 
fanciulline usano prenderne parecchie e rinchiuderle 
in una bottiglietta od in un velo o tela bianca per 
avere il divertimento d'adoperarle poi come fossero 
un fanaletto, precisamente come si legge nel dram ma 
sacro dell'esaltazione della Croce del Cecchi (secolo 
XV) che faceva il vecchio avaro Grisogono. 

Piàtule, Ràspule, Ta varasse = Piattola — K 
molto diffusa l'idea che l'avere le piattole sia in- 
dizio di sangue sano, tant' è vero, si dice, che chi 
ne ha si libera d'esse non appena venga colpito «la 
una lieve febbre. Per cacciarle il popolo usa i decotti 
di mozziconi di zigaro e di Saponarie. 

Pich o picòt = Picchio — La carne di tutti questi 



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— 274 — 

zigodattili si ritiene afrodisiaca. Chi per malia fosse 
reso impotente ai ludi d' amore guarirà mangiando 
del picchio fritto od allesso. Tale credenza credo 
abbia origine dalla frase usata per indicare 1* ere- 
zinne della verga : dùr come un picòt. Si sa che i 
Romani tenevano il picchio uccello sacro. 

Piòre, fede = Pecora — È ritenuto animale di 
buon augurio. Dura ancora la credenza che le pecore, 
se vedono la pelle del lupo, non ardiscono mangiare. 
L'allevamento delle pecore è tenuto in qualche plaga 
come uno dei cespiti più importanti di rendita per 
le lane ; per certe caciole prelibate il cui tipo è dato 
dalle formagelle di Villaorba, e pegli agnellini che 
si mangiano a primavera. 

Plombìn, pagonìz = Alcione — È tenuto per uc- 
cello di buon augurio. Ogni cento anni dicesi muti le 
penne. È costume appendere gli alcioni uccisi nelle 
stnnze, credendo portino fortuna. Si tengono pure 
come igroscopio, asserendosi che le penne si solle- 
vano quando si avvicina la pioggia, e tornano liscie 
col bel tempo. Quando l'Alcione vola presso qualche 
casa, fa allontanare da quella i funerali. Forse ripor- 
tarli Insi ad una antica credenza greca, si crede che 
questo uccello nidifichi d' inverno. 

Pojane — Con questo nome si indicano tutti i 
grossi falchi, come il Nibbio reale, lo Sparviere pel- 
legrino ecc. — Il grasso di questi uccelli in alcune 
regioni del Friuli orientale si reputa utilissimo alle 
donne per le screpolature ai capezzoli. 

Puarte létaris al diàul = Carabo — I conta- 
dini del Gemonese dicono ai loro figliuoletti che 
questo coleottero scende all' inferno a fare da fatto- 
rino postale portandovi le lettere delle streghe fer- 
mate sotto le ali. 

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— 275 — 

Pulz = Pulce — Di quest'incomodo aptero cb* 
ci tormenta particolarmente nell'estate v'è un pro- 
verbio che dice: 

Sau Lurinz — Pulz di puartà vie cui cuinz. 

Una volta che nelle case v'era minor pulizia, pai v 
fossero tanto numerosi da legittimare il detto popo- 
lare; tant'è vero che il Cameraro del Comune liì 
Udine (') nota nel 1371 — « Die tertia augusti deciti 
et solvit quos expendit prò scopaturis domus con- 
silii, et prò acqua ad sbolientandum (*) pulices diete 
domus consilii » — . Violante moglie di Antonio Savìn 
da San Daniele fu processata dall'Inquisizione perei n? 
diceva di possedere il segreto di cacciare le pulci, 
quando al Sabato Santo si scioglievano le campane. 

PurcIt, temporàl ecc. = Majale. — Qualche vdHìI 
il diavolo ne assume le forme. 11 majale dà il e un 
panatico alla cucina del contadino; anzi i salsiccioni 
e le altre carni insaccate in molti paesi si cono- 
scono col nome generico di campai nuli (compana- 
tico). Ogni po' di mezzi che abbia una famiglia, ;nn* 
mazza il suo majale. Nelle famiglie benestanti v * 
il costume, il giorno in cui si ammazza il majale, di 
mandare in regalo ai parenti ed amici il presìdi [\\ 
presente), composto d'una lucanica, un pezzo ili 
braciuola, ed un pezzo di fegato; chi lo riceve, >•■ 
ammazza il majale deve contraccambiare. 

In molti villaggi v' e 1' usanza del majale detto lì 
S. Antonio. La fabbriceria della chiesa compera UH 
piccolo majale che poi gira vagando pel paese con 



(!) Bihl. Com. Ud. Raccolta Bianchì. 

it) Sboentd fr. — Scottare con acqua bollente. 



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— 276 — 

un campanello al collo, e tutti si tengono in dovere 
di dargli da mangiare, ne v' è pericolo venga rubato. 
Quando è grasso, si fa una lotteria di cencinquanta 
o duecento numeri, di solito ad una lira l'uno, ed 
il ricavato va a beneficio della Chiesa. Da tale usanza 
è venuto il detto: Uè come il purcìt di Sant' An- 
toni per indicare chi va bighellando tutto il giorno 
a scroccare. In molti villaggi dura ancora il costume 
di lasciar vagare i porci per il paese, uso che le 
grosse terre più civili sbandirono da secoli. À Ge- 
mona, per deliberazione del Consiglio il 12 giugno 
1369, fu vietato di lasciar vagare i porci entro il 
vecchio recinto delle mura, e ad Udine e Cividale 
tale disposizione era stata già in antecedenza adottata. 
Sebastiano Galliotta della villa di Sant'Andrea fu 
processato dal Santo Officio nel 1645 per aver risa- 
nato Sebastiano Zanutino della stessa villa mandando 
il male ad una scrofa, la quale perciò rimase infe- 
conda. 

PURCITÙT DI TIERE, PURCITÙT DI SANT' ANTONI = 

Onisco — Se ne pestano da dieci a dodici per usarne 
come cataplasmi. 

Rai, ragn = Ragno — Molte specie sono cre- 
dute velenose; i ragni neri delle cantine, il ragno 
dei giardini (Hai da eros o vai dal botònj, e quelli 
delle siepi a striscie giallo e nere. Dappertutto si 
conta la storiella che in una data locanda, chi an- 
dava a dormire in una data stanza, al domattina era 
trovato morto. 

Capitò per caso un cappuccino e pregò d'essere 
albergato, ma non v' era disponibile che queir unica 
stanza la quale venne olferta al frate dopo averlo 
però avvertito del pericolo cui andava incontro, colla 



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— 277 — 

promessa inoltre d'un dono pel convento, s'obli 
avesse saputo scoprire la cagione di tante disgrazie 
succedute. 11 frate si coricò, tenne acceso il lume r 
cominciò a recitare l'ufficio; di lì a non molto, alzati 
gli occhi, vide che si calava pel suo filo un grosso rayuo 
nero, il quale gli sarebbe arrivato giusto sulla fronte; 
pian pianino si tirò in parte, e lasciato arrivare il 
micidiale insetto sul breviario, chiudendo il libro 
con violenza, ve lo spiaccicò tra i fogli. Poscia s' ad- 
dormentò tranquillo, e l'indomani mostrò all'oste 
stupefatto il cadavere del piccolo omicida. 

Le punture di ragno si guariscono ungendo la 
ferita coli' olio di scorpione. I ragni poi hanno uno 
speciale odio per le biscie e per le vespe. Se vedono 
una biscia od una vespa ferma al sole, procurimi 
tirarglisi sopra, poscia si calano pian piano sul hi 
testa e la pungono fino a che vedono morta la or- 
mica loro. Se una vespa s' impiglia nella regnatola, 
troncano i fili di questa tutto all'intorno perchè In 
vespa cada. Nelle stalle delle armente non bisogna 
mai levare le ragnatele, poiché ne verrebbe danno 
agli animali. Forse questa credenza è invalsa perchè, 
se sono abbondanti le ragnatele, restano più facil- 
mente impigliate le mosche. 

A vedere un ragno al mattino, reca sfortuna ; a 
mezzodì, si avrà qualche lieve dispiacere ; alla sera 
invece sarà apportatore di buona ventura. Secondo 
altri, i ragni portano sempre fortuna. Si mettono 00 
cartine numerate sul fondo di un vaso e vi si chiude 
dentro un ragno da giardino ; lo si lasci che facchi 
la sua tela, questa poi si estragga, ed i numeri che 
le rimarranno appiccicati usciranno indubbiamente 
alla prima estrazione del lotto : nella peggior ipotesi 



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— 278 — 

in una delle tre estrazioni più prossime. Sarebbe 
carità prevenire il ministro delle Finanze, che po- 
trebbe giovarsi delio specifico a doppio taglio, per 
non restare giuntato dai giuocatori, e accaparrarsi 
tutte le vincite per conto dello Stato. 

Riz = Riccio — È tenuto emblema d'uomo caparbio 
ed intrattabile. Si tengono i ricci nelle case perchè 
mangino le blatte, e negli orti perchè distruggano 
i lumaconi. I contadini ne mangiano la carne. Dicono 
poi che il grasso di riccio usato per fregagioni alle 
reni sia un potente afrodisiaco e faccia cessare le 
incapacità erotiche dipendenti da sortilegi. 

Ruje = bruco — Le numerose specie di queste 
larve tanto infeste air agricoltura sono guardate di 
mal occhio dal contadino ; alcune si dice che mor- 
dono, altre si credono perfino velenose. Quando sono 
molto numerose si ritengono un flagello mandato 
da spiriti maligni ; allora si ricorre a benedizioni ed 
esorcismi, uno dei quali, trovato nei solito regesto, 
riferirò per la sua stranezza : 

Zanutta figlia di Giovanni Marguti della villa di 
Farra suir Isonzo, ad istigazione di Maddalena moglie 
di Sebastiano del Conte di Urazzano, volendo cacciare 
i bruchi da un campo di rape ( la ruje de vinche, 
larva del parpaglione delle rape = Pleris rapa* Lat.) 
scesa nell'orto completamente ignuda, (si noti che 
le rape vengono in ottobre) messasi sopra un conzo 
come cavalcasse, girò saltellando con quello attorno 
al campo ripetendo le parole : fui, fui ruje, che il 
mio con ti mangi vie. Lo stesso scongiuro il prati- 
carono ripetutamente anche Osualda moglie a Giu- 
seppe de Micheu di Rutars e Mariuccia moglie di 
fYalentino Brusetti di Brazzano, istruita a far ciò da 



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— 279 — 

Marcolina Brusetti, — e Maddelena figlia del fu An- 
drea Piani della stessa villa, — e Domenica moglie 
di Mattia Micheu di Rutars ad istigazione della pro- 
pria madre Lucia, e Sabida moglie di Giuseppe Tru* 
di Brazzano, la quale avea fatto lo scongiuro quando 
era ragazza. 

Sorge il sospetto che tante giovani donne capac i 
di esporsi all'aperto in assoluta nudità, avessem 
forse anche altri moventi; che c'entrasse anche un 
po' di vergognosa civetteria? 

Rusignùl = Usignuolo. — Dove va a nidificare, 
e specialmente se vicino a qualche abitazione, porta 
fortuna; il suo canto si crede apportator di gioia, 
e perciò si tengono gli usignuoli nelle case. 

Salamandre — Dicesi che le salamandre d'acqua, 
messe sul fuoco, lo spengono. Anche queste si cre- 
dono velenose, e dotate delle stesse virtù delle loro 
congeneri di terra. (V. Mazaròch). 

San Pieri — Pesce dell'ordine delle Perche Bp, f 
Zeo o Pesce San Pietro, Zeus faber Lin — ((Somiglia 
nella forma ad un' orata, ed ha due macchie nerastre 
e tondeggianti sui lati, che dal volgo sono ritenute 
come le impressioni delle dita di San Pietro » — 
(Pir. Foc. Zool. Fr.\ 

'SÀv, 'savòt, rospàt, ecc. = Rospo. — Tutte le 
varie specie di rospi sono tenute come animali dia- 
bolici e di cattivo augurio. I rospi li adoperano le 
streghe a mo' di condimento nell' ammanire la broda 
per la tregenda. Si crede che i rospi piscino negli 
occhi e facciano diventar ciechi, perciò si raccomanda 
sempre ai fanciulli di guardarsene, e di non pigiarli 
coi piedi ignudi. Si dice del pari che i rospi sono 
forniti di denti veleniferi, e che mordendo cagionino 



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— 280 — 

la morte. I contadini, appena ne vedono qualcuno, 
lo infilzano con un legno appuntito, e lo lasciano lì 
appeso ad alberi o muri, a tormentarsi talvolta due 
o tre giorni prima di morire, credendo far opera 
meritoria col distruggere un animale tanto schifoso, 
^ per giunta prediletto dalle streghe, mentre invece 
sarebbe tanto utile all'agricoltura. Alcuni ungono 
le impetigini con rospi secchi ; ed altri credono che 
un rospo secco ridotto in polvere e somministrato 
nelle bevande giovi a guarire gì' idropici. Non bi- 
sogna mai bere dell'acqua stagnante dove stanno i 
rospi, per non ingojarne le uova che si schiudereb- 
bero poi nello stomaco ed i rospini farebbero diven- 
tare gonfi, gonfi, e finirebbero col produrre la morte. 
Sbòrf = Ramarro. — È un animale che sente 
predilezione per V uomo quantunque sia pericoloso. 
Le sue morsicature didatti si dicono terribili, pos- 
sedendo egli tal forza nei denti da perforare, quando 
è stizzito, perfino una grossa moneta di rame; e se 
mordesse l'uomo in quei momenti penetrerebbe coi 
denti in modo tale nel muscolo e nell'osso, da non 
potersene liberar più. Il ramarro s'adira specialmente 
in presenza ad oggetti tinti in rosso ; odia a morte 
le vipere ed alza un sibilo se scorge l'uomo in pe- 
ricolo d'esser morso, onde avvertirlo a guardarsene ; 
se F uomo non se n' accorge o non gli bada, s' av- 
venta egli stesso contro la serpe, immolandosi per 
la salvezza di codesto gaglioffo re del creato ! Si crede 
in fine che questo sauriano possieda virtù medi- 
cinali, specie contro la scrofola ; e che ad appen- 
derne uno morto ad un albero da frutto avrà il 
potere di cacciare da questo i bruchi e gì' insetti 
nocivi. 



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— 281 — 

Scimie. — Della sterminata famiglia delle scimmie 
il nostro popolo ne fa quasi un genere solo. Crede 
che le scimmie' imitino tutto quanto vedono fare da 
altri. A dire ad uno di questi quadrumani: Scimie 
dal cui speldt, — là daàr ti jès il fidi, quella se 
l'avrebbe a male.... e ne diventerebbe furibonda! Il 
diavolo talvolta assume le fattezze d' una scimmia. 

Scodoròs di montagne = Codirosso maggiore n 
merlo sassatile. — Se s' incendia qualche casa, dicesi 
che corra ad avvertirne gli uomini fischiando e zu- 
folando straordinariamente. Taluni, questo fatto l'at- 
tribuiscono anche al codirosso comune. 

Scitssòn, pao, ecc. = Melolonta. — Scussòn das 
viz = Carruga delle viti — Quando questi coleotteri 
si moltiplicano in numero straordinario arrecandn 
gravi danni all'agricoltura i contadini sospettano 
subito una qualche influenza soprannaturale, e ri- 
corrono quindi a benedizioni e scongiuri. 

Sgarpiòn = Scorpione. — È ritenuto velenosis- 
simo; è quasi universale la credenza che se lo scor- 
pione si vede circondato dal fuoco si suicidi, iniet- 
tandosi colla coda da solo il veleno. In Friuli si 
costuma annegare in una boccettina di olio alquanti 
scorpioni, e lasciarveli dopo morti. Quell'olio così 
éondito, — ueli di sgarpiòn — lo si reputa un toc- 
casana contro le sue punture, che sono più pericolose 
nei mesi in cui non entra l' erre [Mai, Jùgn, Lui e 
Avost), massime durante la canicola. L'apparir di 
scorpioni è indizio di prossima pioggia ; è però anche 
buon augurio, indizio che verranno denari. Il diavolo 
prende molte volte la forma di scorpione, e questo 
animale entra come condimento nel brodo delle 
streghe. Una strana contraddizione al pregiudizio 



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— 282 — 

che gli scorpioni circondati dal fuoco si suicidino 
si lia nella credenza che V inferno sia popolato da 
questi animali. L' olio di scorpione preso per bocca 
è un potente veleno. Si narra che una vecchia serva 
per uccidere, a scopo di furto, tutta la famiglia dei 
padroni, condì l'insalata con olio di scorpione, e 
tutti morirono in meno d' un* ora. 

Sghirate, schiràt = Scojattolo. — Come la don- 
nola, anche questo animale, se è veduto da cavalli, 
muli, asini, buoi, li mette in tale spavento da deter- 
minarne la fuga a precipizio. 

Siòr, prèdi, 'suARBEgHAVAi = Cavalocchio, o libel- 
lula volgare. — Si crede realmente che questi innocui 
iH i urotteri abbiano le tendenza di acciecare i cavalli. 

Sirene. — La Sirena, metà donna e metà pesce, 
fa addormentare col suo dolce canto i marinai per 
poter poi succhiar loro il sangue. Credesi tuttora 
che realmente n' esistano. 

Sisile, rondisele = Rondine. — É un animale 
di ottimo augurio. Fortunate le case dove va a ni- 
dificare ! Se distruggesi il nido alle rondini, e' e da 
tirarsi addosso malanni; peggio chi le uccide: gli 
Cfeperà la vacca o per lo meno gli diverrà zoppa. 
Le rondini che volano rasente terra e sfiorano le 
Bcque, predicono pioggia. Relativi alla loro emigia- 
xione sono i proverbi: Une sisile no fds istdt; San 
Il rigori Pape 25 /s — ^ a sisile passe V acne; San 
Jkirlolomio 85 / g la sisile va cun Dio. 

Sumacul — Pesce che i Veneziani chiamano Ver- 
zeta (Mugil. Saliens Cuv.). — Nei dintorni di Marano 
e sulle lagune friulane si crede che questi pesci 
Btocano la vigilia di Natale. 

Suris = Sorcio domestico. — Di questo innocuo 



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— 283 — 

animale che fugge al più lieve rumore, le donni; 
specialmente hanno una irragionevole paura. Si dice 
che ad uccidere un topo, squartarlo, ed applicarlo 
senza ritardo sulle morsicature recenti di vipera ù 
di cani idrofobi si è sicuri che la carne del topo 
tirerà a sé tutto il veleno. Quando i fanciulli mettono 
i denti da latte, onde invogliarli a lasciarseli estrarn\ 
si dice loro che verrà la surìs a prenderli: li vanno 
perciò a nascondere in qualche foro delle paivti 
dove i parenti li sostituiscono con una qualche mo- 
neta, o con un cartoccetto di confetti che si fm<i< 
portato in regalo dal topolino in compenso del dente, 
Surìs di campagne = Topo campagnuolo. — 
Animale molto infesto air agricoltura. Negli anni in 
cui la hestiolina moltiplica ed infesta più dell'usato, 
se ne attribuisce sempre la causa ad un castigo di 
Dio, od a qualche stregoneria; quindi scongiuri, be- 
nedizioni e pratiche superstiziose per allontanar il 
flagello. Narrasi che nei secoli passati il Comune di 
Chiusa nel Canale del Ferro fu in un tal anno sif- 
fattamente infestato dai topi campagnuoli da averne 
distrutti tutti i raccolti. Dessi rosicchiavano fino te 
persone, mentre dormivano. È di fatto che lino al 
1852, nella chiesa di San Sebastiano di Campolaro 
celebravasi una Messa, ed in passato si faceva anche 
una processione (Messa e processione soppresse dal 
pievano De Cecco) in soddisfazione d' un voto pelli 
cessazione del flagello. Al pievano contribuì vano 
perciò una elemosina tutte le famiglie del paese 
portanti i cognomi di Linassi, Longhino, Marcòn, 
Samoncini, ecc., vecchie originarie del paese; come 
potei desumere anche da un antico manoscritto, in 
cui era un foglio collo scongiuro che sotto riporto. 



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— 284 — 



Conjuratio ad mures. 

88 Conjuro vos mures per deum patrem Omni- 
potentem creatorem cccli et terre et per Jhesum Xri- 
stum filium ejus unicum, et per Spiritus Sanctus 
Paraclitus et per Sanctam Trinitatem personarum 
et per virtutem substantioe dey et per Sanctam prò- 
videntiam quam deus in mente habuit antequam 
mundtis fieret ut maneatis in silvis et in montibus 
et in valibus et in desertis locis, ut nemini nocere 
possitis, et ibi orida Ugna comedatis et ibi moria- 
minj, et unquam ad nos convertaminj, nec nostris 
frugibus nec nostris agris nocere valeatis, nec nostris 
fructibus terrenis nocere possitis. gB Conjuro vos 
mures per solem et lunam et stellas coeli, et per 
signa, et tempora, et fulgura, et tonitrua et per 
omnia que sunt in coelo et in terra, in maris et in 
abisso, ut recedeatis de parrochia et de provincia 
nostra, et ibi nullam mansionem nec potestatem 
habeatis, sed in deserta loca transeatis et ibi manea- 
tis, ubi nemini nocere possitis et illic maneatis et 
ibidem arida Ugna comedatis et moriamini. gg Conjuro 
vos mures per Verbum Dej quando creavit herbam 
et terram in genere suo virtutem, ut in desertis locis 
maneatis. gg Conjuro vos mures per sapientiam dej 
quando ca.dum sursum stare fecit et terram deorsum, 
fi rm iter fundavit, et mari termino suo locavit per 
illam virtutem quam deus in mente habuit antequam 
mundus fieret, ut de parochia nostra recedatis subito, 
gg Conjuro vos mures per Deum qui est alpha et w, 
initium et finis omnium rerum, ut recedatis et in 
desertis locis maneatis. gg Conjuro vos mures per 



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— 285 — 

angelos et Archangelos tronos et dominationes prin- 
cipatus et potestates, et per virtutes ccellorum, et 
per Cherubin et Seraphin et per eorum officia, ut 
per rninistrationes dej et per omnes qui subjecti sunt 
prepositis et per omnia que deus creavit ad lamiera 
sui nominis ac sue majestatis. gg Conjuro vos mures 
per potestatem et majestatem Dni nostri Jhesu Xprì- 
sti, quando infernum confregit, et in hoste maligno 
triumphavit, et per potentiam quando surrexit a 
mortuis, et per virtutem quando januis clausis in- 
travit, per precepta vite que ibi locutus fuit, ut ad 
parochiam nostrani non veniatis, et ibi nullam man- 
sionem habeatis. gB Conjuro vos mures per quinqua 
seeula et per sex etates mundi, et per certuni disili 
Judicij et per 70 nomina Xpristi, et per pietatem rt 
misericordiam Jhesus Xpristi, et per claritatem quinti 
deus fecit postquam mundus fieret, et per Centum- 
quadragintaquatuor milia Jnnocentium, ante tronum 
dej stantes, et per sapientiam quando lucem et té- 
nebras creavit, diem et noctem, et per omnes Sanctus 
et Ellectos dej, et per omnia que laudant et beine 
sant (?), ut non ad parrocliiam nec ad provinciam n<<- 
stram veniatis, nec mansionem aliquam ibi habeatis, 
nec in nostris frugibus nec fructibus noceatis, me 
nobis nullum damnum faciatis, sed in desertis locis 
maneatis, et ibi arida Ugna comedatis, et ibi morlcm 
sumatis. gg Conjuro vos mures per sanctissima Do- 
mina dej vivi Micheon. tetagrammaton. trinitas. dous. 
salvator. Brigun. Kyrièleyson. ymas. Sabahot. Priiiii >- 
genitus. finis, vitis. fons. flos. Sapientia. panis. nifjns, 
Xpristus. Paraclitus. Ego. sum qui sum. mediato?, 
agnus. ouis. leo. vernJs. serpens. aries. os. verbuin, 
splendor, gloria, laus. angularis. sponsus. sacertfos. 



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— 286 — 

amitas. et immortalis. lex. lux. pax. pastor. dux. 
Xpristus. thus. sumitas. primus et novissimus et per 
ista sanctissima nomina dej vivi, ut sitis constricte 
ed adjurate mures ut nobis nec nostris frugibus nec 
nostris fructibus noceatis sed in desertis locis ma- 
neatis et ibi arida Ugna comedatis, et ibi mortem 
sumatis. gg Conjuro vos mures per passionem Do- 
mini nostri Jhesu Christi et per sanctissimam nati- 
vitatem ejus, et per ipsum Spiritum Paraclitum in 
specie eolumbe descendit super eum in Jordane, 
quando erat baptizatus, et per ipsum baptesimum et 
sanctum jejunium ejus, et per temptatione Sathane 
quam temptavit, ut in desertum loeurn vos transmi- 
tatis, ubi nemini nocere possitis. gg Conjuro vos 
mures per illarn virtutem in qua velum templi scis- 
sum est, et monumenta aperta sunt, et sol obscu- 
ratus est in sigli um transitus simul lìlius dej vivj r 
et per misterium sancte sepulture in qua positus 
est dominus noster Jhesus Xristus, et per vocationem 
sudarij ejus, ut recedeatis de nostra parrochia et ad 
nostram Patriarci non aceedatis, sed in deserta loca 
ecc. Q<( Conjuro vos mures per quinque vulnera dej 
Jhesu Xristi et per vitale lignum in qua mors mor- 
tem superavit, et per ejus sanctam obedientiam, et 
per fìxuras clamorum et per lancea qua tullit in 
cruce, per aquam et sanguinem ejus quos de latere 
suo manavit, ut recedatis de parrochia nostra, gg 
Conjuro vos mures per passionem et jnnocentiam 
Domini nostri Jhesu Xristi, cum novit patrem Depo- 
tentem, et per magne vocis clamorem, cum suplicio 
mortis petentem in Cruce, et per mortem domini 
nostri Jhesu Xristi, quam sustinuit in Cruce, ut ad 
provinciam nostram non veniatis, nec nostris frugi- 



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— 287 — 

bus nec fructibus noceatis. gg Conjuro vos mures 
per potestatem el majestatem dominiceResurectionis, 
et immaginationum celestium et terrestium et in- 
fernorum, quos a Deo vero et vivo, et per Xristum 
deum verum et unicum in quem credimus, quem 
adoramus, quem passum et crucifixum esse simili, 
et descendisse ad infernum confitemur, credimus, et 
speramus, et per adjurationes omnium predictoruiiì, 
ut sitis mures constricte et adjurate ubicumque sitis 
ut a nostra parochia recedatis, et apud nos nuihnn 
mansionem faciatis, nec nostris frugibus nec fnu- 
tibus nocere valeatis, sed in deserta loca receduti*, 
et unquam ad nos revertaminj, sed in desertis locis 
maneatis et ubi nullum damnum alicuj facere pos- 
sitis sed ibi arida Ugna comedatis donec moriaminj, 
et nunquam plus exeatis, nec aliquot hominum dinn- 
num faciatis. 

Amen. Amen. Amen. 

Lo scongiuro poi termina con questa avverte] v/w ; 

— «Ad efugandum mures signi scribantur di* le 
conjurationes in carta bonbacina, et dieta carta di- 
vidatur in quatuor partes et diete partes ponanti ri- 
in quatuor partibus tabelle in quatuor arboribus ulti 
faciunt damnum et in omni loco legendo totas su- 
prascriptas conjurationes et faciendo Passionem cipolla 
totam tabellamcum crucibuset aqua benedicta» — \ } l 

In paese poi si racconta che fu chiamato un Ite* 
nedettino di Moggio, esperto nell'arte degli esor- 
cismi il quale scongiurò i topi, ed al domattina, 
innanzi il levar del sole si videro quelli in protès- 



ti) Tratto da ud rotolo carta pecoraceo della Chiesa di S. Bartolomeo 
di Chiusa colla data 1591. 



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i 



— 288 — 

sione sterminata avviarsi verso il ponte Peraria,. 
traversare il Fella su una trave poco oltre Villanova, 
e disperdersi sui colli a sinistra del fiume nei boschi 
del comune di Resia, non ne essendo rimasta alla 
Chiusa neanche la stampa. 

Nel manoscritto Del Negro leggesi : — « 8 ottobre 
17G9, quest'anno si può dire che sia V anno dei sorzi, 
perchè a mio ricordo non si ha mai sperimentato 
tanto danno nelle raccolte » — ed all' anno 1777 li 
5 ottobre, — « abbiamo fatta processione per impe- 
trare la liberazione dei sorzi che mangiano il sorgo 
nei campi ». 

Tàch o tàs = Tasso — Si dice che sia neces- 
saria molta prudenza nel dare la caccia a questo fe- 
rino, perchè s'avventa contro l'uomo e tenta colle sue 
forti unghie strappargli i genitali. Al grasso di questo 
animale si attribuiscono mirifiche virtù medicinali. 
Quando qualcuno uccide un tasso nei paesi di mon- 
tagna, lo porta in mostra nelle famiglie, ed ognuna 
dà qualche soldo in compenso al cacciatore, perchè 
ha liberato le campagne dalle devastazioni da quello 
prodotte. 

Taràntule = Tarantola — È comune la cre- 
denza che la puntura di questo insetto vivente nel 
Napolitano (ma sconosciuto in Friuli), obblighi l' in- 
dividuo morsicato ad una danza forzata ; anzi si 
dice che l'unico rimedio per guarirne sia quello di 
costringere il paziente, colla musica, ad un esercizio 
rapido e continuato, fino a che cada a terra sfinito ; 
allora il veleno esce dal corpo assieme al sudore. 
Chi crede la tarantola un ragno, chi un miriapodo 
come la scolapendra. 

Torteòn, picàrli = Punteruolo delle viti — Anche 



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— 289 — 

contro questo insetto, nelle annate in cui fa gran 
danno, per distruggerlo si confida più nelle benedi- 
zioni e negli esorcismi che non nell'attività collettiva. 

Uàrbite, magne uarbe o da Madone = Serpen- 
tello fragile — Da pochi è creduto velenoso e questi 
lo dicono pericoloso specialmente agli animali che 
restano morsicati quando sdrajandosi gli si appog- 
giano sopra. Ordinariamente lo si rispetta dicendolo 
posto sotto la protezione della Madonna ; tutti lo cre- 
dono cieco ; da ciò i suoi nomi volgari. 

Ucièl bel vèrd = Tordo marino — Nelle fiabe 
è citato assai spesso V Oselìn bel verde, come il più 
bello dei volatili, dopo l'uccello del Paradiso. Spesso 
le streghe tramutano in ucèl bel vèrd qualche prin- 
cipino giovane e leggiadro di cui si sono innamorate. 

Va$he = Vacca — L' animale più utile che viva 
tra noi. Forma non poca parte dell' economia dome- 
stica; si adopera come animale da tiro, ma più spesso 
a questo ufficio si riserva il maschio castrato (vedi 
J5ò). La vacca ha maggior importanza per i latticinii 
e per il parto de' vitelli. Quando si deve togliere 
alla vacca il suo nato, affinchè la madre non abbia 
a muggire troppo lungamente, si usa tagliare al vi- 
tello un po' di pelo, ed involtolo in una fetta di po- 
lenta lo si fa ingojare alla vacca credendosi così che 
la madre non si ricorderà più del suo lattante. Quando 
le armente sono soprapprese da timpanitide, cioè si 
gonfiano per aver mangiata troppa erba medica fresca, 
si dà loro a mangiare jerbe da rumi (Vedi in Cap. IH) 
o da bere acqua di scorza di rovere con acqua santa, 
oppure aceto con entro polvere pirica pestata. 

Nel 1646 Gio. Battista Giacomelli del villaggio di 
Calalzo, presso Pieve di Cadore, ebbe a confessare 

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— 290 — 

al Santo Officio che due anni prima, infierendo nella 
sua stalla un' epidemia, da cui erano colpiti molti ani- 
mali con frequenti decessi altresì, egli recossi dal 
pievano della villa di Davàr (Ovaro in Carnia), noto 
come un potente scongiuratore, e questi gli diede 
del sale benedetto, e due scritti cabalistici da con- 
ficcarli in una trave della stalla entro un foro pra- 
ticato con un grosso succhiello, badando poi di ot- 
turare il forame con un tappo ben adatto. Fatte ap- 
pena queste pratiche la malattia cessò. Aggiunse poi 
che in altra simile circostanza era ricorso a certo 
Giacinto, ebreo fatto cristiano, il quale pure aveva 
scritto su due fogli certe mistiche parole, poi avea 
bruciata un'intera candela benedetta cantando le 
litanie, dicendogli in fine : — che se fossero venuti 
lutti i diavoli in quella stalla, le bestie non avreb- 
bero più avuto male. — 

Ebbero pure processi per aver segnato e bene- 
detto (preentare ut nulgo diciturj Gandulia o Gel- 
tnule fu Antonio Liccaro di San Pietro degli Slavi, 
— e Margherita moglie di Marino Cuccini della stessa 
villa, perchè coi loro malefici facevano ammalare e 
morire gli animali; — Giacomo Spiz di Platischis 
andava per le case a Villa -lunga dicendo ch'era 
moria d' animali, e eh' egli sapea liberarli da ogni 
pericolo. L'arte sua consisteva nell'entrare nelle 
stalle con una candela benedetta accesa ed abbru- 
ciare alle bestie il pelo in più parti. La stessa cosa 
fece a Platischis sulle armente di Domenico Gaspa- 
ruttì onde restassero pregne, mentre da più anni 
non andavano al salto; — Lucia moglie d'Antonio 
Sosterò da San Daniele faceva altre ciurmerie perchè 
le vacche non perdessero il latte; — e guarivano 



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— 291 — 

pure gli animali, preentandoli, certo Giovanni detto 
T orbo di Giassicco, e Caterina moglie a Michiele 
Visentini di S. Andrea. 

Aquilina moglie di Giovanni Sarte di Udine, so- 
prannominato Vestiario, nel 1582 essendo stata ci- 
tata al S. Tribunale per aver esercitate superstizioni 
per risanare animali ed uomini, spaventata, prese la 
fuga; ma dopo qualche tempo si presentò spontanea 
all'Inquisitore confessando di aver preentato per mi- 
seria soltanto, ritenendo ciò non fosse peccato. 

Quando agli animali vengono delle ulceri nella 
lingua, si ungono localmente con dell'aceto in cui fir 
posta della fuliggine, sale ed aglio pesto. 

Avvertii fin da principio che le vacche in Frinir, 
e specialmente nelle plaghe montane, formano una 
della più importanti risorse per l'economia dome- 
stica. Negli ultimi anni molti villaggi istituirono Ir 
latterie sociali, e queste giovano a diffondere pratiche 
più razionali nella fabbricazione dei latticinii, ed a 
far scomparire non poche superstizioni in voga, comi 1 
le benedizioni e gli scongiuri tanto usati quando il 
latte non quagliava, o il siero non convertivasi in 
ricotta. I migliori latticinii pel passato erano quelli 
fatti nel periodo in cui le mucche stanno a pasco in 
sugli alti monti: ed era tenuto pure per squisito 
il formaggio Majulin che s'usa fare nel mese di 
maggio. Nelle malghe le armente sono mal tenute: 
a mala pena riparate dalle intemperie nonché dal 
sole e dai colpi d'aria, senza letto caldo sotto, la- 
sciate nel sudiciume e nella bovina in cui si affon- 
dano mezzo palmo, si vedono incrostate di letami- 
fino a mezza vita, e si crede che tali croste giovino a 
rinforzare l'animale. Per non affondare in quella bel- 



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— 292 — 

letta i pastori calzano lassù certi pesanti e grossi zoc- 
coli scavati tutti nel legno (dàlminis, sgàlmaris, o 
galossizj armati di lunghe punte d'acciaio dette già- 
cìns per non scivolare, sì che se n'avvantaggia un 
buon dato la loro statura. La monticazione delle 
armente si fa nel giugno: al primo, a Sant' Antonio, 
a San Giovanni o all'indomani di San Pietro a se- 
conda delle località; la smonticazione avviene ge- 
neralmente la vigilia della Madonna di settembre. 
Eseguito lo scarico delle malghe i proprietari e i 
conduttori delle medesime sogliono rimanervi ancora 
fino ai primi freddi, o finché non ci sia più erba 
per pascervi il bestiame proprio o dei loro amici: 
e questo alpinaggio protratto si addimanda zermarie. 

I comuni affittano le malghe con aste a sistema 
di candela vergine, ordinariamente per un novennio : 
il conduttore è tenuto a pagare in ogni caso al pro- 
prietario il cànone pattuito; egli poi si provvede a 
comodato dai terzi il numero delle armente e d'altri 
ammali minori fissato nel contratto. In capo al mese 
dopo l'arrivo delle vacche alla cascina si misura o 
si pesa il latte d'ognuna e quella misura è ritenuta 
valevole per l'intiera stagione. Il formaggio, calco- 
lato su quella misura, va poi diviso a metà fra il 
padrone delle armente ed il conduttore della malga; 
oltre a ciò, secondo una tariffa consuetudinaria, si 
dà al proprietario della vacca una certa quantità di 
ricotta salata od affumicata, ed in qualche cascina 
anche un certo peso di burro fresco. 

A seconda che la stagione è incostante, o se suc- 
cedono gravi burrasche, aumentano e scemano i 
guadagni del conduttore, perocché una stagione stem- 
perata a frequenti acquazzoni, o una siccità protratta, 



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— 293 — 

una fitta grandinata, una libecciata che lasci sul s\\o 
passaggio un mantello di nevi estemporanee, rovi- 
nano i pascoli, il latte s'abbassa nelle caldaie e non 
di rado è forza smonticare due tre settimane prima 
del solito. 

Speciali patti si stipulano talvolta dai conduttori 
coi proprietari delle armente, accaparrando con gua- 
dagno usuratizio il reddito dei latticinii. Locazioni 
scritte stabiliscono gli obblighi e diritti del condut- 
tore verso le Comunità o il privato proprietarin. 
nonché certe obbligazioni verso i noleggiatori delli 
armente. 

Le cascine sono di solito malissimo costruiti 
Oltre al casaro — che da noi s'appella feddr — pi - 
corajo (da fede = pecora) il numero dei pasti iri 
varia da malga a malga, in ragione degli animali 
da governare e custodire: il più giovine d'essi, di 
solito un ragazzo, un apprendista, ha in consegna Ir 
capre, onde il nome di caprajo. Lo stipendio è con- 
suetudinario: lire tante, e tanta ricotta. La farina 
viene portata a scadenza periodica da donne detttt 
Us farinariis; il formaggio, latte e ricotta si distri- 
buisce giornalmente a tutti dal capo della mal^a ; 
finalmente in qualche località s'usa distribuire ai 
vecchi anche il tabacco da naso. Nelle malgln i 
vive una vita da semi selvaggi, lungi da ogni cons M ■- 
zio umano: non vedono altri che qualche raro alpi- 
nista che viene a cercare un ricovero, talvolta peg- 
giore di quello che potrebbe offrire una spelonca, a 
cagione del fetore che esalano le immondizie, delle 
pulci affamate che aggrediscono l'ospite infelice, < Im j 
se tarda a scappare via gli smungono mezzo il sangnu 
dalle vene: arroge quel continuo tintinnio dei campa- 



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— 294 — 

nelli pendenti dal collo degli animali ruminanti, e 
tratto tratto belati, muggiti, ed i latrati stizzosi dei 
nani di guardia ed altri peggiori rumori — insomma 
fra tante blandizie conviene essere proprio fedari e 
pastori per trovar sonno nella cagnassa. 

È strano però, che in onta ad un sistema di vita 
tanto contrario a tutte le norme dell'igiene, non 
mangiando mai pane, né carni, non bevendo mai 
vino, esposti alle pioggie ed ai rapidi mutamenti di 
temperatura, fra tanto sudiciume e mefitiche esa- 
lazioni, quei montanari conservino una salute invi- 
diabile, né mai si senta parlare di malati e morti 
lassìi, a meno che non avvenga di cascare nei di- 
rupi. Per tre mesi continui, festa e giorno d'opra, 
è sempre lo stesso lavoro, l'identico tenore di vita: 
e non è raro sorprenderli imbrogliati a stabilire per- 
sino qual giorno sia della settimana, ed ai quanti 
de! mese. Taluni fanno un calendario speciale: se- 
cano ogni sera colla roncola su un bastone una 
tacca, alla domenica la tacca è più lunga, tanto per 
ricordarsi quanti giorni del loro esilio siano passati ! 
Insomma è una vita monotona, sempre uguale; al- 
zarsi all'alba, mungere, mandar fuori le armente 
rìcondurle alla stalla, fare il formaggio, fare la siesta 
meridiana sul fieno, poi rialzarsi, tornare a mungere, 
a pascolare {là in cenis, dicono in Carnia) recitar 
il rosario alla sera, ecco tutto. Taluni più ingegnosi, 
nelle lunghe ore d'ozio fanno zoccoli, collari di legno 
pei campanacci, manichi di scure, di pala, ed altri 
piccoli utensili consimili; altri sono famosi conta- 
storie, taluni persino leggono il giornale dell'altra 
settimana ma che per loro è sempre apportatore di 
novità. In una giornata fissata il prete va a benedire 



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— 205 — 

le malghe, e dove non è consuetudine di pagare una 
somma stabilita, si dà al prete il prodotto del latte 
di mezza giornata, una mungitura (un moli). 

Parrebbe che l'interesse dovesse spingere i con- 
duttori delle cascine a migliorare gli abitacoli e i 
pascoli, specie nei primi anni; ma, sia poltroneria, 
sia l'incertezza per la troppo breve durata dell'af- 
fittanza, sia contrarietà a lavorare nelle proprietà 
altrui, è un fatto che sulle malghe in generale lo 
stalli quo è in pianta stabile. Si spende e si fa sol- 
tanto quel poco che non si può far di meno, si a- 
cuisce l'ingegno invece a ritrarne il massimo pro- 
fitto, fosse pure depauperando i pascoli; nessuno 
pensa mai all'avvenire, ma cura solo il guadagno 
del momento. Forse locazioni a più lungo termine, 
e società cooperative, per la conduzione almeno doJle 
cascine più importanti, potrebbero giovare. Liberando 
i pascoli dalle frane, dalle sassaje, badando a con- 
cimarli in momenti opportuni, ed avvicendandone li» 
spargimento, si potrebbe accrescere il prodotto del- 
l'erba e monticare cosi maggior numero d'animali; 
migliorando le miserabili casere e le baite a cui si 
dà il nome di stalle per ironia, facendo che le flui- 
dissime acque a cui vanno a dissetarsi le povere 
bestie perdano la crudezza ristagnando, con soppri- 
mere le immonde pozzanghere che servono talvolta 
d'abbeveratojo agli animali, e da sorgente agli uomi n i, 
con adattare metodi più razionali nella produttivi m 
dei latticinii, i guadagni potrebbero raddoppiare; al- 
cune latterie sociali si sono accinte a continuare la 
loro opera, conducendo in affitto le malghe in loca- 
lità prossime alla loro sede, e tale esempio vom -h- 
besi fosse imitato. È certo in ogni modo che urge 



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— 296 — 

fare un passo in avanti, perchè tra noi, questo im- 
portantissimo ramo dell'industria nazionale è ancora 
empirico affatto, e stazionario da secoli. 

Osservasi quasi ogni anno, ed è passato anche in 
proverbio, che la monticazione in giugno e lo sca- 
rico in settembre coincidono con epoche di forti e 
frequenti acquazzoni: Cuàndclie lisvafhisvan e torniti 
di moni — un montanòn le pront. 

Salendo alle Alpi, s'appende al collo degli ar- 
menti una campana che conserva ancora la forma 
del tintinnabulum romano, come lo portava l'asino 
di Sileno. Serve a dar brio alla marcia, e direi quasi 
a regolare anche il passo. 

Vampiro = Tutti credono all'esistenza anche fra 
noi di questo grosso chirottero, il quale, mentre 
l'uomo dorme, gli succhia il sangue dalla punta d'un 
dito del piede, mentre ventandogli addosso colle ali 
gli produce un solletico che gli concilia il sonno più 
fitto, ed intanto, incoscientemente muore dissanguato. 

Vièr di tiere = Lombrico terrestre — I lom- 
brichi di terra raccolti e carbonizzati sopra il fuoco, 
mettendoli sulla paletta arroventata, si polverizzano, 
e ridotti in piccole pillole, le si reputan potentis- 
simo rimedio contro i vermi intestinali. È una specie 
di medicina omeopatica : similia similibus. 

Vièrs dal òm = È il vero verme intestinale (a- 
scaris) — Generalmente quasi tutti i sintomi pato- 
logici, specie nei fanciulli, la diagnosi popolare usa 
qualificarli sempre ad un modo — vièrs ! — epperò 
ricorre subito agli antielmintici ed ai drastici. Si 
dice che i vermi possono moltiplicarsi al punto da 
uscire finanche per la bocca. (Vedi Medicina popo- 
lare Cap. Vili). 



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— 297 — 

Vipare, lipare = Vipera — Ve ne sono in Friuli 
più varietà; la più temuta è la vipera del Cornò 
(Vip. Ammodi tes Latr.) È ragionevole la paura che 
si ha di questo serpentello, l'unico veramente vele- 
noso. Si dice che la vipera non sopravive quando 
ha innestato il suo veleno nel morso, e che ha Unita 
predilezione per la musica da sottomettersi attonita 
/incantesemadej a udire uno zufolo o un flauti» ben 
suonato, e seguire il suonatore. Portando appesa al 
collo una testa di vipera uccisa, si guarisce dal Trini 
di gola. Le vipere inseguono 1' uomo per morder! , 
e corrono rizzandosi sulla coda; possono anche salir- 
sugli alberi per divorare gli uccelletti nel nidu. Un 
uomo robusto non muore per la morsicatura del hi 
vipera, se non nei calori della canicola. Conti') i 
morsi delle vipere si usano: l'ammoniaca, la pietra 
di vipera (corno di cervo carbonizzato) e le Barili 
di topi e galline nere, applicate ancor palpitanti 
sulla ferita. Per lo passato si adoperavano le vipere 
per uso medicinale. Si narrano generalmente questi 
due aneddoti : 

Un farmacista, dovendo uccidere una grossa vi- 
pera, la prese come di solito colle molle e le tagliò 
la testa, la quale, caduta in terra gli sfuggì di vista ; 
cercata, non seppe trovarla e finì col non pen- 
sarci più. Passò qualche mese; un giorno, ponendo 
la mano sul saliscendi della portiera per aprirla, si 
sentì una dolorosa trafitta al pollice ; si guardò at- 
torno e scoperse in una buca del muro la testa 
della vipera viva tuttora, e col suo taglio cicatriz- 
zato donde sporgevano due alette ai lati. I medici 
ebbero il loro bel da fare a salvarlo dalla morte* 

L' altro caso è quello d' un farmacista che di- 



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Goos 



— 298 — 

menticatosi un giorno di chiudere la scatola di 
vetro dove teneva le vipere vive, sdraiato sul sofà 
dormiva della grossa, mentre le sue vipere uscite 
a svagarsi, s' erano arrampicate attorno a lui a 
riscaldarsi. Entrò il garzone, e sbigottì allo strano 
spettacolo : comprese tuttavia che svegliando il dor- 
miente, non si sarebbe appena riscosso che le vipere 
lo avrebbero morsicato ; senz'altro portò nella stanza 
qualche scodella di latte, ed i pericolosi rettili, fiu- 
tandone l'odore, si calarono a beverlo, dando così 
modo e tempo al garzone di riprenderle tutte colle 
tnolle, e rimetterle nella custodia. Per tal modo salvò il 
suo principale, cui fu narrata la pericolosa avventura 
dopo che ogni rischio era cessato. Si dice che le 
vipere e tutte le serpi sono ghiottissime del latte e 
del vino, e che ne bevono a sazietà, restando poi 
crune ubbriache. A questo proposito si narra que- 
sf altra storia ancora più strana. 

Una giovane contadina della Studena, in una 
bollente giornata d' estate sdraiatasi sull' erba a far 
la siesta, s'addormentò colla bocca aperta, ed una 
vipera le entrò nello stomaco senza che se n' accor- 
gesse. L'infelice cominciò a gonfiarsi ; la si credette 
incinta, ma passato l' anno nessuno sapeva spiegare 
quel fenomeno : finalmente da certi cupi fischi che 
sentivansi nel suo ventre si sospettò della cosa. Fu 
posta bocconi sul letto, con la bocca aperta sopra 
un ampio catino di latte, e da lì a poco uscì la 
vipera con tre viperini, che, novelli Giona, erano 
vissuti tutto quel tempo nel ventricolo della pove- 
retta, la quale si trovò immediatamente guarita : 
secondo un' altra versione, invece, sarebbe morta dallo 
spa vento. 



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— 299 — 

Fino dai più remoti tempi si è creduto poter 
impedire le morsicature delle vipere, e delle serpi 
in generale, valendosi di esorcismi o formule caba- 
listiche. In un articolo che trovai non ricordo più 
su qual numero del giornale La Patria del Frinii 
lessi la seguente formula, che riporto tale e quale, 
come vantaggiosa per salvare dai morsi delle vipere ; 
Caro, Caruge, sanum reduce, reputa sanum ; Em- 
manuel Paracletus. 

Volp, bolp. = Volpe — L'astuto animale è temuto 
per i danni che apporta ai pollai. La sua carne du 
noi non si mangia, ma gli si dà la caccia per la 
pelle. Si dice Ghe la volpe ami le biscie. Nei vil- 
laggi di montagna, quando si uccide una volpe hi 
si porta in mostra per le famiglie che ne ripagali > 
l'ammazzatore con delle uova o con qualche moneta 
in benemerenza dei danni che la bravura di lui ha 
risparmiati. 

Zocul, cavrèt. — Così si chiamano i giovani ca- 
pretti al disotto dell'anno. Si mangiano arrostiti 
allo spiedo, e quell'arrosto ha nome di cuartuce; 
recata in tavola, non si ha da trinciarla, ma farla li 
brani colle dita tenendola confitta sul forchettone. 

Zocul si fa sinonimo di giovine spensierato; lo 
dice il proverbio : 

Ogni zocul 1* ha di fa il so sgrìp. 



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Capitolo V. 



L'uomo. 

tiioventii, amore; — credenze, sortilegi, usi, superstizioni per 
procurarlo e per guarirne. 



i ltti gli atti della vita umana, in regola gene- 
tale, tendono a due scopi supremi — conservazione 
cIMl* individuo — e propagazione della specie. — Il 
primo resta in gran parte subbiettivo, ed inevitabil- 
mente egoistico ; per il che, se a quello tende esclu- 
sivamente l'uomo, si segrega a più potere dal con- 
sorzio de' suoi simili, come fecero e fanno i monaci 
ed anacoreti in ogni età e d' ogni setta. Ma quando, 
seguendo le leggi imprescrittibili di natura, Y indi- 
viduo sano e morale, non impone a sé medesimo un 
celibato contrario al fine della vita, allora gl'istinti 
d T animalità lo portano a cercare un compagno di 
diverso sesso, col quale nei primordj della civiltà 
bestialmente s'accoppia in forma precaria, e, pre- 
valendo il diritto del più forte, l'uomo assoggetta a 
se come schiave una o più mogli. Quanto più però 
la coltura intellettuale e morale si vengono elevando, 
tanto più si viene a cercare fra' conjugi l'uguaglianza 
dei diritti, pur conservando ognuno diverse mansioni. 



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— 301 — 

avvicinandosi sempre meglio a queir ideale di fami- 
glia, che è regolato in via ordinaria sulla base della 
monogamia e dell' indissolubilità del matrimonio, Nmi 
è questo il campo di discutere principj; ho accennato 
soltanto alle leggi fondamentali, per vedere secondo 
quali criterj si regolassero anticamente, e si regolino 
oggidì nelle consuetudini, i matrimoni in Friuli. 

Quasi tutto ciò che noi operiamo è mosso o dal 
bisogno materiale, o da istinto di imitazione; in 
questo caso, il popolo non sempre s'argomenta d'i- 
mitare gli esempi più equi, i più giusti e proli t ta- 
voli, ma corre dietro a ciò che in lui colpisce mag- 
giormente la fantasia, e che meglio soddisfa ai simi 
naturali bisogni. Da ciò la tendenza all' ornaménto 
anche prima di provvedere ai bisogni più urgenti, 
come canta ironicamente 1' amante nella villolto 

— Ce ti zòvial jèssi Mele, 
E no sei di bùngs paròm ? 
E di dì grimài di sede 
E di gnòt cence bleòns? — 

È un fatto che, molte volte, prima di pensmv 
come potrà mantenere la data parola e sostener* 4 
la famiglia, il giovanotto getta l'occhio (altrui tli 
vóli) sulle ragazze, e predilige quella che più ^)i 
piace e gli conviene, cercandola possibilmente 1 nel 
proprio paese, ligio al proverbio che raccomanda: 
— Vaghe e bò, plui da cis che si pò — . 

Per i campagnuoli le occasioni più òvvie e fre- 
quenti per fare la sua scelta, sono: le funzioni eccle- 
siastiche o le file, quelle riunioni invernali che usano 
fare a sera nelle stalle, o nelle cucine. Alla dome- 
nica le giovani fanno pulizia, si lavano, si pettinano, 



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— 302 — 

in molti paesi ungono i capelli con olio, magari della 
lucerna; ed indossano le vesti più appariscenti per 
mettersi in vista meglio: vi aggiungeranno appun- 
tato al corpetto un mazzolino con l'inevitabile can- 
nella e lo spigo ed il basilico, assieme all' inevita- 
bile garofano rosso. 

— Chel garoful cence spinis 
Tal paia mai plui vedùt, 
In tal sen di che bambine 
Lui al par eh* al sei nassùt — . 

Il grembiulino sgargiante di seta, ed attorno al 
collo una pezzuola di lana, o pur di seta (golèt); 
sulla testa lo scialle d' uso, che in taluni paesi è 
bianco, come nella regione montana, oltre Taglia- 
mento ed in qualche valle della Carnia, in altri è 
nero con bordi più o meno colorati: vai del Fella 
ecc. ; altrove è un velo bianco o nero. Anche il modo 
di portarlo varia; ad Osoppo è ripiegato a triangolo 
sollevandone i due lembi laterali, per il che posa 
soltanto sul capo; a Resia invece s' aggira prima un 
lembo attorno la faccia da un lato, poi l'altro dal 
lato opposto si ridossa al primo, rivolgendone la 
punta per saldarlo contro la guancia, talché viene 
accerchiata la faccia tutta intiera come quella di tante 
monache col sogolo; altrove invece i due lembi s'al- 
lacciano molto rilassati dietro la nuca, ed in altri 
paesi le due cocche si fermano con uno spillo sul 
petto o si rattengono colla mano. Ai piedi calze 
bianche o colorate, il più spesso in azzurro, e basse 
scarpettine di cuojo ; a Resia ed in parte della Slavia 
le allacciano colla fibbia come quelle dei preti; in 
oggi però subentrano quasi generalmente gli sti- 



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— 303 — 

valini coli' elastico a punta larga, aventi sempre, 
per eleganza, il tacco alto e piuttosto stretto. U - 
gonne d'ordinario arrivano al malleolo o poco più 
basso, ed in montagna al polpaccio. Grandi pendenti 
d'oro alle orecchie, e nelle più abbienti una collana 
a più fili di cordòn d' oro o di granate completano 
l'abbigliamento. Ma in oggi anche non poche (jeite 
contadine sacrificano alla moda portando un corpetto 
piuttosto stretto per farsi snella la vita, ed ornano i 
vestiti con guarnizioni di velluto, sbiechi ed incre- 
spature, prediligendo le tinte chiassose, alla comme- 
diante ( J ). 

Pochi sono oramai i villaggi dove si contini! i 
nell'uso antico di pagare il sarte ad anno ; una volta 
ogni famiglia gli dava una svanzica (L. 0.87) od un 
pesinale (circa 14 litri) di grano per ciascuno <lri 
membri di casa ; oggi, per un vestito si pagano alla 
sarta da 13 a 20 palanche, secondo il lavoro. 

Ma torniamo alle ragazze. — Riunitesi in croccili'» 
colle amiche, s'avvicinano alla chiesa. Là fuori sul 
sagrato si aggruppano i giovanotti per passarle in 
rassegna, e strizzar d' occhio alle predilette : 

L'è chel zovin ch'ai mi chale 
Cuànd ch'o pàssi pai segràt; 
Lui F ha fat bo$he da ridi 
E anche jò j' hai cimiàt. 

Nelle chiese dei villaggi, le donne prendono posto 
di massima in fondo alla chiesa, oppure dall' un de' 
lati, e gli uomini dall'altro, o presso l'altare; in 
alcune vi sono dei banchi di famiglia per inginoc- 



(1) Bici» FftbrU-BellftTitU — Un Sento — Udine, Bardusco, 1*87 pa^. ?*- 



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— 304 — 

chiarsi e sedersi. A Moggio c'è lo stemma di famiglia 
pressoché su tutti i banchi, cotalchè sembra d'essere 
in una capitale piena a ribocco di gente blasonata, 
ma la commissione araldica dovrebbe impazzire a 
darne la spiegazione, se la cercasse all' infuori del 
capriccio dei proprietari. In altri paesi vi sono ap- 
pena dei bassi cavalietti, ma per lo più le chiese 
ne sono vuote affatto. Gli uomini restano in piedi, 
le donne s'accovacciano in terra, colle braccia te- 
nendosi le ginocchia che arrivano loro quasi in bocca. 
Terminata la funzione escono prima gli uomini, 
per ripassare in rassegna; spesse volte le ragazze 
dopo un breve tratto si fermano in crocchi ad aspet- 
tare alla lor volta la sfilata dei giovanotti, quindi, 
avviandosi alle proprie case, sono raggiunte dai pre- 
tendenti. Si getta l' amo alla larga, d' ordinario si 
chiede o si offre un fiore, e se non viene rifiutato, 
se la compagnia non riesce sgradita, è indizio che 
le gentilezze sono bene accolte : 

Domandaci une rosine 
Jè mi ha dit che no son sós; 
Domandale par morose 
Mes ha dadis dntis dòs. 

ì 
Accompagnata la bella per alcune feste fin presso 

la porta di casa, il damo comincia a soffermarla sulla 
soglia ed allora anche i domestici s' accorgono che 
c' è qualcosa per aria, e le tante attenzioni e cor- 
tesie le si capiscono. Se il partito non è sgradito, 
lasciano correre, diversamente si fanno alla ragazza 
sulla scielta le considerazioni necessarie e si pro- 
cura persuaderla a rompere ogni rapporto. Il con- 
tadino cerca la sposa da se ; l' alto progresso moderno 



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— 305 — 

dei matrimoni combinati da terzi, od anche medi» ut e 
i giornali non è giunto per anco fino a lui. I nostri 
giovani altro non domandano se non che la sposa 
piaccia e che esca da buona gente, onesta, sana ed 
ammodo: ed a chi li consigliasse a prendere questa 
o quell'altra, son lesti a rispondere: Hai di ìò j$ 
a durml cun jè. E neanche le ragazze s'adattano 
sempre a tollerare pressioni ne consigli; lo diee la 
canzone : 

Uei fa r amor cun cui che hai voe, 
Cui me l'ha di comanda? 
Né mio pari, né me mari 
Che mi han fate batià. 

Alle Basse ed al Tiglio in particolar modo cVra 
l'uso che per concludere un matrimonio vi doY*»sse 
entrare il Mezìn (intermediario) il quale avea poi 
diritto in compenso di una quarta di frumento per 
matrimoni uso sior e d'una quarta di sorgo per quelli 
uso conladini, e sempre poi di essere invitato alle 
nozze. 

Quando le trattative prendono buona piega, l* in- 
namorato, con alcuni amici passa sull'annottare dalla 
via della sua bella, e sotto le finestre di lei confida 
al canto le proprie passioni : , 

Se vó vès un cùr, donàimal, 
E donàimal vulintir, 
E donàimal cun bondanze, 
Come 1* àghe tal illaidir. 

Qholmi me, giurimi ninine, 
Contentine tu saiàs, 
Mai 'ne male perauline 
Tu di me no tu varàs. 



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— 306 — 

La giovane sa presto trovare una occasione per 
rispondergli : 

Vais a rosis in montagne, 
£ no vegnis là ch'an d*è? 
Favelait ai miei di chase 
Che son lòr paròns di me. 

Hai a chàr che 1* hai savude 
Che par me vó vès aflèt ; 
Anche jò soi risolude 
Di muri sul destri jet. 

Combinate cosi le faccende fra loro, il pretendente 
dopo qualche tempo s'introduce in casa; più d'una 
volta tenta il terreno presso la madre, su per giù 
su questa falsariga : 

Veso vò, done Marie, 
Une fle di maridà ? 
S* i spietaiz che vegni ve^he 
Nan^he il diaul la cholarà 

Oh nò, nò, madone eh are, 
lo no ven culi a burla; 
Us domandi uestre (le 
Par podèle jò sposa. 

La suocera che lo coglie a frullo, sa con bella 
maniera levare d'impiccio il timido innamorato, pro- 
movendo il discorso,* domandandogli quali intenzioni 
abbia riguardo a sua figlia ; rotto il ghiaccio, il resto 
viene da sé. Spiegate le intenzioni, rimosse le even- 
tuali difficoltà, il giovane può frequentare liberamente 
la casa e visitare la sposa, — al pò' ghaminàparjè — 
ed accompagnarla alle funzioni, alle sagre, ai balli,, 
agli spettacoli ed ai divertimenti. 

Le conoscenze e visite fatte in file procedono su 
per giù alio stesso modo, solo che, stante il maggior 



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— 307 — 

.grado d' intimità, riesce più agevole avvicinare inos- 
servato una ragazza, e' è tutto il comodo per esporle 
le proprie intenzioni e sentimenti, senza bisogno 
d' esporglieli in canzonetta. In giorno di venerdì non 
si va dall' amorosa ; quella poi, se perdesse il grem- 
biule, si dispererebbe, perchè sarebbe quasi certa i li 
perdere anche l'amante; così, se non vuole che il 
suo matrimonio sia sfortunatp, dopo promessa n-m 
deve entrare nella casa del moroso, non passare sotto 
il di lui tetto, né inviargli dei fiori in regalo. 

Il giorno della fiera o della sagra il moroso payn 
alla bella lis sinsimbelis, minuscole ciambellette infil- 
zate a dozzina a un filo di refe, o le noci, o le noc- 
ciuole, i dolci, e da bere. Se colla sposa vi sono i 
genitori od altri di sua famiglia, è sempre il fidan- 
zato che procede agl'inviti; si mangia, si beve, e lui 
paga lo scotto al tavernajo. Se il giovane va 4a 
solo alla sagra, porta le ciambelle e le nocciuole i\\ 
regalo all'amante. A Natale le porta il mandorlati» 
e l'accompagna alla Messa di mezzanotte (madhis) \ 
in qualche raro paese, ad Ognissanti s'usa portar 
le fave dei morti, usanza cittadinesca e delle grossi 
borgate più che dei villaggi, ove continuano a rega- 
lare nocciuole, o vi si dispensa dalla gente agiata il 
pane dei morti. A Pasqua solo i giovani benestanti, 
e non son molti, regalano la focaccia. 

Perchè gli sponsali si possano dire proprio con- 
•chiusi, occorre l'approvazione dei genitori d'ambedue 
i fidanzati, che vadin a contenta : 

Se to mari fòs contente, 
Se to pari contentàs ; 
Vorès dami del co rag io, 
Vicinami pàs a pàs. 



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1 



— 308 — 

A Teglio un giovine che desidera sapere se una 
data ragazza sia libera o promessa le domanda se in 
casa c'è sedia da sedersi; se la donzella risponde 
affermativamente, il giovanotto potrà venire per casa ; 
diversamente, eli' è di già impegnata. 

In alcuni paesi d'oltre Tagliamento si porta un ceppo 
ornato con nastri variopinti fuori dell' uscio di casa 
della ragazza; se quello è raccolto, vuol significare che 
accetta d'essere corteggiata; caso contrario, si capisce 
die, per allora almeno, ogni insistenza sarebbe inutile. 

Solo dopo avuta l' approvazione dei genitori, si 
partecipa agli amici il matrimonio e questi si con- 
gratulano colla solita formula : (lunghe prest man- 
giarvi i confèz. Il garzone la festa prossima conduce 
i futuri suoceri all' osteria, e là si beve e si parla 
della felicità dei fidanzati, di ciò che è necessario a 
lui ed a lei. Lui deve avere la camera, lei deve prov- 
vedere il saccone, il materasso, le coperte, la bian- 
cheria da letto, il cassettone o la cassapanca, — 
V armar o comò, l'arghe o casse, gl'indumenti, e le 
hellisie d'oro, d'argento, o di gemme, tanto o quanto 
preziose. 

No savèso vó Hiel zòvin, 
Ce eh* a V ùl par là a marit ? 
1/ ùl un jet, e un par di cassis 
E un armar ghalcMt pulit. 

Dopo gli sponsali, i due fidanzati non debbono 
esser padrini assieme in un battesimo, perchè ne 
verrebbe una parentela ecclesiastica fra loro, che 
sarebbe d' impedimento al matrimonio, ed in ogni 
caso sarebbe un cattivo pronostico pel vincolo coniu- 
gale. Cosi, quando le faccende procedono liscie; che, 
bene spesso, sorgono delle contrarietà. 



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— 309 — 

Una delle famiglie non è contenta, oppure uno 
degli sposi non vuole saperne, perchè non gli pia co 
il fidanzato, o perchè vede che non è adatto per lui : 

Jò par vó passiòn no poarti, 
Né par vó, né par nessun ; 
Se no soi moróse uestre, 
Sarai ben di cualchidùn. 

Allora non sempre tutto è finito con un no. NV 
seguono dispetti, odii, vendette, che lasciano assai 
di frequente strascichi di discordie e ripicchi tra 
buoni vicini, e giungono talvolta, specie fra' nion- 
tagnuoli del Friuli occidentale, lino al delitto. Il 
rifiuto dato, da noi si dice : dà la purcite. V'è l' usanza 
in molti villaggi, e nella Carnia specialmente, quandi» 
si subodora che una ragazza abbia rifiutato un gio- 
vanotto, di spargere una striscia di segatura (sidìz) 
dalla casa della giovane a quella del garzone elio 
fu respinto : che V ha pidt la purcite. 

A Erto, Casso, Cimolais ed altri paesi delle remota 
valli del Cellina usa vasi una volta dal giovine ihir 
sicurtà pel mantenimento della promessa, depositando 
in mano della fidanzata un tallero di Maria Teresa, 
od una bavara della Madonna ; e la caparra era per- 
duta se lo scioglimento della promessa veniva j» r 
di lui colpa; se per colpa della giovan<>-*ssa down 
restituire il denaro. Anche nella Qf**^ un tempo 
s'usava depositare od almeno fissare una somma che 
si diceva appunto pintiduris (pentimento). 

La raccolta delle Villotte Friulane ( ! ) rispecchia 
molto bene le varie vicende dell'amore, e dimostra 



(1) V. Ottonili. — Villotte Friulane. — Udine, Del Bianco, I89S. — 
in 8.o, pp. Vili, 403 L. 3. Con appendice non posta in commercio. 



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— 310 — 

come si sappiano toccare le più delicate corde del 
sentimento, od usare l'acuto sarcasmo che strappa 
la pelle. 

Le giovani che desiderano uno sposo prendono 
T oroscopo coll'erba mi ustu ben (vedi cap. M), o vanno 
a farsi buttare le carte dal mago o dalla strega ; se 
il vaticinio non va a seconda, ottiensi l'effetto bra- 
mato ricorrendo ai sortilegi ed ai filtri amorosi. È ri- 
tenuto filtro amoroso validissimo il sangue delle me- 
struazioni ; le ragazze procurano metterne una goccia 
nel vino dell'innamorato senza ch'egli se n'accorga, 
oppure tingono in quello dei confetti che gli presen- 
tano: una volta ingozzati, si ritengono sicure ch'egli 
non le abbandonerà più. La stessa efficacia avrebbe 
sulla donna lo sperma dell'amante infuso nel vino 
o impastato nel pane. 

Un' altra sostanza che ha molta potenza è una 
placenta umana, nascosta sotto la tovaglia dell' altare 
perchè vi si celebrino sopra sette messe ; poscia la 
si battezza, imponendole il nome della persona che 
si vuole affatturare ; quindi la si disecca, si riduce in 
polvere, e gliela si fa mangiare all' insaputa. Allora 
la persona malefiziata arderà d'intenso amore per 
1' autore del sortilegio. 

Si usano pure prendere due ostie non consacrate/ 
si nascondono sotto la tovaglia, sulla pietra sacra 
dell'altare, lasciando che vi si celebrino sopra tre 
o meglio sette messe ; poscia su d' ognuna di quelle 
ostie, con sangue cavato dal dito mignolo della mano 
sinistra si scrivono sul rovescio all'intorno certe 
parole magiche, che non mi fu possibile sapere, e 
nel mezzo si scrivono i nomi delle due persone che 
dovranno amarsi, in modo che si taglino in croce 



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— 3U — 

per metà (pieftrol, quindi una di quelle ostie ne prende 

chi desidera d'essere amato, la seconda la fa pren- 
dere inscientemente all' altro, ed il sortilegio avrà 
senza dubbio il suo effetto. 

Altri, con superstizioni tratte probabilmente da 
libri antichi, insegnano ad usare la verga di lupo 
carbonizzata, od una goccia di fiele umano ; ma 
questi due non mi sanno d' invenzione popolare, al- 
meno secondo i costumi d' oggidì. 

Ricordo d'aver letto che a Gorizia, qualche anim 
fa, si svolse un chiassoso processo contro un mago, 
il quale, in una stanza chiusa ed illuminata al chiaro r 
di candele, faceva completamente denudare le ragazzi* 
che a lui si rivolgevano, obbligandole a correre in 
circolo, a far dei salti ed a collocarsi nelle più im ta- 
centi posizioni, assicurandole che con certe formuli* 
mistiche che pronunciava e scriveva, egli avrebbe 
costretto a sposarle i giovani di cui esse erano in- 
namorate. Dal processo risultò che a tali pratiche 
erano ricorse anche fanciulle di famiglie ricche e 
civili. Vuol dire che la tanto vantata educazione 
odierna, non ha guarita ancora la piaga della super* 
stizione. 

Parlando della famosa notte di San Giovanni ho 
detto al Cap. I. quali pratiche usano la ragazze per 
conoscere il futuro sposo, e per procurarselo. Un 
altro mezzo per decidersi nella scelta si è quello di 
allineare sul lastricato tre battufoletti di stoppa 
unendoli insieme con una gugliata di filo; i dut* 
estremi rappresentano due pretendenti, quindi si 
appicca il fuoco a quel di mezzo (che sarebbe la 
sposina) e il ganzo predestinato fra i due sarebbe 
quello che la vampa investirà più presto. È un gìo- 



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— 312 — 

chetto che fanno spesso le filatrici a veglia, ma più 
per cacciar la jnattana e per solazzo, che per una 
seria divinazione. 

Anticamente in nessun' altra Terra del Friuli le 
fattucchierie spesseggiavano quanto a Pordenone. Vi 
trovo infatti processi parecchi incoati dal Santo Officio 
per simil titolo. 

Nel 1598 vi fu sottoposta Antonia moglie di Fran- 
cesco Girana ; V anno seguente Maria moglie d' An- 
tonio Domenichini, e Faustina figlia di Girolamo de 
Gregoriis, ed Isabella moglie a Giacomo de Gregoriis 
dottore in legge, figlia del conte Alberto di Polce- 
nigo e Fanna; poi Maria fu Girolamo de Gregoriis. 
Nel 1605, Beatrice di Giovanni Daniele Mantica, Elena 
moglie ad Artico Mantica, Lucrezia Mantica moglie 
di Giovanni Daniele e Giuseppe Sivilotti, tutti da 
Pordenone, nonché Zanetta Montagna Gemonese abi- 
tante anch' ella in Pordenone. Una Elisabetta figlia 
di Claudio Grimani della Villa di Medùn fu veduta 
di notte nel cimitero insieme ad Angela Quartarola 
raccogliere le ossa dei morti per fare il sortilegio 
che le palesasse il futuro marito ; e a tali pratiche 
ricorsero eziandio Giustina q. m Filippo Acquaviva di 
Udine ; Vittoria moglie a Gregorio Baldi da Padova, 
Marina q. ra Francesco Delfin di Motta, e Domenica 
moglie a Mattia Micheu di Rutars. Quali supersti- 
zioni poi praticassero queste donne, dal Regesto non 
è spiegato. È detto invece che Gregoria moglie ad 
Antonio Ferro, pur di Pordenone, nella notte di San 
Giovanni, prese le fave di sotto al capezzale, piantò 
i fagiuoli, e cribrò la cenere ; che Marcolina vedova 
di Lorenzo Fenarii dello stesso luogo, per conoscere 
chi sarebbe stato il suo sposo, e qual arte avrebbe 



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— 313 — 

esercitata, crivellò della cenere la stessa notte dietro 
la schiena senza dir parola ; e narra che quando al 
domattina s' alzò, vide in quella lo stampo di vasi 
da speziale ; quando sposò Lorenzo comprese ciò che 
quei vasi aveano indicato. Un' altra Pordenonese, 
Barbara fu Gio. Battista Naone mercante di panni, 
per sapere se sposandosi avrebbe avuta buona o 
cattiva fortuna, nella celebre notte piantò due peri 
vicini, in identico terreno, segnandone uno sulla 
corteccia, ritenendo che se questo sarebbe cresciuto 
più dell'altro avrebbe pronosticato buona fortuna; 
in caso diverso, doveva aspettarsi il male, il malanno, 
e la mala pasqua. 

Più frequenti sono i sortilegi atti a procurare 
T amore. Ho detto al Cap. II che alcune pietre pre- 
ziose, come il rubino e lo zaffiro fanno amare la 
persona che le porta ; la stessa virtù hanno certe 
piante p. es. la reseda, detta perciò amorln, il basi- 
lico, i balsamini (belomos\ il geranio odoroso, ed 
il trifoglio ; lo stesso effetto producono la mandra- 
gora e salamandra portandole addosso. 

Si hanno a foggiar tre chiodi dissimili, raffred- 
dandoli neir acqua, e ripetendo F invocazione al dia- 
volo nel metterli al fuoco, nel levarli, e nel pic- 
chiarli col martello ; gioverebbe in molte circostanze 
e specialmente per indurre gli uomini al matrimonio. 

Giovanna Nasocchi da Cividale, chiedeva dell'olio 
santo al prete Nicolò Brusadola, per poter indurre 
un giovane al matrimonio; e Mattea figlia di Abon- 
danza da Pordenone, lo ricercava a don Benvenuto 
Pinzani curato di Villa Noncello, poi ad altro prete, 
per ungere un giovane che le aveva promesso di 
sposarla. Valentina q. m Bartolomeo Garzatti da Udine 



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— 314 — 

prese dal cimitero un osso di morto in nome del gran 
diavolo, e lo pose in un'olla d'olio, facendolo bollire 
con legna pure comperate in nome del gran diavolo, 
fino a che fu tutto evaporato ; durante l' operazione 
imprecava contro certo Francesco, a cui avea ceduto 
il suo fior verginale, e ciò per costringerlo a ria- 
marla e sposarla. Paolo Tedesco, abitante a Venzone, 
fu veduto raccogliere un osso dal cimitero, legarlo 
con un capello, e riseppellirlo, allo scopo di trarre 
certa donna al suo amore. Invece Violante, moglie 
di Antonio Savio da San Daniele, per costringere un 
tale a sposar Elena Fiascaris che se n' era innamo- 
rata, lo guardava fìsso in chiesa (avesse mirato a 
ipnotizzarlo?) ed andava recitando certe orazioni su- 
perstiziose. Altro ipnotizzatore, Pietro Cesena q. m Gio. 
Battista da Pordenone confessava d'aver affissato più 
volte donne parecchie pronunciando certe magiche 
parole per eccitarle ad un amore lascivo. Ipnotizza- 
tore, o meglio magnetizzatore che antecipò d' un 
secolo e mezzo le esperienze fatte colla calamita dal 
padre Hell gesuita, maestro del Mesmer, fu Giuseppe 
Ettoreo da Udine, che adoperò la calamita a scopo 
d'amore come è detto al Cap.° II. Francesco Marcuzzi 
esperimentava certi sortilegi amorosi ripescati dai 
manoscritti di Pietro d'Abano, e di Cornelio Agrippa; 
e frate Francesco Viviano da Este Minor Osservante, 
erudito in codesta scienza, ne dava lezione a Pietro 
Cordarolo di Porta Ronchi in Udine. 

Giovanna o Giustina moglie di Francesco Bru- 
gnera da Zoppola insegnava a prendere una rana 
viva, chiuderla in un bossolo ben chiuso che avesse 
dei piccoli fori, bossolo che si dovea nascondere sul- 
T altare, e quando il prete avrebbe detto : Dominus 



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— 315 — 

Vobiscum, si dovea rispondere (sotto voce di certo) 
tu tei menti per la gola. 

Aquino Turra da Pordenone dotato di straordi- 
nario potere attirò una donna fuori dal letto mari- 
tale, e se la fece venire sul suo ; in altra occasione ? 
avendo soltanto toccata una giovane, questa abban- 
donò tosto la casa paterna per andare da Girolamo 
di Montereale, e dopo brevissimo tempo divenne 
meretrice ; altra volta fece venire a se due donne 
che lavoravano da lontano in un campo. 

Gaspare di Montereale, medico di Venzone, s'era 
raccomandato a frate Marc'Antonio Terabuso degli Ere- 
mitani di Sant'Agostino di Udine, per avere dell'Olio 
Santo. Il Gaspare stesso, trovato una notte nascosto nel 
Duomo della Terra, e catturato, ebbe a confessare che 
voleva rubare dell'Acqua e dell'Olio Santo. Furono per- 
quisiti i libri del Montereale ne' quali furono trovate 
ricette magiche e cabalistiche, onde esso fu costretto 
a dichiare d'aver voluto tentare un esperimento per 
V amore al qual effetto aveva anche ricercato il pittore 
Andrea Rorario o Vorajo di fargli una certa figura 
ed il padre Marco di dargli l'Olio e l'Acqua Santa. 
Per avere più esplicita confessione — tandem denteo 
turturantur , — come annota il citato Regesto, ma 
nulla di nuovo si venne a risapere. Per loro ammenda 
il frate ed il medico furono costretti — abiurare de 
vehementi — , ed Andrea Rorario — de levi — ( J ). 

Prete Girolamo Micoli curato della chiesa di San 
Giorgio di Udine, aveva dato l'Olio Santo ad- uiuì 
donna che pur doveva usarlo per amore; indi pen- 



to Per le formule e riti delle abjure, vedi Rituale Romanum Pauli 
V. P. M. — Venetiis, Pezzana 17», pag. 43 e seguenti. 



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— 316 — 

titosi volle riaverlo. Per questo fece la sua denuncia 
spontaneamente al Santo Officio. 

Una celeberrima maga di Pordenone, Giacoma 
Pittacola contro la quale, perchè probabilmente pro- 
tetta da qualche pezzo grosso, per ben 26 volte s'ini- 
ziava processo senza costrutto, e senza che mai com- 
parisse, né desistesse dalle sue fatucchierie, delle 
quali anzi vantavasi in pubblico; ebbene, anch' ella, 
una volta fra le altre, avea ceduta dell'acqua a certa 
Pierina moglie di Antonio Mugnajo, perchè attirasse 
ad una tresca adulterina il giovane mugnajo Dome- 
nico, di cui essa Pierina s' era invaghita. 

Anche Zanetta moglie a Giacomo Pennachini abi- 
tante a Sacile per primo incenerì un teschio umano, 
poi si trasse sangue dalle proprie dita, facendo il 
maleficio onde costringere un tale a sposare una 
fanciulla di cui non è detto il nome. 

La stessa pratica ripetè anche Nicolosa Lovetti 
abitante a Pordenone, già resa madre sotto promessa 
di matrimonio da certo A. B., onde costringerlo a 
sposarla. 

Giulio Quagliano, soldato di Cividale, parimenti 
per iscopi erotici, faceva un certo intruglio con ossa 
umane e animalesche, del cero pasquale, reliquie 
sacre ed altri amminicoli. Il giovane prete Sebastiano 
Graffi della stessa città, appena ventenne, per indurre 
una ragazza al suo amore, abusò dell' Olio Santo, 
recitando il salmo Confit emini Deo ; un altro prete, 
Don -Andrea Butignolo, curato della chiesa di S. Maria 
di Cordenons, sollecitò più volte, ma senza frutto in 
confessione una donna a darsi a lui, e finì per ricor- 
rere a sortilegi anch' esso. 

Pietro de' Giacomi, notaio della villa di Perarolo 



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— 317 — 

in Cadore, raccontò una volta a Gaspare Toscano 
notaio di Venàs, che avendo presso di sé un liliro 
-di Negromanzia, ed essendosi innamorato d' una 
giovane ragazza, andato in camera, ed indossata ima 
stola ed una clamide, cominciò a leggere nel libro. 
Tosto comparve la fanciulla, e quasi fosse impazzita 
correva su e giù per la scala: continuando egli a 
leggere, apparvero tre personaggi regalmente vestiti, 
per il che, spaventato, gettò la clamide e la stola e 
si diede alla fuga. 

Un sarte di Carnia, di nome Osualdo, collocò *h?I 
trifoglio sotto la tovaglia deir altare nella chiesa di 
Rutars, perchè sopra vi fosse celebrata la MéS 
ritenendo poi, per virtù di quell'erba, di poter atti- 
rare a sé qualunque donna. 

Ommetto gli altri processi congeneri, (e non son 
pochi) di cui ebbe ad occuparsi a queir età il Tri- 
bunale dell' Inquisizione d' Udine perchè dal più al 
meno si somigliano, e non v' è traccia di riti par- 
ticolari. 

Io ho pubblicata una leggenda relativa ad un sor- 
tilegio per amore tentato da uno dei Benedettini 
dell'Abazia di Moggio ('), il quale avea chiesto m» 
capello alla figlia del mugnajo ; la ragazza invece ^lì 
regalava un crine del suo staccio, che rotolando, in 
punto a mezzanotte, corse fino all'abazia. L'astuto 
fratacchione anziché godersi la bella mugnaja, dovè 
accontentarsi d' abbracciare uno staccio. 

Fra i tanti statuti municipali friulani trovo in- 
flitte sanzioni penali contro i sortilegi per amoVe 
soltanto in quelli di Pordenone e di Concordia. 



(1) Vedi Pagine Friulane Anno IV 1891 N. II pag. 32. 



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— 318 — 

— « Itera si quis alicui viro vel mulieri, oliquod 
poculum dederit, propter quod ipse vel ipsa deligat 
eum, seu ad hoc aliquas incantationes, conjurationes 
vel maleficia fecerit, puniatur in libr. 50 parv. vel 
fustigetur, salvo quod si mors, ex hoc acciderit, igne 
comburetur » — . 

Questi ricordi bastano a dimostrare quanto pro- 
fondamente radicate fossero anche fra noi le abitu- 
dini dei sortilegi e filtri amorosi. 

Ritornando ora alle costumanze ed usi matrimo- 
niali, dirò che quando i due fidanzati, per un motivo 
qualsiasi trovano da bisticciarsi, d'ordinario tocca alle 
ragazze ad umiliarsi per le prime. Colla testa bassa,, 
sfilando colle dita 1' orlo inferiore del grembiule, la 
giovane s'avvicina al suo damo piagnucolando, e 
rivolta schiena contro schiena, ogni qual tratto lo 
urta nel gomito, o gli si frega intorno, finché si 
ristabilisce la calma, o la rottura diventa definitiva. 
Lo dice anche la canzone : 

Alighe che jè brute vite 
Di sei simpri a cuestionà; 
eh* i vi n di comparisi 
ben ben lassasi sta. 

Una costumanza friulana magistralmente descritta 
in un racconto della contessa Caterina Percoto è 
quella della Sghernete che nei villaggi del Basso Friuli 
i giovani usano fare alle ragazze. Al primo maggio 
si spargono davanti la porta di casa delle giovani 
da marito delle erbe e sostanze che hanno ognuna 
un significato ben definito. Non potendo riportare 
qui tutta intera la diffusa bellissima esposizione che 
ne lasciò V esimia scrittrice (e chi ne fosse vago di 



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— 319 — 

leggerla, la troverà nel volume de' suoi Racconti) 
mi limiterò a riportare il significato simbolico di 
certe piante e ingredienti della Sghernete, otri messo 
<lalla contessa. 

Acacie — Acacia = Mora, nera, iraconda, diffì- 
cile a trattare, (spinose). 

Bàghare — Ligustro = Ambiziosa, vanerella, 
(pucete). 

Qharbón — Carbone = Golosa di caffè. 

Qhariesàr — Ciliegio = Bella, ma superbii. 

Qhastenàr — Castagno = Senza amanti. 

Daspe — Anaspatojo = Randagia, che gira sempre 
per farsi guardare. 

Fasui — Fagiuoli = Vecchia. 

Gialùt — Erba ginestrina, trifoglio giallo ~ Gio- 
vane e bella. 

Grame — Gramigna = Malaticcia (fraidcj. 

Jerbe stizze — Scrofularia = Collerica, lasciva. 
Non vi sono uomini che bastino a contentar In. Le 
si conviene molto il — stanca non sazia — chs fu 
scagliato a Messalina. 

Latiiz — Celidonia = Macchiata di lentiggini 
(piuitade). 

Ledati — Concime = Sporca, sciatta, disoidi rutta. 

Lenghe di vaghe — Aro = Linguacciuta, rriti- 
cona, maldicente. 

Mediche — Erba Medica = Di pessimi casti imi 
(vaghe). 

Olm — Olmo = Tutti la vogliono, forse pei - 

nimia : dtich la ùl, o la ól. 

Pòi — Pioppo = Deboluccia, malaticcia, 

Itòsis — Fiori in sorte ed in ispecialità rose 
Bellezza. 



"T 



— 320 — 

'Savòz — Rospi = Misantropa, che non tratta 
con chissisia. 

Savalòn — Sabbia = Fredda, pallida. 

Saut — Sambuco = Antipatica, se la prenda chi 
vuole, (cui che sa iXlJ. 

Sémule — Crusca = Di facili costumi, civetta 
(póch di bònj. 

Siele — Segala = Vana, superba della sua bel- 
lezza. In qualche villaggio però la segala si sparge 
alle buone. 

Udr — Orno = Poltrona, dormigliona, per omo- 
nimia che dudr. 

Veli — Colzàt = Passatella, frolla, pulzellona, 
(vedrane, lade in veghoj. 

Urtie — Ortica = Cattiva, pungente. 

Ùs clopadìz — Uovo barlaccio = Putanella, che 
ha partorito (ha pierdùt un fìerj. 

Venchs — Vimini = Collerica, dispettosa. 

Zumar — Carpino = Ti amo. 

Altra usanza friulana propria specialmente della 
Carnia e del Canale del Ferro è quella delle cidulis 
o scaletis che pure ha dato il soggetto ad un altro 
bellissimo racconto della Percoto. In certi dati giorni, 
e particolarmente la vigilia della sagra del paese i 
giovanotti salgono o in qualche poggio, sgombro 
d'alberi sul davanti, a sopraccapo d'un dirupo, o 
d'una falda a forte pendio. Quivi, acceso un bel fuoco, 
vi si accerchiano allato, altri ad allestire gli schioppi 
o i mortaretti, altri, per averle pronte sottomano al- 
l' occorrenza, dispongono lis cidulis sulle braci. Non 
le son altro che scheggie di faggio, riquadrate rozza- 
mente con l'ascia a foggia di piramide molto schiac- 
ciata, sottili sul margine, traforate nel centro ; e nel 



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— 321 — 

foro. Via via che s'ha a gettarle, s'infila una verga, 
o la bacchetta di ferro d'un archibugio, con ehe le 
ritirano dal fuoco, le arrotano in mulinello attorno 
la testa, poi le scaraventano di forza. Talora gè ut 
rende lo slancio pili gagliardo sbattendole su *T ini 
pezzo d'asse inclinato a rno 1 d'un trampolino, che Iti 
fa rimbalzare ben alto, indi ricascano descrivendo 
lente lente un grand' arco; chi non lo sa, potrebbe 
scambiare que' getti infuocati per una vera pioggia 
di stelle. È una povera cosa, a dir vero, appetto alla 
gajezza ed alle sorprese dei fuochi d'artifizio; qui però 
avvi più poesia, mereecchè i pirotecnici nostrali ao- 
compagnano imprescrittibilmente il lancio di ogni 
cidule eoll'annunzio sacramentale: — Oh che fu vadi 
vadi cliente cullile a la zùvine Muriate fìe <fr Sinr 
Toìii Burli, Eh che la vadi radi! Merita notalo </he 
per quella sera non e' è nel villaggio ne un srr, riè 
un sdr, ma i capi famiglia sono tutti uguali, — $iyH 
tutti quanti. 

Quando si comincia a lanciare Ih cidulis la prima 
è in onore del Santo Protettore della Parrocchia, fa 
seconda in onor del pievano, oggidì in qualisfo vil- 
laggio anclie in onore del sindaco; poi tingono 
quelle per le ragazze. Fortunate le prime, grame 
quelle di cui nessuno si ricorda; diventeranno la 
favola del paese. Bisogna vedere con (piale trepida- 
zione le giovinette raggruppate al piano aspettano 
il proprio nome, e con (pianta gioja lo accolgono, e 
quanto se ne tengono per le archibugiate che Pilo- 
tano la loro chiamata, e come cercano indovinar 
dalla voce chi è il daino che fa la dedica della ckiute. 
L'essere dimenticate pare sia prova del disprezzo del- 
l' intero paese. E tale costumanza potrebbe forse Col- 
li 



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._ 



— 322 — 

legarsi alla seguente nota del Cameraro del Comune 
di Cividale. 

1400 — « In Domenio adì xxi di Novembri die a 
Mestri Francèsch dello Glemonaso liris xviij di cholàz 
chi el die a chello gnòt che fo lu fu (il fuoco) a cliiò 
dì Marchùs ed a chiò Luzio so mari in puarto Bra- 
sano (Porta Bressana in Cividale), diegli per giù diz 
colàz di Sèf den iij delo Uro, montavin dinas Lviij (*). 

L'amore libero, la venere vagante, è erroneamente 
ritenuta una delle piaghe della moderna società; dessa 
invece fu pur troppo la preoccupazione di tutti i 
tempi. Disposizioni di polizia, più o meno ristrettive, 
si trovano emanate ogni qual tratto, ma le evoluzioni 
postribolari, dal secolo xm alla famosa legge di Crispi 
ed ai ripari voluti da Guglielmo di Prussia, sono 
quasi sempre le stesse. Nei villaggi la giovane che 
commette un fallo e mostrata a dito, derisa, sfuggita, 
e ben difficilmente troverebbe un compaesano che la 
sposi; il timore del pubblico disprezzo induce la po- 
vera tradita a celare le conseguenze del proprio fallo, 
spingendola sino all'infanticidio. Per altro fra la ca- 
duta (V una povera contadina e la condizione di vita 
della prostituta ci corre ; V una e propria della cam- 
pagna, 1' altra diventa tale quasi sempre pei* gì' in- 
flussi cittadineschi. Non voglio dire con ciò che i 
nostri buoni villici sieno tanti san Luigi, nò le ra- 
gazze tutte caste Susanne; avvi del marcio anche fra 
loro, ma, a parità di numero, la plebe campagnola è 
molto più morale di quella della città. In campagna 
non si trovano certe vecchie Maddalene tutte rugose 
ed incanutite, le quali, dopo averne fatte di mille 



(i) Joppi. Testi inediti friulani ecc., pag. 199. 



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— 323 — 

colori, dopo essere state — Sorsoni da rio — come 
le chiamano i Veneziani, vogliono poi spacciarsi per 
tanti fior di virtìi, cercando far dimenticare le loro 
vergogne colla maldicenza e colla calunnia a danno 
degli altri. 

Si crede poter conoscere da certi segni se un 
individuo è libidinoso. Nelle ragazze è segno di la- 
scivia, T avere le sopraciglia congiunte e il fare ì 
passi molto lunghi ; così si credono libidinosi i gobbi 
e le donne zoppe. Portati per le donne sono gli uo- 
mini che hanno le narici molto dilatate e sollevate 
in modo da lasciar visibile il setto nasale. Si ripete 
anche tra il volgo friulano il proverbio latino: no- 
scitur a naso quanta sit hasta l'iris, noscitur ab ore 
quantum sit antrum virginis. 

Disposizioni relative alla prostituzione in Friuli 
ne trovai molte; mi limito però a riportarne qual- 
cuna soltanto. 

11 Comune di Cividale nello statuto del 1307 - 
1309 ( 1 ) al Cap. xui confina le meretrici nel pub- 
blico bagno, ed al successivo lxxvi sancisce grave 
multa di denari agli uomini che entrassero nel pub- 
blico bagno, senza il consentimento delle donne che 
ivi si trovassero; il cap. lxxv commina una multa 
a chi conducesse ragazze e donne, eccettuate le me- 
retrici, al Santo Sambuco. (*) 

Il Comune di Udine nel 17 ottobre 1347 bandì 
le meretrici dalla città (*); ma si capisce che il 
rimedio escogitato non diede alcun frutto, e che la 



U) Di Cicidale del Friuli e dei suoi ordinamenti amministr. giudi*. 
€ militari. Saggio del D r V. Joppi — Udine — boreiti IP92, pag. 10. 
(2) Frase che nnrora non ha trovato la sua spiegaz ooe. 
l»j A. M. U. Atin. T. I M. 43. 



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— 324 — 

mala pianta non fu estirpata. Infatti a 15 aprile 
4356 (*) il Comune dovette ordinare a Giulio Poz- 
zecco e sua moglie di licenziare alcune meretrici 
che tenevano in casa in contrada S. Francesco. 

Nel 4381 (*) il Consiglio comunale di Udine deli- 
bera che certa meretrice la quale ha male pratiche 
con Antonio figlio di Nicolò de Gabrielis, sia ban- 
dita da Udine e suo distretto per 5 anni, e se in 
quel tempo fosse ritornata in città dovesse essere 
arrestata, e tagliarlesi il naso* ed il labbro supe- 
riore e quindi condotta sopra un asino per tutta la 
città. 

Nel 42 ottobre 4388 ( 8 ) fu presa parte di ordi- 
nare ad un certo Leonardo di licenziare entro tre 
giorni alcune donne inoneste, per le quali la notte 
antecedente era stata una rissa con estrazione di armi. 

Nel 45 aprile 4390 ( 4 ), sempre ad Udine, fu presa 
parte contro certe donne, che conducevano a Venezia 
serve e balie colla scusa. che là v'era gran ricerca 
e poi le costringevano a fare le meretrici; fu com- 
minata la pena della berlina per tre giorni a chi con- 
tinuasse in quel lenocinlo; e neH'44 luglio anno 
stesso ( 5 ) fu ordinato a certe prostitute dimoranti 
fuori porta Prachiuso di trovarsi entro quattro giorni 
altre abitazioni meno in vista. 

In una deliberazione del Consiglio minore del Co- 
mune di Gemona in data 7 luglio 4404 si fissano certe 
condizioni imposte ad Andrea e Cristoforo q. m Fi- 



(1) A. M. U. Ann. T. II fol. 146. 
{2) B. C. U. Raccolta Bianchì. 
V3) A. C. U. Ann. T. IX tol. 5*. 

(4) A. C. U. Ann. T. X fol. 18. 

(5) A. C. U. Ann. T. X fol. 47. 



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— 325 — 

lippo Formentini, relative al permesso di tenere un 
bagno con stufa, e con abitazione sul situ 7 pei 1 le 
pubbliche donne e con altra deliberazione detto stesso 
Consiglio del giugno 1408 (') fu ordinato a... dì non 
tenere in sua casa pubbliche meretrici. 

Li 27 giugno 1430 (*) il Consiglio comunale di 
Udine prese parte che sia levata la stua ( 3 ) dovo 
andavano a lavarsi donne inoneste nella Roja. 

Nel 20 decembre 1482 ( 4 ) si prese parti- che sifclifl 
espulse le meretrici dai borghi di Poscolle, Castel- 
lano ecc. confinandole in luoghi appartati, ed ai 
bordelli e lupanari si mettano catenacci per cui la 
meretrici ivi rinchiuse non possano uscii v. 

Al 20 marzo 1403 ( 5 ) si deliberò che le mere- 
. trici sieno cacciate dalle stue sopra la Roja ptt'ftu) 
Sant'Antonio in giardino; e nel 20 settembre aiun» 
seguente ( 6 ) si incaricano quattro cittadini di tro- 
vare un luogo conveniente dove si possano mandare 
ad abitare le meretrici espulse dalle stue sopra hi. 
Roja in giardino. 

Non riporterò altre disposizioni che si trovami 
numerose nei registri, tendenti sempre ;i limitare la 
mala pianta, e segregare le donne di premia vita; 
citerò solo un ultimo aneddoto narrato uA diario 
inedito di Lucrezio Palladio. ( 7 ) 

— «li giugno 1705. Introdotte molle baronate 



(1) A. C. Gem. Atti del Consiglio. 
<2) A. C. U. Ann. T. XXV fol. 33. 

t3) Stue si dice in Friuli quella briglia trasversale che fiipfnt IdAcqtM 
or remi per raccoglierle in pescaja. * 

(4) A. M. U. Ann. T. XXXVI fol. 3?. 
<5) A. M. U. Ann. T. XXXVIII fol. 132. 
<«) A. M. U. Ann. T. XXXIX fol. 14. 
<7j B. C. U. Manoscritti. 



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— 326 — 

qui in città in materia di senso, et forzata una gio- 
vine di 12 anni et non più, bensì figlia di uno sbiro 
ma da un mercante di pelizerie di credito, assesti to 
da una donna delle solite in questo mestiere et prò- 
vete; ma il sbiro più onorato del stupradore si risentì 
fieramente, con minazia della vita allo stesso. L'Ecc. 
fece condur in prigione la donna mediatrice, come 
prima causa et sedutrice, et condannata alla berlina 
suo vero castigo, fu esposta air obbrobrio et inso- 
lenze del popolo, et di poi cacciata fuori di città; in 
oltre le più famose in tal materia furono condotte 
alle carceri, tre delle quali condotte per città legate 
et accompagnate d'uno mascherato con la frusta alla 
mano, et dopo aver girate molte contrade et con- 
dotte alla porta Aquileja, furono rilassate. In oltre 
nel li detti giorni altra donna di mala vita diede due 
e dpi di coltello ad un giovane foresto, et lo ferì 
malamente » — . 

Si vede che di prostitute ve ne furono in ogni 
luogo ed in ogni tempo; oggi forse sono più nume- 
rose, ma più ipocritamente si nascondono sotto la 
maschera della virtù. Hanno ragione i nostri Camici 
di osservare che: 

Non dutes las vaglies han lu zampògn 
(Non tutte le vacche portano il campanaccio). 



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Capitolo VI. 

Matrimonio, usi, costami, superstizioni per impedirlo e procurarla. 



x u detto che il matrimonio è la tomba dell' a- 
more, e la Garniella quasi quasi ciò confermerebbe 
quando canta : 

— L' alegrie .jè dai zovins, 
No (iai rimiri maridàz ; 

L' han pierdude land a messe 
In chèl di che son sposàz — . 

Ma poi, guardando il vincolo matrimoniale sotto 
altro aspetto, le ragazze soggiungono : 

— No è nissune ròbe biele 
. Come cliè di maridà; 

Prin i viei e po' anche i zovins 
Duyh e cuàngr uélin prova. 

Jè rivade alfin chò or'e 
Che anyhe jò voi a marit ; 
Ben cumò speri di gioldi 
Il tant mài eh' o hai patii - . 

Con tali sentimenti non è quindi da stupire se 
il matrimonio diventa lo scopo supremo delle ragazzi 1 , 
che vedono avvicinarsi con gioia e trepidazione il 
giorno desiderato. 



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— 328 — 

La ragazza ha in pronto il suo corredo : il mate- 
rasso e tutto il necessario per una sposa; più o meno 
paja di lenzuola a seconda della condizione, camicie, 
due o tre gonnelle bianche ed altre dette all' ita- 
liana colorate, la coltre, le coperte ed il letto di 
piuma, in cui si ha sempre l'avvertenza di collocare 
un po' di cera del triangolo pasquale, per tenere 
lontano le malìe e gli stregamenti, il diavolo e le sue 
tentazioni che condurrebbero al peccato. Lo sposo 
ha fatto apparecchiare la camera, ed eccoci al punto 
che si va a fasi mena par lenghe (fare le pubblica- 
zioni in chiesa ed al municipio). 

Riporterò qui un antico bando di matrimonio tra 
Biaggio di Chiarmazzis e Lescolla di Precenico che 
traggo dai testi inediti friulani del Joppi ('). 

— « 1432 — Honorabilis et honestis personis, la 
casòn per la quàl no sin chi vignùs e congregàs ce- 
scheduna persona lu debia savè per veritàt, et imper- 
tànt io vi voi preà per la vostra bontàt chel vi plasa 
a indindi et ascolta. Principalmentri no sin vignùs 
chi e congregàs par volè lauda lu nom del nostri 
Signor Jesu Crist, e la so dolze mari Madona Santa 
Maria, e dut li seys Senz e Sentis, e duta la Cort 
celestia; et etiamdio noi sin vignùs par casòn de 
volle compii quisti matrimoni lo quàl è stàt comen- 
zàt infra di chisti dós personis, li qual sum chi 
in vostra prisincia presentàz cum voluntàt di lòr ; 
d'-una pàrt Ser Blàs di Tondòns di villa Uarmàt 
(Qharmazis); de T- altra pàrt Lescolla figlia de Ja- 
chim de Prossinis per voleysi acompagnà in veyr 
matrimoni segunt cu si debia di rasòn fay : et inper- 



(I) Cfr. Aseftli: Archiv. Glottolog. voi. IV, pag. 215, 216. 



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— 329 — 

tànt si vi prey ceschaduna persona chi olt e in vostra 
prisintia, chi savès per qualchi differenza qi listi ma- 
trimoni no si intint chi podès fa e dilivrà per cam- 
pa tran za o per parentàt o veramintri chi lu zovin n 
la zòvina avès ad altruy imprometùt per volersi 
amaridà, lu debia di chi ad alta vòs e manifesta, ehi 
sei lu dirès fòr di chi, el no seris cridùt se non per 
un bosàr disliàl : mo vardise ogni homo che che-I dio 
la vertàt, che-1 no disès la falsitàt per la veritàt i, 

La formola usata oggidì in chiesa è assai più 
semplice. Il prete per tre feste consecutivo dall'altare 
si volge al popolo dicendo : — Si pubbliche per fa 

( prime, seconde, o tiercej volte il matriìittuti dì 

curi Cui che savès chel vi sei cuutchi legìlhn 

impedii}* ènl V è obleàt a denunzidlu. 

11 matrimonio civile fra il popolo ha Incontrato 
non poche diffidenze, alimentate dal clero; general- 
mente però lo si celebra col ritardo di qualche giorno, 
temendosi le conseguenze giuridiche che altrimenti 
potrebbero derivare ; ad ogni modo i popolani e più 
la gente del contado non danno valore se non itila 
cerimonia ecclesiastica: il contratto civile per loro 
è una seccatura di pili, una formalità di cui fareb- 
bero a meno tanto volentieri, e che a lor occhi tende 
a consacrare unioni concubinarie. 

Pochi giorni prima del matrimonio gli sposi vanno 
in canonica a di lis oraziòns, a dar prova cioè di 
conoscere bene il Catechismo e di essere edotti di 
quei doveri di cristiano che sono necessari per alle- 
vare cattolicamente la prole. 

Fatte queste pratiche, si fissa la giornata dello 
sposalizio. Il mese di maggio è ritenuto infausto per 
sposarsi, mentre luglio e febbraio son tenuti fausti. 



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— 330 — 

Nel 6 marzo del 1600 il Santo Officio incaricava 
il Rev. Donato Casella Pievano di San Quirino, di 
chiamare alcuni individui di quel paese che rifiuta- 
vano di contrarre matrimonio in maggio, e, all'eve- 
nienza, ricorrevano a pratiche supertiziose. 

Il contadino sceglie di preferenza un giorno di 
mercordì, e se non vi sono ostacoli, 1* ultimo mercordì 
di carnovale: 

— Lunis, martars, fàs la schale, 
Joibe e vinars fàs sbianca; 
Sabidin par lis veivtis 
E pò miércuz par sposa ~ . 

Sugli altri giorni si hanno queste superstizioni: 

Lvnis la sposa diventerebbe lunatiche, perciò lo sposo vi si 

oppone. 
Martars la povera ragazza sarebbe martire \ non vuole lei. 
Joibe è giorna'a delle streghe, nessuno quindi vuol correre dei 

pericoli. 
Vinars è di catiivo augurio (nefasto). Dicono anche da noi 

il proverbiò: 

Né di Venere, né di Marie — non si sposa né si parte. 
Sabide si dice : Sabide sabidine di cent une di buine, quindi 

il fidanzato vi si rifiuta per evitare il pericolo d'aver una 

cattiva moglie. 

Domenica pure nell' alto Friuli è tenuta di cat- 
tivo augurio, mentre nel Friuli pianigiano, ad Udine 
sopratutto e nei dintorni, una gran parte dei matri- 
moni si fanno in domenica. 

— « A Pasian di Prato (*) otto giorni prima gli 
sposi vanno a fare gl'inviti ognuno ai propri parenti, 



(1) Blesa Paferls - Bellarltls — Costumanze nuziali a Pasian di Prato 
— sulle Pagine Friulane — Anno II 1889, N. 4, pag. 49-51. 



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— 331 — 

punendo ben attenzione di non ommetterne qualcuno, 
perchè T invito fatto anche sette giorni prima, sa- 
rebbe tenuto ad offesa perchè troppo tardi. La vigilia 
in mlì Avemaria, lo sposo con qualche fratello, o altro 
dei parenti, va a prender la cassa od armadio (artfie), 
col carro tutto fornito di bosso e fiori. Entrati nel 
cortile, si presenta la sposa; il futuro cognato od 
altro prossimo parente le porge una bacchetta di 
legno duro, e lei gli dà un involto: egli ne toglie 
UH fazzoletto di seta a vivi colori con una bella pinie 
(frangia), e se lo appunta sul taschino della giacca; 
intanto la sposa prendendo il bachèt pei due capi, lo 
spezza col ginocchio, e senza guardare, di tutta forza 
ne getta i pezzi dietro a se; e se giungono fuori dei 
di tei confiti, restando sul tetto di qualche altra casa 
sarà fortunata » — . 

Anche gli Ebrei rompevano la verga per trarre 
i pronostici, ed i profeti Ezechiele ed Osia rimpro- 
veravano al popolo eletto di ricorrere alla divina- 
zioni delle bacchette (Rabdomanzia). 

— « Siccome i curiosi si accalcano in cortile per 
xi'di'V l'arca, e ci potrebbe essere in mezzo qualche 
strega, col rompere e lanciare la bacchetta la sposa 
rompe ogni malia. 

Caricata V arche, una sorella della sposa la ac- 
compagna alla casa maritale, tenendo nelle mani la 
rocca ed il fuso: nubentes virgines comiiaretur, coliis 
atììiftia et fusus cum stamine, diceva Plinio (vili. 48). 
Giunta alla casa del cognato, rifa il letto pegli sposi, 
poi scende in cucina dove le hanno apparecchiata la 
cena. Prima tY andarsene, vede sotto la tavola una 
cesta, T apre, vi trova una gallina nera che porta a 
casa, dove le si usa ogni possibile cura, perchè con 



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— 332 — 

quella si farà poi il primo brodo alla sposa quando 
darà alla luce una prole » — . 

Le galline nere sono sempre le migliori, lo dice 
il proverbio : 

Gialine nére fàs bon brut. 

In alcuni paesi verso San Vito al Tagliamento, 
alla vigilia dello sposalizio, il moroso va a prendere 
un gallo vivo in casa della novizza e per quella notte, 
se si vuole che il matrimonio riesca felice, devono 
dormire in casa dello sposo messeri il gallo, ed il 
compare. 

Nelle valli delle Celline dopo compiuta la ceri- 
monia del matrimonio civile lo sposo conduce all'o- 
steria il sindaco, il segretario, ed i testimoni, e paga 
uno spuntino e da bere. 

Ad Alesso, Avasinis ed altri paesi della valle del 
Melò, la cassa contenente il corredo della sposa si 
carica su d' un carro che viene trascinato a forza di 
braccia dai giovanotti del paese fra canti e grida di 
gioja. Sopra la cassa si fa sedere la santola o qualche 
altra parente. Giunti alla casa dello sposo, trovano 
chiusa la porta, picchiano e quelli di dentro doman- 
dano: — Chi è? 

« Vi conduciamo la roba della figlia che ha da 
venire. 

« Da noi non ha da venire alcuno. » 

E la commedia continua su questo tono per qual- 
che tempo, fra quelli di dentro che si rifiutano di 
aprire, e quelli di fuori, che, con un baccano india- 
volato, insistono per entrare. 

Finalmente il portone si apre, si portano in ca- 
mera le robe, poi la famiglia offre da bere ai gio- 



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— 333 — 



vanotti che fanno gli evviva agli sposi ; e tutto finisce 
in gloria. 

Verso Codroipo i buoi che tirano il carro condu- 
cente Varca son guidati dal più giovane tra i fratelli 
dello sposo, e la futura cognata gli regala in com- 
penso un fazzoletto. 

A Forgaria, a Clauzetto, e nelle vicinanze di Vito 
d'Asio, la sposa reca nel corredo anche un pannilano 
bianco, il quale servirà per accompagnare in cimitero 
i defunti della sua nuova famiglia quando vi sarà un 
funerale. 

A Treppo Gamico si sposano tra le 10 e le 11 ant.; 
la comitiva è preceduta dai suonatori. La novizza ha 
il grembiule bianco, porta in testa un velo bianco, 
ed attorno al collo un fazzoletto di scarlatto. La pie- 
tanza di prammatica sono i glialzòits. 

lu alcuni villaggi delle Basse, alla vigilia del matri- 
monio i parenti si adunano in casa dello sposo, dove 
si mangia il sufrit, una specie di sabajòn, composti» 
con latte, uova, vino, zucchero, canella ecc. 

Ecco finalmente il sospirato giorno. Lo sposo ha 
avuta la precauzione di dare le necessarie disposi- 
zioni, e tra le importanti, queste : raccomandare al 
sagrestano che per la Messa non apparecchi un altare 
dalla parte del campanile, ciocche sarebbe di pessimo 
augurio, uno dei conjugi morrebbe in breve ; met- 
tersi indosso qualche oggetto di vestiario a rovescio 
per guardarsi dalle malie ; di regola la madre ha 
1* avvertenza di regalare alla figlia un pezzo di pane 
bianco, nel quale ha confìtto due aghi in croce, e la 
sposa lo tiene in tasca come talismano che garan- 
tisce da ogni fatucchieria ; e per V identico motivo, 
giunti all' altare, deve inginocchiarsi prima la sposa, 



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— 334 — 

avendo cura di stendere un lembo del proprio grem- 
biule sotto le ginocchia del futuro marito. Neil' en- 
trare in chiesa poi, e dentro a questa, la sposa abbia 
cura che nessuna parte del suo vestito s' impigli in 
chiodi od in altre punte qualsiensi, perocché sarebbe 
questa cagione di prossimi funerali in famiglia. 

Anche il tempo che corre in quel giorno sarà 
importante per pronosticare la felicità del connubio ; 
se il cielo sarà sereno, quest' unione sarà fortunata 
e benedetta da gioje d' ogni specie ; ma se pioverà, 
sarà indizio che la povera donna dovrà versare molte 
lagrime; del pari sarebbe di pessimo augurio il vedere 
in quella mattina volare dei corvi, apportatori sempre 
di cattive notizie, lo scontrarsi in un funerale an- 
dando o tornando dalla chiesa, ed anche il solo sen- 
tire a suonare a morto nel tempo che corre fra 
l'andata ed il ritorno dalla chiesa. Si dice poi che 
le ragazze che hanno 1' abitudine di raspare colla 
polenta il sughillo dei tegami, nel giorno del matri- 
monio avranno tempo piovoso. 

Le famiglie dei due sposi sono in moto iin dal 
mattino ; s' è fatta pulizia in casa, i fidanzati vestono 
gli abiti piii belli, la donna indossa Vabit nuvizzdl, 
che in alcuni paesi del Friuli montano, per esempio 
a Chiusaforte, fu pagato dallo sposo. Varia il colore 
dell' abito da nozze a seconda dei paesi, or chiaro, 
ora oscuro; a Teglio le spose di famiglia agiata ador- 
nano il grembiule con dell' orpello dorato, e quelle 
di famiglia povera con orpello d'argento; ad Udine 
ho veduto delle artigiane in abito bianco, col velo 
nuziale (la blonde) e la corona di fiori d'arancio, 
che mi fecero sorridere, rimpiangendo la semplicità 
delle nostre campagnuole che si mettono in capo 



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. 



— 335 — 

appena un velo nero atto' a nascondere la loro com- 
mozione. 

Nelle famiglie agiate, il compare dell 9 anello fa 
un regalo alla sposa: un astuccio con gioje, pendenti, 
braccialetti, monili ecc. oppure un bel vaso di fiori 
artificiali colla sua campana di vetro soprastante, un 
vassojo d 1 argento, un cofanetto ecc. 

11 fidanzato colla compagnia de' suoi va per tempo 
a prendere la sposa; i giovani cantano, mandano 
grida di gioja e sparano pistolettate; la sposa, hi 
madre, le sorelle, piangono ed a Teglio (Tei) la prima 
deve dimostrare il suo dolore gettandosi a piangere 
sul letto che abbandonerà per sempre, e percuoten- 
dolo con pugni; i genitori benedicono la coppia, rac- 
comandano la figlia allo sposo, ed intanto gli altri 
sulla strada o nel cortile esprimono colle villotte i 
sentimenti provati dalla famiglia: 

— Doue mài-i, scucili il lassasi, 
E jò us auguri ogni ben; 
Il gnò spòs al mi «Immuni^, 
S< ugni là cui gnò cliài- ben. 

No crecleit che mi dismenti 
Di ilur. enei ch'i mi vès fat, 
Jò l'arai ben in maniere 
Che mio marìt us sèpi giat.. 

Va cnn Dio e cu la Magona 
Va cun Dio e cui Signor ! 
Jò dut. chèl che ti racomandi 
Là ch'i tu vàs mo fati onór. 

11 corteo s' avvia alla chiesa in beir ordine, a. 
coppia a coppia : di solito la sposa e il compare ne 
compongono la prima, nelle seconde viene il fidai t- 



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— 336 — 

zatn con una sorella od altra prossima parente della 
sua ] immessa, e quindi gli altri della compagnia un 

unni 1 una donna appajati, restando in ultimo i 

vecchi coi fanciulli, se ve n' è. Per istrada si man- 
iUxuì grifla d'allegria, si sparano pistolettate ed in 
qua Irli e paese si gettano ai ragazzi manate di con- 
lotti, 11 le noci e le nocciuole. 

« A San Vito al Tagliamento ('), la sposa ha coperto 
il capii rli un fazzoletto bianco raccolto sul davanti 
in limilo da coprire quasi tutta la faccia; sfoggia un 
abito nuovo, comunemente di tinta oscura; sul da- 
Vanti Ita un largo grembiule che scende quasi alla 
lunghezza dell' abito, per lo più di colore blu o celeste, 
anelli alte dita, pendenti alle orecchie, cordon d'oro 
6 granatine al collo. Non ha fiori, si avanza a testa 
bussa, rifugge dallo scambiar parole con alcuno, si 
(nostra commossa, trepidante. Le altre donne della 
nmiitiva invece vengono innanzi tutte a testa sco- 
pt'Vtu, nrnata di un gran mazzo di fiori che nel lin- 
gim^iq del popolo si denomina la palma: briose, 
allegre, disinvolte, come se quel giorno tutto il mondo 
fos£0 loro. 

Ap| iona uscite dalla casa della sposa per avviarsi 
al tempio, una di esse intuona ad altissima voce un 
cantò allusivo alla circostanza, in versi endecasillabi 
cun rime più o meno esatte, per lo più in dialetto 
veneziano. A questi versi che si vogliono rimati a 
capriccio, coi quali viene iniziato il canto dalla più 
ardita «Iella comitiva, risponde altra donna con canto 
dolls» stosso tenore, della stessa cadenza, che non 



il. Vedi Domenico Barnaba: Costumanze nuziali di San Vito al 
TafttommtQ nelle Pagine Friulane anno HI, 1890, N. 10, pag. 16» e aeg. 



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V 



— 337 — 

viene mai variato. Gli uomini non cantano; di quando 
in quando danno fuori un urlo prolungato, col quale 
intendono significare la loro allegria ». 

Rubo alla descrizione del Barnaba quattro versi 
soltanto : 

— «E la mia casa mi la gò lassada, 
Adesso me son messa sulla strada — 

Son sulla strada per andar in chiesa 

11 mio moroso me darà la vera — ecc. » — 

In chiesa la sposa resta sempre inginocchiata, e 
non alza mai la testa. Terminata la funzione, la 
comitiva riprende lo stesso ordine per ricondurre 
la sposa alla sua abitazione, essendo di prammatica 
*che quel giorno ancora ella abbia a sedersi al ban- 
chetto della casa paterna. 

Appena fuor della chiesa, le vispe contadine] le 
che fanno parte del corteo riprendono i loro canti : 

— «Adesso son legada alla cadena 
che si cena, o che non si cena — 

E legato con mi l'è mio marito, 

Oh ! questa sera cenerò pulito — ecc. » — . 

Il pranzo nuziale! una bagatella ! Non ischerzu : 
per una famiglia di poveri contadini, il pranzo nuziale 
è affare di alta importanza. Sino dalle sei ore del 
mattinò, appesa alla catena del focolajo, sta una 
caldaja da bucato. Entro la stessa (riassumo dall' ar- 
ticolo del D. r Barnaba) bollono carne bovina, anitre, 
oche, tacchini ecc. Cavati questi, e gettati in altri 
recipienti, si butta nella caldaja il riso che bolle 
per due ore, ed a mezzodì si va in tavola. Questa ò 
apparecchiata neir aja, sul fienile, o nella cucina 



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— 338 — 

coperta da due lenzuola di bucato; al posto dei fi- 
danzati, due cucchiai di stagno, e talvolta un terzo- 
pel compare; per gli altri, di legno; non piatti, non 
salviette, non posate, non bicchieri ; solo lungo 
tutta la mensa, boccali di majolica di varia portata 
a foggia differente, sbeccati, corrosi, e pieni d'un 
vino che ha molta affinità coir aceto. 

I commensali prendono posto dopo degli sposi, 
ma a tavola nessuno della famiglia della sposa; questi 
fanno da scalchi e camerieri. Si mandano in giro i 
boccali; dopo bevuto si forbiscono la bocca col dorso 
della mano, e rivolti alla sposa le augurano salute; 
finalmente viene la pappa di riso, che ha bollito per 
due ore; prima la sposa tinge il suo cueehiajo nel 
catino, poi gli altri, che e' e un catino ogni sei; con 
tutta flemma lo si vuota e viene riempito e vuotato 
nuovamente. Portati i carnami, prima si serve la 
sposa che ha una forchetta di ferro, gli altri ado- 
perano la mano e con due pietanze si mangia 

e si beve per quattro oiv di seguito. Alle quattro 
circa, levate le mense, la comitiva si dispone a tra- 
durre la sposa in casa dello sposo. I soliti pianti, 
raccomandazioni ed abbracci, e poi cantando s'arriva 
all' abitazione di lui. 

Sulla porta si presenta il padrone di casa; egli 
tiene in mano una gallina spenzolante, nell'altra un 
bicchiere di vino e due pani sopra un piattello. Un 
giovanotto del corteo si stacca dallo stesso, e a tutta 
corsa si slancia verso il padrone di casa. Sta in sua 
facoltà d' impadronirsi della gallina oppure del bic- 
chiere e del pane. Se prende la gallina, viene incontra 
alla sposa tenendo la bestia alzata, e facendole spie- 
gare le ali; se gli scappasse, sarebbe segno che la 



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— 339 — 

sposa porterà disgrazia in famiglia, e perciò, ad im- 
pedire questo guajo, la gallina, appena veduta dalla 
sposa, viene sgozzata. Se il giovinotto prende invece 
il pane ed il bicchiere, deve ugualmente venire in- 
contro alla sposa, e quando 1' ha raggiunta beve il 
vino alla di lei salute; se il pane gli cadesse di mano, 
o se il liquido sorpassasse gli orli e si spandesse, 
sarebbe questo pure segnale di sventura. 

La suocera accoglie la sposa, la bacia, la piglia 
per mano, e la conduce alla stanza nuziale, seguita 
dal corteo, dove tutti sfoggiano frizzi anche troppo 
maliziosi. Poi si torna a pranzo sissignore, un se- 
condo pranzo, alla distanza d' un' ora appena, perche 
la famiglia dello sposo non deve essere da meno di 
quella della sposa. Alle nove, dopo altre quattro ore 
di lavoro a due palmenti, pasciuti, ubbriachi, salu- 
tano e se ne vanno cantando, lasciando finalmente un 
po' di calma a quei poveretti che tanto desideravano 
di restarsene soli » — . 

A Latisana ( J ) il mecetta, cioè colui che fu il sen- 
sale del matrimonio, (in friulano missete), quando 
gli sposi ritornano di chiesa, va incontro al corteo 
nuziale, gridando entusiasticamente: — Viva la no- 
vizia, morte alla gallina, — tenendo pel collo uno 
di questi volatili e facendolo violentemente roteare 
nell'aria per ammazzarlo. La gallina deve essere 
mangiata dalla novizza alla domenica seguente. È 
assai comica la scena che fa la suocera allorché entra 
in casa la sposa; prima la invita a sedere; quindi 
le consegna in mano una scopa nuova ed a voce alta, 



(1) Dal giornale La Patria del Friuli — Venerili 4 derembie 1^1 
N. »9. 



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— 3W — 

che tutti possano udire, le dice quali sono i doveri 
di moglie, di madre e di donna di casa. 

Il primo pasto di minestra, allesso, ed arrosto, si 
fa al mezzogiorno in casa della sposa; poi si balla 
fino a notte fatta, quindi si va alla dimora deLo- 
sposo, dove ha principio un altro banchetto ancora 
più copioso del primo. La sposa brinda al pari ed 
alla mari di suo marito, e tutti bevono alla loro 
salute; quindi pasciuti e brilli tornano barcollando 
alle proprie case. Ritiratasi la giovane coppia in camera 
da letto, viene subito la suocera a spegnere il lume; 
perchè esiste ancora il pregiudizio che gli sposi non 
debbano spegnerlo, altrimenti quello dei due che lo 
facesse, morirebbe per primo. 

In altri paesi del basso Friuli sulla sinistra del 
Tagliamento, si costuma regalare alla sposa una 
gallina, o sola, o con la covata di pulcini. Ciò si fa. 
perchè altrimenti la sposa nella sua nuova famiglia 
non troverebbe che miseria ed avrebbe quindi sempre 
bisogno delle galline di sua madre. Lo sposo taglia, 
la testa alla chioccia, o gliela schiaccia contro il 
muro gridando : — Morte alla gallina e vita alla 
sposa; — che se la portasse a casa viva, la sposa 
morrebbe entro Tanno. La gallina si consegna poi 
alla sorella della sposa che la ripone nel cestello da 
lavoro della fidanzata, lo infila nel braccio e pren- 
dendo la rocca reca il tutto alla casa maritale, dove 
resta invitata a cena. 

In altri paesi, quando giunge la sposa sul portone 
di casa, la suocera le dimanda se porta acqua o fuoco ; 
va da sé che essa risponde àghe, che significa pace, 
mentre fégh vorrebbe dir guerra. A Teglio la suo- 
cera aspetta la sposa sull' uscio e mostrandole un 



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— 341 — 

mestolo le chiede chi avrà d' adoperarlo se lei o la 
sposa. Altrove, quando, finito il pranzo nella propria, 
famiglia, la sposa deve andare in casa del suo uornù 
(dal so òmj, salutati i genitori e gli altri di casa, 
sull'uscio intuona la villotta : 

Làsci pari, làsci mari, 
Jò voi vie cu la marcliade, 
Jò vi spieti su la strade 
Jò voi vie cui mio violiti. 

Ed allora la comitiva, preceduta dal suonatore chi* 
oggidì d'ordinario è un suonatore d'armonica, sr 
ne va cantando alla casa del marito ; in questa occa- 
sione la madre bacia la figlia, e fra' contadini è quello 
forse il primo bacio che le dà dopo che è uscita dal- 
l' infanzia. 

Riprenderò ora la descrizione degli usi di Pasiano 
della Fabris-Bellavitis da cui parte ricopio, parte 
riassumo. 

« Eccola, quella benedetta ultima domenica. 

c( In casa dello sposo e' è un via vai, un da fan\ 
« una confusione da non dirsi ; alle dieci mangiano 
«zuppa e gallina allessa; poi la numerosa comitiva 
« si reca dalla fidanzata. La tolgono a stento dalla 
« camera, dove parenti e amiche vogliono ajutarla ;i 
« vestirsi. Ella esce finalmente in istrada. Ha un boi 
« vestito di lana verde cupo, tutto a pieghine davanti, 
«con una larga fascia di velluto nero in fondo; sul 
« capo la velele da cui sfuggono i suoi rizzòz bruni 
«bene aggiustati sulla fronte, un pajo d'orecchini 
« lunghi, spilla, cordon d'oro, le dita cariche d'anelli 
«tiene la corona infilata sul braccio sinistro; fra la 
« palma della mano destra ed il dorso della sinistra 



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— 342 — 

« un bel fazzoletto bianco col merlo ; cammina len- 
« tamente, colla faccia china per nascondere il ros- 
ee sore ed il sorriso; ai lati le stanno due suoi fra- 

«telli; dietro colla futura cognata, lo sposo dal 

« taschino si vedono sporgere le cocche d' uno dei 
« fazzoletti rossi regalatigli dalla fidanzata ». 

Usciti di chiesa, il fidanzato passa a fianco della 
sua sposa ; la compagnia poi riconduce questa all'a- 
bitazione paterna, ed ivi si fermano i di lei parenti, 
gli altri se ne vanno col novizzo alla casa di lui. 

« Il pranzo volge alla fine, lo sposo si alza e va 
«in istalla, dov'è condannato a starsene rinchiuso 
«tutto il giorno. La comitiva dello sposo si reca a 
« complimentare la sposa, che al velo ha sostituito un 
« bel fazzoletto celeste di seta e si è messa un grem- 
« biale di seta cenere; neanche lei può uscire di casa 
« quel giorno ». 

Poi tutti insieme, anche la comitiva della sposa, 
vanno a casa del marito, suonano 1' armonica, can- 
tano villotte, auguri, scherzi più o meno leciti, e 

quindi vanno a fare una passeggiata in qualche paese 
vicino. A tarda sera finalmente ritornano, ogni com- 
pagnia va dai propri parenti; e si libera allora il 
povero prigioniero, ben annojato di passare in istalla 
uno dei giorni piii memorandi di sua vita, e con lui 
si va a prendere la nuvice. 

«Giunti air uscio lo trovano chiuso; uno incari- 
(( cato dalla comitiva, un forbito parlatore, un dotar, 
« picchia: 

« Chi è là ? 

« Amici. 

(( Che cosa volete ? 

« Noi abbiamo acquistato un diritto oggi, fra le 



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— :M3 — 

« undici e mezzogiorno, e veniamo a farlo valore. Xni 
« abbiamo perduta une tortorele. 

«Qu: non ci sono tortorelle. 

« Sì, une tortorele verduline e citasi ne, ci hanno 
« detto che si trova al numero trentanove. 

« Viòd che noi sei il citar ani e. 

«No, è il trentanove; apriteci. 

«Noi non apriamo a nessuno a quest'ora. 

« Dopo un lungo dialogo, lo sposo perde la pa- 
ce zienza e picchia lui; di dentro: 

«Chi è? 

« Son io, lo sposo. 

« Per voi si apre non uno, ma tutti due / portoti* 
« ( i battenti ). 

«La sposa è in camera circondata dalle amichi* ; 
« baci, abbracci, preghiere di compatimento di Ipì, 
«risposte consolanti dei genitori, che raccomandano 
« allo sposo di trattarla bene, darle da mangiare, nmi 
«picchiarla, e permetterle che venga a trovarli. 
«Escono: precede il suonatore d'armonica, poi una 
«lunga (ila di ragazze a braccio che cantano, poi gli 
« sposi coi parenti, ai lati alcuni mezzo brilli rischia- 
erano la via con fanaletti, torcie, zucche coi buchi 
«del naso, bocca e occhiaje e dentro un lumicino. 
«Giunti a casa dello sposo, la sorella di lui prende 
« per mano la nuvice e dice a sua madre : 

« Mari us meni tute brut (nuora). 

« Ti ringrazi po' fie che tu mi menis une bruì, 
« — risponde la vecchia, prende un bicchiere pieno dì 
« vino, e beve dicendo alla nuora: — Alla tua saluto! 
« — poi lo riempie di nuovo e glielo porge: la spisa, 
«tenendolo sospeso in alto col braccio sinistro, cinge 
« la suocera col destro e risponde: — Alla vostra! - 
« e lo vuota. 



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5 ie._ 



— 344 — 

« La cognata prende per mano la sposa e 1' intro- 
« duce in camera; la sposa le porge una lira. 

« Dopo auguri d' ogni sorta, tutta la comitiva, 
<c meno gli sposi, ritorna a casa di lei e là si balla 
« parecchie ore al suono dell' armonica. 

« L' indomani la sposa si alza la prima in casa, 
« va al pozzo, e non mancano le donnicciuole ad os- 
« servarla ; tornata a casa, appende un asciugamano 
<( dietro 1' uscio di cucina, mette sulla tavola un tova- 
« gliuolo, una camicia per la suocera, un fazzoletto 
« colorato pel suocero, uno rosso pel cognato e un 
« grembiule di regatino per ognuna delle cognate. 

« Così le feste e le regalie sono terminate ». 

Nel Friuli collinesco, la fidanzata regala due faz- 
zoletti rossi allo sposo, uno ne dà al prete, e talvolta 
uno per ciascuna alle cognate che trova in casa. In 
qualche villaggio il compare regala l'anello nuziale (la 
vere) e la sposa glielo ricambia con un altro regalo. 

Una volta eh' io fui compare, la novizza mi donò 
un cravattone uso Direttorio, a doppia molla, un 
vero comutlo ( ! ) che m'arrivava fino sotto gli orec- 
chi e con un nodo da cui uscivano le due cocche 
che giungevano a toccarmi le spalle: ma assai vistoso 
perchè screziato di tutti i più smaglianti colori del- 
l' iride. Nel ritorno dalla chiesa, due giovanotti ve- 
stiti di donna facevano tali atti e dicevano certe 
leziosaggini da far arrossire anche le eroine di Zola. 
Arrivati alla casa maritale, trovammo chiuso il por- 
tone; si picchiò, venne la suocera che chiese alla 
sposa se portava la pace in casa, le fece alcune rac- 
comandazioni, poscia le presentò la scopa; quella 

0) Collare del finimento da cavallo. 



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— 345 — 

scopò il gradino, ed allora la suocera (la madonc ì 
col boccale pieno che teneva in mano portò un brin- 
disi alla novella sua figlia, e le porse da bere; ìi 
boccale girò allo sposo, a me eh* ero il compare, ed 
agii altri della comitiva, finché fu vuotato; e, beati gli 
ultimi se hanno creanza i primi. Era una famiylu 
di agiati contadini, ed il pranzo fu fatto con tutto 
le regole. La mensa era ben imbandita, ornata cmi 
vasi e mazzi di fiori, però molti dei poveri commen- 
sali, non abituati a servirsi d'altra forchetta che di 
quella che loro avea fornito Dominedio, si trovavano 
impacciati, e finivano bene spesso col valersi detta 
mano, e ne vidi alcuni che prendevano colla for- 
chetta l'insalata, la mettevano nel palmo della sin I- 
stra, e colla mano se la cacciavano in bocca. È pro- 
prio come dice il Pellico, se non è 1' abitudine pres;i 
in famiglia, la gentilezza del trattare non s' improv- 
visa. Quante volte non ho trovato la mancanza d'ogni 
gentile sentimento proprio del rozzo villano rifatto, 
anche sotto una laurea dottorale, che non impedi \a 
la bestemmia per intercalare, fosse pure in uni 
scuola di ragazze, e la finzione del carattere proprio 
della scarpa grossa.... Ma torniamo al pranzo. 

Quando fu portato l'allesso, tutti cercavano di- 
strarre l'attenzione della sposa; avendole io diretto 
la parola, si voltò per rispondermi ed allora un> 
dei commensali le gettò pronto sul piatto il petto 
della gallina, quell'ossicino cioè che sta davanti lo 
sterno e che si chiama in dialetto la scane (la culla ) : 
fu quello il segnale d'un evviva generale. Qualclio 
volta, dopo scarnificato, P osso si getta in alto, e se 
ricade colla gobba all' insù, la prima prole sarà una 
femmina, diversamente un maschio. 



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— 310 — 

Sul finirò del pastiche ebbe anche i suoi piatti 
dolci, venne il Pievano, un prete di mondo, ma ta- 
gliato alla buona; aggradi una frittura ed un pez- 
zettino di torta, bevette un bicchiere, fece alcune 
sensate raccomandazioni sulla necessità di compatirsi 
per mantenere la pace, dicendo che in tutto bisogna 
essere tolleranti ; poi sorbito il caffè si ritrasse. An- 
che là si ballò fin circa le otto; molti s'ubbriacarono; 
poi, data la buona notte agli sposi, alcuni si fermarono 
pei- poco a cantare sotto la camera nuziale, e quindi 
fecero il giro del paese arrestandosi qua e là a far 
sentire le villette sotto le finestre delle ragazze. È 
pur frequente l'uso d'andar coli' armonica a fare 
la serenata agli sposi; nei centri più grossi, alla 
gente agiata qualche volta va la banda. 

A Gemona, prima d' andar in chiesa si prende il 
calle dalla sposa, e il past si va a farlo in casa dello 
sposo dove intervengono i parenti d' ambedue i fidan- 
zati, meno il padre e la madre della sposa. Il pranzo 
consiste in riso o zuppa, raramente gnocchi, allesso 
di bue e polleria, e vitello (piasi sempre in istillato, 
annegato in un intingolo abbondante e ben grasso, 
molto condito con cipolla, canella, brocche di garo- 
fani ree; talvolta si aggiunge del fegato fritto, poi 
formaggio e salame, e le inevitabili ciambelle (volàz 
di sopej, od audio i confotti. 

Nello valli del Melò e dell' Arzino il piatto di 
prammatica e una eolla di liso cotto nel latte, e 
condii) con tuorlo d'uova, cannella ed un po' di 
zucchero. Quando si porta in tavola il primo catino 
di quella pappa, il cuoco per primo ne raccoglie un 
cucchiajo e voltosi ai commensali lo mostra dicendo: 
— Qhalait ce ròbe — e se lo caccia in bocca. Quello 



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— 347 — 

e il segnale a cui tutti rispondono dando l'assalto 
còme a San Vito, Levate le mense, la sposa deve andar 
a risciacquare la tovaglia nell' acqua più vicina. 

In Carnia si mangiano gli agnellotti, fyhalzònsj. 
conditi con burro e ricotta vecchia grattugiata, e 
nei paesi verso Spilimbergo mi fu detto che il pranzo 
termina inevitabilmente con un bodino'di patate 
(cosa che del resto mi sembra poco verosimile, e 
che metto in dubbio anche per la fonte da cui l'at- 
tinsi ). Altrove il piatto caratteristico è un' altra 
varietà d'agnellotti (pistùm), e sono grossi gnocchi 
composti di pane grattugiato, farina di frumento» 
spinaeci pesti, uova, zucchero, uva passa, pignoli, 
cedrini, cannella ed «jltre droghe, il tutto impastato 
a freddo e quindi lessato. A Resia la comitiva è 
preceduta da tre suonatori, due violini ed un con- 
trabasso, che formano poi l' orchestra per ballare in 
casa dello sposo; e, se il tempo è bello e la strada 
è piana, alcune delle coppie procedono ballando, ai 
suono d' una nenia uniforme in tuono minore, ed a 
tempo di galoppo. Al mattino tutte le donne si riu- 
niscono in casa della sposa, tutti i maschi in casa 
dello sposo. Appena giunti, ognuno bacia il fidanzato* 
e gli fa gli augurii; lo stesso fanno le donne. A cola- 
zione si serve calle e vino bianco, quindi gli uomini 
vanno tutti a casa della sposa, e là giunti, prima l»> 
sposo, poi tutti i convitati baciano la sposa facen- 
dole augurii, e tutte le donne fanno altrettanto colto 
sposo. Destinate le coppie, si va in chiesa, ed appena 
usciti si rinnova la cerimonia dei baci e degli augurii. 
Il pranzo consiste in minestra, ordinariamente di riso, 
carne, fegato e qualche volta vitello in umido, ed altre 
pietanze, con vino, birra, calle e zigari a volontà. 



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— m — 

In qualche paese della Slavia, quando arriva la 
sposa, la suocera le oltre sulla porta di casa in un 
piatto un pane, del sale, ed un bicchiere di vino. 

A Paluzza, pure la suocera aspetta la sposa e le 
ni Tre le chiavi ed un piatto. In altri paesi della valle 
• lei Bùt, quando gli sposi sono a pranzo, un qualche 
capo ameno, ineamuflatosi in una lunga veste nera, 
barba posticcia di stoppia e parucca, una vecchia 
tuba in testa ed un grosso librone sotto il braccio, 
mette di fronte alla casa dei fidanzati una sedia sopra 
un tavolino, vi si siede sopra e comincia a leggere 

-ronostici sul celebrato matrimonio flis liendix), 
v questo lo dicono il clarinèt. fi) Alle sue arguzie 
più o meno spiritose rispondono le grida e gli ev- 
viva dei ragazzi e dei curiosi che lo circondano; quasi 
sempre egli viene poi chiamato a prender parte al 
banchetto ed alla festa. 

In molte località gli sposi si scambiano le medaglie 
die portano al collo, il che è di buon augurio; e 
sonvi pure dei paesi dove, nell' introdurre la fidan- 
zata nella camera nuziale, lo sposo le fa mangiare 
una fetta di mela cotogna, uso ricordante le antiche 
cerimonie nuziali della Grecia. 

Molte volte, prima d'andare a letto è costume 
«■he lo sposo immerga una rametta d' olivo o le dita 
lieir acqiiasantino e benedica i quattro angoli della 
umilerà nel nome dei quattro Evangelisti per tre 
volte di seguito, facendovi tre croci per ognuna. Lo 
Sposo deve occupare nel letto il posto più prossimo 
all'uscio. Ad Orcenicco di Pordenone ed in moltis- 
simi altri paesi (l'ho già avvertito), nessuno degli 
sposi vuole spegnere il lume la prima notte, poiché 
•ili ciò facesse sarebbe primo a morire, perciò od 



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— 349 — 

«entra a spegnerlo la suocera od altra prossima pa- 
rente, o lo si lascia estinguere da sé godendosi poi 
i grati effluvii del lucignolo fumigante. 

Né sono queste tutte le cerimonie in uso fra noi, 
che in fatto di matrimoni si può dire: Ogni pai$ 
la so usanze, ogni ghase il so costùm. 

In Carnia, se lo sposo è d'altro paese, deve pa- 
gare il traghèt detto altrove la stange. I giovani del 
villaggio mettendo un tavolo attraverso la strada, 
su questo collocano un bacile, bicchieri, vitto in 
fiaschi o in bottiglie a seconda della condizione eco* 
nomica dei fidanzati; uscendo di chiesa lo sposo deve 
mettere mano alla borsa e pagare il diritto di | as- 
saggio. Sopra una tavola siede in alto con sul capo 
un berrettone, il più burlone della brigata che iit da 
re; giunta la comitiva al serraglio, tutte le coppie 
bevono un sorso di vino, e mettono sul bacile una 
moneta, indi un oratore annuncia al re, dicendogli 
buffonescamente: — Sacre carogne, Tizio e Cajia SOll 
maritati, e la sposa mostra al re l'anello che ha in 
dito. 11 re finge di leggere sopra un librone dei motti 
e frizzi adatti alla circostanza, collauda, e consogna 
la carta di passo allo sposo, e i due sposi depongono 
sul bacile delle monete; — coi danari raccòlti l;i 
-gioventù danza e beve la sera brindando ai nuvhzf t 

Il traghèt (nota il Fornera, da cui ho presa questa 
descrizione) (*) ricorda probabilmente la condì/in ne 
dei servi sotto i barbari, che pagavano la lictmlitt 
o maritagium al feudatario. 

Nel Friuli alto é di metodo che, la domenica *1<*]mi 



(1) Tesare Forner* — Lis dismontadurU — Uso nuziale friniti rio — 
Udine, bardusco 1885. 



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— 350 — 

il matrimonio, lo sposo invita a pranzo i genitori di 
sua moglie e la famiglia. I novizzì vanno loro incontro 
fino a metà strada, e dopo si può dire che tutto il 
cerimoniale per la circostanza è esaurito. 

Sulle prime lo sposo accompagna sempre la moglie 
alle funzioni festive; in seguito un po' alla volta, lei 
va colle cognate o colle amiche, lui torna coi suoi 
coetanei, e molte volte pur troppo si verifica quanto 
dice il proverbio: 

.11 pi-in An, busse e hi-uzzc, 
Il secòu ri, nizze e fass«* 
Il tièrz, il malati e la male Pasche. 

Certi usi matrimoniali poi che vigevano antica- 
mente in Friuli ora sono caduti in disuso. 

L' 111.° Sig. r Comm. r Antonino di Prampero Sena- 
tore del Regno, per le nozze Schiavi - Bressanutti 
pubblicava nel 1884 trentaun documenti friulani tra 
il 12V2 ed il 1 38 ì ricordanti la costumanza di due 
doni che faceva lo sposo alla fidanzata, — Y uno 
quando questa scendeva da cavallo arrivando alla 
casa dello sposi — Dismontaduris, discensuris, Iro- 
no ranzis, jure discewmrarum, dismontadiirarum, 
palufrenatus — ; l'altro il Morghengabium o doni 
mattinali che si faceva al mattino, ante camera, in 
camera, in cubicolo, ante leclum: l'atto rogato dal 
notaio, serviva quasi di riconoscimento della moglie 
che non poteva più venir rimandata perchè corni- 
ptam. V un dono e V altro, importati il primo fra 
noi forse dai Longobardi, il secondo da quelle famiglie 
germaniche discese coi Patriarchi, si consideravano 
praeter dotem ; e consistevano in cavalli, monili, vesti,, 
denaro, servi di masnata, terreni, case ecc. 



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— 351 — 

In altra pubblicazione di 38 documenti che stanno 
fra il 1198 ed il 1299, per nozze Pecile-Kechler, lo 
stesso conte di Prampero riporta i patti dotali e fa 
notare che — « mentre in (piasi tutti gli atti si as- 
severa di contrarre il matrimonio secondo le regoli- 
delia chiesa, pure si celebravano ora in una cameni 
(caneva), ora all'aria aperta, sotto una pergola, ài la 
presenza del notajo e di molti testimoni... 11 notajo, 
od altro dei testimoni, si rivolgeva alla sposa, e (Inu- 
mandola per nome le domandava : — Lauda* iu 
semel, secando, et lercio Titilliti in tuiun maritarti ad 
leetum et disellimi secundum prcecepla Romana* Eù? 
desia* et secundum consuetudinem terree Forijitln? 
— La sposa naturalmente rispondeva — laudo. 
Le stesse domande venivano indirizzate allo sposo 
che parimenti rispondeva — biado — ; dopo di chi 1 
si davano la mano, ciò che dicevasi : subar rare, pòr- 
gere arrani. — In alcuni casi lo sposo stesso faceti 
il laudo per proprio conto, poi rivolgeva le domandi* 
alla moglie. 

Dai testi inediti friulani del .loppi ( 1 ) traggo |m 
seguente formula di : ^ 

CELEBRAZIONE MATRIMONIALE. 

— « 1354 — Verhum quod fit (piando aliquis ■ ' - 
sponsat uxorem. 

In nomine Patris, Filij, et Spiritus Sancti amen. 
In prima mentre e lo si è divignudo da Dio e fiala 
sancta mare madona sancta Maria e de li xn apo- 
stoli e di tuti li sancti e di tute le sancte e di tuta 
la cort di cel da li quali si divèn tuti li «lotici e ti il 



li) Cfr. Archiv. Glottol. Ital. dell'Ascoli voi. IV, pag. 328 e seguahte. 



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— 352 — 

(sic) li beni e tute le gratie chi noi avemo in questa 
mondo, e pò si è stado piasamento dali amisi da 
una parte e dal altra a qua al honor di Dio e dela 
mare soa congregadi e asunadi e si che ve digo e 
prego chi sei tosi nissuna persona a qua od altro 
che savese per nisun modo over causone d'enzegno, 
da rasone over di fato o per parentade o per im- 
promissione che alguni de lor avese impromitudo a 
nisuna altra persona : per la qual chose hi matri- 
monio non podese divignir, che lo debia dir a qui t 
et in presente di caschun homo, e chi selo lo dise da 
qua inanzi e lo no li vignirà cridudo e dir noi pre- 
garemo Dio e la soa mare vergine Maria che In dia 
gratia di viver un con l'altro a lungi tempi e di far 
con le cose che sia honor dal corpo e salvamento 
da la anima, e di far (ioli e (iole chi sia servidori 
di Dio — et tunc die sic. — Dona Berta laudavo 
Martin iiolo di Sabadin per vostro legitimo sposo e 
rnarido segondo comanda la rasone de la Cort da 
Roma a la Olia d'Agulea e la usanza di Friul un 
ora, T altra e la terza etc. et similiter de viro : Mar- 
tin laudavo etc. — Dayli aUi del Notajo Ermacora 
Bonomo di Billerio — Arch. notar. Udine. — Secondo 
il De Rubeis però questi matrimonii stipulati senza 
l'intervento del prete, sarebbero stati dalla chiesa 
ritenuti clandestini (*), forse però soltanto dopo il 
Concilio Tridentino. 

Il cànone vili del Concilio Friulano tenuto dal 
Patriarca Paolino nel 796, dopo aver proibito di 
contrarre matrimonii clandestini, stabilisce, che, fatta 

(1) Cfr. Fraie. tarla De Rnfcfit — Dfssertatio de vetusti* liturgici* 
alUique sacri» ritibut, qui vigebunt ulim in aliquibus Forajullensi* 
Provincie Eccietiit — Venetiis — Occhi — 1754, pag. 398. . 



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— 353 — 

la promessa, i maggiori d' età Sieno ricercati circa 
la parentela degli sposi, e raccomanda che per evi- 
tare separazioni ne venga data notizia al sacerdote, 

Bertrando Patriarca nel Concilio Provinciale del- 
l' anno 1339, riportato dal De Rubeis, statuisce che 
tutti debbano contrarre matrimonio dinanzi la chiesa, 
e nessuno ardisca divorziarsi senza aver prima con- 
sultato Archidiacono suo. 

I patti dotali più comuni erano la dote e con- 
trodote; dippiii stabilivano i metodi di successioni; 
pel caso di morte di un conjuge, con o senza prole. 
Per i matrimoni dei villici, trovo nei documenti per 
la storia del Friuli dell'abate Bianchi ( ! ) un atto 
stipulato in Faedis nel 9 decembre 1319, con cui 
Àndriaco figlio del q. m Canussio dotava Filippa sua 
figlia, la quale sposava certo Antonio figlio del q, m 
Binuty di Villafredda, ad usum de villis con un'ar- 
menta et uno v italo subtus (il vitello lattante) cani 
crocina, pelliccia, slucha y bichedo, ledo, plumacio, 
ed una Marca in denaro da pagarsi entro un anno 
dal dì che lo sposo avrebbe condotta in casa la 
fidanzata. L' uso di portare il letto e le vesti vigeva 
adunque fin d' allora in Friuli. 

Nelle Consuetudine* Gradischanae del 1577 (*) ;il 
cap. xxxiv, De dotibus et juribus mulierurn, si de- 
creta sieno di proprietà della moglie — « Vestù9 % 
paramento,, ornamenta, clenodia, bellisie, jocalia fi 
similia » — siano esse donate in occasione del ma- 
trimonio, come in qualsiasi altra circostanza. 

La necessità d'ampliare (sic) il numero dei cit- 



tì) b. e. u. Race. Bianchi Voi. I. pag. 361-6». 

(?) Per no zza Braida - Strassolde Soffamberg— Udine, Sektz 1870 pag,-it. 

ti 



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— 354 — 

ladini, induceva il Consiglio della città di Udine nei 
23 novembre 1365 a destinare tre soggetti per ca- 
dami quartiere per trattare li contratti dei matri- 
monii (*). 

Nel 4415, al 29 settembre, fu decretato che nes- 
suna donna che haverà di dote mille lire possa ma- 
ritarsi fuori di Udine, e nel 1428 al 3 febbraio fu 
anche vietato di maritarsi con forestieri. Li 28 agosto 
1460 fu confermato che nessuna fanciulla, anche 
maggiorenne, possa maritarsi fuori città, ne con 
forestieri (*). Nel 1329 al 7 aprile in Gemona, Val- 
drada vedova del fu Giacomo Fraelès dello stesso 
luogo si oppone a che sieno amministrati i sacra- 
menti a Giacobo Angolconi, se prima non dia sod- 
disfazione a lei della sua vigna di Morghengabio, 
nonché al nipote del suddetto Jacobo ( 3 ) che dete- 
nevano questi suoi beni. 

Le città del Friuli poi, quando si verificava qualche 
matrimonio di persona cospicua con cui esse avessero 
avuto delle relazioni, usavano mandare propri rap- 
presentanti ad assistere alle nozze, e fare certe spese 
doni per onorarli. 

Nel 24 febbraio 1357 il Massaro del Comune di 
Gemona nota di aver speso ducati tre (tre zecchini 
tToro) per certi giocolieri che intervennero alle nozze 
del figlio di Cassone de' Bardi, e Tanno seguente 
il Comune di Udine donava a Giuditta nipote del 
Patriarca Nicolò di Lussemburgo, in occasione delle 
di lei nozze, fiorini d' oro 60 a ragione di denari 02 
per ciascuno ; nel 7 gennaio 1366 lo stesso Comune 



(1) A. M. U. Ann. T. IV fol. 172. 

) ivi Ann. T. IV e seguenti. 
<3} Arch. Noi. Ud. originale. 



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— 355 — 

delibera di donare 100 libbre di piccoli a Federico 
di Savorgnano, in sussidio delle sue nozze, e quando 
sei anni dopo andò sposa al duca di Baviera una 
figlia del Conte di Gorizia si destinò Francesco di 
Savorgnano per rappresentare la città alle nozze, 
stabilendo di donare una gioja del valore di 40 du- 
cati ; ma sembrando che il regalo fosse troppo me- 
schino la somma fu portata a ducati 100 (*) ed il 
dono consistette in una magnifica coppa di radice di 
perla (corallo), ornata d'orò e d'argento, (*) nonché 
in cerei, candelotti e confezioni ( 3 ). 

Sposandosi nel 1381 Francesco Savorgnano la città 
per onorarlo gli regala 40 marche aquilejesi. Nel 
1384 il Massaro della città di Gemona nota la spesa 
di tre ducati pagati ai fistulatori del Patriarca che 
intervennero alle nozze del signor Rizzardo di Val- 
vasone, nonché la spesa di soldi tre per ricevere gli 
stessi fistulatori. Tre anni più tardi, lo stesso comune 
donava a Tristano di Savorgnano tre bariletti di vino 
ed una trota di libbre 10 '/ 2 e pochi mesi dipoi, al 
Nob. Simone di Colloredo Mels libbre 201 l / 2 di for- 
maggio tedesco, in occasione delle nozze del figlio a 
PolcenigD; nel 1400 dona al figlio di Giovanni Pado- 
vano dieci cucchiai d'argento con suvvi lo stemma 
di Gemona, e tre anni appresso, Giovanni Padovano 
invita il comune alle nozze del figlio Francesco ed 
il consiglio determina comperargli qualche giojello 
di cinque o sei ducati ; trascorsi altri due anni, si 
spesero ducati sei per sei cucchiai d'argento, acqui- 
stati da David ebreo, sui quali si fece poi incidere 



(I) B. C. U. Raccolta Bianchi 14 gennaio 1373. 
i2) V. Mainali* Annali T. VI. pag. 271. 
(3) Ivi pajf. 354. 



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— 356 — 

in Udine lo stemma del comune di Gemona, e fu 
mandato ser Nicolò de Cramis a farne il presente in 
Pordenone alla figlia di ser Francesco da Spilim- 
bergo ( J ). 

Nel 1446 la città di Udine invitata alle nozze di 
Venceslao di Spilimbergo destina soggetti ad inter- 
venirvi (*) e nel 1580 un cittadino viene incaricato 
di portarsi a Venezia perchè in nome della città sia 
compare dell'anello a S. E. Ascanio di Savorgnan 
che sposava una Giustiniani, coir incarico di rega- 
largli un diamante della spesa di ducati 150; a disim- 
pegnare T onorifico incarico fu destinato il signor 
Francesco Màsero ( 3 ). Nell'anno 1566 S. E. il nobile 
Francesco Duodo, mentre era Luogotenente della 
Patria, ebbe una figlia di cui fu santolo il comune 
di Udine : più tardi cioè nel 1584, quando stava per 
darle marito, il Comune stesso deliberò di fare un 
regalo alla sposina sua figlioccia a spese della città ( 4 ). 

Potrei citare numerosissimi altri esempi che om- 
metto per amore di brevità. Tornando ora ai matri- 
moni moderni dirò essere credenza molto diffusa che 
le streghe, colle loro malìe, possano togliere agli 
Sposi la possibilità di prestare il debito conjugale. 
Tale inconveniente si verifica d'ordinario nello sposo; 
e V impotenza derivante probabilmente da una ec- 
cessiva azione della fantasia sul sistema nervoso, 
vuoisi causata sempre da maleficio, per il che si 
ricorre a' filtri ed altre pratiche superstiziose. 

Anni sono, da un vecchio artiere gemonese, un 



(1) V. Arch. C. di Gemona. Atti del Massaro, anni sopra citati. 
it\ A. M. U. Ann. T. XX. 

ivi T. LX. 

ivi T. LXI fol. 3. 



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— 357 — 

parabolano ignorante, però in fama di mago e di 
medico, espillai qualche rivelazione in materia di 
filtri erotici, e dei metodi di ministrarli, cogliendo In 
una sera un po' brillo in un'osteria. Per guari re 
l'impotenza conjugale recipe: fiele di corvo ed olin 
<li sesamo, farne un'unzione ed applicarla ai geni- 
tali. Un'altra recipe, il fiele di certi pesci (ma; 
disastro irreparabile ! — il mago non seppe o non 
volle indicarmeli), con quello ungere delle bacche 
<ii ginepro, poi queste abbruciarle in camera sopra 
carboni di pino resinoso; tale suffumigio distrugge 
immediatamente ogni fatucchieria. Da altri riseppi che 
si usa la teriaca con ipperico posta come empiasti o 
sulle reni; giova pure il mangiare carne di picchio 
fritta od allessa. Mutato sistema, giovano del pari 
le benedizioni, le segnature ed altre strane cerimonia 
superstiziose. Per dirne una, s'infila il glande non 
eccitato nell' anello nuziale, pronunciando certe pa* 
role cabalistiche, atto e parole che devono ripetersi 
la mattina prima del levar del sole, o in giorno ili 
venerdì, o nell' ottavario della celebrazione del ma- 
trimonio; ripetendo nuovamente l'operazione un 
mercordì al levare del sole. Altro sistema giovevole 
del pari: fare una figurina di cera e porla suir al- 
tare quando il prete celebra la Messa ; bisogna pèrfi 
che a quella assistano entrambi gli sposi, e la mo^tio 
pronunci certe sacramentali invocazioni, maledizioni. 
e scongiuri; quindi nella notte cercherà con ogni 
mezzo di far avvicinare a sé il marito, il quuie 
raggiungerà al fine la desiderata meta, introducendo 
il sultano a Costantinopoli. 

I malefici sono anch'essi di più sistemi: però il 
più frequente, il più ovvio, sarebbe questo: il mago 



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— 358 — 

la strega che vuol portare tale sventura, dice certi 
scongiuri in tre dati diversi momenti della cerimonia 
nuziale pronunciando particolari parole ed alcuni 
versetti della Bibbia, aggiungendovi ogni volta il nome 
del coniuge che intende affatturare ; ed in pari tempo 
fa un nodo con un filo di canape, di lino, di seta, di 
lana, nppure di crine. Tale malìa è la più terribile 
e si potrà distruggerla solamente collo sciogliere 
quui nodi diabolici : ma guai se nel far ciò si rom- 
pevo sgraziatamente la gugliata!, l'inabilità diven- 
terebbe insanabile. La grande difficoltà per chi deve 
distruggere la fatucchieria consiste nel farsi venire 
In ninno il filo annodato, che la strega malefica tiene 
sempre ascoso con molta gelosia. Altri pretende che 
per praticare il sortilegio i maliardi usino fare delle 
figurine di cera che poi trafiggono ripetutamente con 
aphi roventi nella posizione del fegato e dei genitali 
Mniiìnundo la persona a cui si intende impedire l'ec- 
ci hi zinne alla copula, e la facoltà di consumarla. 

1 lalucchieri raggiungono l'intento con ricorrere 
a *■ 'tir droghe, a certi succhi, a certe piante da loro 
Supposte antiveneree; ad esempio il sale di Saturno, 

la ninphea (il nostro lavdz\ la canfora proprio 

giusto il precetto dell'antica scuola: 

Castrai, per nares 
Camphora odore niar^s. 

La precauzione migliore per impedire tutti gli 
effètti «li queste diverse pratiche, si è quella che alla 
Messa nuziale, come ho già avvertito, la sposa non 
dimentichi di esser la prima a inginocchiarsi, e di 
stendere un lembo del proprio grembiule in modo 
che Io sposo vi si inginocchi sopra; non dimentichi 



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— 359 — 

neppure, quando lo sposo le infila l' anello, d' e- 
.strarnelo sollecita, capovolgerlo, poi ricacciarselo a 
posto. 

E tali superstizioni sono antichissime. Il Marcotti 
nelle sue Donne e Monache riporta uno strano con- 
tratto stipulato nel 1316, col quale certo Nicolò pro- 
metteva ad Aquileja figlia di Nicolò Beccajo due 
Marche, a condizione ch'ella sapesse distruggere Ir 
malìe praticate a danno di Ottonello q. m Ajone di 
Medea canonico di Cividale, e restituire al mede- 
simo la piena sua potenza in virili aclione. Narra 
del pari che certa Elena Romancina, accusata come 
maga, avvelenatrice ed autrice d'incanti nelle camicie, 
nei coltelli e nei peli degli uomini, per rendere fe- 
dele un marito leggero, estirpava dei fili dalla siui 
camicia, diventando nera in viso; ficcava poi dito 
spade in una trave perchè un giovane avesse mar- 
tello di lei ; bruciava sambuco e poneva foglie d' e- 
dera in una scodella d'acqua pretendendo conoscere 
cosi quelli che le volevano bene; e a due donne che 
la richiedevano d'incanto commetteva che si spoglias- 
sero nude entrambe, e colle treccie sciolte. 

Anche le leggi erano severissime in proposito. Gli 
statuti di Pordenone e di Concordia, i soli tra quelli 
del Friuli, fin' ora pubblicati, che trattino di questa 
materia, dispongono : 

« Item, si quis incantationes, malefìcia, vel sortes, 
« verbo vel facto, potu vel cibo fecerit, propter qitffc 
« aliquis infatuetur, vel coire cum aliqua mulieiv 
« non poterit sed ad imam solam mulierem dumtaxat 
« aiìectionem habeat, et cum ista sola carnalem co- 
4i pulam, in primo casu, quod fuerit aliquid infatuatila, 
4L igne concremetur, in aliis vero puniatur in libris 



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— 360 — 

« centum parvorum, vel pedem amittat, et perpetua 
« exuletur ». 

Il vicario generale della diocesi d'Aquileja, addì 
20 luglio 1481, faceva pubblicare nella chiesa di Pal- 
mata, ora distrutta, che esisteva nei pressi di Pal- 
manova, come Nicolò -Giovanni de Malisani e Gio- 
vanna q. m Tomadino di Palmata avessero contratto 
matrimonio, ma non potessero consumarlo per ma- 
leiicio praticato contro di essi ; ordinava perciò di 
toglierlo sotto pena della scomunica maggiore, e, non 
obbedendo, gli autori sarebbero pubblicati excomuni- 
catos ad sonum campana et cum candelis accensis (*). 

Nel 24 gennaio 1568 il celebre Vicario Giacomo 
Ma racco scriveva al Pievano di San Giorgio di Cilli 
prrchè investigasse e punisse gli autori di uno di 
tali maleficii, praticato contro Giovanni Aureli della 
Villa di Cherdorf (*). 

Processi per questo genere di maleficii ne furono 
incoati dal Sant' Officio contro Gaspare Agnesino di 
Polcenigo cui era stata maestra certa Lucia detta la 
Ilei lita della villa di San Giovanni; Gaspare fu con- 
dannato a 15 giorni di prigione nelle carceri di quel 
castello, ed a stare per tre giorni festivi alla porta 
dèlia chiesa parrocchiale con una candela accesa nelle 
mani, e poscia a chieder perdono al popolo dello 
scandalo dato : Lucia sua complice s'ebbe tre ore di 
berlina e poscia dovette starsene essa pure tre feste 
colla candela sulla porta della chiesa e chiedere per- 
dono al popolo. 

Zanutto Bevilacqua di Firmano e Gregorio Col- 



li) Arch. Pati*. Ud., voi. IO pajr. 388 versus, 
li) ivi voi. 45 pag. 10 recto. 



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— 361 — 

larig ebbero pure non lievi brighe, il primo quali s 
autore d' un maleficio, l'altro per averlo guarito 
usando di certe erbe e virgulti. 

Domenico Totoo Schiavo, della villa di Brazzà ma- 
leficio un certo Valentino Slavo di Santa Margherita, 
che aveva sposata Domenica della villa di Reana, e 
ciò fece ad istanza di Paola madre di esso Valentino, 
che avea avversato sempre quel matrimonio. 

Furono processati eziandio Simone Flabutti di 
Porcia, e due volte Narda q. m Paolo Vergolin di Oleis, 
per aver frapposto impedimenti alla consumazione 
del matrimonio. Per aver invece sanati gì' impedi- 
menti, ricorrendo pure alla lor VQlta ai sortilegi 
dovettero comparire al Tribunale certo Giovanni da 
Oderzo, la maga Narda q. m Pascolo Vergolin da Olois 
ed il di lei padre, il quale, oltre che sanare gì' im- 
pedimenti, sapeva far restar gravide le donne; e per 
analogo titolo inoltre furono processate Lucia della 
villa di Cinto, presso Concordia, Giacomo Zanon di 
Cordenons, il quale, persuaso da Benedetto del Zotto 
della sua villa, si presentò alla celebre maga Giacoma 
Pittacola e questa gli diede un rimedio superstizioso 
che lo guarì; consultò la Pittacola anche certo Ni- 
colò del Pezzòt dello stesso paese, per liberare dal- 
l'impedimento un proprio figlio. In altri processi si 
confessa che il rimedio adottato consisteva nell' ori- 
nare (mingere) attraverso della toppa di qualche 
chiesa : ciò fecero, ad esempio, per tre mesi di seguite 
Valentino de Valentinis, spadaro da San Daniele, nella 
chiesa di Sant' Antonio del suo paese, avendo appreso 
questo specifico da Valentino abitante in borgo Prac- 
chiuso ad Udine; e Sebastiano della Masòn di San 
Quirino di Pordenone, a cui fu insegnato da Giacomo 



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I 



— 362 — 

Cocolan mugnajo ; e Gaspare spadaro della stessa città,. 
il quale anche, per conto di Antonio Porcia, con una 
lima nuova limò il battaglio d' una campana, e quella- 
limatura il Porcia metteva in infusione nel vino che 
poi beveva. 

Queste le pratiche usate e che si usano anche og- 
gidì nei matrimoni in primi voti ; ma nei matrimoni 
in cui uno dei coniugi era vedovo v'è un'altra con- 
suetudine, generale non solo in Friuli, ma credo in 
tutta l'Italia pur anco: la scornata o scampanata, la 
balarele, o sdrondenade, o qhalderade, come la diciam 
noi. Il poeta Zorutti che la prese per soggetto d'uno 
de* suoi briosi componimenti la descrive così : 

«Savarès che è V usance in tai vilàz, 
Cuànd che un vedul si dà une maridade, 
Cun fressoiìs, chahlirs e chadenàz, 
Sot. i balcòns di fai la sdrondenade, 
Cussi in mièz ai fracas e a lis vilotis, 
Lis dolcezzis d'amor son interotis». 

I vedovi si sposano quasi sempre a notte fatta, 
Oppure alla mattina prima dell'alba, per evitare l'ac- 
compagnamento rumoroso; con tutto ciò ben difficil- 
mente si impedisce alla plebaglia di fare quel chiasso, 
che molte volte, pur troppo, si risolve in dolorose 
conseguenze. Ricordo che alcuni anni fa nel paese 
di Buia fu sparata una schioppettata a grossi pallini, 
restando feriti parecchi, ed uccisi dei fanciulli; con 
che il povero vecchio sposo andò a godersi in car- 
cere la luna di miele, lontano dalla dolce metà. 

La sdrondenade si fa percuotendo casseruole, 
piatti, secchi ed altri recipienti di rame o di ferro r 
strascinando sul selciato bidoni in latta di quelli 



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— 363 — 

per contenere il petrolio, o cassoni di tavole, vuoti, 
fischiando, urlando, facendo insomma un rumore as- 
sordante che sembra un vero pandemonio. Se i no- 
velli sposi fossero ambedue vedovi, la sdrondetuuhi 
si rinnova per tre sere di seguito. 

Anche in antico vigeva questa costumanza da mi 
si poteva esimersi pagando una taglia. 

Una sentenza del 27 gennaio 1611 ordina clip la 
taglia pagata dagli sposi sig. Antonio Astolfi e sigtìora 
Anna vedova del q. m Carlo Mandello di Borgo Item- 
ela in Udine ( 4 ) sia devoluta per ragione di domi- 
cilio agli abitanti del borgo stesso, esclusi quelli -li 
Bertaldia, e che la somma sia destinata alla costru- 
zione del pozzo di Borgo Ronchi. 

In altro documento del 21 luglio 1776, da me pub- 
blicato per nozze Rizzi -Murerò (*), gli uomini < H he 
componevano la vicinia di Chiusa, — « addunati in 
conseglio, hanno tansato inesser Zuane q. m Giacomo 
Marcòn, passato in questi ultimi giorni alle seco ntte 
nozze per la cahlerata solita a farsi in simili èaàì, 
come hanno sempre costumato a tutti per consue- 
tudine antica, dico l'hanno tansato in L. 30. — , 
cioè L. 12. — da applicarsi alla Veneranda Chiesa <(ì 
San Antonio in Casasola, L. 12. — in tante S. Messi» 
per le anime purganti, e L. 6. — a beneficio dellì 
uomini suddetti, la qual somma, detto Marcòn dovrà 
pagarla effettivamente entro il corrente mese; iti 
diffetto, gli saranno levati tanti effetti. Come pure 
Andrea q. m Antonio Marcòn, passato alle secoml< 
nozze fu tansato ut supra L. 12. — , cioè L. 8. — alla 



<l) A. M. U. ex A (Hi g anno 101 1. 

it) Udine, tipografia della Patria del Friuli — 1889. 



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I 



— 364 — 

Veneranda Chiesa suddetta, e L. 4: — a prò delli so- 
pradetti uomini ; queste debba pagarle entro il pross* 
veni Agosto. Così etc. 

Ignazio Marcòn scrivano » — 

Nota appiedi del foglio. 

— «1790. N.B. — L'Eccel. Regimento d'Udine 
proibisce quaquale (sic) Tansa per maritaggi, e casi 
per passaggio d'un fuoco all'altro della sposa o sposo, 
e però la parte suddetta in avvenire non forma con- 
suetudine, onde nulla etc (*) » — 

La cancelleria abbaziale di Moggio, dalla cui giu- 
risdizione dipendeva la Chiusa avea resa esecutiva 
la deliberazione stessa, come risulta da quest'altro 
documento pubblicato anch'esso in aggiunta: 

Capita ne ti*, et Jndlees 

Ad istanza dell' On.° Comun di Chiusa assuntòr 
di Giud. di M r Antonio Battistutto, per il Pub. N.° 
Ministro resti intimato a Zuane q. m Giacomo Mar- 
còn di Roveredo, come contradice al tal mandato 
4 corr.** perchè quello revochi tamquam male etc. 
avendoli il detto Comun fattoli levare i pegni per 
non aver voluto pagar la Tansa impostali, come 
l'antichissima consuetudine, per esser passato alle 
2 de nozze, anzi dovrà in termine di g. nl 3 pros.* vent.' 
redimer coli' effettivo esborso di L. 30. — di Tansa 
impostoli, e spese, le tre sue caldiere di peso in tutte 
con tutto ferro di L. e 14.6, altrimenti protesta senz' al- 



ci) Dal Registro delle parti e deliberazioni delPon. Comune di Chiosa 
ed annesse ville — dall' anno 1772 al 1778 a carte 34 — Arch. Comunale 
di Chiusa forte. 



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— 365 — 

tre notizie di passar alla vendita d'esse; che tanto 
ex abundanti, et sine pregiudizio, et aliter, et in 
quantum etc. 



Moggio 8 agosto 1776. 

(Locus Sigilli) 



Il V. Cariceli.' flrm. Mm * — 



Per opinione di molti, più che fonte di dome- 
stiche gioje le seconde nozze sarebbero sorgente <tt 
dolori; lo dice il proverbio: 

€ I vedui il prin àn a vain, 
Il secònd an se passio, 
Il tierz àn se ridin. » 

E ciò perchè non hanno più le diuturna que- 
stioni col coniuge. 

Quando in un matrimonio c'entra la discordia, 
in quella casa non v'è più benèssere: 

L' è un gran grop il matrimoni, 
Sòl la muàrt a lu disfàs; 
Ma s' a r entre pò il demoni 
Dut il ben a sinde làt. 

e perciò si evitano possibilmente i litigi, e si ricorre 
anche a pratiche superstiziose per riacquistare P af- 
fetto del conjuge. 

Nel 1610 frate Orazio di Adria Minore Osservante 
fu denunciato al Sant'Officio per aver insegnato ad 
una donna a fare certi brevi, mercè i quali avrebbe 
potuto riacquistare P amore del marito. 

Uno dei capi di accusa nel processo contro Mar- 
gherita moglie a Pietro Mussielli di Gemona (Vedi 



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— 366 — 

capo X.) è pur quello d'aver insegnato a qualche co- 
ma iv dei mezzi superstiziosi per riconciliarsi col 
mariti». 

Quando poi il padre passa a seconde nozze, la 
matrigna sarà sempre una disgrazia per i figli; per 
essi non potrà certamente nutrire l'affetto che por- 
terei >be alle proprie creature, ed anzi que' poveretti 
finiranno quasi sempre col perdere anche l' amore 
<l< I padre. Si dice: 

cui che Pha madiigne, l'ha anche pailreu. 

Molto espressivo è anche quest'altro dettato, a 
dimostrare come tutte le matrigne sieno cattive coi 
figliastri. Dice — che una volta ne fecero una di 
zucchero, ed anche quella era amara. — 

Quando la discordia giunge ad un certo punto 
oggidì nasce la separazione, o tacitamente fra i con- 
iugi o regolata dalla legge; anticamente in Friuli 
era ammesso il divorzio. 

In una sentenza del 1318 Siurido arcidiacono del 
Capitolo di Cividale scioglie il matrimonio di Sabioca 
di Pers, desiderosa d'aver figli, mentre erale toccato 
un impotente per marito, epperò le permette di pas- 
sare ad altre nozze (*). 

Altra sentenza di divorzio fu pronunciata dall'A- 
bate di Moggio nel 18 aprile 1341 per isciogliere 
il matrimonio tra Vitale q. m Stefano di Enemonzo 
e Nicola q. m Daniele di Chiusa. La causa era pro- 
mossa dalla moglie per impotenza ; ma essendosi 
alle visite e perizie avuta l' apparenza contraria 



::. C. U. Race. Bianchi. 



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— 367 — 

alla querela, F abate ordinò che gli sposi vivessero 
insieme per tre anni, dando opera alla Copula e.„„. 
pregando il Signore per il buon esito. Senonchè, 
dopo i tre anni ricomparvero i suddesci itti, mu- 
rando d'aver dato opera invano: e perciò il 

divorzio fu pronunziato, con la facoltà (spècie alla 
donna incolpevole) di riconiugarsi (*). 



(I) B. C. U. Race. Bianchi. 



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J 



Capitolo VII. 



Gravidanza, parto, battesimo, allattamento, allevamento della 
prole ; — nsì, costami, credenze, superstizioni a qoelli 
relativi. 



— Si sta póch a mandasi, 
Si sta póch a di di sì, 
Si sta póch a lamentasi, 
Cuànd eh' a Tè passàt un dì. 

Oh! denànt di maridàsi 
Nome tòsìs, nome flòrs, 
E pò dòpo maridadis 
Nome spinis e dolórs. 

A maridàsi si entre in pròle, 
Si sta pòch a tributa. ..... 

Ma pentisi plui no zove, 

Si è tal bai, si scuèn baia. — 

Queste tre villotte friulane rispecchiano con ve- 
rità la condizione di non pochi matrimoni del nostro 
popolo. 

La novella sposa non conosce le abitudini e gli 
usi della famiglia in cui è venuta ad abitare, e se 
talvolta, nel disimpegno delle proprie incombenze, 
anche involontariamente agisce in modo da non con- 
servare le tradizioni domestiche, nascono subito so- 
spetti che sia venuta a spadroneggiare, a introdurre 
innovazioni, niente meno che una mezza rivoluzione. 



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— 369 — 

Per dippiù trova spesse volte delle cognate invidiose 
che la guardano come un* intrusa, che non sanno 
perdonarle d'aver portato un corredo migliore del 
loro, pronte al contrario a rinfacciarle la sua povertà 
se ha qualche cencio di meno. Ben presto comin- 
ciano i dispettucci, le gùérricciole ; le più anziane, 
gelose della padronanza, cercano far gravare sulla 
nuova venuta il peso della loro autorità, questa la 
notte si lamenta col marito, il quale, sul principio, 
procura d'acquetare la moglie, poi si prova a dire 
una parola alle altre donne; ma le buone intenzioni 
approdano quasi sempre a tutt' altro fine. Una parola 
tira l'altra, finche l'uomo lascia capire che il mondo 
è abbastanza largo per poter vivere anche fuori 
della famiglia, ed una divisione mette fine alle 
questioni. 

Ma quand'anche le cose sotto questo riguardo 
procedano meglio, quand'anche non si vada fino alle 
ultime conseguenze, è però sempre vero il proverbio 
che per non avere rumori ci vogliano: 

— Une passare par vile, 
Une /emine par chase, 
Une còcule par sach. — 

Per altre donne diversa è la fonte dei loro dolori. 
Il marito non ha abitudini casalinghe, è dedito al vino, 
torna a casa ubbriaco, e non poche volte, percuote 
vigliaccamente la donna. La poesia vernacola ne ri- 
specchia il triste destino con acerbo verismo: 

— Oh ! ma prin di mandasi, 
Si ha ce grazie che si ùl ; 

E pò dòpo maridadis. 
Nome patàs e pìs tal cui; 



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— 370 — 

Altre volte lo sposo convive colla moglie un mese 
appena, quindi si parte per andar a lavorare fuori 
di paese, in Germania, in Ungheria, negli Stati Bal- 
canici ecc., e, come ho detto in altro capitolo, qualche 
fiata si dimentica di lei e dei figli, per restare as- 
sente anni ed anni a convivere con altra donna di 
mala vita; per buona ventura, i mariti di tal fatta 
sono rari, da contarseli quasi su per le dita. 

Se le cose procedono regolarmente, non vi sono 
discordie, non guerre : gli sposi si amano, il matri- 
monio segue le leggi di natura e la donna lascia 
capire che fra qualche mese la famiglia aumenterà. 

In tale stato occorrono dei riguardi, delle pre- 
cauzioni. Eccone qualcuna: nel far la maglia abbia 
attenzione che il refe non le si attortigli al collo, 
altrimenti il figlio nascerà colla camicia; scopando 
le stanze la gestante deve avvertire di non gettare 
le spazzature sulle gambe di un uomo ammogliato : 
facendo ciò non avrebbe che femmine e nessun figlio 
maschio; una donna gravida non passi mai sopra 
corde tese perchè avrebbe difficoltà nel parto; non 
si guardi mai nello specchio, perchè in quello ve- 
drebbe il diavolo ed abortirebbe dallo spavento. Si 
crede che o dall'epoca in cui la donna rimase in- 
cinta, o dalla posizione tenuta nell'atto venereo, o 
dalla maggiore vigoria nell'atto stesso da parte del 
marito o della moglie, oppure dai cibi e bevande 
somministrati dipenda l'avere figli di sesso masco- 
lino o femminino. 

Si hanno degl'indizi per conoscere il sesso del 
feto. È comune il detto: Panza spantia, una bella 
fia; — se durante la gravidanza la donna è soggetta 
a malinconia, darà alla luce una bambina; se saprà 



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— 371 — 

mantenersi allegra e di buon umore avrà in; bel 
maschiotto. 

Se poi la gravidanza tarda a manifestarsi, allora 
si ricorre al sortilegio. 

Negli statuti di Pordenone e di Concordia era 
stabilita la pena di 25 libbre di piccoli o la fusti- 
gazione per colui che, senza il consiglio del medico, - 
Salamandram, vel mandragoram, seu aliam pòlity* 
nem dederit ut impregnetur, e se dal fatto ne fòsse 
venuta la morte di qualcuno, toccava finirla sul rògo, 

Per aver somministrato di tali pozioni nel 1590 
Narcisa del Coni da Udine, moglie a Francese.» -Jrl 
Reu di Morsano fu citata a giustificarsi dinanzi il 
Santo Officio: tre anni più tardi Antonia moglie <li 
Francesco Girana da Pordenone corse egual Ventura 

perchè, ritenendosi sterile avea preso di tali - 

dicamenti. 

Ben poche sono le cure ed i riguardi igieniei i he 
si usano alla donna del popolo durante la gesta /ini ir. 
Essa continua ad accudire alle facende domèstiche, 
ai lavori campestri, anche faticosi, quasi fino agli ul- 
timi giorni, e talvolta fino all'ultimo istante. C 8£ù 

una villica degli stavoli di Gemona che si portò w 
vangare il sorgo in compagnia del marito finn in 
Qhanètj due o tre miglia discosta da casa sua, e elie 
dopo lavorato l'intera giornata, sorpresa repentina- 
mente dalle doglie, per non partorire in aperta cam* 
pagna, dovette pregare d'essere accolta in una rasa 
vicina, e di lì a mezz'ora appena diede alla luca im 
bambino: e due giorni dopo tornò ai domestici lari 
col suo neonato in braccio rifacendo la via col ca- 
vallo di San Francesco. 

Pochi anni or sono altra donna di Costami i lino, 



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— 372 — 

piccola frazione del comune di Chiusaforte, benché 
prossima al parto, scese al mattino in paese per 
prendere uno staio di sorgo per farselo macinare. 
Correva una rigida giornata d'inverno e la neve ca- 
deva fitta e continua; la povera donna col suo sacco 
di farina sulle spalle, cominciò l'ascesa della ripida 
e lunga costiera procurando affrettare il passo per 
non essere sorpresa così sola dalla notte per quegli 
anfratti. Il peso soverchio, la fatica del salire e del 
rompere la neve già alta più d'un palmo, affrettarono 
le doglie, e la infelice, costretta a cucciarsi alla 
meglio sotto una roccia, vi partorì un bambino, lo 
involse nella gonna, e, lasciato il sacco, si trascinò 
lino a casa. Alcune sue buone conoscenti andarono 
a prenderle la farina e sepellire il sangue sparso 
sulla neve. In onta a tutto ciò, dopo due o tre giorni, 
la madre ed il neonato godevano ottima salute. 

Anche queste però sono eccezioni; la maggior 
parte delle donne, entrando nell'ultimo mese, usano 
certe cautele; una parente di fiducia viene a dormire 
la notte colla pregnante, la quale ha quasi sempre 
la precauzione ! di prendere antecipatamente due o 
tro once d'olio di ricino per rinfrescarsi! 

Non pochi sono i villaggi, anzi i comuni intieri 
di campagna che mancano della levatrice; le povere 
donne sono costrette per turno ad assistersi l'una 
l'altra; solo ne' parti difficili e laboriosi si ricorre 
al medico. In molti paesi si usa far partorire la donna 
su una sedia arrovesciata, e se per le doglie non 
vuole star ferma la legano; molte donne si rifiutano 
di partorire sul letto perchè dicono che in tal caso 
sarebbero esposte a morte sicura. Nei paesi di mon- 
tagna dove le donne fin da giovanette portano il 



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— 373 — 

fascio del fieno od il gerlo, vanno soggette a defor- 
mazioni del bacino : per queste il chirurgo deve star 
sovente al porto d'armi col forcipe alla mano. 

I campagnoli avranno molti difetti, (e chi si può- 
dir senza?) ma hanno anche delle buone qualità, e 
fra queste al mio avviso va messo al posto d'onore 
quello spirito di solidarietà e di verace carità cri- 
stiana, per cui nei bisogni si ajutano e si soccorrono 
mutuamente, e non per ostentazione, ma per uma- 
nità e per sentimento sincero. Nelle disgrazie seguono 
la massima : uno per tutti e tutti per uno. Oggi a 
me, domani a te, dicono essi quando accorrono con 
un certo piacere in soccorso di chi ne abbisogna, sia 
perchè convinti di praticare una buona azione, come 
perchè sanno di acquistare diritto alla reciprocanza. 
Qualche rara volta viene in aiuto la carità pubblica; 
cosi per esempio trovo negli atti del Comune di Udine 
che fino dal 1437 addì 21 maggio si fece V elemosina 
di una marca ad una povera donna che avea parto- 
rito due gemelli. 

Appena le doglie si manifestano, bisogna star 
bene attenti che non vi sieno matasse sul dipanatojo, 
perchè la partoriente correrebbe allora grave peri- 
colo ; se poi nel tempo che durano le fatiche del 
parto, qualcuno imprudentemente dipanasse in casa, 
ne morrebbe inevitabilmente la madre od il bambino. 
All' aprirsi del parto {rompisi lis dghisj, si ammazza 
la gallina nera (cfr. antec. cap.), la si allessa e se ne 
somministra il brodo alla puerpera. 

II bambino si fascia, e si nicchia in una piccola 
culla formata d'assi oppure contesta di vimini. Presso 
certuni, anche oggidì, vige però pur troppo l'abuso 
di allogarlo sul letto matrimoniale, costumanza vie- 



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— 374 — 

tata ancora dal Patriarca Bertrando nel suo Concilio 
Provinciale del 1339, a motivo che non poche volte 
i poveri infanti (egli dice) vi rimasero soffocati. 

Dopo il parto ordinariamente si usa il riguardo 
di tenere la camera all'oscuro, di non far strepiti 
in vicinanza, e di non entrarvi con odori addosso. 

Se un bambino nasce col bel tempo, dicesi che 
avrà un temperamento allegro, gioviale, e sarà sempre 
contento; se nasce in una giornata di vento, avrà 
vita burrascosa; se colla pioggia o la neve, sarà po- 
vero ; se mentre grandina od è forte burrasca, mo- 
rirli giovine. Anche il giorno della settimana ha sulle 
nascita le sue influenze e può decidere della durata 
della vita, della salute, del temperamento e della sorte 
drl neonato; non potei raccogliere quali rapporti ci 
corrano fra quei dati giorni e quella data ventura, 
so dire soltanto che il nascere in domenica od in 
mercordi è d'ottimo augurio. Agli impazienti e furiosi 
negli affari si usa domandare: Sestu nassilt tant in 
premure? quasiché chi è nato in poco tempo abbia 
T Istinto della fretta nello sbrigare le sue faccende 
\}ùt tutta la vita. 

L'Iti nasce colla camicia, (colla placenta addosso), 
è avventurato. Anche in altre parti d'Italia c'è la 
dizione variata, — nascer vestito — che poi torna 
lo stesso; dicesi poi che nacque scalzo (nassiit di- 
seùlz ), chi venne al mondo per illeciti amori. 

Quando si ha in casa un bambino, si procura di 
non lasciarlo vedere, specie alle donne, e alle vecchie 
sopratutto, che possono essere streghe, e lo ponno 
stregare. A cansare questo pericolo si suole mettere 
nelle fasce, e sopra la culla una rametta d'olivo be- 
nedetto, una medaglia, un grano d'incenso, uno sca- 



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— 375 — 

polare, o qualche amuleto composto con sgocciola- 
ture del cero e triangolo pasquale, sale benedetto ecc. 

Nei primi mesi di vita d'un bambino, è prudente 
di non rifiutare mai ad alcuno la carità, ma farla 
anzi prontamente, generosa, e con maniere gentili ; 
così pure prima e dopo il parto, a tutti i saluti, è 
prudente rispondere sempre: Sia lodato Gesù Cristo, 
perchè sul parto sono facilissime le malìe. 

Nadalia moglie a Marco della Guarda di Rutars 
fu accusata alla Santa inquisizione di essere entrata 
un giorno nella casa di Sabiduzza moglie di Mattia 
della stessa villa, e, senza dir parola né chiedere 
alcunché, d' essersi diretta alla culla in cui giaceva 
un bambinello figlio di Sabiduzza, e d'averlo baciato. 
Uscita Natalia, il bambino cominciò a piangere e non 
si quetò piti se non quando il prete gì' impartì 
una benedizione. Ed anche la madre avrebbe sofferte 
le conseguenze di quel bacio, dappoiché da quel 
momento perdette il latte, e fu poi ridotta in fui 
di vita. 

Una donna appena sgravata pregò sua figlia che 
le portasse un po' di brodo, ma avendo presa la sco- 
della inavvertitamente colla mano sinistra, non potè 
berne nemmeno un sorso; gliene portarono subito 
dell' altro ; lo prese colla destra e quello l' appetì 
moltissimo, e vuotò la scodella. Sarebbe pure grave 
imprudenza andar a lavare le lenzuola ed altre tele 
macchiate nel parto, fuori di casa in acque stagnanti 
ed anche correnti. Bisogna risciacquarle senza uscire 
dal portone; l'acqua sporca poi non bisogna vuo- 
tarla sulla strada, ma gettarla in terreno che l'assorba 
facilmente; v'è perfino chi, prima di versarla, scioglie 
in quella due o tre granelli di sale, infesto sempre 



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— 376 — 

alle streghe. Verso Codroipo (*) si obbliga la povera 
madre a stare immobile per otto giorni colle braccia 
in croce, tenendosi al petto la sua creaturina, altri- 
menti quella non avrebbe più bene. La madre allatta 
da sola il bambino, ma se per fatalità il latte tarda 
oltre l'usato a comparire, v'è quasi sempre qualche 
buona vicina che s'offre spontanea a far da mamma 
infrattanto al nuovo arrivato. Ma qualche volta le stre- 
ghe commettono i loro sortilegi, e tolgono il latte 
alle povere madri; allora si ricorre alle benedicole, 
si fanno segnare (preentare) le mammelle; quello di 
chiamare il medico è quasi sempre l'ultimo pensiero. 

Caterina moglie di Giorgio di San Daniele nel 1599 
dovette rispondere al Santo Officio perchè avea fatto 
scomparire il latte ad una nutrice, ma poi, minac- 
ciata dal parentado, glieF avea dovuto rendere. 

Invece la moglie di Giacomo Ciani da Bertiolo, 
venendole poco latte, aperse una noce, ne levò i ghe- 
rigli, e ne empì un mezzo guscio col proprio latte, 
quindi la rinchiuse riunendone i due gusci, ed ottu- 
randone i buchi colla cera. Ciò fatto poco tardò a 
venire a conoscenza che la tal di tale non poteva 
orinare, che avea dovuto esperire tutti i rimedi, ma 
senza frutto : da ultimo se la vide comparire a casa 
a domandarle perdono. Ecco, la grazia è fatta, la noce 
è aperta, — per l' una cessa sull' istante la scarsità 
del latte, per l' altra il malefico ostruzionismo. 

Antonio Mora di Pozzuolo fu processato perchè 
ricorse ai sortilegi onde far venire il latte ad una 
sua figliola che avea partorito. Nel 1641 Maddalena 
Slava fu accusata di aver posto del fiele in bocca a 



(1) Elei» Fairii • BellATitlt — Un genio— Udine. Barduaco, 1*87, pag. 60 



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— 377 — 

un bambino, pronunciando a bassa voce certe parole 
perchè il piccino non voleva poppare: — e non 
faceva mistero delle virtù del suo incantamento, che 
anzi lo confidò alla stessa madre del bimbo con as- 
sicurarla che quell'operazione non era peccato. Nt*l 
1645 Gasparina Busetti da Visinale fa scomparire il 
latte a Caterina moglie di Sebastiano Felcari, ma 
tosto glielo rende, perchè intimorita dalle minaccie 
del marito. 

L'egregio D. r Magrini (il vecchio) distintissimo 
medico del Canale di Gorto in Carnia, parecchi anni 
or sono ebbe a narrarmi questo caso. Fu chiamato 
una volta nel villaggio di Sappada per una puerpera 
che si lamentava di male alle mammelle. La povera 
ed ignorante paziente gemeva fra i più crudi dolori, 
però si rifiutava a discoprirsi. Insistendo il Magrini 
di volerla esaminare, un po' colle buone, un po' vio- 
lentemente, finì con levarle le coperte e restò me- 
ravigliato al vedere due turgidissime poppe tutte do- 
rate ! La povera giovane, che soffriva per qualche 
screpolatura ai capezzoli s' era lamentata con un 
vecchio ed ignorante prete del paese il quale si pensò 
guarirla con codesto strano specifico : in primis et 
ante omnia applicarle sul petto scoperto quattro cro- 
cioni, ed una delle sue benedizioni, e poi, foderar- 
glielo tutto quanto con delle fogliuzze d'oro spalmato 
di bianco d' uova affinchè aderissero alla cute. Se- 
condo lui, la doratura dovea bastare per guarirla 
completamente. Il medico ebbe il suo da fare a le- 
varle la doratura, e dovette poi praticare delle inci- 
sioni, che forse non sarebbero state necessarie senza 
la strana cura del capellano. — Se al bambino si fa 
cambiare latte troppe volte, si ammalerà e potrà 



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— 378 — 

perfino morirne. Se una nutrice spruzzasse il proprio 
latte sul fuoco, le scomparirebbe subito. Per farlo 
sparire con rimedi ordinari costumano ricorrere ai 
decotti di prezzemolo o fiori d'uva. 

La donna dovrebbe usarsi i maggiori riguardi 
tlnpi) il parto, anzi dice un nostro proverbio che la 
(emine ha v torte la sepolture per cuarante dis dopo 
itnl puri; perciò nei paesi più colti, dove per la po- 
\< i :i j nadre s'ha pure qualche attenzione, non la si 
lascia uscire di casa se non passati trenta o qua- 
ìanta giorni. 

La puerpera non deve cucire nò stancare gli 
ocelli in altri lavori minuti perchè ne perderebbe la 
vista ; nella sua camera poi non bisogna entrare con 
fiori, né con altre sostanze odorose indosso. 

Allfi Basse, dopo i brodi di una od al più due gal- 
lina si amministrano alle puerpere le zuppe di pan 
bollito, condite con olio comune, qualche uovo, e 
lauto vino quanto basta ad inzuppare un mezzo pane. 

A Tlambro una giovane puerpera ebbe dalla suo- 
cera V ordine d'andar a raccogliere un po' di prez- 
zenmlOj (piando non era. ancora uscita di casa, ne 
si;i( ;i itila Messa. Xon trovando la chiave della por- 
ticina che dal cortile conduceva nell'orto, dietro con- 
siglio della suocera, uscì nella strada per prenderne 
una manata attraverso la palizzata di clausura. S'era 
appena abbassata per introdurre il braccio fra le 
è tacconate che s'intese passare in mano un mazzo 
di prezzemolo, senza vedervi anima viva; tornata a 
casa ili corsa e sbigottita, narrò l'accaduto alla suo- 
ot;i, la (piale colpita da un sinistro presentimento 
mandò subito per il prete onde venisse a benedirla; 
non arrivò in tempo, che in manco d' un' ora la po- 



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— 379 — 

veretta era stata sana e morta; spirata appena, il 
suo corpo s'era rigonfio. 

Quando è finito il puerperio che d' ordinario dura 
un quaranta giorni (alle Basse soltanto una trentina) 
la donna deve innanzi tutto andare ad ascoltar Messa 
(là a glesiej per la purificazione ; se per avventura, 
alla prima uscita si fosse cacciata in qualche casa 
vi avrebbe recata la mala ventura. 

L'accompagnano alla Messa la madre od altra pa- 
rente nell'Alto Friuli, ed in pianura le è scorta la 
levatrice. Finché non sono tornate dalla Messa, le 
puerpere devono sempre tenere indosso la corona 
con appesavi una medaglia od un Crocifisso. Verso 
Lestizza e Codroipo la prima puerpera che va in 
Chiesa dopo la benedizione dell'acqua deve regalare 
al prete un cappone o tre lire: in Carnia, ove le 
lire scarseggiano, e i capponi mancano affatto, se ne 
sfangano con un capretto. 

A Resia, qualche settimana dopo il parto, la puer- 
pera si presenta alla porta della Chiesa coperta da 
capo a piedi da un bianco lenzuolo o da una gran 
pezza di tela, talvolta sovrapposto a questa, portano 
in testa il cappello. Ricevuta la benedizione ed in- 
trodotta nel santuario, depone la bianca sopravveste 
e torna a casa co' suoi bruno abiti campestri. Abi- 
tudini e costumanze siffatte potrebbero indurre il 
sospetto che il nostro popolo ritragga dagli Ebrei, 
che reputavano la donna da parto diventata immonda, 
e che le sia necessaria la Messa per purificarla e per 
ribenedirla. Quando la donna ritorna a casa dalla 
Chiesa in molti paesi usa farsi una lauta colazione, 
od un pranzetto proporzionato alle condizioni eco- 
nomiche della famiglia. In Carnia, nel Canal di S. 



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— 380 — 

Pietro, e forse altrove si fa trattamento cu lis zopis 
indoradis, inaffìate senza risparmio col sufrit: se poi 
i compari non vi potessero intervenire, si manda a 
casa loro la razione che gli tocca. 

Il dì stesso della nascita, o pochi giorni dopo il 
bambino si porta a battezzare. Il padre artigiano o 
campagnolo si procura due padrini, possibilmente 
nelle famiglie benestanti e civili affinchè Tajutino a 
portar la moglie fuori del parto: ed anche un po' 
perchè gli sembra un onore diventar compare dei 
pezzi grossi, dei primi magnati del paese, dei so- 
pracciò, e se ne tiene; anzi quando gli avviene di 
nominarli, non ommette mai di ripetere: Mio com- 
pare signor Dottore, signor Scinico ecc. — Quando 
un contadino vuole invitare qualcuno ad essergli 
compare, suole pregarlo con questa formula : — che 
voglia ajutarlo nel compiere un'opera buona, a far 
yn nuovo cristiano. 

Fra campagnuoli di solito si riproducono i vecchi 
nomi di famiglia: Biagio, Domenico, Pietro, Giacomo, 
Giovanni ecc. pei maschi, Maria, Lucia, Caterina e 
simili per le femmine. In alcuni paesi però è penetrata 
una mania di innovazione, onde non è raro udir chia- 
mare non solo un Vittorio, un Garibaldi ed un'Italia, 
ma eziandio un Dante, un Duilio, e perfino un Ciglio- 
secco ed Ostia nato — il nome del figlio d'Ettore 
con un po' di storpiatura. Il primo nome di regola 
lo designa il padre, il secondo e il terzo i padrini, 
per deferenza ai quali il neonato frequentemente ne 
eredita il nome. 

Per portare il piccino alla Chiesa, se nel comune 
e' è la levatrice, questa ha una o due arche più o 
meno artistiche che presta alle famiglie a seconda 



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— 381 — 

della loro condizione economica, e nei battesimi dei 
ricchi ella pure s'accamufla nelle vesti più suntuose; 
ma dove non si ha V ostetrica, la creaturina si porta 
su d'un cuscino, coprendola con un velo bianco spie- 
gato sulle spalle della portatrice e incrociato sul da- 
vanti, tanto da schermire dall' aria il fantolino : se 
non si ha il velo, si ripiega con un fazzoletto colo- 
rato o con una tovaglia. Nel Basso Friuli la porta- 
trice deve avere un gran velo che arrivi a coprirle 
tutte le spalle ed anche l'archetta. Tanto in questa 
che nelle fascie si mette sempre un rametto d'olivo, 
una medaglia ed un rosario. Uscendo dalla porta di 
casa, la portatrice deve volgere il bambino in modo 
che metta fuori prima il capo poi i piedi, diversa- 
mente sarebbe un pessimo augurio ; coi piedi innanzi 
se n'escono i morti, perciò quel povero bambino 
morrebbe giovine. Se per una inavvertenza la por- 
tatrice non osservasse questa precauzione, e qualcuno 
se ne accorgesse, la si fa rientrare in casa e poi 
riuscire, ma con la testina del neonato innanzi, af- 
fine di rompere il malaugurio. Alle Basse si suonano 
le campane quando si porta a battezzare un maschio, 
altrove si suona anche per i battesimi delle donne. 

Guai se uno dei padrini, e particolarmente quello 
che porta il bambino, sbagliasse nel recitare il creifo; 
il povero battezzando, cresciuto, udrebbe e vedrebbe 
gli spiriti; in altri paesi invece v' è la credenza che 
egli diventerebbe balbuziente. Se poi il curato nel 
rilasciare la fede di battesimo vi fa uno sgorbio, 
e, peggio ancora, uno sbaguo nella firma, il pove- 
retto non avrà la ragione interamente a posto. 

Finita la cerimonia, i compadri danno la mancia 
a chi porta, ed alla levatrice dov' è; si pratica anche 



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— 382 — 

talora di deporre tra le fasce del bimbo qualche 
moneta per la madre. 

In Andreis, Barcis, Claut, Cimolais ecc. si met- 
tono nelle fasce 2, 5, 10 e fin 20 lire, e qualche volta 
se la puerpera è povera s' uniscono parecchi com- 
padri, perchè l'offerta sia generosa. 

La portatrice si becca mezza lira, o tutt' al pili 
la lira intiera da entrambi i santoli, e la mammana 
altrettanto. Alla madre poi il regalo si proporziona 
al bisogno della puerpera, ed alle condizioni econo- 
miche dei padrini. In alcuni paesi si suole inviare 
alla puerpera un regalo 1' indomani della cerimonia 
(Icloèz), che consiste in pane, vino, uova, oppure in 
una o due bottiglie, e chi ha maggiori mezzi aggiunge 
delle ciambelle (colàz di sape/, dello zucchero e del 
caffè. A Resia poi si fa un regalo destinato al bam- 
bino, ordinariamente 20 lire, e qualche volta anche 
30 e più. La levatrice mette il' gruppo col denaro 
nelle fasce del bambino, o lo porta direttamente alla 
madre. Anche le amiche, nel far visita alla puerpera 
(letoane o laloane — che allatta?), le portano in 
regalo un pane, o del vino, del caffè, dello zucchero, 
aranci ecc. e non poche volte l'ammalata, abusan- 
done, fa poi una malattia. Dopo la cerimonia il pa- 
dre va all'osteria coi padrini; qualche rara volta 
v' intervengono pure il prete battezzatore ed il sagri- 
stano assistente: ma pel consueto l'opera di costoro si 
compensa in danaro. In alcuni paesi v'è l'usanza di 
regalare al prete un fazzoletto ed una candela pro- 
porzionata, nel peso, alle condizioni economiche della 
famiglia, candela che i ricchi adornano con un bel 
nastro. Nei paesi verso Codroipo, alla levatrice si 
regalano tre lire, un pesinale di granoturco (circa 



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— 383 — 

12 litri), e la s' invita a pranzo per tre giorni ; al 
prete si dà un chilo di minestra, l'elemosina per la 
Messa, e da cinque a dieci uova. 

Anticamente, secondo il De Rubeis (*) il battesimo 
si amministrava nel Sabato Santo, ed alla vigilia 
delle Pentecoste; prima ai maschi, poi alle femmine 
(pag. 338). In que' tempi il padrino pel Battesimo 
era pur quello della Cresima (pag. 303). 

Se il bambino che si tiene al Battesimo viene a 
morire, ella è una fortuna pei santoli : avranno cosi 
un angelo di più a pregar per loro in paradiso, 

È quasi generale la brutta costumanza di strin- 
gere i bambini nelle fascio, com'è pur generale ia 
credenza, che a lasciarli piangere in culla non sof- 
frano, che il singhiozzo ed il pianto fanno crescere 
il cuore, e che lasciandoli nel sudiciume senza la- 
varli, ingrassino; ma si baderà in compenso che uùu 
tocchino cibi salati perche darebbero nel tisica e 
che non assaggino mai vino perchè ne potrebbero 
morire; lo dice anche il proverbio: làt e vìn, matte 
il bambìn. 

Durante 1' allattamento si badi a non recidere ai 
bambini, né le unghie ne i capelli, sino a un arimi 
compito, — il taglio delle unghie a quell'età pò- 
trebbe sviluppare l'istinto del ladro; ma il ta-liu 
de' capelli che cosa può produrre? forse un fnit<\ n 
una monaca?... — non s' ha mai di misurarli, di pe- 
sarli, ne farne il ritratto, — potrebbe arresta rsriic 
por sempre lo sviluppo, e forse forse accelerami' la 
morte. Generale è anche il pregiudizio che l'uomo 



(I) Cfr. Frane. Mari* De Rubeis — Dissertano de vetustis Liturgici* 
aliisquc sacri* ritibus qui vigebant olim in aliquibu* Forojuhenti* 
Provincia* Ecclesia — Veneta*, Occhi, 1754. 



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— 384 — 

nasca in oggi più malizioso, ma in compenso eziandio 
più gracile, più piccolo che una volta, insomma 
degenerato tanto nel fisico che nel morale. 

Quando si sciolgono le campane al Sabato Santo, 
le madri procurano fare star ritti i lor bambini e 
far loro muovere i primi passi, riconfidandosi così 
che fissano avviarsi più presto a camminare da sé. 

Se il piccino muore in fasce, ma dopo battezzato, 
i genitori non s'accorano tanto; è un angelo in cielo 
»li piti; lo dice anche la carniella che canta; 

Fòssio muarte pioinine, 
Cuànd ch'i vevi vòt, dfs, dìs; 
E me mari contentine 
A su verni in parade. 

Nessun maggior dolore invece di quello di sapere 
eli** la povera animuccia è nel limbo, perchè non 
battezzata ; con tale pensiero non poche delle assi- 
stenti al parto, se questo presenta delle difficoltà o 
i\r\ pericoli, battezzano i bambini nell'alvo materno 
fi ttiin Vaghe). Tale era poi anticamente il timore 
di perdere quelle anime che induceva a battezzarli 
umhe morti; stantechè nell'Archivio ex Patriarcale 
di Udine trovai un mònito del Patriarca Giovanni 
Dettino in data 20 dicembre 1063 (') al pievano d'In- 
vili ino, al curato di Lauco e al capellano di Tra va 
col quale, accordando agli uomini di quei comuni la 
chiesta proroga fino all'estate, per trattare dei bat- 
tesimi ministrati a fanciulli morti, raccomandava ai 
preti medesimi d'invigilare perchè nel frattempo 
stranezze siffatte non avessero a rinnovarsi, e ne mi- 
naccia gli autori di castigarli a proprio arbitrio. 



ti) Arch. Arci*. U. yoI. CXXX1X pag C. 



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— 385 — 

Nel 1579 due coniugi si presentarono spontanei 
a don Scipione Bonaveris Vicario Generale di Con- 
cordia, perchè la donna avea abortito. Il vicario le 
impose la penitenza di digiunare a pane ed acqua 
qualibet feria sexta e di recitare tre volte il Pater 
noster e l'Ave Maria; ma per tal fatto il Bonaveris 
fu accusato d'eresia, e dovette comparire dinanzi al 
Santo Officio. 

Nel 1599 Elisabetta moglie a Giuseppe Lanz mer- 
cante di Venzone fu processata dalla Inquisizione 
perchè, avendo toccato il ventre pregnante di certa 
Caterina, chiese alla stessa nove scheggie tolte dalle 
travi del tetto di casa sua con questo ordine: una 
sì ed una no ; appena consegnatele, la Caterina abortì 
e non potè aver più prole. 

Un figlio maschio legittimo che nascesse in coda 
a sei sorelle, possederà grande virtù per sanare le 
malattie ; aumenterebbe cotale virtù, s'ei fosse il primo 
de' maschi, e dove arriverebbe mai quand' esso per 
giunta fosse anche figlio postumo ! I fanciulli nati 
nel Venerdì Santo hanno anch'essi la virtù di gua- 
rire, ma le febbri soltanto. 

Da molti si crede che certi poveri bambini che 
nascono colla camicia (involti nella placenta o nel 
cordone umbelicale) sono stregati ancor prima di 
nascere. La madre fa benedire la carnicina, un pan- 
nilino od una fascia che devono sempre tenersi ad- 
dosso, inette loro al collo un rosario, un abitino 
(pazienzie) od una medaglia benedetta, fa celebrare 
delle Messe, prega, e cerca con ogni mezzo allonta- 
nare T influenza diabolica ; sopra tutto insegna alla 
creaturina che quando è chiamata risponda sempre: 
ben ? in tal caso le streghe stesse saranno costrette 



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— 386 — 

a soggiungere : Dio ti dei dal ben ; altri dicono che 
la strega dovrebbe rispondere : // Signor tu hds 
tal sen; ma se il bambino invece rispondesse: ce? 
(che cosa vuoi?) — alla chiamata, la strega sog- 
giungendo : — ben, ven cun me, — l'avrebbe legato 
irreparabilmente all' inferno : diventerebbe Strega, 
Stregone o Bellandante e dovrebbe intervenire alle 
tregende (avvertasi che gli stregoni provetti vi ar- 
rivano a cavalluccio dei novellini, — è il tirocinio 
che hanno a subire nei primi anni)! E in quei primi 
anni tanto i maschi che le femmine sono spesso ca- 
gionevoli, e soggetti a gravi sofferenze; onde il meglio 
per loro sarebbe di morir giovani (*). 

Un processo del Santo Officio ci spiega come na- 
scono i Bellandanti o Benandanti come dicevasi al- 
lora, e come si possa distruggere la cattiva influenza. 

Caterina Domenatti, levatrice di Monfalcone, nel 
4587 confessò che un fanciullo, qui ex utero matris 
pedibus interpoxitis exivit sarebbe stato Benandante, 
di quelli che intervengono alla tregenda. Essa per 
iscongiurare la malìa, con un doppio legaccio fissò 
il neonato ad uno spiedo, e per tre volte lo fece gi- 
rare attorno al fuoco. Assolta, si buscò la penitenza 
di stare, durante la Messa solenne, inginocchiata 
fuori della chiesa di Sant'Ambrogio di Monfalcone 
con una candela accesa nelle mani, indi il Pievano, 
neir introdurla in chiesa dovea rendere pubblica 
ragione di quella penitenza ad esempio degli altri ; 
coir obbligo a lei in aggiunta di recitare inginoc- 
chiata il Rosario per otto giorni, e di digiunare per 
due venerdì consecutivi. 

(1) Cfr. Eleni Ftbris - BelUvitis. — Nata colla camicia — Nel Giornale 
di Udine, 2 agosto 1890, N. 183. 



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— 387 — 

Se tanta cura si ha per salvare le anime dei bam- 
bini, maggiore ancora è il gaudio di poter acqui- 
stare al cielo l'anima di chi, già grande, non appar- 
tenendo al cattolicismo, sarebbe inevitabilmente dan- 
nato alla perdizione. L' intolleranza religiosa v an- 
cora una delle caratteristiche delle nostre plebi, Le 
quali non hanno saputo per anco educarsi ul più 
nobile ed elevato principio evangelico, — la libertà 
di coscienza, — predicata da Cristo col: qui Villi 
venire post me. Del rimanente è compatibile il con- 
tadino, se T intolleranza domina fino nei più alti 
gradi della gerarchia ecclesiastica: ed il contegno 
dello stesso Pio IX nei fatti del fanciulletto israelita 
Mortara informi. Al postutto noi Italiani possiamo 
anche dirci abbastanza rispettosi, se guardia ino al- 
l' intolleranza religiosa ed all'antisemitismo che qua 
e là rifigliano nella dotta Germania, nell'Apostolica 
Austria, nella Russia Ortodossa, proprio ai dì nostri* 
all'agonia di questo secolo dei lumi e delle scoperte- 
Quando un adulto si fa cristiano, alla cerimonia 
si suole dare la maggior possibile solennità; In stesso, 
ed anche più si faceva nei secoli passati. 

Nell'Archivio Comunale di Udine è conservato il 
ricordo di numerose feste fatte pel battesimo di Ebrei 
e di Turchi convertiti al cattolicismo, ai curali la 
città usava fare delle elemosine. Ne sfoglierà alcuni 
soltanto : 

1522. — Si danno Ducati 3 ad un Ebreo che si 
fa battezzare (*). 

1520. — Si danno Due. 10 in aumento di dote ad 
un' Ebrea fatta cristiana (*). 

(1) A. M. U. Ex Arili T. IX fui. 31. 
(2/ » Alinal. T. XLV fui. 103. 



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— 388 — 

1549. — Il Consiglio Comunale delibera sia tenuto 
a battesimo un Turco che vuol farsi cristiano (*). 

M503. — Si danno Due. 10 ad un Ebreo battezzato 
in duomo col nome di Odorico (*). 

1804. — Si stabilisce dal Consiglio di tenere a bat- 
tesimo certo Eleazaro Ebreo, regalandolo di Due. 50 ( 3 ). 

4013. — Il Comune diventa padrino d' un Ebreo 
di Belgrado, e gli vien data una limosina di Due. 
25 (*). Nell'anno stesso diventa pure padrino di certa 
LttZZàtto Ebrea da San Daniele ( 5 ). 

Ma la solennità più clamorosa fu nel 1617 {*). In 
una seduta consigliare del 2i aprile fu stabilito di 
teucre a battesimo quattro Turchi che erano nell'e- 
sercito Veneto, con limosina di Ducati 20. Fu eretto 
il battistero per l' occasione nel mezzo della chiesa 
metropolitana: furono padrini i deputati della città, 
e la funzione fu celebrata da Monsignor Francesco 
Franco Canonico, Vicario Patriarcale. I battezzati 
furono : 

Ali di Gioffer da Turnau — nominato Marco, pa- 
drino Fabio della Forza. 

Memèt di Ossian da Jcnisscr — nominato Gio- 
vanni, padrino Tomaso D. r Candido. 

Ali di Mustafà da Archirò Castri — nominato 
Fortunato, padrino Celso di Trento. 

Ali de Musli da Metelino — nominato Antonio, 
padrino Giovanni Gorgo. 

Tanta fu la folla che assistette alla funzione da 



(1)A. 


M. U. 


Annal 


T. LII fol. 154. 


<*> 


» 


» 


T. LVI1I fol. 16. 


« 


» 


» 


T. LXVII fol. 115. 


Hi 


» 


» 


T. LX1X fol. 143. 


15) 


» 


» 


» » » 149. 


n 


» 


» 


T. LXX fol. 177. 



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— 389 — 

esserne zeppo il duomo ed il cimitero circostante ; 
e che più? nel bacile per l'elemosina si raccolsero 
nientemeno che lire 27 e soldi 4! 

Sin alla caduta della Repubblica le conversioni 
di Turchi ed Ebrei alla fede di Cristo erano fre- 
quenti, e se ne fece accurata memoria in quegli atti; 
ma per non annojare i lettori, ommetterò ulteriori 
citazioni. 

Altra costumanza dei tempi andati era quella che, 
quando al Veneto Luogotenente nasceva un figlio, si 
facevano le felicitazioni in forma pubblica. Nel 171 1 (*) 
essendo nata una figlia al Luogotenente Girolamo 
Gradenigo, i Deputati della città mandarono a con- 
gratularsi un Cancelliere del Comune, ed a chiedere 
un' ora di destinarsi da S. E. per andare officialmente 
a offrirgliene i mi -rallegro in nome della città. Fu 
destinato l'indomani 20 giugno a ore 14, e v'inter- 
vennero i signori Dottori colla toga, i non Dottori 
in abito nero e spada, i popolani in abito nero an- 
ch'essi, ma senza spada, furono ricevuti solennemente 
ed accompagnati giusta l'uso dei ricevimenti. 

La città costituivasi talora padrina del neonato, 
deputando all'effetto taluno de' suoi patrizii a rap- 
presentarla ed offerire dei regali; così fece nel llifiO 
per una figlia di S. E. Francesco Duodo, dieci anni 
dopo per un figlio di Giustiniano Giustinian, 8 nel 
1588 per uno di Bernardo Nani, e non era questìi 
usanza riserbata solo per la prole dei Luogotenenti, 
ma per quella altresì dei Tesorieri, dei Mini scalchi 
ecc. ( 2 ). 



(1) A. M. U. Volumi — C. T. VI fol. 279. 

i2i » Ancal. T. LVI e seguenti (vedi negl'indici degli stessi). 



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— 390 — 

La figlia di S. E. Girolamo Dona, Tesoriero nel 
1588, fu pur tenuta a battesimo a nome del Comune, 
e le fu donata una collana del valore di L. 219. 
Pel figlio di Alvise Contarmi Luogotenente fu auto- 
rizzata la spesa di Ducati 250, — giustamente però, 
l'egregio Magistrato vietò l'esagerata spesa, non 
volendo che per un lusso servile fosse gravato il 
bilancio del Comune. 

Anche l'uso dei registri battesimali è antichissimo 
fra noi; quelli di Gemona rimontano al 1276. Nelle 
note del Massaro trovai fra altre : « — 1384, a pre 
Justo per eh' arsòn che scrive li fantolini che si 
batiza — soldi 40 — ». 

Quando il bambino tocca i quattro o cinque mesi 
di vita, oltre al latte gli si dà anche un po' di pappa 
fatta con pane grattugiato bollito nel brodo o nel- 
1' acqua, condita di zucchero e latte. Per invogliare 
i piccini al cibo, le mamme glielo presentano in un 
cucchiaino (sempre di legno o d'osso) che gli fanno 
girare per qualche istante dinanzi la bocca dicendo : 
ghiso, ghiso, gliiso, affo! ed il bambino ridendo s'in- 
goja la sua pappardella. 

Verso l'anno, se altri motivi non obbligano prima, 
il piccino viene slattato. Qualche madre usa intin- 
gere i capezzoli con teriaca od altra sostanza di 
cattivo odore perchè il bambino vi rifugga; altre lo 
mandano a dormire per qualche notte con altra donna, 
in altra camera. 

Per ajutare la dentizione ai bambini si appende 
al collo una radice di viola ciocca, o un bocciuolo 
<F avorio, eh' essi mettono in bocca e cercano mor- 
dere; ai figli dei ricchi si appende al collo una cate- 
nella d'argento, alla quale, oltre la solita radice, sono 



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— 391 — 

attaccati un piccolo sonaglio, una crocetta e qualche 
volta una medaglia o la chiavetta di San Valentino. 

I popolani devono staccarsi sovente dalla loro 
prole, che rimane in abbandono, prima nella cucina,. 
quindi nel cortile. E quanto spesso non si leggono 
poi sui giornali le gravi disgrazie di cadute, d'ab- 
bruciature, d'annegamento loro toccati ? Non faccia- 
mone tanta colpa ai poveri contadini, se una teorica 
educativa troppo positivista ci viene ad insegnare 
che i fanciulli si lascino pure andar nei pericoli ; 
facendosi male sapranno poi guardarsene da soli, 
anche dopo che si saranno forse rovinata la salute 
per sempre : come se potesse bastare un solo acci- 
dente a guarire la sventataggine e leggerezza infan- 
tile, e non dovesse contribuirvi pure il consiglio, la 
guida, T autorità dei genitori, autorità che andrà poi 
man mano diminuendo eoll'aiimentare dell'esperienza 
nei giovani. Quanto spesso i fanciulli vanno nei pe- 
ricoli, e si salvano non si sa come: quasi, quasi, si 
sarebbe tentati a credere al proverbio : — I frùz 
han ximpri V Afpuil custode pront a salvdju. 

In generale le buone madri si curano di sorve- 
gliale T educazione morale della prole, inculcando 
sempre la massima: frùz ciui frùz, frutis cuti fntlis 
— in opposizione a quella teoria odierna che vu- 
gheggierebbe la promiscuità dei sessi anche nelle 
scuole secondarie. Vi sono però dei paesi dove si 
tollera un assoluto comunismo, per esempio in Alcuni 
villaggi della valle del Melò, dove in estate occorre 
d' incontrare soventi adolescenti d'ambi i sessi girare 
pel villaggio in camicia fino air età della pubertà, e 
peggio diguazzarsi insieme nuotando nella più inde- 
cente nudità. 



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— 392 — 

In molti paesi si manda la prole alle scuole pri- 
mate, veri bugigattoli privi d' aria e di luce, dove i 
poveri piccini sono tenuti inchiodati sugli scanni da 
mattina a sera, sotto la guida d' una brontolona 
vecchia beghina, che li obbliga quasi tutto il giorno 
a snocciolare Paternostri ed Ave Marie, insegnando 
alle bambine a fare prima il legaccio, poi la calza, 
ed a furia di scapellotti e castighi costringendo quelle 
povere vittime ad imparar a leggere compitando al- 
l' antica, od a contare meccanicamente dall' uno al 
cento. Né a dir vero con tanta lustra di scuole e 
d' ispettori s'è progredito di molto, nella soppressione 
di questi reclusori* . 

I contadini che non hanno prole rit'rano bene 
spesso qualcuno degli esposti dall'ospitale, e se lo 
adottano per figlio (fi d'anime). 

Altro gravissimo difetto nell'allevamento della 
prole si è il brutto vezzo di spaventare frequente- 
mente i bimbi con minaccio : — or ora verrà il 
diavolo a portarti via ; o i morti, o il babao a ti- 
rarli pei piedi la notte. Io stesso rammento ancora 
gli sforzi durati per vincere le stupide paure postemi 
in corpo da una sgraziata fantesca co' suoi racconti 
terrificanti, quello sopratutto del calzolaio che si 
piantò a bello studio una notte a vigilare in una 
casa di fantasmi ; — ode una voce giù dal camino che 
gli domanda : Butio ? — e lui risponde : bute, bute ! 
e si vede capitar giù prima una gamba, poi l'altra, 
indi il dorso, e un braccio dopo 1' altro, e alfin la 
testa ; detto fatto i quarti si ricongiungono, se ne 
fanno una fantasima che guida il calzolaio animoso 
nei sotterranei al conquisto d'un tesoro ( j ). 

(1) Cfr. la fiaba del Zavattn, pubblicata nelle Pagine friulane. Anno 
h P>g. Hi. 



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— 393 — 

Una notte mi raccontò la fiaba, avevo allora cinque 
anni, mi mandarono a dormire ed io piangeva al 
pensiero di restar solo. La mi portò dov'era il ca- 
davere d' un mio cugino, spirato poche ore prima, 
dicendomi che se non stessi zitto sarebbe venuto il 
morto a tirarmi per i piedi : onde postomi a strillare 
come un ossesso, accorse quell'ottima donna che fu 
mia madre, la quale sgridò la serva, la licenziò, 
fermandosi poi presso di me fintanto che m* addor- 
mentai. Ma quella notte di spavento mi è Sèmpre 
rimasta impressale soltanto dopo i vent'aniii putei 
abituarmi all' idea di passar solo presso un cimitero 
o di vedere un morto. 

Quando i ragazzi sono cresciuti in età, e qnarwlrt 
il vescovo viene a fare la visita pastorale in paese, 
si pensa alla Cresima. 

Per molti padri non è ultimo pensiero quelli» <li 
trovare un santolo od una santola ricchi, perdio 
facciano un bel regalo al figlioccio. Nelle famiglie 
abbienti, ai maschi si regala l'orologio ed un astuccio 
di confetture, alle femmine si donano monili, riv- 
ellini ed altre orificerie, un elegante libro di pre- 
ghiere, ed i confetti. Ai villici si regala un pajo di 
scarpe nuove, il cappello, e più frequentemente una 
gran filza di ciambelle, che appesa al collo ilei ra- 
gazzo, scende quasi fino a terra ; ciambelle che fini- 
scono quasi sempre col produrre una forte indige- 
stione. In tali solennità, fuori della chiesa, numerose 
baracche di offellieri fanno mostra e ressa per ven- 
dere ciambelle col buco e senza buco, di tutte le 
forme, di tutte le grandezze e di tutti i saporì. 



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Capitolo Vili. 



Malattie, cure, ricettario popolare — Usi, costami, credenze, su- 
perstizioni, sortilegi per procurare le malattie e per guarirle* 



II plui bièl tesaur jè la salili, — dice un nostra 
proverbio, al quale se ne aggiunge un altro: Si cognòs 
il valor da salùt co' si è malàz. È inevitabile con- 
dizione dell' umana natura d' andare soggetta a ma- 
lattie. Basta talora una lieve trascuranza di una 
regola igienica per produrre le più gravi conse- 
guenze ; e delle regole igieniche, pur troppo, ben poco 
se ne curano i contadini. 

L' abitazione intanto componesi quasi sempre di 
stanze piuttosto basse, finestre piccole, le quali in 
tanti siti, mancando d' invetriate, si chiudono colle 
imposte al principiar deir inverno rimboccandone le 
fessure con sterco vaccino, e fino al ritorno di pri- 
mavera, nella camera entra un raggio di sole ed una 
boccata d' aria pura solo dalla porta, che qualche 
volta rimane aperta. Ne basta; la pulizia lascia tutto 
a desiderare, la sporcizie regna sovrana particolar- 
mente nelle case povere delle Valli Slave, a Resia, 
nei canali dell' Arzino e del Melò ed alle Basse. 

In generale, per tutto il Friuli, nei cortili delle 
case dei contadini le concimaje scoperte lasciano 
scolare una broda densa che vizia l'aria; le stalle 



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— 395 — 

sono molte volte sottoposte alle camere, e fra un 
piano e F altro non vi sono che le travi ed un as- 
sito mal connesso. I porcili, i pollai, le latrino, pò* 
tranno ottemperare a tutte le regole fuorché a < (Nelli* 
dell' igiene e della pulizia. 

Non si ha F abitudine di risciacquare i pavimenti, 
od è un caso rarissimo; così è raro pure Fuso di 
rimbiancare le stanze da letto, nelle quali ben** spi isafl 
F insufficienza dei locali costringe ad ammucchiarti 
non solo le persone, ma ad ammontichiaiv negli 
angoli i fagiuoli, ad appendere alle travi le spirile 
del maiz a trecciate, e perfino a fare il bosco per 
mettere a filare i bachi, su graticci pendenti ékì sof- 
fitto, magari al di sopra del letto. 

Il giovane tenente del Genio Giacomo Rizzi, tufe 
negli altipiani dell' Abissinia, non si meraviglierà 
di certo della sporcizie di quei popoli, se si ricor- 
derà cF una notte che abbiamo passata assieme ad 
Avasinis, in una camera dove nel vaso, da mesi, fer- 
mentava dell'orina, e dove dei fasci di carte amiche 
e degli stivali puzzolenti, a guisa di spada dì Da- 
mocle, ci pendevano dalle travi sopra la testa, Do- 
vemmo dormire con F uscio e la finestra aperti, tanto 
da sentire almeno qualche soffio d'aria pura ch$ ve- 
niva dai campi. — Ma, torniamo all'igiene. — Le cu- 
cine sono quasi sempre a terreno, e nei paesi di 
montagna, dove le case sono costrutte in declivio, 
a una delle pareti è addossato il terrapieni k nelle 
vecchie case in ispecie, e siccome non si adoperò 
cemento idraulico, cos'i il muro da quel lato è sentpre 
umido. Non poche volte, uno dei muri col suo terra- 
pieno è pure nelle camere. Il pavimento della cucina 
bene spesso è il nudo terreno, che diventa umido ed 



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— 396 — 

acquitrinoso in tempi di continuate pioggie ; è questa 
una fra le cause principali della frequenza della ra- 
chitide. 

A tante cagioni di malattie aggiungasi la qualità, 
e forse anche la scarsezza dei cibi, la poca cura di 
coprirsi con vesti ben adatte, il nessun riguardo nel 
prendere la pioggia e nell' andare pelle nevi, lascian- 
dosi poi asciugare l'umidità addosso, la noncuranza 
nei piccoli mali, per cui s' apetta a chiamare il me- 
dico solo quando la malattia e all'ultimo stadio. Da 
tutto ciò parmi risulti provato che è ancora una 
schiatta forte e robusta quella del campagnuolo friu- 
lano, se resiste e si mantiene Ibrida contro tanti 
dannosi influssi. 

Le malattie per i villici, o sono un castigo di Dio, 
oppure anche una prova che il Signore vuol fare sui 
buoni : — II Signor al toghe i siei; — ma più di 
frequente sono effetto d' una malia. 

Una povera donna di Raccolana andò un giorno 
ad un mercato, portandosi in collo la sua bambina 
lattante. Una fruttivendola offerse alla donna delle 
mele, ma la poveretta rispose di non aver denari. 
L'altra pronta soggiunse: — Eppur dovete avere tre 
centesimi nella cocca del fazzoletto da collo fgoletej ; 
— la donna disse che con quelli dovea far altra 
spesa, e fece per tirar innanzi. La rivendugliola allora 
volle donare una mela alla piccina ; ma quella al- 
l' indomani fu colpita da paralisi e più non guarì; 
la madre, per cacciar via il malefìcio, dovette andare 
a Resia a farsi benedire da un prete molto pratico 
negli scongiuri ! 

Ad alcune obbiezioni da me fatte, mi risposero 
che se la fruttivendola non fosse stata una strega, non 



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— 397 — 

avrebbe potuto sapere che la donna avea i tre cen- 
tesimi nella cocca del fazzoletto. 

11 contadino che non sa trovare un nesso visibile 
fra la malattia e la causa che l'ha prodotta, ammette 
facilmente l' intervento del Soprannaturale, quando 
non finisca col ritenere, specie nelle gravi epidemie, 
che i signori ed il governo stesso mandino i medici 
a diffondere il contagio nelle case del povero popolo; 
e ciò perchè numerosi fatti lo hanno convinto, che 
lo Stato non sempre è il fattore del suo benessere, 
sibbene un fiscale esattore, avente per obbiettivo di 
trovare nuovi mezzi per falcidiargli i pochi guadagni, 
Lo reputa quindi un nemico da cui tutto ei può a- 
spettarsi, e non si vuole capacitare che la cagione 
dèlia maggior mortalità, fra i meno abbienti, dipende 
dalla mancanza di norme igieniche, che dalla gente 
agiata sono più rispettate. 

Non son molti anni che nel suburbio di Udine 
stessa furono presi a sassate dei bravi medici, per* 
che ritenuti untori; ed in Gemona un contadino si 
avventò contro il farmacista, e ci volle Y intervento 
di estranei per impedire che gli facesse del male, 
perchè diceva che gli avea somministrato del veleno 
per fargli morire un figlioletto affetto di difterite: 
ed erane certissimo, perchè bastava gettare a terra 
una goccia del medicamento (l'acido fenico?) per 
vederlo ribollire. 

Frequentissimamente fra popolani la morte deriva 
o dal ritardo a ricorrere pel medico, il quale si chiama 
sempre dopo aver provato tutti i rimedi empirici 
suggeriti dalle comari ; o dalla diffidenza ed impun- 
tualità neir eseguire le prescrizioni del dottore. Altra 
cagione è l'abuso che si fa dei cibi; il contadino^ 



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— 398 — 

abituato a polenta, per avere il necessario nutri- 
mento, deve mangiarne una buona porzione ; quando 
poi è sottoposto ad un regime dietetico più sostan- 
ziale, finche non prova quella data dilatazione di 
stomaco, finché non sente quel dato peso, non gli 
Imre d'aver mangiato abbastanza, e s'empie di cibi 
nutrienti come fossero polenta, e si procura un ga- 
strico. Come ho accennato parlando delle donne par- 
torienti, gli amici, i parenti vengono a trovare 1' am- 
malato, e tutti gli lasciano qualche regalo, del pane, 
del vino, ciambelle, aranci, calle, zucchero, un pezzo 
di carne, e la famiglia non è mai avara col povero 
infermo, che dice debole e bisognoso di sostanza : 
nude quel nostro proverbio : — II siór al mar di fan 
{ per T eccessiva dieta ), il prèdi di fréd, e il con- 
tadi n masse jwssàt. — Un malato poi, per ottenere 
la guarigione, bene spesso fa voti di visitare qual- 
che celebre santuario, la Madonna delle Grazie in 
Udine o la Madonna di Monte, di Barbana, di Rosa, 
Sant'Antonio di Gemona ecc. 

Quando taluno supera una lunga malattia, al le- 
varsi dal letto, non deve vestirsi a festa, ne uscir di 
casa la prima volta se non per andare a Messa, al- 
trimenti farebbe ricaduta oppure sarebbe in breve 
colpito da altra malattia più grave. 

Vi sono alcuni indizi che possono pronosticare le 
malattie; la faccia incartapecorita, l'occhio incantato 
e languido, la lingua sporca, V inappetenza, la sete 
continua, la tosse secca, e le orecchie floscie e gialle 
che poi sono i sintomi peggiori. 

Se T anno è bisestile, si avrà moria di donne e 
di fanciulli; se il giorno della Conversione di San 
Paolo è nuvoloso, sarà annata di malattie ; cosi pure 



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— 399 — 

P apparizione di comete, aurore polari ed altri feno- 
meni celesti e meteorologici sono segni sicuri di 
epidemie e contagi. Ammalarsi in luna cresce t ite è 
pericoloso, perchè gli umori corrono con maggior 
rapidità. Chi si mette a letto in venerdì non guarirà, 
ed anche se in venerdì si bagnassero o si lavassero 
i fanciulli, si ammaleranno senz'altro. Quando i fan- 
ciulli strillano per qualche dolore interno che non 
sanno precisare si crede acquietarli grattando lui.» 
la nuca : altri indizi sulle malattie ce li danno i pro- 
verbi : 

Caànd che ì frìtz a stàn cujèz V è chiatti* Ségno; 
— Cai che no V ha fan o eh' a V ha mangiai, o ah* a 
V è malàt ; — Cui che ha ghald V è malàt, erti che 
ha fréd V è inamordt; — Di cìud mài si polis, di 
chèl mài si perìs ; — Cai che ul sta san, pìsci npèà 
come il fhàn ; — Fin che qhii diXr e pisci dar, m* m- 
fòti dal miedi e dal speziar. 

E poi questi altri foggiati all'italiana per aium* 
della rima : 

Quando il mài vièn alla cute è segno di salute. 

Tromba di culo è sanità di corpo; e chi non tromba è morto* 

Chi poi vuol sapere di positivo se uno è sano nd 
ammalato, o, meglio ancora, se un ammalato gua- 
rirà o meno, raccolga una bella pianta di ortica, la 
metta in una bottiglia, e quindi empia la bottiglia 
con dell'orina appena emessa dal paziente: se dopo 
ventiquattr' ore 1' ortica sarà ancor verde, l p amma- 
lato guarirà, diversamente sarà quella la sua ultima 
malattia. Si preserva sicuramente un infermo dalla 
morte ponendolo a giacere sopra un piumino di penne 
di pernice. 



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_ 



— 400 — 

Durante la canicola non bisogna mai prender me- 
dicina; il brodo delle galline nere è più sostanziale 
per gli ammalati; quello delle bianche porta debo- 
lezza, quello delle rosse riscalda. Riguardo ai metodi 
di cura trovo questi due proverbi : — Àghe, diete e 
serviziàl, fàs uari di ogni mal ; — Miei spindi in 
pan che in medisinis. 

Talune malattie sono una specialità nota soltanto 
alle donnicciuole e la scienza medica non ha mai 
potuto arrivar a comprenderle. Una di queste è il 
colà la leule : nessuno dei medici da me interpellati 
seppe spiegarmi che diavolo sia codesta leu le che va 
relegata fra l'altre stranezze della fantasia popolare. 
La leale, dicon le donne, è come un seme di zucca 
fune sepej che sta internamente, presso la forcella, 
ossia la boghe dal stomi. Specialmente ai bambini 
la leule cade sovente quando appetiscono un qual- 
che cibo che sia loro negato. I sintomi sono languor 
di stomaco, svenimenti, moto di vomito, ma che si 
risolve in emissione di bava soltanto, e gran debo- 
lezza neir ammalato. 

Le medichesse usano una terapia particolare, al- 
cunché di somigliante al massaggio: appoggiano un 
piccolo bicchiere capovolto sul ventre ignudo del 
bambino, alla regione umbellicale, e strisciandolo con 
lento movimento, lo fanno scorrere cosi parecchie 
volte fino al principiar dello sterno, — e la leu le torna 
a suo posto. Questa cura è nota col nome di tira su 
la leule. Da questo pregiudizio è venuto il detto : 
— ti colie la leule ? — che s' usa coi golosi quando 
pare ci lascino gli occhi ed il cuore su d' una data 
pietanza. 

Gli empirici che curano i contadini, o sono gente 



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— 401 — 

un po' infarinata, (e Dio sa come!) delle virtù di certe 
erbe e dei sintomi d'alcune malattie, che s'impone 
sdottoreggiando, — e questi sono ancora i meno 
pericolosi; o sono ciarlatani di professione com'erano 
il mago Talpìn di Gemono, e l'altro mago ancor pììi 
famoso noto in quasi tutto il Friuli col nomignoli) 
di mago di Caporosso (Saifnitz) oltre Pontebtm, a 
cui bastava si portasse una camicia dell' infenim <><i 
una bottiglia dell' orina, perchè scoprisse subito l'au- 
tore della malìa e il genere d'infermità prodotta, 
prescrivendo poi pratiche e cure lunghe lunghe con 
che in ogni caso si assicurava sempre una gretola 
per quando il malato soccombeva, — o avevano atteso 
troppo nel venirlo a consultare, o l'infermo non aveva 
potuto compiere l'infallibile suo sistema di cura. 

Di tali ciarlatani io n'ho conosciuti a Gemona, 
a Buja, a Godia, ad Udine stessa, e vivono bellamente 
di frodi alle spalle dei gonzi, e sono ben noti a tutti 
che possono attossicare mezzo il mondo impunemente. 
Invece gì' igienisti sono severi contro il fruttivendolo 
che smercia, puta caso, delle pere acerbe, — i giu- 
dici pur lo sono contro la donna, chiamata in fretta, 
che assisterà una puerpera sua vicina, senza un 
cencio di diploma e anche senza salario. 

Vengono poi le abituali ostetriche abusive, che, 
nei Comuni sprovvisti di levatrice, vanno a jrid èù, 
tollerate, e talvolta anche infarinate un po' pratica- 
mente dai medici stessi, per evitare mali maggiori, 
fino a tanto che la legge non renderà obbligato! ia 
la mammana in ogni Comune. 

Ultimi sono i cuinze aès (acconcia-ossa), d'ordi- 
nario ignoranti e presuntuosi, che aspirano ad una 
nomea solo perchè possono citare due donne che 



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— 402 — 

hanno lasciato di sé una fama: la celebre Cròze^ 
nota ancor meglio col nomignolo di feminf di Schise,. 
ben pratica nel rimettere le lussazioni, e nelle fa- 
sciature per le fratture d' ossa, — e la Regina dal 
Gin di Anzano, la taumaturga celebrata delle lussa- 
zioni del femore. Forse per lo spirito di emulazione^ 
e perchè il sesso forte non ha da lasciarsi sopraf- 
fare dal debole, quasi ogni villaggio vanta il suo 
robusto acconcia - ossa, che con forti distorsioni, 
compressioni e moti violenti arriva a stroppiare per 
davvero chi troppo in lui si riconfida. 

E questi medicastri sono una vecchia piaga che 
si collega cogli oscuri operatori di malefici, di quei 
che potevano rapirvi la salute e la vita coi sortilegi, 
mediante i quali sapevano anche guarire. 

■XH 1373 ai 3 agosto il Consigio Comunale di 
Udine prese parte di bandire dalla terra una donna 
che faceva medicine, colla comminatoria, che, tor- 
nii mio in città, le fosse tagliato il naso ed il labbro 
superiore. (*). 

Nel 1406 al 31 marzo il Consiglio Comunale di 
Gè mona accordava come grazia speciale a certo Pietro 
Mazzadan, che Y esecuzione capitale della di lui mo- 
glie Benvenuta dovesse avvenire in carcere, senza 
pubblicità, per la minor infamia possibile. Essa Ben- 
venuta era stata denunciata da certo Michele quon- 
dam da San Daniele abitante in Chiusa, 

ed era stata arrestata dal capitano Ser Francesco da 
Fagagna, perchè aveva fatte e somministrate certe 
medicine ad Andrea fratello del suddetto Michele, di 
maniera che n'era diventato insensato e pazzo. 



(I) A. M. U. Ann. T. V. fol. 300. 



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— 403 — 

Il capitano della Chiusa aveva anche arrestata 
la domestica d'Andrea, la quale, alla tortura, e de 
plano avea confessato che la detta Benvenuta le in- 
segnò a comporre le medicine da far impazzire il 
suo padrone. E con tali prove ne segui la condanna 
ed il supplizio della povera donna ! 

E della crudeltà delle leggi, maggiore del male 
stesso, oltre ai due fatti sopra narrati, fanm» (cde 
anche le disposizioni uniformi degli statuti dì Por- 
denone e Concordia. 

— « ltem si quis contra salutem hominum, et ho- 
norum commodum incantationibus, seu sortitili* nsus 
fuerit, puniatur in libr. 25. parv. vel fustijMur rt 
bulletur, et si forte ex hoc mors fuerit secut;i, iyne 
concremetur » — . 

Troppo lungo sarebbe il voler riportar*.* • 1 1 1 i ì 
tanti processi del Santo Ofiicio contro i malefici che 
tentavano far ammalare e morire. Om metterò tutti 
quelli che hanno solo indicazioni generiche, limitan- 
domi a citare i più importanti. 

1005. Francesco Ovio da Sacile temendosi fasci- 
nato, ricorre alla celebre strega Giacoma Pittacela, 
la quale gli palesa che la malìa contro di lui era 
stata fatta dal Rev. Don Pietro Millesi ; ma il medico 
chiamato a visitare l'Ovio esclude ogni fascina/io \w. 

1007. Agnese moglie a Pietro dall'Angelo ih San 
Quirino di Pordenone diede del pane tinto ne) vi un 
a certa Maria figlia di Pietro della stessa villa ; la 
fanciulla, appena l'ebbe mangiato, diede segui di 
malia e sofferse non poco. 

1011. Elena Cassana da Udine diede ungiormi a 
bere del vino a certa Antonia q. m Pietro delh villa 
-di Canaletto, la quale restò subito imbecillita ; tur* 



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— 404 — 

nata tosto a casa si mise a piangere, e pianse per 
due anni, per cui era continuamente licenziata dalle 
padrone nelle cui case andava a far servizi. 

i&fth Giovanni Maria Zoppa del villaggio di Nebiù 
sotto Pieve di Cadore, chiese a Cipriano Lina suo 
compaesano una moneta d'argento: avendogli questi 
risposto d' esser povero e non aver denaro, V altro 
gli disse: — tu non me lo vuoi prestare, ed io ti 
dico che consumerai questo e degli altri ancora. — 
Dopo quaranta giorni lo Zoppa mandò a Cipriano in 
regalo della carne suina lessata ; questi esitò a man- 
ffiarla, tua dietro esortazione della moglie, previa 
Ikìji'i li/ione, finalmente vi si decise. Avvenne poiché 
andato a Belluno, essendo stracco e sudato, nel ri- 
tornn, mangiò e bevette. Prosegui il cammino, ma 
repenti riamente perdette le forze, e solo a stento 
potè arrivare a casa, dove giacque infermo per sei 
anni. Egli aveva anche una fanciullina già di tre 
anni che giaceva sempre in culla e mai non cresceva. 
Deciso a morire piuttosto che trascinare la vita fra 
tanti dolori, stabilì di mandar Giacomo Burti da un 
rinomato pievano in Carnia per un rimedio contro 
il sortilegio: mentre stava pensando ai casi suoi, gli 
capitò «lavanti Giovanni Maria Zoppa, a cui avendo 
Cipriano esposti i suoi mali, l' altro gli disse : — 
« Sta di buona voglia che ti non morirai di questo 
male, non occorre che ti mandi in Carnia che questa 
sera io verrò e ti darò rimedio » — . In sulla sera 
andato lo Zoppa da Cipriano, lo fece alzare e sedersi 
vicino al fuoco e gli disse : — « Illuminerai un anno 
di tottgo la Madonna benedetta dell' Altariòl che sta 
in mezzo della mia villa di Nebiù » — poi soggiunse : 
— « Bisogna pagarme mi, e poi lascia fare al me- 



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— 405 — 

(lego y> — . Cipriano gli disse : — « Ti darò quel òhe 
potrò r> — e lo Zoppa : — « pover' uomo, tu hai 
un gran male, e saresti morto se non fossi venuto 
io a guarirti » — . Così dicendo, colla mano rovescili 
gli compresse il ventre che era molto gonfio, e la 
gonfiezza nella medesima notte cessò; nei dì seguenti, 
ripetendo le pressioni per tutto il corpo lo risanò 
completamente. Ciò fatto, l'assicurò che anche la 
sua bambina sarebbe guarita, come difiatti avvenne. 

Lo Zoppa comparve al Santo Officio; fu in car- 
cere, rimase convinto, probabilmente colla tortura, 
ebbe gravi penitenze, e fu costretto ad abjuraiv e 
promettere di non più esercitare i suoi malefici me- 
dicamenti sotto pena di cinque anni di galera. Ma 
ritornò alle arti usate, fu processato altre due volte 
e condannato; però rimase uccel di bosco, avendo 
probabilmente varcato il confine. 

Nel 1647, Angela di Gio. Battista Zanella di S:m 
Osualdo diede un pezzettino di pane ad un fanciullo 
di tre anni, e questi dopo tre giorni s'ammalò m. Ri- 
veniente. La madre, nomata Lucia, minacciò l'Angela 
che si accusò ; tuttavia dopo due giorni la maliarda 
andò alla casa di Lucia e vedendo il fanciullo disse: 
— « Questo putto ha male, ma non dubbitate, non 
sarà niente, ma guarirà» — e s'allontanò; il fan- 
ciullo cominciò a migliorare ed in pochi giorni risanò 
completamente. 

Nel 1599 Menica Gastaldina, della villa di Settimo, 
ebbe a dire un giorno, che avea tre Santi che face- 
vano a suo modo in Venezia e che perciò voleva far 
grama una famiglia. In men di tre mesi infatti in 
una famiglia veneta che abitava in quella villa in>- 
rirono tre persone. Presa in sospetto per maliarda. 



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— 406 — 

le si fece il processo, ma stavolta il sospetto non fu 
provato dai testimoni. 

Maria Battaini moglie di Girolamo da San Daniele 
( 18 aprile 1601 ) per liberarsi da un suo nemico che 
le minacciava la morte, risolse sottrarsi a tale peri- 
colo col prevenirlo. Avute certe sementi da Maria 
Osovana pervenne a nasconderle sotto il di lui ca- 
pezzale ; appena colui vi si fosse posto sopra a gia- 
cere vi si sarebbe addormentato. In questo stesso 
processo la medesima confessò eziandio che, volendo 
assicurarsi non palesare i segreti, aveva ingojata una 
carta su cui erano scritte le parole della consacra- 
zione. 

Per sortilegi contro la salute fu processata: Gia- 
coma Pittacola da Pordenone che avea promesso ad 
Elisabetta moglie di Cristoforo Robicani di far mo- 
rire una di lei zia, e poi s' era impegnata di far 
morire anche la stessa Elisabetta. Cosi pure dovet- 
tero comparire al Santo Officio Lena figlia di Valen- 
tino Fabricio o di Gaspero, e Sana moglie a Giovanni 
Presenai di Pontebba, Claudio detto il stregòn di 
Aviario e Franceschina moglie di Martino Cavallaro 
da Udine che avea insegnata una superstizione a donna 
Elisabetta de Simeoni perchè facesse morire il proprio 
marito. Per vendicarsi del conte Germanico Savor- 
gnano che non avea voluto sposarla una tal Dome- 
nica-Tranquilla Moretti di Udine fece una figurina 
di pasta e l'appese ad una croce ritenendo cosi di 
procurare la morte allo stesso Savorgnano, e fu 
quindi processata. Giulio Capellari dal 1583 al 1605 
diede non poco da fare al Santo Officio. Fu citato 
due volte e rimandato con gravi penitenze che non 
adempì ; citato di nuovo, fu scomunicato e carcerato ; 



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— 407 — 

riuscì a fuggire, ma poscia si ripresentò spontarn ■■■_ 
e venne dimesso coir ingiunzione di gravissime pe- 
nitenze, confessioni e comunioni obbligatorie Delle 
principali feste per cinque anni, un pellegrinagli in 
a piedi scalzi alla Madonna del Monte, e digiuni «■ 
preghiere a bizzeffe per un anno, e in caso di dteab* 
bedienza con minaccia della galera per quattro anni 
o di prigione per cinque. Ma la volpe lascia il pelo 
non il vizio; e nove anni dopo il Capellari lo si trova 
ricascar nel laccio. Nel 1001 è denunciato una quarte 
volta, si ordina il suo arresto, ma qui il Regesto se 
la cava coir espressivo e misterioso : Alimi non ap- 
pare!. Probabilmente fu presa qualche grave misura 
in di lui confronto, ma non la si volle far conosiviv. 
Passati però altri quattro anni, l' impenitente è sot- 
toposto a nuovo processo, ma egli se n'infischia, ri- 
fiutandosi obbedire agli ordini del Tribunale, il quale, 
pare, non avesse oramai gli artigli tanto lunghi ria 
raggiungere sempre i colpiti delle sue condanne 
particolarmente se quelli godeano qualche potente 
protettore. Un' altra sicura prova di ciò ce Y ofl'iv la 
sfacciata medichessa Pittacola che faceva professimi 
di maleficio pubblicamente; si esibiva, a chi la pa- 
gava, di far morire persone invise e con un coraggio 
raro per quei tempi, ardi perfino di cacciare di <:;i*a 
il prete ch'era andato per benedirla all'Epifania, 
Questa famosa strega di Pordenone, processata per 
ben 27 volte tra il 1598 ed il 1614, mai si curò di 
obbedire agli ordini dell'Inquisitore, rimanendosi n 
tranquilla senza che apparisca ch'ella sia mai caduta 
in quelle terribili ugne dalle quali certamente non 
sarebbe più fuggita ma sarebbe scomparsa per sempre 
dietro al misterioso, — Aliud non apparet. — Pro- 



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— 408 — 

babilmente deve aver avuto qualche pezzo grosso che 
la proteggeva. 

Nel 1647 Camillo Leoni da Ceneda, chiamato a 
visitare un infermo, lo unse nel petto, sul dorso ed 
alle giunture, proferendo certe parole, segnandolo e 
dandogli cidellam da inghiottire perchè vomitasse il 
maleficio ; ma dopo 15 giorni V infermo moriva. 

Farò grazia ai lettori d'una lunga litania di pro- 
cessi per maleficii, dai quali, tolti i nomi, nuli' altro 
si ricava se non che somministravano superstiziosi 
medicamenti, oppure li segnavano, o come si diceva 
con vocabolo tecnico allóra, li preentavano. 

U operazione del preentare consisteva nel fare 
certi segni superstiziosi, ordinariamente croci e mi- 
sure, sulla persona ammalata, o su qualche parte del 
di lei vestito, pronunciando mistiche parole ed ora- 
zioni. Non tutti però tenevano un uguale rito: eccone 
alcuni che ci dà il solito Regesto : 

Il Capellari ordinava di far bollire del pane nel- 
T acqua santa, ed il pane lo benediva prima lui colle 
formule del Rituale ecclesiastico ; quindi leggeva 
sopra T infermo l'orazione proibita di San Cipriano, 
facendogliela poi portare indosso per alcuni giorni 
nel frattempo, il preentato dovea anche recitare ogni 
qual tratto il Pater noster e V Ave Maria. 

Romiero Trentino calzolajo in Rivolto faceva delle 
croci sugi' infermi con una candela benedetta, pro- 
nunciando delle parole a bussa voce. Domenica moglie 
di Paolo Protasco da Mortegliano, quando preeniava, 
misurava con un filo, proferendo parole a voce non 
intelligibile. Lucia moglie di Francescutto suonatore 
di Spilimbergo ordinava agli ammalati che per tre 
giorni consecutivi, alla mattina, recitassero dieci volte 



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— 409 — 

l'Orazione Domenicale e la Salutazione Angelica, poi 
gettassero sul fuoco certa polvere ch'essa sommini- 
strava, e sarebbero guariti. Melchiorre q. ul Francesco 
d.° Pieràz, sarto da Udine, febbricitante, immerse fa 
camicia nell'acqua, poi la stese ad asciugare sopra 
il letto, ritenendo che così il male sarebbe svaniti»; 
la camicia in brevissimo tempo s'asciugò, ma rum 
è detto se la febbre scomparve. La Pittacola preentava 
una cintura, e dopo averla segnata, la restituiva or- 
dinando che l'infermo non dovesse cingersela prinui 
del giovedì futuro; altra volta, dopo averlo preentató, 
fece prendere un suo olio che giovò per la guarigione 
ma in una nuova cura, per un figlio di Angela moglie 
d'Antonio Cavalli, lo fece ungere coli' olio da I&i 
preparato e gli somministrò una medicina; il ragazzo 
però fu preso da tali dolori che credette morirne; 
in altra occasione segnò per tre giorni la strenga 11 
un fanciullo malato poi gli diede un olio di diversi 
colori per ungergli il ventre, soggiungendo che di 
questa infermità non sarebbe morto ; invece morì 
pochi giorni appresso. 

Pietro Rustighelli, un tempo abitante in Porcili, 
chiamato per un fanciulletto infermo, volle gli por- 
tassero una fascia che cominciò a misurare e disse 
al padre : — « vedarè che subito che avevo finii** 
di segnarla, la vostra creatura comincierà a man- 
giare» — . Finito appena, cominciò a mangiare di 
fatto, e mangiò benissimo. Aggiunse poi il Rusti- 
ghelli : che il fanciullo era stato ammaliato a tempo, 
e che quando era passato detto termine la creatura 
sarebbe stata spedita. 

Pietro Mascarini della villa di Paisà segnò la 
camicia di certo infermo, ordinando gliela ripor- 



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— 410 — 

tasserò per tre giorni di seguito, poi la consegnas- 
sero air ammalato in nome di Dio, e sarebbe guarito ; 
quello invece peggiorò. 

Pietro Cesco di Giai preentava la fascia, e men- 
tre pronunciava certe parole superstiziose, quella ora 
appariva corta, ora lunghissima. 

Giacomo Amida, muratore Udinese, fu per questo 
titolo carcerato; nel suo costituto negò, e fu riman- 
dato in carcere; pare la Unisse male, perchè : Alimi 
non apparet. 

Per finire, dirò che a tali pratiche ricorrevano 
pure delle persone alto-locate, come la Ill. ma signora 
Anna moglie a don Vittore Palatini cancelliere del 
Doge, che fece preentare se ed una figlia da due 
dnnnicciuole di Pieve di Cadore. Ne i preti stessi 
rifuggivano da tali operazioni. Don Pietro Moran- 
dini curato di S. Elena in Montenars, somministrava 
agli ammalati dei pezzi d'Ostia consacrata, e del- 
l' Olio benedetto con cui s' ungevano nelle diverse» 
parti del corpo. Don Cristoforo Zen, curato di S. Gia- 
como, e Pre Francesco Lugani, curato di San Nicolò 
di Udine, facevano lo stesso. 

Ed ora procurerò riunire alla meglio le nozioni 
di medicina popolare che mi venne dato di racco- 
gliere, coordinando alfabeticamente le malattie che 
servono a curare; ed accennando anche alle super- 
stizioni e pregiudizi che alle stesse si riferiscono. 

Abòrt =- Aborto. —Si può procurarlo artificial- 
mente (Vedi cap. VII., parto). Vi 1 un'erba che non 
liu potuto conoscere, che si dice valga a riforzare 
l'utero ed impedire l'aborto, applicandola come 
einpiastro sul pube. 

ACIDÈNT, MAL MAZZÙCH, MAL DI SaN VaLENTÌN "= 



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— 411 — 

Epilessia. — Contro quest'orribile infermità si usano 
i decotti di camomile, di papavar, di jerbe cajarie* 
di digitai, di fiore di peonie o di radici di valeriane 
od il sugo spremuto dal semprevivo dei tetti ; si crede 
pure giovevole il sangue bovino ancora caldo, appena 
svenata la bestia, ma bevuto a digiuno in giorno 
di giovedì, e meglio ancora dei pezzettini di carne 
di ramarro mangiati crudi a digiuno. Ma il rimedio 
in cui si ripone maggior fiducia si è quello di por- 
tare al collo la chiavetta benedetta di San Valentino 
e le monete di Sant' Elena e di Costantino suo figlio 
che abbiano su impresso il monogramma di Cristo. 

In un documento del 1475 citato al cap. II, il 
Rev. Monsignor Vescovo di Feltre presta a maestro 
Andrea pittore da S. Vito (Andrea Rellunello) una 
sua medaglia d'oro di Sant' Elena per la salute d'un 
figlio d'esso pittore. ( 1 ) 

Nel 1596 Simone Cin da Udine fu processato dal- 
l' Inquisizione perchè segnava gli afletti da mal ca- 
duco, facendo certe croci, benedicendo le loro vestì 
e recitando i sette salini penitenziali ed altre ora- 
zioni. 

Àtiche Giacomo Matalon di Rubignacco fu citato 
allo stesso tribunale, solamente perchè era ricorso 
ad una maliarda di Orzano colla speranza lo gua- 
risse dall'infermità che lo tormentava. 

Agàgn, ganfo = Granchio. — I crampi alle gambe 
li soffrono abbastanza di frequente i villici, a cagione 
degli sbilanci di temperatura a cui s' espongono 
senza tanti riguardi. Come rimedio, usano portare 
uno spago o cordone legato piuttosto strettamente 



(1) Arcb. Arciv. l)d. voi. V. pag. 8» retro. 



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— 412 — 

■ sotto al ginocchio, e nei momenti in cui si mani- 
festano gli assalti spasmodici, fanno scendere più 
clie possono il cordoncino sul polpaccio. Altri ap- 
plicano sul polpaccio dei lombrichi vivi tenendoli 
saldamente fasciati alla pelle. 

àsime, asme = asma. — Si dice giovino i decotti 
di timo, di salamandra, mandragora e ramarro. 

Avklenamènt. — I più frequenti casi d'avvele- 
namento involontario sono prodotti dal mangiar 
funghi o certi bulbi, dal succhiar cert'erbe o certe 
bacche (p. e. giusquiamo, belladonna, cicuta ecc). In 
mìa Simiglia dopo il 1856, che si fu tutti sull'undici 
once di morire avvelenati, si conchiuse che in ma- 
teria di funghi la precauzione più tranquillante è 
quella di non mangiarne. La terapia popolare poi 
per tutti gli avvelenamenti adopera sempre gli stessi 
contravveleni : produrre artificialmente il vomito col 
titillare la gola, far bere acqua satura di sai da 
cucina, mangiare limoni o cedri, o bere decotti di 
vincetossico. 

IUi.òn, ciiiLE = Ernia — La legna di lì caj a get- 
tata ad ardere sul focolajo, fa scappar via chi La 
l'ernia per l'enfiagioni e i borborigmi che preten- 
dono gli farebbe soffrire ; la confiervie e indicata 
come rimedio. 

Iìecadis di Às o ni gkspis = Punture di api o di 
vespe — Si usa premere sulla puntura una chiave, 
una lama di coltello od altro oggetto freddo d' ac- 
ciajo, il più comune specifico è la terra umida ap- 
plicata alla parte offesa: però la carne di gallina nera, 
applicata ancora calda, sarebbe il sovrano rimedio; 
ma prima di tutto uopo è levare il pungiglione dalla 
ferita. 



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— 443 — 

Becadjs di madkàchs edi sbórfs = Morsicature 
di serpi e di ramarri — Si credono velenose e per 
guarirle si usa ricorrere agli stessi rimedi indicati 
per i morsi delle vipere; alcuni applicano sulla fe- 
rita un cataplasma di maggiorana. 

Becadis di rais e di scarpiòns -- Morsici* ti iri- 
di ragni, punture di scorpioni — Le punture di 
questi animali sono più pericolose durante la cani- 
cola e nei mesi in cui non entra Verve, e il detto 
è giusto, perche sono quelli i mesi più caldi. E? usa 
come rimedio l'olio in cui sieno stati in infunone 
due o tre scorpioni, e l'olio d'Iperico; è pure uti- 
lissimo applicare sulla ferita un pezzo di carni 1 ili 
topo, o di gallina nera, appena ammazzati. 

Becadis di vipare = Morsicatine di vipere 
Rimedio ritenuto sicuro è la pieve di vipare (corno 
di cervo carbonizzato) applicata sulla ferita. Si us;i 
moltissimo pure il fa i slrentòvs, cioè legare st na- 
tamente il membro morsicato, al di sopra della ferita, 
per impedire la circolazione del sangue; molli im- 
mergono allora la parte ferita nell'acqua corrente, 
facendovi delle spesse punture ed incisioni omh i ne 
esca il sangue infetto. Altri succhiano la feri fa. n 
la cauterizzano; altri squartano viva una gal Non 
nera, o meglio ancora un gallo nero, e ne appli- 
cano le membra ancora palpitanti sulla morsica- 
tura; che se questa fosse in un dito, sarebbe ul- 
tima cosa introdurlo nell'ano del volatile, e (jUÌluli 
troncare a quello la testa con un buon colpo ; in l;il 
modo tutto il veleno verrebbe assorbito dalla carne 
della bestia immolata; può giovare anche l'applica- 
zione della carne di topo o di ratto appena uccisi, 
Eccellente contravveleno è ritenuta una buona smi- 



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— 414 — 

facciata di gamberi. Pochi, più previdenti, per prima 
precauzione fanno bere al ferito dei potenti alcoolici,. 
e lo fanno correre fin tanto che il medico, avvertito, 
soprarriva. 

Si narra in molti villaggi che una ragazza es- 
sendo sola in montagna a raccogliere dell'erba che 
tagliava a manate colla falciuola, nello stringere il 
pugno abbrancò pure una grossa vipera, che le mor- 
sicò la punta d' un dito ; dessa accortasi dell' avve- 
nuto, non si smarrì, ma sul momento troncò via 
collii falciuola l'intiera falange: poi fattasi una buona 
fasciatura, non corse più alcun pericolo. 

ItoQHARiE — Irritazione che viene alle labbra per 
mangiare fichi immaturi — xVd impedirla basta fre- 
gare le labbra con succo* d'uva acerba. 

JJotàz, mal dal botàz = Orecchioni — Giovano 
i fiori di sambuco bolliti in acqua di malve ed ap- 
plicati caldi alla parte : altri ungono le parotidi con 
uhm poltiglia composta di miele e farina di semi di 
linn; ma il rimedio migliore consiste nel far segnare 
coli inchiostro da un figlio primogenito il gruppo di 
Salomone sulla parte più gonfia. 

ItOTlS, LEGNAD1S, CLAPAD1S, QHADUDIS, SFRENZUMS, 

ecc. = Percosse, contusioni, sassate, cadute, ammac- 
cature, ecc. — 11 rimedio più comune è l'applicare 
una carta asciugante, od una pezzuola bagnata nel- 
T acqua acconcia con sale e aceto; altri applicano 
bagni d' orina d' uomo giovane, purché sano e ro- 
busto. Sono pure usati l' arnica e 1' olio d' iperico, 
una foglia di ciciliana (jerbe d'ogni mài), un cata- 
plasma di foglie di confiervie, o di frignacule. 

Rotis sul stomi = Ammaccature o contusioni 
al torace con lesioni ad organi interni, commozioni 



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— 415 — 

intestinali ecc. — Si fa sciogliere a lento fuoco oVI 
lardo vecchio e lo si fa bere mescolato con aerila 
fredda: chi lo tien dentro, non corre pericolo; se lo 
rigetta c'è del guasto di dentro,. ed è uomo un < iato. 
Altri fanno bere l'orina ancor calda d' uomo giovane 
purché sano e robusto. 

Buusòr di stomi = Piròsi di stomaco — Si dice 
giovi il bere vino e latte, vino e brodo, vino nella 
minestra, o più razionalmente il bere senza saperlo 
un po' di soda che reca qualche sollievo, spegnando 
carboni accesi nell' acqua, e poi bere di quell'acqua. 
Si reputano giovevoli eziandio i tè di viole. 

Brontolòns di panzk — meteorismi, datoli n/<' 
Si mangia del finocchio o dell'anice, oppure si he* 
vono decotti di prezzemolo e finocchio; ma il meglio 
di tutti è il sorbire un uovo fresco di gallina, in- 
ghiottendo mescolato in quello un uovo di formica. 

Cài = Calli — Si applicano le foglie verdi ilei- 
Yerba di cai, (vedi) ed anche le foglie pelat<Mtelt f O*- 
punzia ficus indica, o del Semperrii'us tectvrtiui ; ma 
per ottenere una guarigione sicura, si vede sul linci rio 
il momento in cui si fa la luna nuova, ed in t|lii*l 
minuto preciso si raschia il callo con un osso che poi 
si deve gettar via senza guardare dove va a cmh 
entro dodici o quindici giorni, il callo sarà gomito, 

Cancar — Gancio — Si applichi sulla pnuja la 
fodera sudicia d'un berretto da uomo, od una calza 
sporca d'uomo, o si inetta sulla piaga della cai ne di 
vitello, di bue, o di pollo, o si lavi con aceto in Bili 
per 7 C 2 ore sia stato infuso aglio, ruta e cautbm. 

Catàr = Catarro — Si danno dei decotti di li- 
chene islandico, o di frutta di pino (jrignis, pi(JlWtrhÌH ); 
giova pure assai l'acqua d'acetosa. 



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— 416 — 

Certa Nicoletta moglie a Sebastiano falegname da 
Portogruaro dovette comparire al Santo Officio perchè, 
a guarire il catarro, usava segnare gì' infermi ; e la 
inai iarda Florida da Pordenone segnava per tutto il 
carpo gli ammalati di catarro pronunciando a bassa 
voce certe parole inintelligibili, e bagnandoli con 
acqua. 

Catarigulis, chiti, cuzi = Solletico — Si dice 
sia poro sano chi sente troppo facilmente il solletico. 

Si narra d' un signore che sposatosi più volte, 
quando era stanco della moglie, fingendo scherzare 
la fast iava ad uso bambina, poi le faceva tanto sol- 
letico con una penna sotto le piante dei piedi da 
produrle un riso convulso tale da causarle la morte; 
e cosi eludeva sempre tutte le ricerche della giustizia. 

Colèrk = Colera — Quest' epidemia si crede 
da inulti sia sparsa ad arte. Dicesi giovino il mangiar 
riso, 1* applicare clisteri di riso, e meglio ancora un 
decotto di susine strozzatoje (sghafoe prédis) bollite 
in acqua raccolta da pozzo, da sorgente, da stagno 
e da fiume. 

Coliche = Colica — Si fa bere air ammalato 
dell'olio comune, poi si segnano tre croci sul ventre : 
una alla forcella dello stomaco, una sull'ombelico, 
ed una sopra il pube. Uno strano rimedio insegna 
a collocare T ammalato supino a terra, mettergli sul 
ventre un catino con acqua di sette fonti, o sette 
pozzi ili versi, poi versare in quest'acqua del piombo 
liquefatto. 

Si usa anche applicare sul ventre un empiastro 
di bulbi di giglio pestati ; o si fa bere un decotto 
dì prezzemolo e finocchio. 

Còlp, còlp apopletich = Paralisi, apoplessia — 



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— 417 — 

Si crede che questa grave malattia non colpisca gli 
individui magri e segaligni, ma solamente i grassi, e 
di preferenza quelli che hanno il collo corto e ner- 
boruto. Dai colps non si può guarire : Dai colps si 
uarìs di dÙQÌi fur che dal prìn. Con tale credenza 
non si hanno rimedi curativi durante gli assalti ; 
comprendendosi tutta la gravità del male, si corre 
pel medico ; appena giunge s' insiste perchè pratichi 
subito un salasso, nel quale soltanto si ripone ancora 
qualche lieve speranza. L' apoplessia è ritenuta il 
pessimo dei mali, ed un castigo di Dio, perocché nm 
dà tempo al colpito di fare le sue devozioni; e T im- 
precazione più grave che fa il nostro popolo è : Che 
mi vegniun colp; Che Dio ti mandi un brut colpàL 

Se, per una qualche fortunata combinazione, chi 
fu colpito da apoplessia può rimettersi, gli si fanno 
bere i decotti di radice di valeriana. A ridargli forza 
dicono poi giovi Y applicazione sulla spina dorsale 
di un certo empiastro composto di alcool, (spirt di 
viri), cera, pece, carne di ramarro e certe erbe cho 
non mi fu dato di bene precisare. 

Convulsiòns — Quando taluno è assalito dallo 
convulsioni, si chiamano otto o dieci robusti indi- 
vidui che lo tengano fermo. Si crede sia ottima cosa 
impedire al povero ammalato ogni più lieve movi- 
mento, e molte volte, dopo il parosismo, lo si vede 
coperto da echimosi prodotte dalle strette sofferte 
dagF infermieri che lo tenevano come in una morsa. 
Negli assalti convulsivi inoltre si usa gettare acqua 
fredda addosso al paziente, gli si fa bere il succo 
spremuto dalle foglie del semprevivo dei tetti (■) 



li) Cfr. Marnili!. La virtù del U piante nell'in Alto, 1990, pug. 114. 



14 



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— 418 — 

oppure gli si fa mangiare le foglie dell' uva di volpe 
(jerbe dai màz); perchè le convulsioni sono credute 
un principio di pazzia. 

Còrs = Emorragia — La vista dei sangue, specie 
se perduto in grande quantità, mette spavento, ed è 
uno di quei fatti per cui si ricorre subito allo spe- 
ziale, alla levatrice o al medico. Nelle metrorragie 
(lussi uterini, detti dalle nostre donne mài di Sante 
Marte, si usa mettere subito a letto l'ammalata, e 
pm posarle sull'epa due fuscelli in croce; altri le 
segnano delle croci coli' inchiostro, o con fuliggine 
stemperata nell' aceto, o le applicano sopra il pube 
delle foglie di ninfea, o fanno bere l'acqua di pe- 
troselino. Molta fede si ha nella virtù di un'orazione 
popolare a S. Marta, che nessuna delle donne da cui 
rim udita volle mai lasciarmi trascrivere. 

Domenico Celotti da Morsano nel 4599 esercitava 
l'arte di preentare le donne nei flussi, ed avendo 
ingiuriato il suo pievano perchè ciò gli vietava, do- 
vetti' risponderne al Santo Officio. 

Orafe = Lattime, croste lattee — Sono calcolate 
un espurgo vantaggioso pel sangue; non si devono 
quindi sopprimere e nemmanco migliorare la con- 
dizione generale del bambino, sibbene lasciare che 
l'espurgo duri almeno per nove lune. Si crede sieno 
soggetti alle croste lattee quei fanciulli che furono 
concupiti all'avvicinarsi del periodo mestruale; pas- 
sato questo, ne andranno completamente immuni. 
Taluni usano spalmare il lattime con olio comune o 
meglio con olio di fegato di merluzzo, altri applicano 
sulle croste delle foglie d' edera, tenendole fisse con 
fasciature ; cosi le croste cadono, ma poi non si usano 
altre cure e le croste si riproducono. La maggior 



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— 419 — 

fiducia però la si nutre in una visita che si fa, por- 
tando il bambino ammalato all'altare di Santa Agnese, 
ritenuta la protettrice contro questa infermità. 

Creturis = Sverze o setole — Il rimedio, piii 
comune si è quello d'ungersi le mani con sevo o con 
grasso d'oca, tenendole poi alcuni minuti presso al 
fuoco. Per le screpolature più profonde si usa carbo- 
nizzare le foglie di piantaggine, (plantàgn di pràt ) 
sopra una lamina arroventata, e polverizzatele si 
mette quella polvere entro al taglio. Ho veduto aneti*? 
usare la cucitura per certe gravi screpolature nelle 
piante dei piedi. 

Scherzando, si usa dire, che per sanare le setole* 
non v' è cosa migliore che il succhio delle toglie di 
vite, oppure l'umore che scola dalle viti potate, od 
anche V acqua in cui furono cotte le uova pasquali : 
quando s' hanno sotto mano questi rimedi, dove sì 
hanno le setole da medicare ? 

Qharioduus — Si chiamano con tal nome le 
vesciche che fa sollevare sulla pelle il succo dell'erba 
laureola (aurMule). Ter curarle si passa un grossa 
filo attraverso le vescichette, e lo si lascia dentnj 
onde faciliti lo scolo degli umori, avendo cura di 
non levare la pelle se non (piando al di sotto s' r 
già formato un nuovo tessuto cutaneo. Qualora poi 
per qualche accidente la pelle fosse strappata, si 
applicano sulla piaga foglie di bieta (blede), di ca- 
volo (brocul, verze o capti*), di armoraccio {cren), 
di rabarbaro da montagna (lavàz di mont), di tus- 
silagine {leschal\ o di malva {malve), spalmate con 
burro fresco. Altri invece applicano sulla piaga una 
pezza tinta nel vino bollito, o quelle foglioline che 
si staccano dagli spicchi d' aglio. 



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— 420 — 

Qhavei che coun = Alopecia — Si unge la testa 
con dell' olio d' oliva in cui siano stati in infusione 
dei grani di maiz tostati ; altro rimedio molto indi- 
cato per coloro che hanno bisogno di rinforzare i 
bulbi capillari, si è di tagliarseli per tredici lune di 
seguito, sempre in novilunio. Come ho detto parlando 
della rugiada, si crede che quella faccia cadere i 
capegli ; ma viceversa poi la rugiada di S. Giovanni 
li rinforza. 

Qhoche = Ubbriachezza — Il popolo crede ba- 
stante un buon caffè per far cessare gli effetti di 
una potente sbornia ; altri usano far bere air ub- 
briaco orina umana, o qualche goccia d'ammoniaca 
nell'acqua, o fargli ingojare nòccioli di pesche, di 
ciliegie, o di susine, od applicargli dei bagni freddi, 
e magari di neve ai genitali. Dicesi poi che a man- 
giari" sette semi di pesca, dopo si possa bere quanto 
si vuole senza mai ubbriacarsi ; lo stesso effetto pro- 
durrebbe anche lo zafferano. 

Di£bolece di giambis = Debolezza alle gambe — 
Si dice giovi l'andar a pigiar l'uva, lo stare lungo 
tempo colle gambe nel mosto, od il fregarle con una 
miscela di alcool con arnica e sale. 

Debolece a la nature, flap = Freddezza, man- 
canza d'erezione. — Si ricorre agli afrodisiaci, fra i 
quali i più noti: i sedani, il formaggio di grana, i 
decotti di salvia e di prezzemolo, o meglio ancora i 
decotti di testicolo cane (cocuhitis di prdt); giovano 
pure le lozioni tiepide con acqua di rosmarino o di 
salvia. 

Diaree, mal di cuàrp = Diarrea — Si applicano 
sul ventre bagni freddi, si somministra all' infermo 
una buona dose d' olio di ricino o di mandorle, o 



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— 421 — 

decotti di susine secche, di buccia del frutto del 
melagrano o di scorza di quercia ; altre volte si fanno 
mangiare corniole non ben mature, limoni, o frutta 
di pruno selvatico (sghafoe-prèdis) ; si dice giovi del 
pari il mangiare foglie cotte di piantaggine. La diarrea 
che affligge i bambini durante la dentizione si crede 
non solo innocua, ma vantaggiosa, ritenendola un 
provvido ajuto della natura, che non si deve com- 
battere, e pur troppo si battezzano per diarree di 
dentizione, anche quelle che provengono da indige- 
stione, o da disturbi di stomaco. 

Dscuinzadis, stuartis = Slogature, lussazioni, 
distorsioni — Questi semplici accidenti che si gua- 
riscono con tanta facilità, non di rado diventano pur 
troppo di qualche gravità; perchè gli empirici, chia- 
mati a rimettere a posto gli arti slogati, con forti 
stiramenti ed inadatte manovre producono delle com- 
plicazioni. Cosi nelle distorsioni del piede si costuma 
farlo scorrere, gravitandovi sopra col peso del corpo 
e con moto d' andirivieni, sopra il cilindro con cui 
si stendono le lasagne, posato in terra. Esterna- 
mente si applicano i bagni d' arnica o di acqua con 
sale e aceto, oppure di orina d' uomo giovane e sano ! 

Dolor di qhàf = Emicrania. — Il Manzini scrive 
che sono ritenuti buoni rimedi il ciclamino (pan 
purcìn\ e V artemisia (vedi cap. III). Altri usano 
mettere delle foglie di cavolo nell' olio caldo e poi 
con quelle fasciarsi la testa ; fanno pure fomenti di 
fior di sambuco, o squartano vivo un colombo od 
una gallina nera e ne applicano le carni ancora 
fumanti sotto la pianta dei piedi. È pure adottato 
un decotto di corteccie di sette differenti qualità di 
piante, inaffiate prima con acqua santa. Ecco una 



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— 422 — 

ricetta del mago di Gemona : una bella grctmpa 
(manata) di planlagno, pestarla bene, poi metterla 
nell'aceto, tirarla fuori, intriderla con bianco d'uovo 
ed applicarla alle tempia una volta per notte. Al- 
cuni finalmente si producono delle leggere emorragie 
nasali coll'achillea millefoglio. Come preservativo è 
utile il tagliarsi le unghie il lunedì (secondo altri 
autori in venerdì), fregarsi il capo con fiori di va- 
leriana, o sorbire uova crude di gallina, nate in 
Venerdì Santo. E viceversa poi, per farsi venire il 
mal di capo basta pettinarselo in qualunque venerdì. 

Mattia Celoti di Rovereto di Porcia per guarirò 
dall' emicrania Camilla moglie di Pietro suo con- 
terraneo portò una camicia di lei a una maliarda 
della villa di Cinto affinchè la segnasse; se ne 
tomo con la camicia seguala e con di più un pane 
benedetto da far la pappa all'inferma, e dell'olio 
per ungerle l'umbilico. Dovette poi renderne conto 
al Santo Officio. 

Maria vedova di Giacomo Nisani di Percoto ebbe 
impicci col Santo Officio anelfclla per essersi fatta 
segnare da certa maidica detta la Piacentina affiri 
di guarire dal mal di capo. Ma più curioso è il 
mudo tenuto da certa Florida fatucchiera da Porde- 
none, per risanare una tal Domenica q. ,n Domenico 
manchetti di Torre. Interrogata la Bianchetti come 
la segnò per liberarla dal dolor di testa, rispose : 
*— « Mi fece sedere in un vallo, e mi messe in testa 
una conca di rame, ed andando attorno, attorno 
detta conca più volte, battendo sopra detta conca 
che avevo in capo con un pezzo di legno, disse 
queste o simili parole : « Voslu più presto doglia di 
testa o un cappello di rame in cajw?» ed io le 



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— 423 — 

risposi : « un cappello di rame vorrei più presto in* 
tapo, che doglia di testa » e soggiungendo disse ' 
« così ti andasse via la doglia di testa, come ti an- 
dare via il cappello di rame, in nomine Patris et 
Filiis (sic) amen. E fece tre volte questo segno e 
1' ultima volta mi andò via del tutto detta doglia » + 
Dolor di ding. = Dolor di denti, odontalgia. — 
Molteplici sono le cure adottate : lavarsi i denti 
con aceto in cui sieno stati infusi fiori di nocciuolo ; 
o con un decotto di foglie di salvia e di camomilla; 
o sciacquarsi la bocca con orina umana!... Come 
uso esterno si indicano : un empiastro di foglie 
pestate del sempervivum major, e sempervivum tee- 
torum tante volte menzionati ; o di foglie di celi- 
donia, oppure di patate grattugiate : altri rimedj sono 
una polentina di farina di lino con acqua di malve 
alla guancia; bagni freddi; fomenti caldi di malva 
e fior di sambuco ; spalmare la guancia con un 
tuorlo d'uovo diguazzato con aceto (un trat d' uv)\ 
applicare sulla guancia stessa delle foglie d' edera 
fritte neir olio, calde, calde, od una poltiglia di 
chiocciole (cais) pestate con tutta la scorza, e con 

rispetto parlando, anche sterco di gatto appena 

venuto al mondo ! Accidenti.... che profumeria a buon 
mercato ! Altro rimedio e V applicazione d' un em- 
piastro di radicchio trito, applicato sotto la pianti 
dei piedi. Se il dente è cariato, vi si cala nelLi 
cavità una gocciolina di succhio d' erbe di Santa 
Polonia (giusquiamo) od un pizzico di forte tabacca 
in polvere. 

Come preservativo poi, giova il tagliarsi le unghie 
di lunedi, e, al dire di altri, in tutti i giorni senzn 
l'erre (lunis, joibe, sabide e domenie), od anche 1 



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— 424 — 

avor l' avvertenza nel lavarsi, per sette giorni di 
seguito, di asciugar prima le mani e dopo il viso. 

Dolor di orèlis. = Dolor d'orecchi, otite — Si 
fu mungere nell' orecchio latte di donna giovine in 
mudo da empire tutto il canale auditivo; arrostire 
su Ili' brage una chiocciola viva, appena estinta 
estrarla dal guscio, e scolare neir orecchio la goc- 
ciolina acquosa che vi è rimasta in fondo: esporre 
al fuoco un nòcciolo di pesca e quand' è ben acceso, 
ritrarrtelo e spegnerlo nell' olio, poscia intingervi 
in e$sd del cotone in pelo e introdurlo cosi tiepido 
nel canale auricolare ; per egual uso servirà altresì 
la celidonia infusa neir olio. Si fanno pure fomenti 
d' ì'LVjua di malve o di fior di sambuco. 

Gli seoli degli orecchi nei fanciulli sono general- 
mrntti creduti un espurgo benefico e naturale, di- 
eeu4*t$i che fin tanto che vi esce la marcia non c'è 
pericolo; ma così l'otorrea diventa non poche volte 
letale. La stessa usanza di introdurre del cotone 
impregnato d' olio nel canale, peggiora quasi sempre 
la condizione del sofferente. 

Dolor di panze = Dolor di ventre, enteralgia. — 
Giova per liberarsene il mangiare finocchio ed anice* 
il sorbire un uovo crudo con molto pepe, o con 
entro un uovo di formica, un buon bicchiere.... d'orina 
umana, od un decotto di erba strega (j erbe dall' in- 
canì twin re). Anche la genziana possiede grandi virtù 
contro il male di ventre. Così si usano pure i fo- 
rnenti caldi di malva e di fiori di camomilla, o pez- 
zuole calde sul ventre, od anche la semplice appli- 
cazione A 9 un piatto di majolica ben bianco e senza 
alcun altro colore, o di una scodella piena d'acqua, 
nella quale si versa poi del piombo liquefatto : final- 



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— 425 — 

mente è utilissimo il bere acqua in cui sieno stati 
gettati tre chiodi arroventati. 

Nel 1645 Caterina moglie di Sebastiano Foli-ari 
da Visinale dovette rendere conto al Santo Officio, 
per aver solamente insegnato cotal metodo di cura : 
oggidì T usano ancora le donne nostre, e senza ren- 
derne più conto a nessuno. 

Per preservarsi dai dolori di ventre è ottima cosa 
ravvoltolarsi a terra quando si ode il primo tuono 
in primavera, o quando si sciolgono le campane» al 
Sabato Santo. 

Si crede generalmente che in certi acuti dolori 
intestinali, coliche, volvolo o male del miserere, ecc. 
i medici somministrino all' infermo del mercuri), e 
perfino che taglino il ventre e ne cavino gl'intestini, 
per lavarli nel vino bianco. 

Dolor di panze nei frùz. = Enteralgia dei bam- 
bini. — Oltre la terapia qui sopra accennata, si 
costuma ungere il ventre con olio, applicare sul- 
T ombellico un pizzico di tabacco da fiuto, o meglio 
un empiastro fatto con olio e tabacco. 

Dolor ni schene = Mal di schiena. — Si fanno 
fregagioni con acquavite in cui sia sciolto del sale 
e del sapone grattugiato, o si applica su la croscre 
de schene (dove terminano le ossa del bacino) un 
trai (V ùv (un tuorlo diguazzato con aceto, che poi 
si cuopre con l'ovatta) ; ma il più comune dei rimedi 
è il pesar, un cataplasma di pece applicato press' a 
poco in corrispondenza delle reni. 

Come preservativo, giova ravvoltolarsi tre volte 
di seguito su d' un prato quando si ode il primo 
tuono nell'anno. 

Dolor di stomi. = Dolori allo stomaco. — Si 



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— 426 — 

unge esternamente con olio comune, od olio d' ipe- 
rico ; s' usa anche applicare un empiastro riscaldata 
di foglie di melissa, luisa, levanda, salvia comune o 
salvia romana, ed altre erbe aromatiche. 

Giacoma q. m Pietro Ligulario di Pordenone si 
presentò spontaneamente al Santo Officio per confes- 
sarsi che, soffrendo di mal di stomaco, e non gio- 
vandole i medicamenti prescritti dai fisici, ricorse 
alla solita Pittacola, la quale gliene diede uno, che 
non si sa che roba fosse, ne se le abbia fatto buon 
rilètto. 

Caterina moglie di Angelo Brusini mugnajo di 
farcia, abitante in Pordenone, per guarire il marito 
clie soffriva male di stomaco, ricorse ad una strega 
ciotta la Tomasina da Spilimbergo dalla quale ot- 
tenne una medicola per il su' omo da prenderla nel 
brodo tre giorni di seguito, ed una pittima anche 
per se, d'applicarla sullo stomaco; non è detto però 
so anche la pittima avesse a giovare a suo marito, 
oppure a lei : ma crescendo a lui i dolori essa gettò 
l;i pittima sul fuoco, e comprese eh' era roba male- 
fica, perchè cominciò a crepitare e tramandare un 
odore assai fetente. 

Dolòrs = Dolori in genere — Si usa la jerbe 
(fair incontradure. Dal volgo se ne fanno decotti nei 
dolori pertinaci, ai quali assegnano per causa l' am- 
nmliamento. (Pir. Voc. Dot.). 

Maddalena del Reportidòr da San Daniele toccò su 
una spalla certo Daniele Polami il quale nella se- 
guente notte ebbe a soffrire gravissimi dolori, per 
cui non poteva trovar requie in alcun modo. Lo guari 
n'ita Elena della stessa terra e per questo fu co- 
stretta a confessarsene alla Inquisizione. 



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— 427 — 

Dolórs reumatichs = Dolori reumatici, artriti — 
Si fa bollire una buona dose di pepe nel vino bianco, 
e si beve a riprese. Si applica sulla parte addolo- 
rata un cataplasma fatto con radici trite di elleboro 
bianco (varali) e di giusquiamo fjerbe di S. Polonie), 
od un vescicatorio fatto con radici di elleboro nero 
fchùchsjj o fomenti fatti con malve, camomilla e fior 
di sambuco, o meglio sterco recente di bue rosso, 
mescolato con olio di lino bollente per render calda 
la pappa, applicato alla parte e lasciatovi seccale 
addosso. 

Maria q. ni Pietro Toso di Feletto fu processata 
nel 1600 perchè per guarire dai dolori reumatici ai 
piedi si fece preentare da certa Francesca q. m Fran- 
cesco Viriit di Planis presso Udine. 

Espulsi òns = Eruzioni cutanee — In generale si 
credono uno sfogo benigno del sangue, che rinforza 
e risana l'individuo. Anche i contadini ripetono il 
detto : 

Quando il mal vien alla cute — è segno di salute, 

e quindi si lascia che il male faccia il suo ci uso 
senza curarlo. 

Le sole eruzioni che mettono in qualche allarme 
le famiglie onde ricorrono al medico, sono la scar- 
lattina, la miliare ed il vajuolo. 

Etegance, mal di consunziòn = Tisi — Si USìlllO 
i decotti di pignochis di pia fpinus silvestrisj, di fi- 
chene, di jerbe polmonarie, o di bardane. 

Le foglie di tussilago farfara e petasites all'i** 
{lavàz) si fanno essicare al sole, e quando haiiim 
perduto tutto il succhio, si fumano nella pipa. 



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1 



— 428 — 

credendo che ciò possa giovare a scongiurare la 
tisi («). 

Si mette un ramarro vivo in un pentolo nuovo, 
aggiungendo mezzo litro di vino ; si fa cuocere lun- 
punente a lento fuoco, e si somministra in piccole 
dosi agi' infermi. 

Fiere = Febbre — Il popolo distingue la fiere 
nervine, il mal malign, e la fiere comune : per que- 
sta si inghiottano tre grani di pepe, uno al mattino, 
uno a mezzogiorno ed uno la sera, con ciò la febbre 
ha ila sparire. Si prendono pure decotti di erytrea 
CBìrfaurium (chine di pràt, jerbe da fiere) di cetraria 
ixfaiidica, (lichene), di ortica (urtie), e di verbena 
offtchialis (vermene). (*) 

A cacciarsi uno spicchio d'aglio nell'ano, viene la 
fi 'libre. Gran cervello quel che la fece cotesta sco- 
perta! — Quando la febbre perdura il popolino se 
ne impensierisce e teme una disgrazia; si dice: — 
Fiere continue cope fhavai. 

Nel 1001 furono denunciate alla S. Inquisizione 
Maddalena moglie di Mar con del Borgo di S. Do- 
nimico in Cividale, e Giacoma moglie di Gregorio 
Clioz abitante nel Borgo di S. Valentino di Udine, 
perfihò con pratiche superstiziose voleano risanare 
una fanciulla dalla febbre. Nicolò Tornasi della Villa 
di t'aufarne, abitante a Pozzuolo, per avere appesa 
al collo d' una sua figlia febbricitante una rana; mafia 
che tentò anche Domenica moglie di Mattia Micheu 
di Rutars, dopo aver esperito senza frutto perfino 
tlel la terra di cimitero. 



IH Manzini, loco cit. In Atto. 
iì) Manzini, ivi In Alto. 



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— 429 — 

Altre maliarde parecchie furono chiamate a ri- 
spondere dei sortilegi praticati onde guarire le febbri; 
e naturalmente, anche in questi processi troviamo 
venir a galla il nome della immancabile Pittacola, 

Fiere terzane = Febbre intermittente — Si dice 
intanto che : 

La fiere terzane, il zovin lu risane, o al vecho fàs sum\ la. 
champane. 

La terapia adottata prescrive i decotti di chine di 
prdt o di vincei (salcio rosso). Di quest'ultimo si pe- 
stano i rametti verdi e si fanno bollire lungamente 
neir acqua ; alla Chiusa contro la febbre s' invoca 
San Domenico ; nella vallata di Forni si ricorre a 
San Floreano. 

Maria moglie di Girolamo della Villa di Trus, 
Bastiana Felcara di Visinale e Giovanna moglie a 
Giovanni Rodaro di Brazzano, per guarire le felibri 
offerivano pane e sale alle ortiche, dicendo: « Bolidi, 
bondì, urtie, tiò che ti puarti del pan e del sài », 
ma la pratica nulla giovò agli ammalati, ed invece 
procurò alle medichesse delle brighe col famoso 
Tribunale ecclesiastico. 

Donato Segati detto della Mora di San Foca, di- 
stretto di Porcia, si portò da certo infermo che gia- 
ceva a letto febbricitante, ed appena giunto in ca- 
mera incominciò ad invocare il diavolo, e bestem- 
miare Dio, poscia ordinò all' ammalato che mangiasse 
un uovo con del carbone da lui ammanito; e poiché 
T infermo vi si rifiutava il Donato gì' insinuò : — 
Piglia V ovo in mano e se non lo vuoi mangiava 
gettalo via e dirai, — Va là in tanta malora. — n 



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— 430 — 

povero infermo obbedì, ma poco dopo, in barba allo 
scongiuro di Donato, era morto. 

Anche certa donna sconosciuta di Rubignacco fu 
processate nel 1622 per avere sanato dalle febbri in 
modo superstizioso certa Isabella moglie a Gio. Bat- 
tista Bardella della stessa villa. 

Fiiìre d'àjar = Febbri malariche — Il nostro 
popolo, ne fa una cosa diversa dalle febbri intermit- 
tenti. Onde guarire dalle febbri d'aria si cavano gli 
Gechi ad un ramarro, s'involgono in due pezzettini 
di tela, e si tengono applicati alla pelle in direzione 
del fegato e del cuore. 

Fontanele = Cauterio — Si applicano le foglie 
d' edera, e di solito sempre con pessimi risultati. 
Alcuni, per tenerle aperte mettono dentro o bacche 
d'alloro folbansj o pezzettini tagliati nella radice 
dell' elleboro nero. 

Fòrcule = Ascesso interdigitale — L' ammalato 
II* vi un pezzo di zolla erbosa e la rovesci sul posto 
stesso; mano mano che l'erba perderà la sua vitalità 
il male andrà scomparendo. 

Fùch di Sant'Antoni = Fuoco sacro — Non è più 
la grave pestilenza antica che carbonizzava l' indi- 
viduo e per la quale si ricorreva a S. Antonio. abate 
andando in pellegrinaggio fino nel Delfinato; oggi è 
una espulsione nojosa ai fianchi che si pretende 
guarire col portare uno scapolare sulle carni ignude, 
col cingersi ai fianchi un cingolo da frate. 

Girasòl = Cefalgia periodica — Con tre once di 
farina di frumento ed acqua fredda si forma una 
pasta da ridurre in gnocchi, e questi bolliti nell'ac- 
qua senza sale né condimenti, ha da papparseli l'in- 
fermo all'alba, prima che spunti il sole, — povero 



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— 431 — 

sole! come ha da rimaner scorbellato quando t'av- 
vede che gli hanno rapito il suo devoto con inm 
spanciata di gnocchi senza sale! — Altri metto mi in 
infusione nell' acqua santa dei semi di girasole e per 
tre giorni di seguito ne somministrano all'infermo 
uno al mattino, uno a mezzodì, ed uno alla srni; 
— girasole il male, girasole il rimedio, — la va ^'in- 
canto! proprio similia similibus. 

Gomit = Vomito — Questo disturbo dello stomaci! 
prodotto da tante differenti cause, dal volgo lo si 
vuole derivato costantemente da indigestione, da av- 
velenamento o da malia. L'avvelenamento lo si at- 
tribuisce d'ordinario all'elleboro bianco fjerbc dal 
gomit J per analogia degli effetti prodotti sugli ani- 
mali, oppure ai funghi velenosi. Si può promuovere 
il vomito con un sorso di vino, spolverato con ra- 
schiatura di unghie umane. Fortunata umanità-i ali* 
che le unghie servono a qualche cosa, e non a dar 
degli sgraffi i soltanto. E viceversa per liberarsene 
( ben inteso, dal vomito, e non dagli sgraffi i uinaui 
dell'unghie), s'usa ricorrere ai bagni freddi,* be- 
vande fredde acidulate, ma la massima fede è riporta 
nel segnare tre croci sulla bocca dello slomaw^ *H 
punto dove principia il collo (boghe dal cuel) e suttu 
il mento. 

Gòse = Gozzo — Si crede che restino favoriti 
dal gozzo quei che mangiano semi di zucca, e que$ti>, 
a detta dei contadini, è una specie di vescica pioni) 
d' acqua. Buon rimedio è ritenuto 1' arroventare srttt* 
chiodi arruginiti, poi gettarli in buon aceto di vino, 
ed in questo mettere a macerare frutta immature di 
pruno selvatico fsghafoe prèdisj e con quelFfitetO 
fare poi delle frequenti lozioni esterne. Altri usano 



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r 



— 432 — 

appendere al collo del gozzuto una lucertola uccisa e 
laseiarvela finché sia putrefatta; se lui non crepa prima 
ammorbato dal fetore, è certo che il gozzo scompare. 

Gosp, fakoncu = Foruncolo — Si applicano e- 
mollienti ; ad esempio la pappa di farina di linseme 
cotta nell' acqua di malve, oppure di pane grattu- 
giato cotto nel latte; od una poltiglia composta d'olio 
comune, tuorlo d' uovo, e farina di segala. Altri spe- 
cifici più o manco usati sarebbero: — le foglie pe- 
state di parietaria (frignacule), le lumache crude 
pestate, ovvero anche i porcellini di terra spiaccicati 
fonixeus murariusj e che più? — le pezze tinte nella 
sòlita urina umana, e perfino lo sterco umano ap- 
plicato ancora caldo. 

Pei foruncoli alla faccia il mezzo più sicuro si è 
quello di farvi segnar sopra il gruppo di Salomone 
ù il nodo Gordiano, però da un figlio primogenito, 
e ad inchiostro, valendosi d' una penna d' oca, la 
qua Ir deve poi essere gettata via dietro le spalle per 
non vedere dove anderà a cascare. 

Vi sono perfino di quelli che quando un forun- 
colo è in completa suppurazione (al ven a $hdv\ sei 
fanno suggere!... panni ce ne siano per tutti i gusti. 

Itobe = Gobba — La disgrazia che colpisce tanti 
infelici è ritenuta molte volte come un castigo di 
Dio contro i genitori. Anche i Romani dicevano — 
cave a signatis — ed i Friulani hanno un proverbio 
che suona : 

«Il gobo, il zuèt e il uàrb, 
Han il diaul tal cuàrp». 

1 gobbi ritengonsi furbi ed astuti, e tale credenza 
puù essere forse derivata dai buffoni del medio -evo. 



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— 433 — 

Nel giorno di Capo d'anno, se il primo che incontri 
è un gobbo, avrai tutte le fortune; e ad ogni momento 
e dovunque ne incontri per via, baderai ogni volta 
di fargli buon viso, perchè è sempre un buon au- 
gurio. Se all'incontro ci si imbatte in una gnhlKi, 
secondo alcuni, bisogna mostrarle le corna, perchè 
apporterebbe disgrazia. A grattare tre volte la gnhba 
a un gobbo s'avrebbe gran ventura. Si Ciede, e finse 
non a caso, che gli uomini gobbi sieno lussuriosa- 
simi, ammettendosi una intima relazione fra gli or- 
gani respiratomi (tenuti a disagio dalla viziatimi del 
torace) e gli organi riproduttori. 

Gote = Podagra — Questa malattia che sta di 
casa nei palazzi, fra chi vive d'ozio, di piatti sm- 
altenti e vini prelibati, e che risparmia la povera 
gente che lavora e digiuna, ha poca presa pinse*- 
guentemente nel linguaggio e nelle idee del basso 
popolo: tutt'al più, come rimedii, sono indicati la 
digitale ed il verbasco. 

Nel solito regesto è notato che nel 1599 Amia 
moglie a Nicolò Battrùz di Terenzano, essendo tor- 
mentata dalla podagra, chiamò una maliarda la quale 
prima del sorgere del sole la segnò nelle gambe ih 
nomine Patris et Filli et Spiritus Sanati e poi amen 
e nient' altro. 

Gkisolò grisolòn — È un male che colpisco per 
lo più le lavandaje, e si manifesta con dolori e gon- 
fiezza ai polsi. Per guarirlo d'ordinario si usa legare 
strettamente il polso ammalato con uno spago, 

Fra i processi della Santa Inquisizione trovo che 
Sante figlio di Lorenzo di Rorai grande si acciisA da 
solo di aver guarito con pratiche superstiziosi- il 
ipale detto Grisòl. Battista Riarano di Brazzano operò 






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s 



— 434 — 

alla sua maniera un tale, afflitto dal grisolòn in un 
braccio. Gli avviluppò il braccio con delle radici di 
paglia ; poscia, come volesse amputarglielo, alzando 
una mannaja gli disse : — « vostu pitti prest muri 
di colp di manaje (sic), o di grisulòn?» — il pa- 
ziente rispondeva: — ajò nei piai presi muri di 
manaje che di grimlon* — e ritirava il braccio, 
V altro allora lasciava cadere il colpo sulla paglia. 
H innovò il colpo cinque o sei volte, ripetendo ad ogni 
colpo che quando fossero recisi tutti i fuscelli che 
gli coprivano il braccio, il male sarebbe completa- 
mente scomparso. 

Ixfukm!AMènt — Informieolamento — Lo si dice 
prodotto da irregolare circolazione sanguigna; a farlo 
Cessare, basta scuotere ripetutamente 1' arto intor- 
pidito. 

Jessì il bugèl zintìi. = Prolasso dell'intestino 
retto. — Si fa sedere il fanciullo colle natiche de- 
nudate su una pietra fredda; oppure con le ceneri 
derivanti da cenci vecchi di tela bruciata si fa una 
poltiglia nell'olio e poi con quella s'unge l'intestino. 

Linz = Lentiggini — Per cacciarle giova lavarsi 
coli' acqua delle viti potate o con acqua in cui si 
abbia lasciato infracidile il prezzemolo, oppure delle 
galle di quercia; ma un rimedio infallibile lo si ha 
nel guardare ogni notte, per un'intera lunazione, il 
satellite della nostra terra, facendo il gesto di pu- 
lirsi le lentiggini; al sorgere della luna nuova, quelle 
saranno scomparse. Specifico prezioso, che nessuna 
farmacia al mondo (neanche Mazzolini, ne Bertelli, 
ne Risieri,) ne tengono in vendita nei loro barattoli. 

Litterik, Itterizie — Vedi Mal dal zàl. 

Madùr = Suppurazioni, ascessi. — Si curano come 



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— 435 — 

i gosps e faronclis ; per quelli alle dita od alla 
faccia s' usa pure la mollica di pane cotta nel latte, 
la panna del latte scaldata, od una fetta di lardo 
applicata esternamente, od un cataplasma di foglie 
pestate di sempervivum tectorum o di rabarbaro di 
montagna (lavàz di mont). 

Màglis = macchie cutanee. — Secondo il Man- 
zini, giova lavarsi con acqua in cui si abbia lasciato 
imputridire del prezzemolo. Del resto si curano coun* 
le lentiggini. Le macchie di latte, di caffè, di vino 
ecc. si chiamano vòis (voglie), e si dicono originate 
da un violento desiderio di quella sostanza, patito 
dalla madre durante la gestazione; rimasto insod- 
disfatto il desiderio, in quella parte del corpo in 
cui la madre si fosse toccata per primo colla mano, 
comparirà la macchia, e V individuo si dice eh' a 
V è toghdt. Una donna che senta una voglia e non 
possa soddisfarla, se non vuole che il bambino nascn 
macchiato, deve toccare la terra colle manine poscia 
sputare. 

Per guarire dalle macchie si devono prendere 
sette ramarri, affogarli nell'olio, lasciandoli tre 
giorni al sole; quindi far appena bollire quell'olio 
a lento fuoco ed ungersi con quello le macchie. 

Malatiis contagiosis. = Epidemie, malattie con- 
tagiose. — Il nostro popolo non fa distinzione fra 
malattia epidemica e malattia contagiosa. Come bù 
detto altrove, quando infierisce qualcuna di tali 
malattie, si presta fede facilmente alle maligne di- 
cerie sparse dai cattivi, che il male sia fatto diffon- 
dere dai signori o dal governo per liberarsi del Ih 
povera gente ; perciò si rifiuta di obbedire alle pre- 
scrizioni igieniche d' ordine generale date dall' au- 



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— 436 — 

fiorita. Quindi non si vuole farsi rivaccinare se do- 
mina il vajuolo, ed in tempo di colera in onta al 
divieto, si fanno processioni e funzioni di chiesa 
per invocare l'intervento della divinità, e frattanto 
OOB gli agglomeramene e i contatti il germe del- 
l' infezione si diffonde. 

Norme terapeutiche non ne ho potute avere ; perà 
si indica la ruta come eccellente contro la peste 
(unica volta che mi venne di sentir menzionata la 
tremenda malattia). È di fatto che in tempo d'epi- 
demia si presta ben maggior fede alle ciurmerle 
dei ciarlatani che alla medicina. 

Nel 26 novembre 1490 (*) il vicario patriarcale 
scriveva a Don Massimo parroco di Biliana, lamen- 
tando che la popolazione si fosse lasciata andare a 
certe pratiche religiose che erano atti di idolatria, 
i quali, anziché preservare dalla peste che infieriva, 
contribuivano ad aumentarla ; e raccomandava che 
pei- l'avvenire non si ricorresse pivi a false super- 
stizioni. 

Nel 1630, quando infierì la celebre peste di Mi- 
lano, anche da noi si credeva agli untori, ed un 
nobile gentiluomo gemonese, Cristoforo di Prampero, 
in una sua cronachetta dal 1615 al 1631, edita per 
nozze Marangoni -Masolini-Micoli a pag. 34 (*) dice : 
« Attesoché il diavolo istesso concorse con patti tali, 
et espressi in ajuto di molti scelerati che con suf- 
fumigi, unsioni ed altre cose andavano spargendo 
il malore per quelle misere città, e fu detto che a 
Milano particolarmente, un principe dei demoni detto 



ili A. Aro. L'd. voi. 13 pnp. 389. 
i* J Udine — ratronxto — 1884. 



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— 437 — 

Amòn habitava in un palagio, e che fu citato cor 
autorità Pontificia nel Duomo di detta Città, e quello 
che ne seguisse non fu così facile a sapere ». 

Malatiis endèmichis = Malattie endemiche. — A 
dir vero io non ho potuto trovare nel nostro popi ilo 
questa nozione di malattie endemiche ; seguo in ciò 
il Manzini il quale scrive che ad Udine è usata hi 
radice dell' aram maculatimi flenghe di vaghe J in- 
fusa per ventiquattr' ore nell' aceto, e la si usa contro 
qualunque endema (?) 

Mal ai péz = Male alle mammelle — Per fitr 
affluire copioso latte dopo il parto, dice il Manzini, 
che in alcuni siti del Basso Friuli le donne appli- 
cano sulle mammelle le foglie di piantaggine. 

Il Santo Officio processò Marina moglie di Luigi 
Ceuli, Simeona moglie di Biaggio, e Giosefla moglie 
di Gio. Battista Bottelli tutte e tre di Pozzuolo perei ir 
segnavano le mammelle; lo stesso fece contro ceri ;i 
Apollonia della villa di Brazzano, che preentavn il 
seno alle donne: e contro Giovanna serva di Giulio 
Portis da Cividale, Maddalena Zuccolo, Nicolò Rossi 
della Madonna di Monte ed Elena moglie di Giovanni 
Bochini di Tolmino pur abitante a Castel del Monte 
perchè sapevano togliere il latte alle donne e farglielo 
ritornare a lor piacimento con pratiche superstiziose 

Mal da pfere = Calcoli vescicali — Si dice dir- 
la malattia è prodotta dalla qualità delle acque che 
contengono troppa calce. Si cura con clisteri d'erba 
frignacule bollita, o decotti di questa pianta o di malva, 
di jerbe da pieve e perfino coi decotti di cicale pe- 
state ; si usano pure i lumaconi (lacais) o le melo- 
lonte fscussònsj triturati ed applicati come cata- 
plasma sul ventre. 



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— 438 — 

Mài- dal miserere = Volvolo — Si crede che 
per sanare il volvolo i medici cavino gli intestini 
onde snodarli e ravviarli, oppure che ottengano lo 
stesso effetto facendo inghiottire al povero infermo 
del mercurio, o dei pallini di piombo che agireb- 
bero meccanicamente gravitando. 

Mal da lupe = Fame canina, bulimo, pseudo- 
ressia. — È una malattia per cui il colpito non è 
mai sazio e si raccontano molti aneddoti di pasti 
l'atti da taluni affetti dal bulimo che dir si potreb- 
bero addirittura pantagruelici. Le grandi scorpac- 
ciate ordinariamente furono di polenta, di uova sode 
o di gnocchi. Quale rimedio si suggerisce il cedri. 
(V. Cap. IH.). , 

Mal d\l scimiòt = Tabe mesenterica — Il nome 
proviene dal fatto che la mancanza di ogni nutri- 
zione dà alla fisonomia del bambino l'aspetto d' una 
scimmia ; ordinariamente la malattia si crede pro- 
dotta da malìe; si cura con la mente (menta pepe- 
rita) e collo zafferano ai quali si ricorre per far un 
sortilegio. 

Mal dal fongàt = Male del fungo, afte? — Questa 
malattia la trovo citata in un processo del 4645 
contro Maddalena vedova del fu Gio. Battista Jacop- 
piti da Brazzano, la quale per cacciare la malattia 
«letta del fongàt presela propria gatta e segnandola 
sulla bocca diceva : — « fui, fui, fongàt, da la boche 
de giate te dischiazze » e confessa d' essere ricorsa 
più volte a tale pratica. 

Mal dal véro e mal dal sèch selvadi. Su queste 
due malattie non ho potuto raccogliere notizie ; il 
popolo deve chiamarle oggi con altro nome. Le trovo 
riportate in un processo per malefìcio fatto dal ca- 



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— 439 — 

pitano del Comune di Gemona contro Caterina moglie 
a Pietro Mussielli ; la sentenza è riportata per intero 
al Cap. X al quale rimando il lettore. 

Angioletto Mantelli di Cadore, essendo affetto dal 
mal del verde nel 1G46 chiamò Caterina di Pozzale 
che lo benedi, e dopo averlo segnato gli ordinò di 
andar a pisciare sopra un'ortica; il che fatto si sentì 
subito guarito, ma dovette poi intendersela col Tri- 
bunale Ecclesiastico che per le sue buone ragioni 
proibiva anche di pisciare sopra le ortiche. 

Mal dal zàl, literizie = Itterizia — Si crede 
giovi T applicazione delle feccie di vino nero allr 
piante dei piedi e sui fianchi ; è utile del pari guar- 
dare fissamente ed a lungo uno scialle rosso, portare 
un ramarro ucciso in direzione del fegato, o bere 
decotti di talpe di lóv. 

Mal di gole — Dolor di gola, angina, difterite, 
crup — Tutte queste terribili forme di malattie si 
confondono dal popolino col nome generico di mài 
di gole o mài di cuòi. La terapia popolare indica 
come rimedii utili : i decotti di lichene, di altea, di 
malva, d'orzo, di foglie d'ortica, o di radici di bar- 
dana. Si fa pure mangiare quella gomma che trasuda 
dal ciliegio, dal pesco e dal mandorlo, nota col nome 
di mierde di cuch (merda di cuccolo); applicate 1 
esternamente, sono utili le foglie di parietaria, dì 
patate o di semprevivo dei tetti, ed anche le patate- 
grattugiate, le castagne crude pestate od i nidi dì 
rondine bolliti nel latte, ed applicati ancora caldi. 
Rimedio utilissimo è una testa di vipera uccisa, por- 
tata appesa al collo. Come preservativo, specie pei 
fanciulli, è quello di far loro benedire la gola il 
giorno di San Biagio, o far mangiare in quel giorno 



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— Mo- 
delle mele benedette all'Epifania. Quando mi colpi 
Ut più grave disgrazia, il maggior dolore sofferti nella 
vita, la perdita dell' unico maschio, un bellissimo ed 
nttimo angioletto sui sei anni rapitomi dal crup, che 
in piango sempre, mi fu detto che se fossi ricorso 
al contadino di Ziracco, me l'avrebbe guarito indub- 
biamente ; io però devo gratitudine ai medici che 
nulla lasciarono d' intentato, e non ho rimorsi per 
aver riposta in essi tutta la fiducia; ma per certe 
malattie, pur troppo la scienza è ancora impotente. 

Negli atti dell' Inquisizione trovo che Lucrezia 
vedova di Benedetto Rizardi di Rorai- grande nel 1606 
si accusò spontaneamente al Santo Officio per aver 
preeniata l'angina (mal di gola). 

Mài. di mari, madròn — Isterismo — Il male di 
moda colpisce raramente le contadine che per lo più 
travagliano all'aria libera ossigenata dei campi. Si 
cura con decotti di camomilla, di melissa, erba luisa, 
genziana e sambuco ; o col far bere all' ammalata 
l'acqua rimasta in fondo al secchio in cui furono 
abbeverate le armente, e nella quale si veda colata 
della bava di queste. Si nutre gran fede pure nel- 
l'efficacia» che possono avere un pajo di calzoni da 
uomo stesi sopra il letto dell' inferma ; cosi sarà 
utile coprirle la testa con un berretto da uomo, e 
quanto più questo sarà sporco ed untuoso, tanto più 
ì iescirà giovevole. 

Battista Tamburlani di Brazzano dovette compa- 
rire al Santo Officio perchè insegnava a Zanutta 
moglie di Valentino Miani che per guarire dal male 
del Madròn prendesse per bocca delle ceneri di teschio 
umano. 

Mal di paiiturè = Mal di parto — La diceria 



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— Ul — 

clie la pietra su cui ha nidificato l'aquila giovi a liiri- 
litare il parto, credo sia tratta da qualche libro iti 
cui sia fatto cenno dell'etite, o pietra dell'aquila: 
poco comune è questa credenza, mentre invece •■ 
quasi generale l'altra che inghiottendo sette bacìi ir 
d'alloro, appena si manifestano le prime doglie, o 
mettendosi in capo il berretto del marito, una donni! 
si assicuri un parto sollecito e poco laborioso. 

Nicolò Salvatori ebbe brighe col Santo Tribunale 
perchè nel 1606 recitava negli orecchi le parole della 
consacrazione ad una certa donna di Ronco grande (V ) 
presso Pordenone, quando soffriva potentemente l«* 
doglie del parto. 

Mal dì vói = Mal d'occhi, congiuntivite — Mnm 
che gli orzajuoli (uarbisìn), tutte le altre aflezimii 
all'organo visivo si comprendono sotto la denomi- 
nazione generica di mài di voi. 

Come rimedio si prenda un mattone disseccata al 
sole non ancora cucinato nella fornace, si stemptfli 
nell'aceto, e quella poltiglia la si applichi alle piante 
dei piedi una sera sì eduna no fino alla guarigione. 
Si applica anche del fegato crudo di vitello ialit 1 
tempia o dietro le orecchie, oppure delle fette di 
pane fresco rammollite nel latte o nell'acqua, o fni;il- 
mente delle patate grattugiate. Alcuni credono che 
l'erba celidonia abbia grandi virtù per il mal d'oech i, 
e giovi a migliorare la vista, a perfezionare la qn;i li- 
si dice giovi pure il fiutar tabacco, o lo strigare 
nell'occhio queir umor oleoso che esce quasi polve- 
rizzato quando si ripiegano le bucce delle melarance. 
Ma il rimedio per eccellenza è l'acqua che cola dalle 
viti potete usata come collirio; lavandosi gli ocelli 
al Sabato Santo, quando si sciolgono le campane, si 



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- 442 -r 

resta sicuri di non soffrire malattie all'organo della 
vista per un anno intero. 

Quando i bambini sono affetti da qualche malattia 
d'occhi, si crede giovi a guarirli il forar loro il lobo 
dell' orecchio. I .vecchi fiutano tabacco perchè con- 
serva loro la vista. Il succhio di cipolla è dannosis- 
simo agli occhi. 

Per levarsi i fuscelli, ed altri corpuscoli che en- 
trassero in un occhio, giova il fregarsi l'altro ocelli o, 
o soffiarsi il naso con gran forza sette volte di seguito, 
o tenere sollevata la palpebra e sputar tre volte a 
terra. 

Certa Bradamante Veneta nel 1005 dovette com- 
parire al Santo Officio perchè pretendeva ridonare 
la vista ai ciechi mediante pratiche superstiziose. 

Mal malIn = Tifoide — Anche questa grave • 
malattia si ritiene opera delle streghe ; 6Ì ricorre 
perciò ai drastici ed insieme alle benedizioni. 

Matetàt = Pazzia — Tutte le diverse specie di 
manìa, dalla semplice melanconia o fissazione, alla 
pazzia furiosa, si comprendono con un solo nome 
generico. Si somministrano al povero pazzo, anche 
forzatamente, dei decotti di fiore d'iperico, di el- 
leboro {ardile) o di stramonio; gli si fanno man- 
giare bacche dell' uva di volpe {jerbe dai màz) nella 
speranza che giovino a calmare la violenza degli 
accessi più pericolosi, non badando al rischio che si 
corre di avvelenare il povero paziente. Relativi alla 
pazzia trovo nel dialetto i seguenti proverbii: 

I màz no han stagiòn né cT istàt, né d' unviàr. 

Cui clfa l'è màt noi uarls mai, e s'al uarìs Ve fortunàt 

assai. 
Né cun màz, né cun baràz no bisugne impazzasi. 



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— 443 — 

Cui eli* a r è màt si fasi leà. 

Cui eira l'è màt vadi a Tospedàl. 

Cui che dà lu óèp al màt, al vul lu dot cun dut il bràz (I). 

Ad indicare che uno non ha ben il cervello a posta 
si usa la frase : al pae fìl a San Malìe. 

Mottòims = Emorroidi — Il Manzini nella Cro- 
naca Alpina scrive — « ini si disse giovino le foglie 
di verbasco, non so come preparate, e l'artemisia — ». 
Alcuni usano i suffumigi con iiori di sambuco ed 
anche con foglie di malva. 

Mi7\RUUDis ni guÀNS rabiòs -- Morsi di cani ra- 
biosi, idrofobia — È ancora molto diffusa fra il po- 
polo la credenza che gì' idrofobi vengano svenati dai 
medici d'ordine deile autorità. 1/ idrofobia si crede 
possa contrarsi anche coi cibi : ed in prova si conta 
che nacque un pesco dov'era stato seppellito un cane 
idrofobo, ma chi mangiava di quelle pesche era col- 
pito dalla rabbia ; parrebbe* quindi dovesse essere 
stata idrofoba anche la pianta ! 

Giovano contro la rabbia la radice di garoful di 
slrìe, ed i decotti di coli di sisile ; altri rimedii 
usati contro l' idrofobia sono : — la cauterizzazione, 
F applicazione sulle ferite di fagiuoli crudi, d'un 
ratto d'acqua preso e squartato, e meglio ancora un 
batuffolo di pelo del cane stesso che ha morsicato. 

Per tenersi lontani i cani rabbiosi giova il por- 
tarsi indosso il cuore di un cane ucciso, oppure (ed 
in questo ci ho fede anch'io) un buon bastone di baraz 
di bòsch (pruno selvatico). Nel Medio -Evo, per gua- 
rire dall' idrofobia, i morsicati andavano a visitare 



(1) Da un manoscritto di Proverbi! del secolo XVI — Collezione Joppv 
Udine. 



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— m — 

certi santuari come risulta dalle seguenti note del 
Camrraro di Gemona: 

1336-57 « — 2ì Marzo. Dedi Dominico Cavallari o 
qui ivit ad Fulugnam, (era un santuario nel Trivi- 
gianoì den. 20. 

1356-57 « 28 giugno. Dedi Missio de Roja qui ivit 
ad Fulugnam prò uno cane rabioso in Goto. (Gòt 
pillola borgata sotto Gemona) den. 3ì. 

1:W1 Maggio — Dedi Petro qui ivit apud Strada- 
snidum causa quod quidam canis rabiosus mordiderat 
tilìuhi Candidi Gosellarii de Goto — prò suo naulo 
el Ulne dando den. 22. 

Nkàz — Annegati — Quando si ritira dall'acqua 
il corpo d'un annegato si ha il pregiudizio che si 
debba alzarlo per i piedi, assicurandone cosi la sof- 
f< nazione se non era per anco avvenuta. 

PanarIz = Patereccio — Si cura come i gosps 
ed i taronclis, ma i rimedii più indicati sono rite- 
nuti gli empiastri di lumache e di oniscus murarius, 
n di cipolle di giglio trite. 

I'edoi = Pidocchi — L'avere indosso di questi 
schifosi insetti, anziché effetto di sporcizie e trascu- 
ranza, è tenuto dal volgo per una malattia; tant' è 
\vn» che i pidocchiosi si conoscono alla ciera. Per 
cacciare i pidocchi si ricorre alle lozioni con decotti 
di mozziconi di zigaro o di jerbe pedoglite flicopo- 
rihiì» selago), od alla sua polvere. Qualche volta si 
lava la testa con un tuorlo d'uovo, o con acqua e 
sapone. 

Peste = Malattie veneree = Perdutasi la nozione 
doli* 1 pestilenze, questo nome in friulano è adottato 
per indicare le malattie segrete, per le quali si crede 
giovino i decotti di dulcamara e di saponaria. 



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— 445 — 

Piàtuli.?, tavarassiz = Piattole — Vuoisi sieno 
una prova che l' individuo che le ha sia di buon 
sangue ; tant' è vero, si soggiunge, che morrebbero 
tutte se quello fosse colpito da una leggera febbre 
soltanto. Con tale credenza, per liberarsi dal molesto 
insetto, alcuni cercano procurarsi una febbre, cac- 
ciandosi nell'ano uno spicchio d'aglio. Altro rimedio 
usato, come per i pidocchi, sono le lozioni con de- 
cotti di mozziconi di zigaro e di saponarie. 

Pidìgn = Impetiggini, Pithyriasis versicolor — 
Si bagna con aceto in cui sia stata immersa della 
galla di quercia, oppure una moneta di rame, o si 
unge con succo di euforbia (lataròs) ciò che pro- 
duce un forte bruciore; si bagnano a digiuno colla 
saliva, poi si spolverano con fiore di cenere, o meglio 
con cenere di zigaro ; finalmente giova segnarli con 
la vere (anello matrimoniale) od ungerli con rospi 
secchi. 

Plais = Piaghe — Giova lavarle con decotti di 
acqua di lupini o con la solita orina d' uomo giovane, 
sano e robusto. È ritenuto giovevole anche l'appli- 
care filacce bagnate nel vino bollito, o tenere lun- 
gamente la piaga sotto lo zampillo d'un' acqua fresca 
e pura. Se le piaghe sono piccole si cuoprono con 
le bucce d' aglio, utili se non altro a sottrarle dal 
contatto dell' aria : finalmente altri applicano spal- 
mate di burro fresco le foglie di cavolo, bieta, armo- 
raccio, rabarbaro di montagna, o tussilaggine, oppure 
stendono sulla piaga tuorli d'uovo diguazzati nell'olio. 

Poléz = Geloni — Anche per questi si dice 
scherzando che giova l'acqua in cui furono cucinate 
le uova pasquali, le foglie fresche, e il succhio delle 
foglie di vite. Si usa far orinare su d' essi un fan- 



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i 



— 446 — 

ci ti Ho sano, e quando si screpolano, vi si applicano- 
le filacele tinte nel vino bollito. 

Ponte, ponti-: di pèt = Pleurite, polmonite. — 
Il popolo crede veramente che li* pontis sieno una 
suppurazione che succede dentro al sacco dello sto- 
maco, non un' affezione agli organi respirato™. Sic- 
come si manifesta sempre con sintomi allarmanti, si 
ricorre pel medico. Ciò non toglie però che sul prin- 
cipio si somministrino arbitrariamente dei drastici, 
e (piando P ammalato s' avvia alla convalescenza, si 
rltóobbodisce assai spesso alle prescrizioni del medico, 
somministrando i decotti di lichene, di pigne di pino, 
e di polmonaria. 

Postkme, flkmùn = Postema — Si applicano le 
foglioline pestate del semprevivo dei tetti, la famosa 
pianta taumaturga — il vero rimedio cattolico — 
m'intendo dire universale, oppure le foglie trite di 
rabarbaro montano o di parietària, i decotti di malve 
od il (rat (/' àv. 

Pulìns -- Pollini — Aearidi degli uccelli, specie 
delle galline. Anche (piesti si crede possano vivere 
sull'uomo pur anco. Per cacciarli dai pollai e dalle 
stili si usano le unzioni con petrolio, ovvero si met- 
tono vicini abbondanti rami d'un' erba odorosa che il 
nostro popolo chiama geranio ghapòn (giranio cap- 
pone?) Per liberare le pollerie poi si usa ungerle 
con olio comune. 

Pulz = Pulci — Tutti credono che le pulci degli 
animali possano vivere anche sulP uomo. Come in- 
setticida s'adopera la polvere di pevarele (polygo- 
n mn hydropiper). 

Rafredòr di gnÀv = Coriza — Si fanno bollire 
fiori di sambuco e foglie di malva e versati colPacqua 



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— 447 — 

in un catino, copertisi la parte superiore del corpo 
con una schiavina, si procura resistere più che pi 
può in quel caldo suffumigio, tenendosi chiusa la 
bocca. Altri all' opposto inspirano acqua fredda p$\ 
naso, mentre alcuni si mettono in testa un cano- 
vaccio od una pezza ripiegata in più doppi, ed ap- 
pena riversata la polenta si ficcano il pajolo ancor' 
caldo sul capo, come fosse un elmo. Altro rimedi' 
usato è quello di sorbire un buon tè caldo, o del vin-i 
caldo bollito con zucchero, canella in pezzi e brocclh 
di garofani, poi cacciarsi in letto ben ben coperti. 
Rafredòr di pèt, raucedine, tòs, = Raffreddo)! 
raucedine, tosse — Si ritengono quasi un unico mali'. 
Si usano come terapia : l' acqua di miele tiepida ; 
l'acqua e latte con zucchero, o latte con decotti di 
orzo, d'altea o di malve; i decotti di verbasco, di 
lichene, di polmonaria, o tè di viole e di luisa. Si 
usano pure mele lessate nell'acqua, con dello zuc- 
chero e qualche brocca di garofano, o susine secclir 
cotte nel vino pure con brocche di garofani, e pezzi 
di canella, o finalmente caffè e fuliggine bolliti as- 
sieme, — infatti le son due polveri che si somigliano, 
almanco nel colore. Tutte queste bevande bisogna 
prendersele in letto, dove si ha da stare ben ben 
coperti per promuovere una traspirazione abbondante 
Le tossi ed i raffreddori di petto mettono in pen- 
siero, anche secondo i dettami dei proverbii: 

Un reume mài curàt — al mene in tal sagràt. 
Àjar di sfressure, condùs in sepolture. 
Miei suda che tóssi. 

Redropich = Idropisia — Giovano i decotti di 
sambuco o di digitale ;. altri usano abbruciare r 



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— 448 — 

carbonizzare un rospo, poi ridurlo in p dvere che si 
beve mescolata nel vino, e questo dicesi rimedio 
infallibile contro l'idropisia, Riporterò qui uno strano 
metodo di cura del quale io stesso ne constatai gli 
effetti e che potrebbe forse somministrare materia 
di studio anche ai medici. Certa Valentina Copetti 
detta Pelòs di Gemona era affetta da idrope da lungo 
tempo; veniva in casa nostra per la fdatura della seta, 
ed io ricordo che pili d'una volta mostrò le gambe, le 
quali al malleolo erano grosse quanto una coscia di 
uomo. Una notte chiese alloggio per carità nella di 
lei casa un empirico resiano, il quale, inteso che la 
condizione della donna si aggravava, si offerse di 
curarla. Fattala entrare ignuda in letto, in una gran 
utldaja riscaldò ben bene della cenere lìnissima pas- 
sata per uno staccio, e con quella le cosperse abbon- 
dantemente tutto il corpo, somministrandole in pari 
tèmpo dei decotti di vino con prezzemolo, parietaria 
e nitro, quindi copertala quanto più potè, le pro- 
mosse un copioso sudore ed abbondanti orine. Dopo 
qualche ora levatasi da letto, avea il corpo tutto in- 
crostato di ceneri. Per pulirsi le ordinò di esporsi 
T indomani ignuda ai raggi cocenti del sole pome- 
ridiano, (era l'estate) prescrivendole di rinnovare la 
cura per parecchi giorni. In breve ogni gonfiezza 
scomparve, ed io l'ho veduta sana dipoi per pa- 
recchi anni. 

Rfbatùt, sobatùt = Ammaccatura che si mani- 
festa specialmente sotto il piede dell' ammalato. Igno- 
randosi da quale trauma sia stata prodotta, si cerca 
una causa straordinaria, che sarebbe quella d' es- 
sere passati a piedi scalzi attraverso il piscio fresco 
di un rospo, d' una salamandra, d' una manclragora> 



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— 449 — 

o cT un ramarro. Come rimedio si usano le foglie di 
piantaggine pestate, il solito semprevivo dei tetti, od 
il rabarbaro di montagna (lavàz di moni). 

RlLÀS DI URINE E RITENZIÒN DI URINE = Alluna, 

dissuria, stranguria — In queste malattie d' indole 
affatto diversa si adattano identici rimedi. Secondo 
il Manzini, gioverebbero le foglie di frignacele fatte 
bollire nelT acqua che si beve, od usate anche ctonie 
unguento. Per promuovere le abbondanti orine si 
somministrano decotti di prezzemolo, di scrofolaria 
(jerbe da slizze), di asparagi, di gramigna, di erba 
peperina (jerbe da pieve) od il nitro. Anche le rape 
allesse sono reputate diuretiche, ed i bambini che ne 
mangiano troppe piscieranno in letto, cosa che suc- 
cederà pure a quei fanciulli che toccano la catena 
del focolajo. Nei poveri bambini il pisciare in letto 
si crede sempre effetto di poltroneria, e si tenta 
vincerla colle percosse o collo spaventare i bambini 
dicendogli che verrà il diavolo, Torco, la giate ma- 
rangule ecc. a portarlo via. 

RisgnÀLD, inflamaziòn = Quasi tutte le malattie 
che si presentano con sintomi di febbre intensa, dal 
popolo son battezzate per risghdld o inflamaziòn, 
contro le quali malattie si usa e si abusa dell' olio 
di ricino, di bibite fredde di limoni ed aranci, e più 
ancora dei soliti decotti di bardana, di dulcamara, 
d' edera terrestre (condrede\ di gramigna, di ortiche, 
di parietaria, di valeriana, di radici di canna mon- 
tana o di radicchio e di tutta insomma quella nu- 
merosa serie di erbe che si conoscono col nome di 
rinfrescanti. 



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— 450 — 

Rizui o Rigui = Pori, bitorzoli ( 1 ) — La terapia 
popolare attinge qui pure i suoi rhnedii dalla super- 
stizione. I pori che si hanno sulla faccia si legano 
con un filo di seta, e quando son secchi cascano da 
se, oppure si strappano, o si tergono con acqua in 
ctii sia stato bollito del granone o lessate le chioc- 
ciole, oppure con succhio d'euforbia {lataròs) o con 
sangue d'anguilla. 

Si segnano pure con una canna che poi si deve 
gettar via senza guardare dove vada a cadere ; ma 
pi ìi esattamente V operazione vuol essere fatta da 
un bambino ultimo nato di sette fratelli. Questo 
dt've prendere due canne montane (chane gargane\ 
posarle in croce sul poro, e dire : — Rizùl va vie 
di lì e va cu lis qhanis, — indi gettare via le canne 
senza guardare dove vanno a cadere; quando le canne 
saranno secche, anche il poro sarà scomparso. 

Vi si applica sopra per un giorno intero una fetta 
di lardo, che poi si getta nella concimaja, o si sep- 
pellisce; mano a mano che il lardo si putrefa, i pori 
saranno guariti ; oppure si sotterrano due stecchi in 
croce, ed i pori scompariranno in proporzione del- 
l' infracidasi del legno. 

Si nasconde nello stallatico per 24 ore una bac- 
chetta, e con questa si fregano i bitorzoli. 

Si va in una chiesa in cui non si sia mai stati, 
si immerge la mano che ha i pori nella vasca del- 
l' acqua santa, dimenticandosi del male. 



(1) Il Manzini nel suo articolo suII'/h Atto fa dell' umorismo direndo 
esser per lui un* incognita la parola attortoli. Nel Vocabolario Pirona 
crebbe trovata questa voce come corrispondente a ri* fri, e nel grande 
Dizionario del Tommaseo, al voi. II. ne avrebbe poi potuto trovare la 
spiegazione. 



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— 151 — 

Con un foglio di carta bianca di filo si fa un 
cartoccio a cono, lasciando un piccolo foro all'estre- 
mità superiore; si accende il cono dalla base, e con 
un bicchiere capovolto si raccoglie il fumo che es(S6 
dal piccolo pertugio lasciato; poi, con il vapore e la 
fuliggine deposititi sulle pareti del bicchiere si un- 
gono i pori. 

Si involgono in una carta tanti sassolini quanti 
sono i piri, e si va a nascondere il cartoccio in una 
viottola per la quale prima non si sia più passati; 
oppure si butta il cartoccio su d'una via molto fre- 
quentata, e battuta dai carri : ora quanti sassolini vi 
andranno triti sotto le ruote ed altrettanti pori scom- 
pariranno. 

Si grattano i pori sulla pelle di un cadavere, o sì 
fregano con una pietra nera al chiaro di luna per 
sette sere di seguito ; ovvero si prende una fetta di 
lardo ed a luna crescente si fregano con quello te- 
nendo le mani dietro la schiena, ed intanto si guarda 
la luna dicendo : 

Ch'ai cresci ce eh' i diali, 
E ce eh* i Irei eh' al cali, 

poi si getta via il lardo senza guardare dove va a 
cadere ; finita quella lunazione, i pori saranno gua- 
riti. Se poi per caso si toccasse col lardo un sito 
della propria persona, i pori si riprodurrebbero li; e 
toccando un estraneo, dicendo : Iiizul voi cà, i bi- 
torzoli passerebbero su quello liberando il primo. 

Se nelT istante preciso del novilunio (sul fasi da 
lune) i pori si fregano con un piccolo osso che poi 
si getta via senza guardare dove va a cadere, in pochi 
giorni il male sarà scomparso. 



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— 452 — 

Altro rimedio che è una prova palmare di egoismo, 
consiste nel far contare da qualcuno i pori, i quali 
spariranno a colui che li ha per ricomparire addosso 
a chi li conta. 

Una specialista in queste superstizioni per cac- 
ciare i pori dalle mani si fu Domenica moglie a Do- 
menico mugnajo della villa di Trus, ma le sue spe- 
cialità gli fruttarono molestie parecchie col Santo 
Officio : ai tempi nostri la Pariglina Mazzolini, il Ferro- 
China Bisleri, lo Sciroppo Pagliano, che forse vale- 
vano quanto gli specifici della mugnaja, han fruttato 
milioni ai loro autori, per quella gran massima che 
dice : — Il mondo sta su con tre cose : fare, disfare e 
darla ad intendere, — tant'è vero che nissun codice 
penale del mondo, neppure ora, in sul declino del 
secolo dei lumi, statuisce la galera a chi riempie la 
quarta pagina dei giornali coir annuncio di siffatti 
decotti. 

RÒBE SUL STOMF, REPLEZIÒN, GASTRICH = Indige- 

stione, gastrico — Recipe : olio comune d* oliva o 
ravizzone, oppure decotti di catapuzia minore (Mer- 
curclej. Gli uomini fanno uso di acquavite in cui vi 
sieno state in infusione la ruta, Tabsinzio o le ra- 
dici di genziana. 

Una celebre direttrice di un educandato in Friuli, 
quando le sue alunne accusano inappetenza e di- 
sturbi di stomaco, le rinchiude nello stanzino dove si 
tengono le ceste colle pezzuole di tutte le allieve e 
ve le fa stare finche Y aria infetta produce loro il 
vomito. Non occorrono commenti. 

Ròbis BLANguis = Fiori bianchi, leucorrea — Si 
usano le lozioni con decotti di scorza di quercia e 
camomilla, o di salvia e camomilla. 



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— 453 — 

Róbis sós, marchés = Mestrui — La donna dfc] 
popolo adopera questo pudico modo di dire: le stte 
robe, per esprimere unia funzione fisiologica di cui si 
vergogna. 

È strana l'usanza che hanno le donne in certi 
villaggi della Slavia italiana di portare in una data 
foggia il fazzoletto da testa durante il periodo critico, 
A regolarizzare o richiamare le funzioni, si usano i 
pediluvii d'acqua di malve, od i decotti di anisi, canna 
montana, licheni, ruta, malva ecc. Le foglie di cipresso 
e di abrotano fjerbe marsine], portate a contati'» 
delle carni, richiamano le mestruazioni alle donno 
affette da amenorrea. 

Rogne = Scabbia — Il popolo non ammette sia 
prodotta da un acaro, ma vuole sia semplicetti i i ntj* 
un'eruzione cutanea che si cura con lozioni d'ae |ii;i 
in cui furono bolliti mozziconi di zigaro, o erb;i ja* 
ponaria. Giovano pure il succo del làt di strie; l'uso 
esterno d' un decotto di vino, aglio ed orina di cune; 
o l'aceto in cui sia stata in infusione una ceri? erba 
il di cui nome era lacerato nella cartella dove L-àvea 
notato, e che se non erro dovrebbe essere una raiiuti- 
culacea, la Nigella Damascena. Il prurito della rogna 
aumenta col crescer della luna. 

Rosepile = Risipola — Si cosperge la parte am- 
malata con farina di segala ben asciutta. Si applicano 
tre rane vive, disposte in triangolo e assicurati- con 
fasciatura sulla parte ammalata, curando di rinuvarp 
la medicatura dopo 24 ore. È pure ritenuto giovevole 
il musco che vegeta sul noce, ma dev'essere asci uno, 
e pulito da ogni terriccio; distesa sulla parte affetta 
e rinnovata anche questa medicatura dopo le 21 ore. 

Il Manzini dice che si usano anche i decotti d'avena 



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— fói — 

e descrive un barbaro uso della Slavia italiana di 
fare su un tavolo tre mucchietti di polvere pirica 
che s'abbrucia, tenendovi sopra la parte ammalata, 
spalmando poi le ustioni coli' olio. 

Quando si segnano le risipole, se sono secche, si 
usa umettarle con succhio di foglia di piantaggine 
[ plantàgn J. 

Roturis di uès = Frattura delle ossa — Come 
ho accennato in principio di questo capitolo, non 
sempre si ricorre ai medici, ma si chiama piuttosto 
T acconciaossa, il quale, oltre la fasciatura, adopera 
gli empiastri ed unguenti di consolida maggiore 
(concuàrdie). 

Nel 1599 Anna moglie di Giuseppe Pinzani della 
viiia di Qhavriis, soffrendo dolori in un braccio rotto 
e male riattaccato, andò da un fanciullo che glielo 
segnò biascicando parole a bassa voce. Temendo 
della, scomunica, si confessò spontanea al Santo Tri- 
bunale, che T assolse colle sol te penitenze. 

Sànoh di nàs = Emorragia nasale — Oltre i 
bagni d'acqua fredda alla testa, si usa pure, appena 
l'emorragia incomincia, di collocare sulla testa del 
colpito due fuscelli in croce. Se l' emorragia fosse 
grave, si collocano i due fuscelli sulla nuca e si 
segnano tre croci colla matita, una sulla fronte ed 
una per ciascuna delle guancie; si usa pure cacciare 
nelle narici due turaccioli di savórs pestati. 

Romana moglie di Giovanni Santuzzi da Salett ) 
in diocesi di Concordia indirizzò certo Mattia q. m 
Gio. Battista de Gleriis da un fatucchiere di Porto- 
gruaro perchè gli guarisse un figlio dalla emorragia. 
Per tale fatto la Santuzzi dovette comparire al Santo 
OHicio nel 1595. 



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Sanglòz = Singhiozzo — Dicesi che il singhiozzo 
faccia crescere il cuore ai bambini; perciò, ritenendolo 
utile, le donne del popolo vedono con piacere i loro 
bimbi a singhiozzare. Per guarirlo, si fa contare fino 
a 21 senza tirar fiato, oppure bere a centellini per 
13 volte di seguito prima di inspirare ; altri procu- 
rano un leggero spavento, in modo da far stare chi 
vi è colpito coir animo sospeso per qualche istante, 
ed il singhiozzo se ne va. È comune il detto che si 
rivolge a chi singhiottisce : — devi aver rubate le 
uova al prete — . 

Sbocos di sangh = Emorragia polmonare — Si 
bevono decotti di condrale, di vii o di savòrs, 
oppure succhio di foglie di prezzemolo spremute a 
freddo. 

Scaranzie = Squinanzia — Infiammazione cro- 
nica delle fauci e della laringe per la quale si rende 
difficile il respirare e l'inghiottire. I rimedii indicati 
sono T acqua di rosmarino ed i decotti di lichene, 
di polmonarie o di bardane. 

Sciatiche = Sciatica — Si applica come vesci- 
catorio sul polpaccio o sul tallone la cipolla trita del 
colchico autunnale, dell'elleboro bianco o del giu- 
squiamo. 

Scota duris = Ustioni — Se la scottatura è lieve, 
basta avvicinare quanto più si può il dito o la mano 
alla fiamma e tollerare per qualche istante il bru- 
ciore, i nervi sensorii restano pel momento come 
intontiti, poi non si avverte più il dolore. Giova pure 
nascondere subitamente nei propri capelli la parte 
scottata oppure immergerla nella farina od ungerla 
coli' inchiostro. Se la piaga è piccola si adopera pure 
r inchiostro, la farina di sorgo, le patate grattugiate, 



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— 456 — 

la pellicola degli spicchi dell' aglio : se è grande T 
vi si applica 1' olio comune diguazzato nell'acqua, o 
un tuorlo d' ovo sbattuto nell'olio o nell'acqua; o 
le solite foglie refrigeranti spalmate di burro fresco, 
e in seguito le filacce tinte nel vino bollito. Il Man- 
zini nell' In Alto dà quest' altro rimedio : si mettono 
a bollire in un vaso due parti d' acqua ed una di 
mela cotogna e si lascia evaporare lentamente una 
parte dell' acqua finché si ottiene una sostanza ap- 
piccaticela e gommosa la quale si applica sulla piaga. 

Scròle = Scrofola — Quando vi son piaghe 
aperte si adopera V arum (lenghe di vaghe) o le 
radici e foglie di tussilagine, o vi si applica sopra 
un ramarro (sbórf) bene fasciato, avvertendo di 
rinnovare la cura di 20 in 20 giorni; oggidì invece 
s'r appreso sostituirlo con l'olio di merluzzo. Quando 
la piaga non è aperta si fa mordere dal ramarro il 
bambino ammalato, dove la gianduia è più tumefatta; 
poscia s'infila l'animale per un giunco, (per suo 
salario?...) e lo si mette in mezzo ad un bel fuoco: 
l'animale vi muore ed il fanciullo intanto guarisce. 

Sfrenzudis = ammaccature — Si curano come 
lis bolis (Vedi ivi). 

Sgrìsui = Brividi — I brividi sono cagionati da 
freddo, da malattia, da spavento ed anche da certi 
rumori speciali troppo striduli ed acuti, come l'udire 
ad aguzzare una sega od a graffiare con un ferro 
sul vetro, sulla lavagna ecc.; questi ultimi, se con- 
tinuati, si dicono i più pericolosi. 

Quando i brividi improvvisi fanno dare un tre- 
mito, si dice che è passata vicino la morte ; dicesi 
pure che quelli che provano raramente dei brividi 
vivranno a lungo. 



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— 457 — 

Sorditàt = Sordità — È abbastanza diffuso Ter-* 
rore che la sordità dalla nascita non sia la causa 
del mutismo, ma attribuiscono questo a difetto or- 
ganico. Si crede poi vi siano rimedj che guariscono 
i nati sordi. 

Nel 1609 Gio. Battista Callegaris da Udine, avendo 
una fanciulla sorda, chiamò certa Orsola vedova, abi- 
tante in borgo d'Isola, perchè gliela risanasse. La 
medichessa ordinò di far bere alla fanciulla dell'acqua 
benedetta all' Epifania. Il padre chiamò poi certo 
Alessandro Basilio, che si diceva esperto nel curare 
tale imperfezione, ed il Basilio diede questo responso : 
— che la jmtta doveva guarire, o morire in tatuine 
di tre giorni. 

Sosckdà, soscedarie = Sbadigliare — È ritenuto 
quasi una leggera infermità; lo dicono anche i pro- 
verbj : — Soscedarie, soscedò, la vite no ha il so — 
oppure: Soscedd no vài minti; o fan, o set, o cualchi 
qhòse che no V ohe a dì. 

Quasi tutti raccontano che, molti secoli addietro, 
vi fu un'epidemia, nella quale gli uomini morivano 
sbadigliando ; ed il rimedio si scoperse nel segnare 
una crocetta sulla bocca appena avevasene il prurito. 
Altri dicono che tale segno di croce s' usa a impe- 
dire che v' entrino i demonj nella bocca indifesa, 
spalancata allo sbadiglio. La croce si segna col pol- 
lice, cuoprendo intanto la bocca colla mano. 

Spàsim =-La massima parte delle sofferenze e il 
prodromo di malattie più serie che colpiscono i teneri 
bambini s' indicano col nome generico di spdsim, e 
il carattere diagnostico ritenuto infallibile sarebbe 
un lividore attorno alla bocca ; la cura abituale 
consiste nell'olio di ricino con sciroppo di papavero 



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— 458 — 

o di persico. Pur troppo non pochi bambini soccom- 
bono senza medici che potrebbero salvarli, mentre 
T empirismo li ammazza, perchè il loro male non è 
altro che spdsim ! 

Spinis = Spine — Sotto questa indicazione ge- 
nerica si comprendono quasi tutti i corpi estranei 
non minerali che si conficcano nelle carni. Le spine 
dei rovi, gli aculei, le sverze di legno, i pungiglioni 
delle api, fin i peli delle ortiche sono spinis. 

Anzitutto bisogna che la spina sia estratta, e di 
solito T operazione, anziché con un' incisione franca,, 
la si fa tormentando a lungo il paziente con un ago. 
Se la spina è confitta molto addentro nelle carni vi 
si applica della pece, ritenendo che questa operi 
quasi come una calamita, attirandola a sé. Si estrog- 
eno le spine adoperando indistintamente aghi d'ac- 
ciajo, d'oro o d'argento, non mai però d'ottone o 
d'altri metalli perchè ne seguirebbero delle gravi 
suppurazioni d'indole maligna. 

Spudaqfk = Salivazione — Se la salivazione è 
abbondante, la si crede dannosa alla salute e causa 
di tisi o di disturbi allo stomaco, specie nei giovani 
elio fumano. La salivazione si può produrre anche 
artificialmente, tagliando o masticando cibi astrin- 
genti, come limoni, susine non mature ecc. Il sale 
dicono giovi contro V eccessiva salivazione. Alcuni 
credono dannoso l' inghiottire la saliva perchè non 
si può digerirla ; in generale però si ritiene più pe- 
ricoloso sputarla. Lo sputo è V espressione del mas- 
simo disprezzo, ed i fanciulli dicono : 

— «Cui che spude in face — il Signor a lu sculace» — 

A sputare nel fuoco verrebbero disgrazie, e forse 
questa superstizione si collega al culto di Vesta- 

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— 459 — 

•Quando uno giura, si fa il segno della croce e sputa 
a terra, quasi in segno di scongiuro. Lo scongiuro 
poi avrebbe il massimo valore sputando a terra tre 
volte, una davanti, una a destra ed una a sinistra. 

Quando taluno racconta una cosa inverosimile, i 
fanciulli bagnano di saliva i polpastrelli dei due indici, 
li uniscono, poscia li staccano lentamente: se si for- 
merà un filamento di saliva, la cosa si crederà, {a 
tacite), diversamente, — no tache. 

Staknudà = Starnuto — Anche lo starnuto si 
ritiene un leggero malore. 

Si conta che in antico vi fu un' epidemia per la 
quale si moriva starnutando e da ciò ne venne V uso 
di augurare: salate, salve, viva, Dio ti jùdi ecc. a cui 
si risponde: grazie. Ora che l'augurio è scaduto ui 
moda il popolano usa farselo da solo ed anche ri- 
spondere : — salale — grazie — obledt a nissùa. 

Stitichkzzk = Stitichezza — Gli adulti o man- 
giano dei cibi che giovino a rendere lubrico il corpo, 
o ricorrono ai drastici; v'è poi un'erba, di cui non 
ricordo più il nome, che fa guarire la stitichezza col 
solo dormire sopra le foglie. Pei bambini si usano 
lis curis (suppositorj o supposte). Sono queste dei 
preparati fusiformi composti di miele, farina ed uovo 
oppure dei semplici fittoni delle radichette di prez- 
zemolo che s'ungono con olio e s'introducono poscia 
nell' ano dei piccini perchè richiamino i vermi e 
facilitino le escrezioni. 

Nei quaderni della fraterna di Santa Maria dei 
Battuti di Udine (') è notato: 

— « 1435 adi 10 di Maj spendei par confèt di fa 
ala dal quarp S. 8. » — 



(1) Arch. Ospitale CiY.le dì Udine. 

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— 460 — 

STRAGONZEIS , STRANGOLÒNS , INCUARDADURE DEI 

gnekvs del cuèl = Parotite, incordatura del collo — 
La terapia consiste nell' ungere o fregare con olio 
caldo la parte, facendo dipoi dei fumenti, e fasciando 
il collo con un' ovatta. Qualche volta, d'ordinario coi 
ragazzi, si ha il brutto vezzo di sollevarli di peso, strin- 
gendo loro la testa alle tempia, col rischio di fiaccar 
loro T osso del collo. Ma vi è un sistema ancora più 
pericoloso per rompere i stragonceis. Il paziente pro- 
tendendo i gomiti in avanti, annoda le mani dietro 
la propria. testa; l'operatore allora, postosi dietro alle 
spalle dell'ammalato, gli stringe fra le braccia proprie 
la vita e 1' avambraccio, indi sollevatolo di peso gli 
fa dare due o tre violenti scosse colla testa, ed è 
un vero miracolo se non si prende un torcicollo. 

STRAi.ogno = Guercio — A colui che ha questo 
difetto si dice : 

— * Al chale vièrs che altre setemane » — 

e nel Friuli Orientale : 

— «Al diala cuntra miarcui.» — 

La guardatura dei guerci si crede porti sfortuna. 

Stuartis = Distorsioni — Si ricorre quasi sempre 
agli acconcia -ossi, i quali, con moti e stiramenti 
violenti stroppiano talvolta l'ammalato per davvero. 
Se la distorsione è ad un piede, si ricorre al rimedio 
del rullo come nelle lussazioni (discuinzdt). 

Per le distorsioni il proverbio insegna : 

— «Bràz al cuèl, e giambe in jet» — 

SvanimÈìNT = Svenimento, sincope — Se la sve- 
nuta è una donna, le si mette in seno una chiave 



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— 461 — 

d'acciaio ben fredda, e quanto più grossa sarà la 
chiave tanto più efficace e pronto il rimedio. Altri 
dicono giovi farle toccare le mammelle da un figlio 
primogenito, o stringerle anche con gran forza l'a- 
nulare della mano sinistra. Più ordinariamente gli 
svenuti si portano all'aria aperta, si spruzza loro in 
faccia dell'acqua fresca, o si fa fiutare qualche forte 
-essenza, se non altro dell'aceto. 

Tàis, feuidis = Tagli, lacerazioni, ferite — Se 
si tratta di piccoli tagli, o di lievi lacerazioni, si ap- 
plicano le ragnatele secche o tinte nelP olio, o la 
linfa dei teneri germogli di morus alba (mordr), o 
le foglie di geranio cannella, di geranio garofano, o 
geranio robertiano (jerbe di tàis), o di ciciliana 
(jerbe d'ogni mài). 

Vi si applica pure un cataplasma di foglie pe- 
state di scrofularia nodosa (jerbe dei vièrs) attri- 
buendosi a questa una azione emostatica, oppure si 
raschia con un coltello l'uretra del porco affumicata 
ed essicata, che i contadini hanno sempre cura di 
conservare, e la raschiatura la si applica sulla ferita. 
Altri tagliano del lardo fine, fine, lo fanno bollire 
con delle foglie di salvia, e colla schiuma che si 
forma ungono la parte offesa ; o finalmente si applica 
una miscela di lardo con foglie di ciclamino o di 
confiarvie pestati assieme. 

Se si tratta di taglio o ferita di qualche gravità, 
si ricorre pel medico ; molti però usano gli empiastri 
di genziana o di piantaggine, o l'olio di iperico, di 
scorpione, di nottola, o di clapiz (che è quel liquido 
biancastro che cola dalle giunture delle ossa negli 
animali da poco macellati), o carne di gallina nera 
appena ammazzata. 



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— 462 — 

Selle piaghe minaccianti cancrena, si sovrappon- 
gono le foglie di vinca, (di viole mate) o le gocciole di 
resili» che colano dalle tavole di abete bianco o di 
larice (làgrime di dane o di ldris\ o si cuoprono con 
uno strato di colla animale (cole caravele). 

Se in seguito a grave ferita fosse restata una de- 
bolezza negli arti, si va a cacciare il membro debole 
nel ventricolo (b ùltime) ancor fumante dei buoi uccisi. 

Tazzat = Eritema — Negli eritemi che vengono 
ai bambini sotto le braccia, fra le gambe ed alle 
piegature della pelle, si usano i lavacri con acqua 
tiepida, poi si cospargono con polvere di tarlo. 

Tegxe = Tigna — È calcolata una delle peggiori e 
più tormentose malattie, ed indizio di sangue poco sano. 
Dice il proverbio: — Tegne e rogne, altri mal no 1>i- 
RQtjnà. — Dar del tignoso ad uno è gravissimo insulto. 

t'itine cura, usano gì' infusi di jerbe pedoglite, o 
di rat/drede nell' olio, col quale poscia si ungono le 
croste della tigna. Oggi all'olio comune molti sosti- 
tuiscono folio di fegato di merluzzo. 

Tètano — Si crede venga il tetano quando un 
qualche nervo è solo offeso e non reciso di pianta. 
Le ferite più pericolose per il tetano, sono calcolate 
quello alle dita delle mani, ai polsi ed alla pianta 
del piede. Generalmente si ricorre al medico, perchè 
fa [laura quel vervi n che assale V ammalato. Alcuni 
ungono intanto la piaga con olio caldo. 

Tiramènt = Satinasi, ninfomania — Usano i 
bagni freddi, i decotti di ninfea (lavàz) o di lattuga 
e l'uso della canfora o del sai di Saturno. Ben pochi 
dei villici però soffrono di tal malattia, e credo ciò 
dipenda dalla vita fisicamente attiva che conducono, 
e dal non eccitare soverchiamente la fantasia. 



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— 403 — 

Tòs pajane o canine = Ipertosse — Con troppa 
leggerezza si calcola una malattia non pericolosa pei 
bambini. Dicesi che per 45 giorni va aumentando e 
poi per altri 45 giorni diminuisce. Quattro sono i 
rimedj indicati per guarirla : si pone del latte vac- 
cino in una scodella, e lo si fa bere ad un cane per 
metà, in modo che vi cada dentro un po' di bava, 
poi la rimanenza la si somministra all'ammalato. 

Si involge un po' di pelo d'asino in una pezza 
di tela, lo si fa bollire nel latte che poi s'ha da be- 
vere caldo. 

Si fa mangiare all' infermo una zuppa condita con 
grasso di cane. 

Si taglia un tubero di ramolaccio (rati) in due 
parti; in una si pratica una piccola cavità che si 
riempie di zucchero pesto, poi si ricopre ben bene 
coir altra metà di tubero, saldando le due parti con 
dei cavicchi di legno. Si colloca il tubero sotterra 
per ì8 ore. Lo zucchero per l' umidità diventerà sci- 
ropposo e con quello si addolcisca il calle e latte 
che si fa prendere all' ammalato. Alcuni ricorrono 
anche alle segnature. 

Triste digestiòn — Debolezza di stomaco, cattiva 
digestione — Si mangia armoraccio grattugiato ed 
infuso nell'aceto; si beve nel ranno, si usano i rin- 
tonanti, specie infusi nell'acquavite, come: assenzio, 
genziana, rabarbari, ruta e santonico. 

Tumór = Foruncolo maligno — Si applica un 
cataplasma di foglie fresche di verbasco o di timo 
pestate, od un empiastro di lumache trite con tutto 
il guscio, o di cicale frantumate. 

Uàrbs = Orbi, ciechi — Trovo nei processi del 
Santo Officio che certa Bradamante Veneta fu chia- 



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— 464 — 

mata al Tribunale nel 1605 perchè pretendeva ridare 
la vista ai ciechi colle sue pratiche superstiziose. 

Uarbisìn = Orzajuolo — Si guardi coir occhio 
ammalato nella caraffa dell'olio. 

Ursulàrie, orsàrie — Escoriazioni fra le natiche 
che vengono a chi cammina molto, o lungamente 
cavalca. Si usano i bagni freddi e l'ungersi con sevo 
od altri grassi. A mettere nella tasca sinistra dei 
calzoni una manata di muschio ben secco, l'escoria- 
zione guarisce ; a mettere il muschio {muscli, Vedi 
Cap. Ili) prima di fare la passeggiata è un preser- 
vativo sicuro. 

Varuscli = Morbillo — Si ha l'abitudine di te- 
nerlo come malattia di nessuna importanza, basta 
tenere il bambino lontano dall'aria; anzi qualcuno, se 
ha più fanciulli in casa, li espone al contagio senza 
dividerli, e segregare i colpiti dai sani; ciò a bello 
studio, affinchè la malattia li colga tutti contempo- 
raneamente. 

Variole e variole mate = Vajuolo, vajoloide o 
varicella — Non è infrequente di trovare degli ac- 
caniti oppositori della vaccinazione, alla quale non 
si vuole prestar fede; anzi talvolta si vuole dimo- 
strare che è dannosa, citando degli inconvenienti 
provenuti per poca precauzione nello scegliere il 
soggetto da cui si prende il vaccino. Chi ha sofferto 
la varicella e sicuro di non contrarre più il vajuolo. 

Vencul, gHALQHÙT — Incubo — È un diavolo od 
uno stregone che viene a sedersi sullo stomaco ed 
impedisce la respirazione. Volendo impedirgli l'en- 
trata in camera, basta collocare entro la toppa del- 
l' uscio una foglia di vite. Se uno, svegliandosi, è 
pronto a dire al Vencul, che l" indomani a mezzo- 



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— 465 — 

giorno venga a prendere sale o pepe da lui, potrà 
conoscerlo, perchè a quello scongiuro non potrà re- 
sistere, e dovrà in punto al mezzodì presentarsi a 
chiedere il sale od il pepe. Da' contadini mi fu rac- 
contato, che svegliati improvvisamente, hanno veduto 
fuggire il Vencul in forma di animalaccio peloso, 
somigliante ad una scimmia, ad un orso, ad un grosso 
cane, ecc. 

Vièrs = Verminazione, elmintiasi — Gran parte 
dei disturbi che colpiscono ì bambini, si spiegano 
come fenomeni dovuti ai vermi. La diagnosi si basa 
sull'occhio vitreo, sulla lingua punteggiata, sull'odore 
particolare dell'alito, e sui sussulti improvvisi nel 
sonno. 1 rimedi sono numerosissimi. 

Si fa mangiare al bambino dei confettini con seme 
santo, o bere il succo di radici di felce, o di foglie 
d'assenzio; si usano del pari i decotti di santonico, 
anice, genziana, salvia, santoreggia, rabarbaro, ver- 
bena, salcio rosso, radici di tussilaggine ecc., si frig- 
gono nell' olio dei spicchi d' aglio che si gettan poi 
via, ed in queir olio si cuociono dei semi di pian- 
taggine che si fanno mangiare all' ammalato. 

Dicesi giovi pure una ghirlanda di spicchi d'aglio 
infilati su una gugliata di seta nera, appesa attorno 
al collo ; si mettono in un sacchetto foglie di as- 
senzio, abrotano, licheni, menta selvatica e ruta, op- 
pure tre spicchi d'aglio e dei lombrichi di terra 
tagliuzzati e mescolati assieme ; il sacchetto si fa 
poi portare appeso al collo, ed alla notte si caccia 
sotto al guanciale; altri applicano lis curis (suppo- 
sitori) come nella stitichezza (V. ivi), o sommini- 
strano del vino, dicendo che gli alcoolici fanno mo- 
rire i vermi ; ma un proverbio popolare sconsiglia 



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— 4Gfl — 

T uso del vino ai bambini : — Làt e viri eope il 
bambìn. — La radice pestata di jerbe dai vièrs (sero- 
phularia) applicata esternamente alla gola, giova 
moltissimo, ma giova ancor più far arroventare tre 
o più chiodi arruginiti, sempre però in numero di- 
spari, e quando sono ben rossi collocarli a triangolo 
su di un piatto, versandovi sopra dell'olio comune,, 
col quale si ungeranno le tempia prima, poi i polsi, 
la fossetta del collo, la forcella dello stomaco, e l'om- 
belico. 

Si prendono dei lombrichi di terra, si carboniz- 
zano sulla paletta da fuoco arroventata, e polveriz- 
zatili, si somministrano nelle bevande, o si fanno 
in pillole che si somministrano all'ammalato; tutti 
i venni eh' egli avrà in corpo moriranno. 

Come per le coliche anche per i vermi giova far 
sdrajare il paziente supino per terra collocandogli 
sul ventre un catino pieno dell'acqua di sette fonti 
o pozzi digerenti, ed in quella versare del piombo 
liquefatto; se ad onta di tutti i rimedii i vermi non 
si riscontrano nelle feci, si dice che sono distrutti 
[si sou disfazj. 

Furono processati dalla Santa Inquisizione perchè 
preenlai'cuw i vermi, nel 1001 Giovanni q. m Giacomo 
Suder di Vergogna presso (?) Udine, indi Apollonia 
vedova di Pietro Miani della villa di S.Andrea nel 1045. 

Viér solitari = Verme solitario — Questa ma- 
lattia è poco nota al popolo ; il Pirona dice che si 
usa contro il verme solitario l' ile di cornile. 

Zuèt = Zoppo — Al par de' poveri gobbi, anche 
gli zoppi sono frequentemente derisi ed insultati, e 
questi tanto più, perchè si crede portino sfortuna. 
Gravi disgrazie ne verrebbero incontrando uno zoppo 



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— 467 — 

per primo a capo d'anno. Le donne zoppe si dice 
sieno lussuriosissime. 

Anche alcuni altri difetti fisici ed alcune carat- 
teristiche speciali formano argomento di pregiudizi 
e superstizioni; tal è la gente di pelo rosso, eh' è 
qualificata pericolosissima, e lo dicono i proverbi : 

Barbe rosse, pél dal diaul. 

Rosso del mal pelo, cento giauli per cavolo. 

I ro; * si si credono collerici ed ingannatori ; le rosse 
facili all'adulterio ed al delitto. Si dice pure che i 
rossi tramandino un odore spiacevole, massime se 
sudati, proprio ed esclusivo alle sole persone di tal 
pelame. 

I biondi invece sono ritenuti flemmatici e poco 
suscettibili di forti passioni, le quali hanno il pre- 
dominio in quelli di carnigione scura e d'occhi e 
capelli neri. Gli albini sono creduti una razza spe- 
ciale e dicono abbiano le pupille rosse e quadran- 
golari e che per giunta vedano più la notte che non 
il giorno. Poveri diavoli! poneteli in mezzo coi gatti, 
coi gufi e coi barbagianni ! 

Un' altra strana credenza che rimonta ai passati 
secoli è quella che i medici svenino i mostros — 
tali i bambini nati con deformità straordinarie, op- 
pure mancanti di alcun arto ecc. 

Frequente è pure la diceria di individui nati colla 
coda o con le corna, e questi si credono figli del 
diavolo per essersi le madri mescolate con gì' incubi 
•(venati o Qhalghùt). 

Quando i mostri hanno somiglianze con bestie, 
dicono che le madri, novelle Pasife, per libidine 
•contro natura si sieno prostituite ad animali. 



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— 468 — 

La balbuzie e gli altri difetti di pronuncia sogliono 
attribuirsi al non avere bene sciolto o reciso lo sci- 
linguagnolo — no ve tajdt il filèt — . 

Anche il timbro della voce è indizio del carattere 
morale. Sono cattivi e pericolosi gli uomini che 
lia ri no voce da donna e le donne che hanno voce da 
uomo. Bisogna pure guardarsi dagli occhi bassi e 
suo [sì ripetere: 

— « Carditi dall' om ch'ai aliale bàs — e da la fórni ne che 
slùngie il pàs» — . 

Se si hanno dei piccoli segni bianchi sulle unghie, 
chi! sogliono provenire da qualche colpo o percossa 
leggera, invece dimostrano le bugie dette nel mese 
trascorso. Altri dicono che quando i segni si taglie- 
ranno, se sono sul dito medio, si riceveranno dei 
regali ; se nel mignolo si dovrà viaggiare. 

Si crede pure che Y uomo al lato destro abbia una 
costola di meno ; quella che Dio levò ad Adamo per 
crear Eva : ed abbia lui solo quel nodo del collo che 
fa (la saliscendi quando s' inghiotte qualunque cosa, 
e che ovunque s' appella il pomo d'Adamo. 

Altra credenza diffusa si è quella che gli antichi 
fossero robustissimi e di statura gigantesca. Si ode 
spesso novellare di scheletri umani di grandezza 
straordinaria, specialmente di stinchi e costole smi- 
surati, scoperti negli scassi del terreno, o in fondo 
alle miniere ; sono per lo più ossami petrificati di 
immuni quadrupedi già scomparsi da secoli e secoli, 
scambiati per ossa umane. Così si crede all'esistenza 
di nani piccolissimi, e molti ritengono che Polearùt 
(Pueeettino) eh' era alto quanto un pollice, (poledr). 



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— 469 — 

sìa stato un personaggio reale vissuto alla corte del 
re di Polonia. 

Si hanno poi certe orazioni che col recitarle pre- 
servano da alcuni infortunii o disgrazie, e dal peri- 
colo di essere assaliti dai malandrini. E del pari ri- 
tiensi giovino certi scongiuri ed augurii, d 1 onde la 
usanza tanto frequente, d'augurare altrui il buon 
viaggio o buon appetito, buon riposo, buona perma- 
nenza ecc. 

Nel solito Regesto trovo qualche altra pratica 
superstiziosa riferentesi alla salute ed al lisieo che 
non potei classificare altrove, onde le riporto qui in 
chiusa del capitolo. 

Nel 1630, Domenica moglie a Francesco No verta 
di Pordenone portò la camicia del marito infermo ad 
una tale dimorante a Giai, che non so bene chi fosse, 
manco di nome, pregandola di segnargliela per gua- 
rire suo marito ; e colei gliela segnò con la corona, 
pronunciando a un tempo certe parole sacre, ed invo- 
cando i Santi. Poscia le diede un olio di svariati 
colori perchè con quello ungesse lo stomaco ed il 
dorso dell'ammalato, un tozzo di pane da fargli 
mangiare, e certe erbe da mettergli sotto il Capez- 
zale assieme ad una polvere. Per ultimo te disse : 

— che al detto suo marito era stato tolto il mangiare 
già quattro mesi fanno — a cui Domenica rispose : 

— che erano più di sei ed otto. Tornata a casa gettò 
ogni cosa sul fuoco, eccettuata la camicia. 

Nel 1645 Betta Galliota ostetrica nella villa di 
S. Andrea presso Brazzano fu accusata di aver of- 
ferto in vendita a Livia moglie di Battista Felcari 
della villa di Visinale una placenta ch'essa avca rac- 
colto in un parto e fattevi celebrar sopra nove messe. 



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— 470 — 

Assicurò la Felcari che suo marito rimarrebbe invul- 
nerabile frammezzo air armi, finché si portasse al 
collo quel ciondolo fatato. 

Nel 1647, il prete Nicolò Francanelli, canonico di 
Udine, portava al Santo Officio un astuccio conte- 
nente eerta materia sconosciuta e ruvida che avea 
trovata sotto la tovaglia dell'altare di San Giuseppe 
nel Duomo di Udine, dove egli avea celebrate le tre 
Messe del giorno di Natale. Due giorni dopo si pre- 
sentarono spontanee al Padre inquisitore Marina 
moglie di Stefano Castaldoni Padovano macellajo in 
Udine, e Caterina moglie a Pietro Forcani campanajo 
del Duomo. La Marina confessò di aver tenuta la 
placenta in cui era nato il di lei figlio Gio. Battista 
avendo inteso da certe donne che avea virtù di ren- 
dere invulnerabili, purché sopra quella fossero state 
celebrate molte Messe. Avea perciò pregata la moglie 
del campanajo di nascondergliela dove monsignor 
Francanelli l'avea scoperta, mentre era sua intenzione 
di inviarla al proprio figlio, che gliel' avea richiesta. 

Questa credenza, per ricerche ch'io abbia fatte, 
non Tito pili trovata viva in Friuli. 

NVl 1009 finalmente, certo prete Gio. Battista da 
dividale fu accusato perchè assieme con altri preti, 
in flato giorno, stette fuori delle porte della chiesa 
di quella città, tenendo in mano un foglio scritto il 
quale cominciava cosi : — Chi dirà questa parola 
tjai s<ffloscritta, non potrà confessare sulla corda. 

Parrebbe che a quei preti premesse di assicurarsi 
d' avere la forza da non tradire qualche segreto. 



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Capitolo IX. 



Longevità, morte, cerimonie funebri; — usi, costumi, snj ere- 
zioni e credenze relative. — Apparizione dei morti — Pre- 
cessione dei defunti. 



Van plui vigei che manz in beQÌiarte, — dice il 
nostro popolo per indicare con una metidoni come 
muojano pia giovani che vecchi ; e sebbene si citi 
sempre l' adagio : II zovin al puès muri, il rerhn 
al devi, a conforto tuttavia dell' età cadente si ha 
pronto l'altro: Cnalchi volle dure ])Iui ime ritr 
vière che une gnove. 

Gli uomini adulti dicono scherzando : t)i a) ùenl 
ang o eh' i sai mudrf, o citi sarai frnp vie/i, oppure : 
Di ci) cent ang par me vai tant il l'ut che la stop?. 

La longevità s'incontra più frequento fra ì lavo- 
ratori dei campi e fra i montagnuoli. Il popolo suole 
attribuire una straordinaria longevità al ingiurio di 
vita, ritenendo che i cibi vegetali contribuiscano a 
tenere lontana la morte, non calcolando die l'Agri- 
coltore ha bensì una vita di fatiche, ma in un am- 
biente più puro e sano, e che ha minori bisogni e 
quindi minori affanni morali, oltre alle minori oc- 
casioni di guastarsi la salute che non le popolazioni 
agglomerate nelle città. 

Si crede del pari la vita media in oggi sia molto, 
ma molto diminuita, e la robustezza fisica individuale 



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— 472 — 

del pari. Gli uomini dei primi tempi erano tanto 
più grandi e forti di noi e raggiungevano età feno- 
menali, ben superiori a quelle che contano oggidì 
i giornali d'America, e ne farebbero prova i Pa- 
triarchi biblici, fra cui Matusalemme che sarebbe 
campato 969 anni, — nientemeno ! E siccome tutto 
dev T essere relativo, si aggiunge che quelli, a cento 
anni, erano appena giovinotti; tant' è vero che le 
donne oggidì son nonne e bisnonne neir età che 
Sara partoriva Isacco a tempo perduto. 

Aliamo era stato creato immortale e l'albero 
della vita che sorgeva nel centro del Paradiso ter- 
restre fovea ringiovanire la specie umana ; ma quando 
esso mangiò il frutto dell' albero della scienza del 
bene e del male, il peccato originale, fra tanti ma- 
lanni, portò pur quello della morte. Taluni credono 
ancora si possano trovare certe piante e rimedii 
atti si far ringiovanire, e credono alla medicina 
universale. 

Come vi sono degli animali più forti o più veloci 
degli uomini, così ve ne sono anche di più longevi, 
come gli elefanti, le balene, le aquile, i papagalli, 
i corvi, i cocodrilli, e certi rospi che vivono chiusi 
nelle rome: — ecco, dopo migliaia di secoli, vi si 
pratica una mina, e n'esce fuori un rospo vivo 
coetaneo di Noè ! 

Il contadino parla assai di frequente della morte, 
e la sua mente non rifugge, anzi si abitua a quel- 
T idea. Più credente, più fidente in Dio, Y aspetta 
rassegnato, senza temerla, desiderando solo d' aver 
modo di fare prima le sue devozioni, e di ricevere 
tutti i sacramenti che gli aprano le porte d' una 
vita migliore, e gli dieno anche mezzo di gabbare 



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— 473 — 

Domenertio con queste pratiche di culto esterno, 
che basterebbero a sanare le più gravi marachelle 
commesse. 

Ecco qui sotto alquanti proverbi che alla morte 
si riferiscono : 

Il timp al passe, e la muàrt a veri. 

Fin che l'è fiat j' è sperance. 

La sperance j' è l'ultime a piérdisi, o j'è il rimierii dei 

disperàz. 
Cui che l'ha chèl da vite, no l'ha altri fastidi; o perfetti- 
Fin che si è vis no si è muàrz. 
Malatie lunge e muàrt sigure. 
J' è piès la paure da muàrt che il muri. 
Dopo muàrz no si viv un' ore. 
Co* si mùr si finis di patì; o l'è flnit dùt. 
Cuftnd eh' a si ha imparàt a vivi, si mùr. 
Cuand eh' a si è conlènz si mùr. 
Si bade ben al mònd co' si ha di lassàlu. 
Dut si po' rimedia fui- che la muàrt ; o fùr che il gròp dal cuèL 
La muàrt a ven cuànd che mancul si la spiete. 
Co' l'è destinàt, no vai né miedi né medisine. 
Co' è la so ore, no vai nnje di di nò. 
Denànt da P ore no si po' né nasci, né muri. 
Un bràv om e un bon vassèl di vin a dùrin póch. 
Miei un mùs viv che un dotór muàrt. 
Miei i zàfs daùr che i prèdis denànt. 
Pichàz magari a un clàut, ma vivi. 
Là di là no si sa cemùd eh' a è. 
Di chèl mài si patìs, di chèl mài si perìs. 
L' ultim mài P è piès di duch. 
La muàrt a ven simpri cun cualchi scuse. 
La muàrt no ha lunari. 
Ogni dì la muàrt a ven. 
Di juste no è nome la muàrt. 

La muàrt no chale nissùn ; o no puarte rispièt a nissùn. 
La muàrt no ùl ve tuàrt. 
La muàrt fàs dùch uguài. 
Si fàs e si dis, e la muàrt tire pai pis. 



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Une volle paròmp si scuèn fàle dùch. 

Si è (Indi mortài. 

Si nriK par muri. 

Si viv asItTi pri cu la muàrt a la gole. 

Uè i sin, domàn no sin. 

Uè a ii» do man a mi. 

Uè in ligure, domàn in sepolture. 

A ven la fin dal mond per cui che mùr. 

Cui di' a L'è muàrt a l'è in foràn, cui eh' a l'è viv al 

mange pan. 
A Te su Ms tre, o vinchetrè e tre cuàrz, o su lis novantenùv 

e ire cuàrz. 
A l'è sul Ubera nos a malo. 
Un ginn di champane pae duch. 
A l'ha tirai il pìd, — tiràt su i sghiièz, — tiràt su i scarpèz, 

o i stivai. 
L'è dismenteat di tira il fiat. 
L' è ini a Flaibàn, là che fasin ànimis di uès. 
A T ha lassade la sedòn. 
L'è làt al mònd di là a vh-di ce tang luvins che dan al 

centè^in. 
L* e làf a fa pipis di zès ; o tiere, o mantiis di bocai. 

Anche Zorutti, nella me biografie, adopera questo 
mudo di dire : 

Anche il strolich furlàn, 

Dòpo di ve frujàz tanch cari odiai 

A l'ha di là a fa tiere di bocài. 

L'è zùt ferito) a colta i ras. 

A t'ha passàt la barche di Caronte. 

È Un ricordo della vecchia mitologia pagana. 

Pini art mùr e manco an reste. 
Muàrt jó, muàrt dut il mònd. 
La tó mtiàit jè la me vite. 

Peccano troppo d'egoismo; ma è traduzione del 
noto adagio latino : mors tua, vita mea. 



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Mài par cui cu va, piès par cui che re>te. 

Pini glande è la cliamèse, plui prand l'è il dolor. 

Cui che ben viv, ben mùr, o viceversa. 

Tal si viv e tal si mùr. 

1/ ultim labàr l'è fat cence sachetis. 

Su la vai di Giosafat si sul din duch i conz. 

Cualchidùn d'un cóv, bisugne dàlu al lóv. 

11 prèdi al mùr di frèd, il siòr dì fan, e il puar ninsae pa^iùt. 

Cui eh' a l'è in sepolture (il becchino) sa cui eh' a l'è nmàrL 

Vi sono certi indizii che predicono la morte; 
cosi ad esempio sono destinati a vita lunghi quelli 
che tardi mettono i denti : 

Tàrd a denti, tàrd a muri 

A pesare, misurare o ritrattare i bambini, mori- 
ranno presto; invece i grandi se si pesano multo 
spesso stenteranno a morire, ed avranno una agonia 
penosa; a liberarli, però, basterebbe collocare sotto 
il loro guanciale una stadera, o il suo romano, op- 
pure un qualunque peso di bilancia. 

Chi bastona i bambini augura loro la m utr ; — 
provvida e bella superstizione, perchè giova e con- 
tribuisce a salvare quelle deboli creaturine dalle 
percosse. 

Se i bambini'fanno per giuoco una processione, 
qualcuno della famiglia deve morire; e se tu rPgalì 
loro dei fiori, gli auguri la morte. 

Quando in una famiglia vi sono otto sorelle, 
morrà prima la più giovane. Quando s' avvengono 
in tre donne a spazzare una stanza, dovrà morirne 
una fra breve, o la più vecchia o la più giovane. 

Essendo altresì ad acconciare un letto in tre 
donne, una ne dee morire entro Y anno ; ina può 
anche morire la persona che vi si coricherà dentro. 



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— 476 — 

Quello dei due sposi che spegne il lume la prima 
iiutte «lei matrimonio, sarà il primo a morire. 

Se la moglie leva dal dito l'anello matrimoniale, 
it marito va a pericolare. 

A Vicinale di Pordenone dicono che se due gio- 
vatiì sposate nel medesimo giorno s' incontrano nel 
di del Ir nozze, devono abbracciarsi e baciarsi, ma 
1 ujn tì l'altra entro Tanno morrà. 

Unti coppia di sposi deve curare di non essere 
condotta davanti a un altare che sia dal lato del 
campanile, perchè uno dei conjugi ne morrebbe in 
breve, E cosi, potrà sapersi quale dei due sarà il 
I ninni a morire, osservando quale delle candele 
arilr mono, se quella dal lato della sposa o dello 
sposo, 

Se rimangono a caso tre lumi accesi sopra un 
in vuli* vuol dire che è prossimo a morire qualcuno 
di casa, 

Si? un morto resta cogli occhi aperti, si chiama 
dietro in breve qualcun altro dei suoi parenti. 

QllUfldo muore qualcuno, si usa lasciar aperto il 
portona di casa finché il corteo funebre sia arrivato 
al Cimitero; se si chiudesse prhpa, ne morrebbe 
qualeLe altro della famiglia entro Tanno. 

Se cade un quadro, o se si rompe uno specchio, 
entro un anno si avrà un funerale in casa ; che se 
questi i accadesse mentre già vi fosse un ammalato 
in famiglia, quello ne sarebbe la vittima. 

Se il giorno del Natale si trova spento il ceppo, 
murriL entro Tanno il padrone di casa. 

Se una larva della falena geometra (compàs), 
ini iva col suo movimento a mo' di compasso a per- 
corrale tutta la lunghezza del corpo di un individuo, 



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— 477 — 

questo morirà presto, perchè il bruco ha misurata 
la lunghezza necessaria per fargli la cassa. 

Piglia uno di quei globuli in che convertii il 
fiore del Tarassaco (Tale) e soffiavi con forza. Se 
vedrai staccarsi e volar via tutti i semi coi pen- 
nacchietti aderenti, preparati senz' altro a morire 
in queir anno : se ne rimane una metà, vuol dire 
che sei arrivato — a mezzo del cammin della tua 
vita — e ti rimane ancora altrettanto tempo del 
già vissuto : ne restano più che mezzi appiccicati 
allo stesso, sei sicuro di goderti una vita ancora 
più lunga. È strano ! in questo caso nessuno avrebbe 
maggiore probabilità di vivere dei vecchi asmatici 
e dei tisici, che hanno deboli i polmoni. 

Si può pure presagire se uno avrà vita breve o 
lunga dai segni che sono sul palmo della marni a 
guisa di M majuscolo (è un avanzo della Chiro- 
manzia). 

A sputarsi indosso è pessimo presagio ; manca la 
forza di scagliare lontano lo sputo, e si morirà presto. 

Per sapere se un assente è vivo o morto, s'usa 
d' appendere una pallottolina di ceralacca, special- 
mente nera, ad un filo di seta che sostiensi fra il 
pollice ed il mignolo della mano destra; se l' assente 
è vivo ancora, la pallottola dondolerà orizzontalmente; 
se è morto, assumerà un movimento circolare. 

Chi guarda ogni mattina San Cristoforo ò sicuro 
di non morire di morte improvvisa ; per tale mo- 
tivo l'effigie del santo s'usava dipingerla fuori della 
chiesa ('). 



(1) Ma 8' usa dire aurora ch« san Cristoforo volea castrare i preti, e 
ch'essi perciò 1* hanno relegato fuori di chiesa. 



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- i78 — 

A bere ogni mattina un bicchier d'acqua fresca a 
digiuno, fin che si continua nella buona usanza non 
si morrà mai. (È facile comprender lo scherzo: quando 
uno non lo beve più, è morto ). — Lo dice anche 
chi beve di mattino per tempo un bicchierino di 
acquavite. 

Quando e' è malati in casa, il sognarsi di scarpe 
rotte, o che e' è cascato un dente, sarebbe presagio 
di prossima morte. Lo sarebbe del pari se la strige 
(Cinite) venisse la notte a cantare sulle finestre o in 
quelle vicinanze (dove si vegliano infermi, c'è lume 
acceso tutta la notte, ed i gufi sono attratti dallo 
splendore fra le tenebre, ed air infermità lunga può 
seguirne la morte; onde il connettere il decesso con 
quel canto è un semplice scambio fra causa ed ef- 
fetto); e così pure se il cane di casa ulula, se una 
gallina canta da gallo, lo scricchiolio dei mobili 
nella camera dell'infermo, o il tarlo che fa sentire 
l'orologio di San Vito. 

11 singhiozzo poi è sintomo sicuro di pessimo au- 
gurio, giacche soprarriva nell' ultima ora. 

Nel 101 1 Lucia moglie a Pescatore della villa di 
Gruaro abitante nella villa di Chiaja, chiamata da 
certo prete che la interrogò sulla qualità della propria 
•malattia, rispose: — Gli egli era stalo stregato con 
un pomo donatogli nel tal giorno, e che tardi avea 
chiesto rimedio pella sua infermità. — Ed il fatto 
dimostrò che quella donna s'era apposta al vero, peroc- 
ché fu constatato che in quel giorno era stata donata 
al prete una mela, e come la Lucia avea predetto, egli 
morì realmente di quella malattia. 

Pregata essa Lucia da altro individuo a fargli 
conoscere quanti anni di vita gli restassero ancora, 



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— 479 — 

lei cominciò a misurare un certo filo o una i ■■■ 
poscia rispose, che vivrebbe dai quindici ai veni \imn m 
Per questi ed altri sortilegi fu citata al Santo Ofliam, 
Messa a confronto coi testimoni che le contestammo 
la verità dei fatti, il processo termina col trnh|ni 
espressivo : Alimi non apparet. 

Due anni più tardi ebbe pure impicci col S. Ti 
bunale Angela vedova di Giovanni Salvini delLi filiti 
di Felettis, dalla voce pubblica indiziata come Mn -n. 
Costei parlando un giorno con Don Gio. Battio i [tu- 
zanzio Udinese, ebbe a dire: — Che d'una lifilii i 
Gioselìa serva di detto signor Bazanzio di armi I -- 
essa donna GioselTa non ne avrebbe allegrezza: 
infatti poco appresso quella figliuola s'ammalò, vvwu 1 
declinando poco a poco, e fra gli otto e i dieci -in ni 
morì. 

Parimenti un giorno l'Angela stessa, essimi, i 
adirata contro due suoi cognati, ebbe a dire : \ 
chi mi fa dispiacere, se io mi pongo a cavallo d'il 
medal gradile di porta (?), mi basta l'animo di \\iy\m 
morire. 

Nel 1045 Giovanni Micula di Dolegnano, pan 1 -mv 
di San Giovanni di Manzano fu accusato di av- > av- 
vertiti i parenti del prete Don Laviano Tassi ih 
quello sarebbe morto entro tre giorni; e piH 
T annunzio si avverò. 

Quando un contadino si sente presso a mm li i 
manda subito del prete e vuol essere munitali! 
i conforti religiosi. I parenti lo circondano, e ]>> r^mw 
in camera; l'ammalato rassegnato e calmo att^ll 1 )' 1 
l'estremo istante, facendo bene spesso delle ruriMi 
mandazioni ai figliuoli, al coniuge, ai parenti; |h> - 
gandoli a compatirsi vicendevolmente, ad aiiiwsl, i 



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— 480 — 

vivere insieme concordi, ed a non dimenticarsi di 
lui. Scene di dolore ineffabile! E talvolta i parenti a 
lui si raccomandano perchè non venga a spaventarli 
dopo morto, e che se per caso avesse bisogno d' es- 
sere suffragato con preghiere, ne dia un segnale, p. e.: 
rovesciando il pajolo sulla tavola di cucina. 

Si dice che il moribondo ha sempre l'Angelo Cu- 
stode a destra e un diavolo a man sinistra. Per questo 
motivo i parenti preferiscono star a pregare dal lato 
sinistro, e fanno frequenti segni di croce, e mettono 
dei Cristi e delle Sacre Immagini ed altri oggetti 
religiosi da quella parte. 

Quando V ammalato entra in agonia, dicono che 
capitano i demonj a fare da accusatori. Portano un 
libraccione nero, vergato in caratteri rossi, spaven- 
tosi, sul quale sono segnate tutte le mancanze, tutte 
le cattive azioni. Gli angeli da parte loro portano un 
nitido libriccino in cui sono scritte a caratteri d' oro 
tutte le sue buone azioni. Cristo allora compare; si 
pesano da San Michiele le azioni buone e cattive sulla 
Rilancia a due piatti. Il diavolo che fa da Pubblico 
Ministero sostiene V accusa, gli Angeli e la Madonna 
sono gli avvocati difensori; Gesù Cristo il giudice. 

Queste idee sono vieppiù diffuse nelle menti dei 
contadini da certe stampe che si vendono sui mer- 
cati, rappresentanti appunto la morte del giusto e 
quella del peccatore, dove non sai se sia maggior- 
mente scorretto il disegno o la strampalata fantasia 
dell'inventore. 

Molto più espressivo e ragionevole è un basso 
rilievo del secolo xm che si vede nel lato sinistro 
della bella facciata del Duomo di Gemona : evvi raf- 
figurato San Michiele che pesa due anime nella bi- 



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— 481 — 

lancia, ed il diavolo che indispettito s'attacca i\l piatto 
che s'innalza, perchè vorrebbe far discenderò ad un 
tempo entrambe le coppe col contenuto. È strana la 
idea che s'abbiano a pesare le anime! Ho procurato 
farmi spiegare se la bilancia sia ad uno o due piatti ; 
se il peso venisse fatto per raffronto o se v 1 era un 
dato peso unitario a cui l'anima dovesse avvicinarsi, 
Nessuno me ne seppe dare una ragione chiara; ne 
ritrassi però questo, che generalmente si ha V idea 
d'un dualismo curioso stantechè l'anima si sdoppie- 
rebbe dividendosi in due, una la buona, l'altra la 
cattiva, ed il peso indicherebbe la prevalenza; l'e- 
quilibrio la porterebbe al purgatorio. 

Belline davvero queste teorie di psicologia po- 
polare ! 

L' anima nella vita extramondiale conserva la 
sensibilità ed i bisogni materiali e perfino V appa- 
renza corporea. In cielo le anime hanno tutti i go- 
dimenti, mangiando pan d' oro e lucaniche di seta ; 
non ci vuole che il paradiso per non buscarsi una 
indigestione ! 

Nel purgatorio e nell'inferno le povere anime, 
senza mai consumarsi, si sentono bruciare dalle 
fiamme, provano i dolori delle scottature, V arsura 
della sete, e nell'inferno anche il peso delle catene 
infuocate, e le graffiature dei demoni. 

Quando l' individuo è spirato, si apre la finestra 
perchè l'anima possa uscire liberamente; si condu- 
cono fuori dalla camera i più stretti congiunti, si 
chiudono gli occhi al morto, gli si mette un Croce- 
fisso fra le mani che si compongono sul petto, e dai 
poveri si colloca appiè del letto un bicchiere od una 
scodella con un po' di acqua santa, ed un rametto 

io 



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— 482 — 

d' olivo che serva d' aspersorio, mentre i ricchi met- 
tono il secchiello d' argento. Vengono i parenti, gli 
amici, i conoscenti, ed avvicinatisi al letto recitano 
un de profundis, aspergono il cadavere d'acqua santa 
col ramoscello d'olivo e s'alternano a vegliarlo, re- 
citando rosari. Sopra sera tutti gli intervenuti rac- 
colti in cucina recitano di concerto il rosario di 
quindici stanze, con una non lieve aggiunta di de prò- 
fundis, di miserere e le litanie dei morti. L'indomani 
si prepara la camera mortuaria. I poveri collocano 
il morto sopra un tavolo, con due candele ai lati e 
T acqua santa da piedi ; i piedi del cadavere hanno 
ad essere rivolti all' uscio : i ricchi cuoprono il ta- 
volo di velluto nero e sfoggiano in torci ai lati del 
cadavere. In molti paesi si dà pane, vino od acqua- 
vite a tutti coloro che intervengono al rosario. Xel 
Canale del Ferro si ammanisce una fornata di pan 
di fremeste ( 1 ) con farina di frumento, di segala e 
di granone, che viene distribuito con vino od acqua- 
vite a tutti coloro che intervengono a vegliare il 
morto ed a recitare il rosario. Nella Carnia e nelle 
valli delle Celline e Cimoliana, la sera prima del 
funerale, si dispensava in passato un pane inferrigno 
fatto a forma di focaccia, a tutte le famiglie del 
paese : oggidì suppliscono per lo più con una li- 
mosina in danaro. Sarebbe grave offesa dimenticare 
una delle famiglie, e peggiore ancora il rifiutare 
l'offerta. Almeno uno d'ogni famiglia deve inter- 
venire al funerale, e la sera in ogni casa ritornasi 
a suffragare l' anima del trapassato recitando una 



(1) Tremeste, o trameste é la mistura di segala e veccia. Voc. Piroga. 
Altri vorrebbero che tremeste indicasse tre miscele (?) 



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— 483 — 

terza parte del rosario coi relativi de profundis, 
miserere e litanie dei morti; e nella Slavia anche 
con altri inni sacri che si cantano. 

L' usanza di distribuire questo pane detto pan di 
casse è antica. A Gemona, fino dal 1412, negli anni- 
versari delle sepolture era costume di fare 1' offerta 
del pane e delle candele; il pane ai poveri e le candele 
forse alla chiesa ed al clero. 

Di solito i parenti stessi o gli amici lavano, tosano, 
pettinano e vestono il morto, per non affidarlo a mani 
prezzolate. 

Nel Friuli pianigiano, prima di vestirlo, cuciono 
insieme le punte delle calze onde i piedi rimangano 
uniti sino a che la cassa resta scoperta ; però non 
si dimentichi di recidere quella cucitura prima di 
inchiodare il coperchio. Sul quale proposito si rac- 
conta che un contadino, ritornando dai campi, vide 
lo spettro d'un suo compadre vagolargli appresso con 
is tento, saltellando, mentre colla destra gli indicava 
i piedi tuttora cuciti assieme; — in quel caso, nessuno 
s'era ricordato di recidergli la cucitura delle calze». 

Quando muore un bambino, è un angelo di più 
in paradiso che pregherà per la famiglia : gentile e 
pietosa credenza cristiana che giova a lenire il dolore 
di tante madri orbate di lor prole. Anche la canzone 
popolare rispecchia questa credenza : 

Fossio muarte picinine 
Picinine di tre dìs ; 
E ine niàii contentine 
A sa verni in paradis. 

Ma è un sentimento che si esagera talora. Se 
viene a morte uu figlio primogenito, o il primo fi- 



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— 484 — 

glioccio levato al battesimo, ecco, sarà fortunata quella 
mamma, fortunato quel santolo.... oh! non pare una 
irrisione, un tratto di crudeltà? Per ristessa ragione 
sentirete rimproverare chi versa lagrime per un bam- 
bino, il quale s' è rubata senza fatica la sua parte 
di paradiso; si direbbe che i consolatori invidiino 
la sua felicità. 

Gravissimo dolore sarebbe invece pei genitori se il 
bambino morisse senza battesimo, che non sarebbe 
nemmeno seppellito in ferra sacrata! 

Nelle Alpi Gamiche ognuno che va a vedere il 
morticino fa un nodo in uno dei cordoni che or- 
nano la sua vesticciuola bianca affinchè egli si ricordi 
in paradiso di tutti quelli che ve Y hanno avviato 
con tutti quei nodi addosso. 

Alle Basse, nei distretti di Codroipo, Palma nova 
ecc. costumano porre in testa ai fanciulli morti 
una ghirlanda di fiori o di piume; si adorna di 
fiori la bara, e si fasciano i pugni del morticino 
con nastri di variati colori. Nei villaggi lungo la 
strada Ongaresca o Stradala, fra Codroipo e Pal- 
manova, vige una strana usanza : se di due fidanzati 
ne venga uno a soccombere prima delle nozze, il 
superstite è in obbligo di recarsi a prendere con 
un nastro la misura del defunto, quando è esposto 
nella bara, affine di sciogliersi dalla promessa ; di- 
versamente, desso non potrebbe vincolar più la sua 
fede ad altra persona. 

In quegli stessi paesi, se muore una ragazza, la 
vestono di bianco o di color di rosa : i sarti però 
non cuciono quasi mai la veste nella parte poste- 
riore ; un tal lavoro V ha da compiere qualche pie- 
toso parente, affinchè il defunto non abbia a soffrire 



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— 485 — 

freddo, quando andrà in processione coi morti la 
notte della commemorazione dei defunti. 

Nei tempi andati, dice lo storico Nicoletti ne' suoi 
Costumi antichi dei Forlani, da principio i morti 
si vestivano con Y abito dei Benedettini ; dipoi ven- 
nero in uso quei di San Domenico e San Francesco- 

È strana la confusione che si fa dal popolo rela- 
tivamente ai morti. Il corpo putrefa, Y anima sola 
sorvive, ma a questa si conservano non solo i carat- 
teri antropomorfi, ma perfino i bisogni materiali 
del corpo : la fame, la sete, il freddo, la stanchezza, 
quantunque si dica esclusivamente spirituale. 

Negli usi funerari, la base della cerimonia, rego- 
lata dalla chiesa, su per giù è quasi dappertutto 
la stessa: più o meno confraternite con stendardi 
e gonfaloni, più o meno ceri, più o meno proli; il 
catafalco più ornato o più semplice; le preci più 
lunghe o più brevi a seconda dei paesi ed a seconda 
della condizione del defunto. A Forni di Sopra la 
croce dinanzi alla bara è portata dal parente più 
stretto. In Andreis ed altri paesi della valle del 
Celline la fossa è scavata dai parenti, ai quali poi 
la famiglia del defunto paga all'osteria vino. p;me 
e formaggio. 

Pei poveri campagnuoli la bara e portata sulle 
spalle dai beccamorti, dai parenti o dagli umici ; 
per le persone distinte e per i giovani usano por- 
tarle gli amici e le amiche in gramaglia; le ragazze 
al di sotto dei 15 o 16 anni sono portate ed ac- 
compagnate dalle compagne vestite di bianco. 

Una volta i ricchi possidenti erano portati dai 
loro coloni, come i ricchi romani dai loro schiavi 
manomessi; oggi però sono sostituite le carrube 



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— 486 — 

funebri, con ai lati i personaggi piii importanti. 
Le bare dei bambini si portano in braccio. Le 
gramaglie in segno di lutto sono esclusive dei ric- 
chi, i quali regolano e fissano il tempo del dolore 
secondo la moda ; però nelle valli Cimoliana e delle 
Celline le donne, seguendo un'usanza che oggi va 
scomparendo, dopo la morte di un parente, anda- 
vano alla chiesa coperte il capo da un velo bianco. 
Numerosi torci accompagnano i funerali dei ricchi; 
quasi ad ogni torcio corre allato un pezzente od 
un fanciullo per raccogliere la cera che sgocciola ; 
nelle città però T uso dei torci va scomparando e 
' si sostituiscono le offerte alla Congregazione di Ca- 
rità in omaggio al defunto, offerte che si pubbli- 
cano poi sui giornali. Ve anche V aristocrazia dei 
funerali! 

Il povero popolano, nella fossa comune, si confonde 
colla natura, senza un ricordo che dica ai posteli 
quali stenti e quali virtuosi sacrifici hanno addolo- 
rata quella combattuta esistenza; mentre marmi son- 
tuosi magnificano chi ebbe tutto a proprio servizio, 
forse senza inai sapere ciò che voglia dire sacri- 
ficio, abnegazione, dolore, e miseria. Come disse 
bene il Giusti : Oh epigrafai ! 

Quando i preti vengono a prendere il morto, i 
pianti si fanno maggiormente sentire, ed in qualche 
villaggio, i parenti, fra strida ed urli, sogliono andar 
ad imprimere un ultimo bacio sulle gelide mani 
del caro estinto. 

In molti paesi i più stretti parenti accompagnano 
il funerale piangendo, ed altrove, dopo calata la 
bara nella fossa, pei primi i genitori, il conjuge od 
i figli, e poi i parenti, gli amici, vi gettano sopra 



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— 487 — 

piangendo una vangata di terra, facendo segni di 
croce e recitando preghiere. 

Quest' uso quasi generale al Friuli montano, vìge 
anche nella Slavia italiana dove si costuma pure 
in qualche luogo collocare nella bara, accanto al 
morto, quell'oggetto che avea più caro da vivo (*)< 
Infrattanto, — reminiscenza tradizionale degli anti- 
chi riti romani, — uno sciame di donne magnifica 
le virtù del morto a squarciagola, rendendo immagine 
delle prefiche latine e delle riputatrici medioevalì. 

Quei pianti in molti siti si dicono componi : ro 
cone alcuni da me uditi nella valle del Melo : 
« — Ah! eli a V ere tan f bon lui ! — Ah ! eh' a V ere 
fan' bràv lui! — Ah! che lui al puartave il fàs 
di fhi pini (franti, lui!» 

Talvolta la passione non educata fa esprimere 
le lodi più ridicole. 11 mio carissimo amico Rizzi 
di Chiusaforte, mi assicurò d'aver inteso egli stesso 
la vedova moglie (V un defunto esclamare con tuli a 
serietà: — a Ah! eh' a noi mi bastonave mai luì! 
— Ah! eh' a noi mi diseve mai mierdate lui!» 

Ad interrompere queste mestizie narrerò mja 
storiella. 

Si racconta dunque che dovevasi inumare un 
uomo colpito da morte apparente, in un paese dove 
si usava portare al cimitero la bara scoperta. Av- 
venne che il corteo passasse sotto un albero i di cui 
rami incurvati scendevano giù bassi a segno da silu- 
rare in parte e sgraffiar anche magari la faccia del 
morto, e quegli sgraffi inattesi bastassero a richiamar 
questi in vita. Egli si apprese a quella ramaglia e 



(I) Pr*f. Musoni: La vita degli Sloveni, |>ag. 28. 



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— Ì88 — 

balzò fuori. Qualche anno dopo morì davvero : e la 
moglie che seguiva il feretro sgramezzandosi e 
traendosi via dal crepacuore, avvistato ancora di- 
scosto il famoso albero della risurrezione, nel dub- 
bio che il su' omo le giocasse un altro tiro, mutato 
tono al suo componere, diessi a sclamare d'improv- 
viso ai beccamorti : 

«Puartàilu per da bàs, 

Che no si pii lui pei ramaz, 
Ch' a r ere tant dal diaul 
Ah 1 vite me di cùr ! (1) 

Nei paesi più alpestri, il morto si porta lino al 
piano — dove sono i preti con la bara ad aspettarlo 
— o in un lenzuolo attraversato da una stanga, od 
allacciato sul petto d' un robusto portatore, oppure 
in un gerlo, come i vitelli. Così s' usa p. e. a Costa 
Molino ed a Visocco nel Canale del Ferro, in Ca- 
nale di Dogna, per alcuni casolari sopra Ampezzo 
ed altrove. 

Vi sono dei villaggi presso Latisana dove si 
carica la bara sur un carro tirato da due buoi ; i 
parenti formano il nucleo del corteo ; per istrada 
vengono quetamente parlando dell' estinto, delle sue 
virtù, delle vicende di sua vita, finché, giunti presso 
la chiesa, uno dà il segnale dei pianti dicendo : — 
tachìa, tachìn, — ed allora tutti a gridare, urlare 
e singhiozzare. 

In molte regioni i preti continuano sull'orlo della 
fossa a cantare le preci dei defunti, fintanto che 



(1) Portatelo dalla parte di sotto, che non 8* appigli ai rami, che era 
tanto del diavolo. Ah! vita mia di cuore 1 



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— 489 — 

qualcuno dei parenti, durante il De profundis, va a 
gettare qualche moneta nel secchiello dell'acqua santa 
tenuto da un inserviente. 

È molto diffusa 1* usanza che, mentre la comitiva 
accompagna il funerale alla chiesa ed al cimitero, 
la padrona resta in casa, scopa da per tutto, riordina 
le stanze, e secondo il costume apparecchia eziandio 
il pasto funebre. Se la padrona poi fosse morta, deve 
surrogarla la moglie del più vecchio tra i figliuoli. 
Anche i romani avevano 1' uso di scopare la casa, ma 
adoperavano una scopa di ginestra. 

Nella Slavia friulana, nelle valli del Melò e del- 
l' Arzino, ih alcuni paesi della Carnia nonché dei 
Friuli litorano ed occidentale, tornando dal funerale, 
si mangia e si beve lautamente in casa dell'estinto, 
e qualche volta si finisce con una sbornia solenne, 
che attutisce il dolore, od almeno ne toglie la co- 
scienza. 

In Canale di Gorto il pasto suol essere d' orzo o 
lasagne ; altrove si continua coli' antica minestra 
di fava. 

A mensa il posto del morto rimane disoccupato- 
Lungo la Stradalta, dopo finito il pasto, uno dei 
parenti tesse le lodi del defunto, ne richiama la 
memoria, imparte conforti ; quindi si recita il ro- 
sario. 

A Resia pure i parenti accompagnano il morte» 
piangendo e dicendone le lodi. Sulla porta del cimi- 
tero si distribuisce del pane ai poveri, e quindi si 
torna a casa, dove si fa il convito, recitando uno in 
principio l'orazione funebre. Al Parroco per diritto 
di stola nera si pagano lire venete 7.04 pari a lire 
nostre 3.30. 



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— 490 — 

Nei tempi antichi il giorno della deposizione (') 
ed ogn' anno nelle quattro tempora portavasi ai se- 
polcri pane e vino, e dopo le divote preci a Dio, 
mangiavasi e bevevasi dai presenti. 

Sugli usi di funerali più o meno suntuosi nelle 
epoche passate trovo che nel 1371 al 2 febbraio ( 2 ) 
Nicolò q. m Federico Orbitti del castello di Udine or- 
dina con testamento che il suo corpo sia onorevolmente 
seppellito nella chiesa di San Francesco dei frati 
minori, e che il funerale sia accompagnato da cavalli 
bardati ed armi secondo il costume dei nobili. 

Uguale disposizione fa al 1 ottobre 1378 Gioachino 
q. m Francescuto da Udine, che vuole essere accom- 
pagnato da tre cavalli bardati come ò costume dei 
nobili (*). 

Usavano costruire allora sopra la tomba un cata- 
letto, ma il Comune di Udine nel 12 giugno 14-42 ( 4 ) 
prose parte che nessun cittadino o abitante possa far 
mettere il cataletto sopra la sepultura de' suoi de- 
funti, se non sarà nobile e di antica progenie, sol- 
dato oppure dottore; e forse tale disposizione era occa- 
sionata dal fatto che pochi giorni innanzi (al 9 giugno) 
avevano abbruciato sopra la sepoltura di un cittadino 
il cataletto eh' era ornato con V arma imperiale ( 5 ). 
P^ino da quei tempi si manifestava Y odio contro 
l'aquila bicipite, probabilmente per i guasti che gli 
imperiali aveano portato, pochi anni prima, nelle 
lotte combattute in Friuli contro gli ultimi principi 
Patriarchi. 



(1) Nifoletli: / costumi antichi de' Fori ani. 
{2) Bib. C. Ud. Volume F. Tomo XVI fol. 52. 

(3) Bib. r. Ud. Volume K. Tomo XVI fol. SI. 

(4) Bib. C. Ud. Ann. Tomo XXII fol. 334. 
*5) Bib. C. Ud. Ann. Tomo XXII fol. 22S. 



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— 494 — 

Nel 4449, al 40 agosto, il Comune di Udine prese 
parte che nei funerali non si suoni la campana del 
castello, ina si suoni solamente dove si portano a 
seppellire i morti ( j ). Nel 7 giugno 4532 ( ? ) il Luo- 
gotenente emise disposizioni suntuarie riguardo ai 
funerali, permettendo che il cadavere di Madonna 
Laura Savorgnano fosse acompagnato con 32 torci 
accesi ; e quattro anni più tardi ( 3 ) venne fatto pro- 
clama che nessun parente vada ad accompagnare i 
morti, ma solamente i servi, e ciò sotto pena di 
Ducati 25. 

E di un'altra strana costumanza trovo cenno in 
due documenti dell' Archiv. Comunale di Gemona. 
Al 18 aprile 1301 Geltrude vedova di Purzitino si 
presentò nella chiesa di Gemona dinanzi al cadavere 
di Giacomo Basetti, protestando che questi V aveva 
danneggiata per Xll marche, esigendo le fossero pa- 
gate dal figlio del Basetti; e questi negando, la donna 
in nome del Papa, della Chiesa, del Patriarca futuro, 
e della S. Sede Aquilejese vietò ai sacerdoti Don 
Alrnachia, Biagio, Pasquale e Gabriele di dar sepol- 
tura al Basetti, finche essa non sarà soddisfatta. 
L'anno seguente (7 settembre 4302) il prete Alrnachia, 
ammaestrato forse dall'esempio di codesta Geltrude, 
per se e consorti si presentò nel Duomo di Gemona 
dinanzi al cadavere di Giovanni Dusingalo, il quale 
avea sposata una zia d' esso prete, e vietò ai sacer- 
doti da parte del Patriarca di seppellirlo, lino a die 
non fosse data sicurtà pella dote della zia che il 
Dusingalo avea incassata. 

il) Bib. C. Ud. Ann. Tomo XXIX fol. 130. 
ifì Bib. C. Ud. Ann. Tomo XI. VII fol. 150. 
(3) Bib. C. Ud. ex actis Tomo XI v fui. 49. 



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— 492 — 

Se dopo un decesso o durante i funerali sorgono 
venti impetuosi e scoppiano forti temporali, il volgo 
crede che il morto avesse qualche grave peccato sulla 
coscienza, e che il mal tempo sia prodotto dai dia- 
voli usciti ad arraffar quell'anima per condurla sul 
monte Canino in villeggiatura ! 

Fino a pochi anni or sono i suicidi e coloro che 
rifiutavano i conforti religiosi erano sepolti nel ci- 
mitero dei hambini morti senza battesimo, in terra 
sconsacrata. 

Nel 29 dicembre 1534 Gio. Maria Rebrino Ber- 
gamasco o Bresciano, eretico e seduttore, espulso dal 
territorio goriziano, venne a morte, ed il suo cadavere, 
serrato nella bara con grossi chiodi di ferro, fu ca- 
ricato su d' un carro per andar a gettarlo nel fiume 
Vipacco. Ma il diavolo fece sorgere contro il carro 
un fortissimo vento (*) che rapì la stuoja distesa 
sulla bara, nò più si potè trovarla; rovesciò la bara 
stessa che s'aperse, e mostrò la faccia del morto 
tutta lacerata come fosse stata graffiata. Riposto il 
cadavere nella cassa, la s' inchiodò di nuovo e ripose 
sul carro ; ma una più forte raffica di vento mosso 
dal diavolo, con tormenta di neve e tenebre improv- 
vise, rovesciò con maggior impeto dal carro la bara. 
Questa di nuovo si schiuse, e non fu più possibile 
rinvenire il cadavere. Tanto si narra nei regesti della 
Santa Inquisizione. 

Quando taluno muore di morte violenta (preci- 
pitato da qualche rupe, ribaltato da un veicolo, ali- 



li) Sono queste le regioni della Bora che soffia talvolta con tanta vee- 
menza da ribaldare pei Ano i treni ferroviari!. Non occorre neraraanco dire 
che il regesto volle vedere le ugne del diavolo nelle graffiature prodotte 
dalle punte dei chiodi che saldavano 11 coperchio della bara. 



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— 493 — 

negato, assassinato ecc.), si pianta sui posto afta 
croce, o si colloca una lapide in pietra; più spesso 
si fa dipingere da qualche Tiziano da strapazzo una 
tavola, che a guisa delle vignette dell'Epoca di <" j - 
nova, pretenderebbe rappresentare con maggiore ù 
minore verità il tragico evento. Quasi sempre sotto 
il quadro v' è una iscrizione più o meno goffo e 
sgrammaticata che termina raccomandando ai pas- 
santi un pater, ave, gloria, od un requiem per il 
trapassato. 

Il cadavere di chi muore assassinato, torna a 
versar sangue in presenza dell'uccisore; e se si sco- 
prissero gli occhi del morto, nella di lui pupilla *i 
vedrebbe l'immagine dell'assassino. (*) 

Quando si nomina un defunto si dice fieftìpiD: 
pùar mio pari quondam, o puare me mari rtqwe. 
Se in una casa entra una falena della testa da morto, 
si dice che è l'anima di qualche parente che viro e 
ad avvertire di non dimenticarsi di lei, ma di suf- 
fragarla con preghiere o con Messe. 

In molti paesi, alla prima domenica d'ogni inrse 
i preti cantano le preci dei morti fghàntin lis viliisf 
e continuano a recitare miserere e de profundis conio 
nei funerali, fintanto che qualcuno continua a get- 
tare denaro nell'acquasantino, o nel berrettino a n mv 
che il sacristano tiene là pronto. In qualche altro 



ti) Un racconto fondato su qiesta superstizione pubblicò recvru* m^nie 
la Gazzetta del Popolo di Torino. Un fotografo aveva scoperto il ivwkzo 
di riprodurre le immagini fissate negli ultimi istanti di vita sulla tvL.ru> 
degli occhi di un cadavere. Se ne valse per venir in «juto della Polizia — 
volendo ricavarne un premio — con 1* intento di scoprire l'auiore di un 
assassinio; e trovò che 1* ultima immagine era quella del suo propri" t\i>\\<>, 
V assassino! Spezzò la negativa, e la scoperta fu sepolta con luì, che mori 
di crepacuore. 



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— 494 — 

vige il costume che rielT ottavario i parenti fanno 
celebrare una Messa in suffragio del defunto, alla 
quale tutti intervengono, poi vanno a pregare sopra 
la tomba, che ad un tempo adornano di fiori, specie 
se il morto è un bambino, e vi si pianta per segnale 
una croce. 

Nei villaggi di Alesso, Avasinis ed altri della valle 
del Melò le donne prendono in chiesa un po' d'ac- 
quasanta nel cavo della mano, ed escono a spargerla 
sopra la terra di recente smossa, preferibilmente nella 
posizione che corrisponde alla testa del sepolto, ed 
hanno cura di versar V acqua in modo che venga 
segnata una croce. 

In città dai ricchi si commemora il trigesimo ; 
nel contado è più in uso l'anniversario, in cui si fa 
celebrare una Messa e si visita la tomba. 1/ usanza 
del trigesimo la trovo notata lino dal 1 W7 in un 
quaderno della fraternità di Santa Maria di Tricesimo: 

— « per hi trentesim e per lis mesis di sor Grior 
marche di sold. una e sol XXX. » — 

La maggior parte degli adulti è inscritta in 
qualche fraternità religiosa la quale ha l'obbligo di 
far cantare una Messa da morto e gli uffici da rcjuie 
per ogni confratello, oltre all'obbligo vicendevole di 
accompagnare il funerale e di recitare alcune preci 
in suffragio del defunto. 

11 Comune di Udine nel 27 marzo 1000 prese 
parte che in ogni anno il venerdì dopo 1' ottava di 
Pasqua, fosse fatto un anniversario nel Duomo con 
Messa bassa ed una cantata, per l'anima «lei citta- 
dini defunti, con spesa di Ducati 50 ( 1 ). Tale armi- 



li) Bibl. C. Ud. Annal. Voi. LXXX1V fol. ICS. 



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■ *■■! .« 



— 195 — 

versano si continuò a celebrare ogn' anno, ed anzi 
nel 1726 perchè cadeva il di di San Marco fu duopn 
trasferirlo ad altra giornata ; dipoi nel 1750 si de- 
cretò di aumentarne V elemosina ( 4 ). 

Commovente e la commemorazione dei defunti 
die si celebra al 2 novembre. Bisogna dirlo ad onore 
dei Friulani: in quel giorno quasi tutti si ricordato 
dei propri morti. Neil' infimo villaggio, come nella 
città capo provincia fino dal primo novembre si vello 
affluire al cimitero gente che vi reca mazzi di fiori 
e corone naturali ed artificiali più o meno ricci u* 
per ornare le croci e le lapidi del lugubre carneo, 

Nei villaggi si recita in chiesa il rosario ; noi 
centri di qualche importanza il clero gira pel cam- 
posanto cantando meste salmodie, seguito da mia 
schiera di gente taciturna o piangente, che richiama 
alla memoria ed evoca i ricordi di quei cari, da cui 
si sente per sempre divisa. Sono dolorose ma pur 
grate rimembranze: è la religione clic nobilita olii 
le professa un culto sincero. 

Verso la fine d'ottobre si puliscono i cimiteri, si 
abbruciano gli avanzi di feretri esumati, insieme alle 
ortiche ed all' altre erbacce ingiallite, che vi crebbero 
rigogliose, si spianano le disuguaglianze e si risep- 
pelliscono i grossi ciottoli ecc. 

E tali dimostrazioni di rispetto al campo dei morti 
rimontano a lontanissimi tempi. 

Xel concilio provinciale tenuto da Bertrando nel 
1330 si disponeva così : 

— « Coemeteriis servandus honos indìcilur: adun- 
que velarti Pattiarchae fieri eisdem incantationes, </\fà 



(I) Bibl. C. U. ex actis Tomo LXXXIII fol. 50. 



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— 496 — 

et ihi'tnta atque incanti dicuntur, seu auctiones liei- 
tationesque » — . 

Piii tardi il Comune di Udine vietò di fare nei 
cimiteri i giuochi delle palle, del pallone, dei birilli 
e<l nitri sollazzi. 

Vi registri del Cameraro di Gemona trovo le 
seguenti note: 

a 1372. Il monigo (alias munig, monachus, 
maini ecc.) monda il cimitero dalle pietre. 

1383. Per far aremondar li osi e le piere de simi- 
terift. 

138$, Per conzar de nut lo cimiterio per la Gra- 
dinila che discuonza (è un rivolo vicino al vecchio 
Cimitèro e che più d'una volta minacciò devastarlo). 

1390. Remondar lu cimiterio la vilia di Nadal » — . 

Nella notte dei morti (dal 1 al 2 novembre) si 
suonano le campane di tutte le chiese, almeno fino 
a mezzanotte. Io non dimenticherò più l'impressione 
clic provai molti anni fa, tornandomene tutto solo 
2 j i <|in'lla notte, dopo le otto, da San Daniele a Ge- 
mona, per un lungo stradone deserto, nel sentire il 
mes o scampanio che veniva da tanti paesetti, nel 
vedere i cimiteri illuminati : quanti mesti e dolci 
ricordi del padre mio, dei parenti, degli amici! 

Il uonzolo, e coloro che lo ajutano a suonare le 
campane, in quella notte cenano nel campanile, man- 
giando i gnocchi od il vitello in istufato colla po- 
lenta calda, e bevono del vino raccolto nella questua 
fatta dopo la vendemmia. 

In qualche paese, specie nelle città e nei grossi 
borghi, si mangiano certi pasticcini che si fanno dai 
ciambellai, detti favetis dei mudrz che forse per 
l'omonimia sostituiscono i pasti delle fave cotte 



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— 497 — 

imbandite nell' agape d' altri tempi: nelle campagne 
però non s' è arrivati per anco a codeste delicature, 
e in quella vece alcune famiglie mangiano anc )ra in 
quel giorno la minestra di fave, altri vi sostituiscono 
le lenticchie, altri i fagiuoli. In qualche località, i 
contadini fanno quella sera una pinza; in certi paesi 
del Friuli Litorano, il padrone distribuisce ai coloni 
del pane inferrigno fatto a mo' di focaccia. L' uso 
delle limosine ai poveri in quel giorno è antichi*!* 
simo. 11 Cameraro di Gemona nel 1396 nota : 

— « Spendey in lu dì di San Just (giorno dd 
morti) ali povers etc. » — . 

A Chiusaforte anche oggidì il pievano fa cucinare 
il giorno di San Giusto due forni di pane che vien 
distribuito ai poverelli. L'andare a pan dai mudrz 
è in uso ancora anche a Udine, dove le famiglie 
borghigiane benestanti fabbricano in casa un pane 
speciale di granoturco o danno qualche pannocchia 
dello stesso prodotto. 

Nella notte dell'I al 2 novembre i morti escono 
dalle loro tombe e tornano a visitare le case loro. I 
contadini vi tengono perciò un lume acceso tutta la 
notte sulla tavola di cucina, i secchi ripieni d'acqua 
e del pane sul desco, perchè in quella notte i morti 
sentono il bisogno di mangiare, di bere, di riscal- 
darsi, — dopo tanto tempo che sono distesi in quel 
bujo, nel freddo, nell' umido di sotterra ! 

In quella notte funerea, i morti che non sorifi 
nell'inferno, escono processionalmente dal cimitero, 
e 1' ultimo seppellito porta un fanale. In punto a 
mezzanotte ognuno rientra nella propria casa, e quelli 
che sono nel purgatorio possono bagnarsi le arse 
labbra, e trovare un po' di ristoro alle loro sofferente» 



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— 498 — 

Si dice eziandio che i morti vanno in pellegrinaggio 
a certi santuarj, a certe chiese lontane dall'abitato, 
e chi vi entrasse quella notte, le vedrebbe affollate 
da un' intera popolazione che non vive più, la (piale 
scomparirà al canto del gallo od al levar della bella 
stella. 

A Gemona e dintorni v' è la pia credenza che chi 
non ha visitato da vivo la solitaria chiesetta di San 
Simeone (sorge in vetta al monte omonimo a 1221 
metri dal mare), dovrà visitarla da morto, e molti 
affermano aver veduti degli scheletri salire i difficili 
sentieri, rischiarando il cammino con un lumicino 
od un moccolo di cera attaccato alla falange dell'in- 
dice della mano destra; nei piccoli paesi di montagna 
si dice che serve per candela una scheggia di pino 
resinoso (lum), od un fiaccola di quel legno (fògule). 

La credenza nelle processioni dei morti è gene- 
rale in Europa, e probabilmente si collega alle feste 
dei Lemuri che si celebravano al 1 maggio, posteci- 
paté di mezz'anno dal Cristianesimo. La Savi -Lopez 
nelle sue Leggende delle Alpi, a pag. 117, le crede 
uno degli ultimi ricordi di certe sacre cerimonie in 
uso presso i Celti e probabilmente fra gli slavi ; ri- 
corda il fatto che nella città di Dreux, costrutta ove 
in tempi remoti v'era un collegio di Druidi, la po- 
polazione, alla vigilia di Natale, andava in proces- 
sione lino al palazzo di città, ed ognuno portava un 
Flambavi, eh' era un pezzo di legno acceso come le 
scheggie di lum e lis fògulis nostre. Questa fola 
delle processioni dei morti e troppo diffusa ; onde 
non la ritengo speciale dei Celti o degli Slavi, ma 
comune a tutte le genti Arie, e forse forse a tutte 
le razze umane. 



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— 490 — 

Mettendo in quella notte sulla via un lume ac- 
ceso, presso uno specchio od un secchio d'acqua, vi 
si potrà mirare per entro il passaggio di tutta la 
processione dei defunti. 

Nel 4582 Caterina Canossa fu Andrea di Orsa ria, 
abitante a Cividale, fu processata dal Sant' Officio 
perchè esercitava maleficii per curare gì' infermi! e 
porche diceva che suo marito, ancora vivente, avrà 
l'uso di prendere parte alle processioni dei morii, 
• E Florida moglie del Xotajo Alessandro HasiNo 
della Parrocchia di San Cristoforo di Udine, orasi 
vantata con altre donne che ogni giovedì sera an- 
dava' in processione co' trapassati, taluni dei quali 
eran lieti, altri afflitti; che ne conosceva dei dan- 
nati od avea parlato con ossi, indicandoli anche per 
nome. Chiamata al Sant'Officio, non le valso il r*JH- 
fessare d'aver esposti quei suoi vanti per burlMUl, 
fu tenuta in cai-cero por duo mesi, indi rilasciata 
ma verso pieggoria data dal marito, con l' obbligo 
di ripresentarsi ad ogni chiamata. 

E non e soltanto la notte dall'I al 2 novembre 
che i morti escono in processione dallo loro fosse, 
Numerosi sono i fatti che si narrano dallo donnìc- 
ciuole relativi ad apparizioni di morti ; no riporterò 
qui alcuni, e con essi chiuderemo ancia» questo 
capitolo. 

Ad Osoppo, essendo morta una donna di parti», 
il marito s'accorse ch'ella tornava ogni notte [il 
camera ad allattare il bambino. Consultò il proto 
sul da farsi, e questi lo consigliò a trattenerla por 
forza, ciocche egli fece. La donna rivisse e rimase 
con lui tutto l'anno a rilevarsi il figlio; spirato 
l'anno, scomparve, nò fu riveduta mai più. 



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— 500 — 

A Moggio contano Y identica storia ; quando il 
marito afferrò la sua morta, dessa gli disse : — che 
era meglio inghiottire un bue con tutte le corna 
che non tornare in vita — ; ma, trattenuta per forza, 
s' arrese e continuò a trafficare per casa come prima 
di morire. A chi la interrogava come se la passasse 
al mondo di là, si limitò mai sempre a rispondere : — 
Tal si fds e tal si spiete — nò mai s'è potuto ricavar 
altro da lei. 

A Venzone, un tale che avea giurato il falso in 
una lite, si vide nascere l' anno stesso una bambina 
che avea la man ritta con sole tre dita : pollice, 
indice e medio, le tre dita che si costumava tener 
levate nel giuramento. In capo all'anno lo spergiuro 
fu sorpreso da repentina violenta malattia che in 
poche ore lo trasse al sepolcro. Ma sopra la sua 
sepoltura fu osservato che la terra si muoveva sem- 
pre ; scongiurato dal parroco, ecco il morto uscir 
dalla fossa, mettersi a sedere, spalancar la bocca, 
sporgere la lingua. V era ancora, sopra, la sacra 
particola, ricevuta nel Viatico air ultimo istante. 
Il parroco si fa un animo risoluto e raccoglie l'Ostia, 
l'altro ricade giù riverso nel sepolcro, — all'inferno, 
riè s' è fatto più sentire dopo d' allora. 

Sotto gli Austriaci, un giovanotto di Talmassòns, 
che amoreggiava con una sua compaesana, dovette 
partire soldato in un corpo di cavalleria. I due in- 
namorati s' avevano giurata eterna fedeltà, e di non 
abbandonarsi ; senonchè il povero giovane mori in 
guerra, senza poter mantenere alla sua bella la 
data parola. Una sera la ragazza udì picchiare alla 
porta di casa, e una voce chiamarla per nome. 
Uscita in istrada, trovò il suo damo a cavallo, che 



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— 501 — 

la invitò a salire in groppa con lui, per fajre una 
scorserella insieme per la campagna. La ragazza, 
ignorandone la morte, e tutta giubilo nel rivederlo, 
pensate se si fece ripetere l'invito : balzata a cavalla 
s' avviarono di trotto alla volta del cimitero. Nel 
venir via, tratto tratto il giovanotto cantarellava : 

€ fliale ce biel lusòr di lune piene! 

Un viv e un muàrt van a gliavàl insieme» 

E poi volgendosi addietro, ogni volta le dimandava: 
— Hastu paure tu? 

Sbollito il primo accesso di gioja, la povera gio- 
vane si venne ad accorgere d'essere in groppa con 
un morto, e pensate se la s'intese mancare il liato 
e accapponare la pelle! Vennero a passare pressi» ad 
una casa ; dessa, facendosi un cuor forte, colse un 
pretesto per domandare al suo compagno che la la- 
sciasse scendere per un istante a bere, ed e^_rlL l'at- 
tenne il cavallo e l'ajutò a smontare; ma appena 
tocca terra la povera sbigottita infilò la porta di 
casa, e gli ribattè Y uscio in faccia. 11 morto prese 
a pregarla, a scongiurarla di tornar fuori, e pru- 
di' ella si rifiutava recisamente, la supplicò che al- 
meno gli concedesse di toccare alcunché di suo, prima 
di separarsi per sempre. La ragazza fece passare at- 
traverso la toppa una cocca del proprio grembiule, 
ma non essendo egli contento, s'arrischiò a sporgergli 
la punta del dito mignolo, che il morto le strappò 
di colpo e fuggì via, senza lasciare altro indizio della 
sua scomparsa. 

In altro paese delle Basse, si presentò un giorno 
al pievano un forestiero e lo pregò di voler cele- 
brare una Messa in suffragio dell'anima sua, pagan- 



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■ 



— 502 — 

rtogli iiiij generosa elemosina. La Messa doveva es- 
sere celebrata all' indomani, prima di giorno, in una 
chiesetta isolata nella campagna, e vi sarebbero in- 
ni venuti col forestiero altri devoti in quantità. E 
nel domani, all'ora divisata, il pievano fu puntuale 
iil suo posto. Ed ecco la Messa beli' e avviata. Nel 
voltarsi a dire: — Dominus vobiscum — la prima 
tòlta, il celebrante vide pel fatto piena zeppa la 
ebiftsu 'li devoti, ma poi, voltosi di nuovo all' — 0- 
rttfr fitti*** — fu spaventato accorgendosi che i suoi 
tfoVitti Ji"U erano altro che scheletri spolpati. All' — ite, 
Mixsa est — s'avvide che aveano ripresa sembianza 
uu Mini : dia fine, quando diede la benedizione, erano 
ridivieniti scheletri, che tosto dileguaronsi innalzan- 
dosi verso il cielo. Il portento lo si spiega a questo 
inodoravamo bisogno di quella Messa, i poveri morti, 
|>Hni;i di salire alle glorie del paradiso. 

In un villaggio sotto il monte Canino viveva una 
brilli rugar/a che presto doveva sposarsi; andata a 
l';ir il Heno sulla montagna, le scivolò un piede e 
[uvtipiti> in un burrone. Il promesso sposo sul prin- 
i ìpif) si disperò; ma poi datosi a corteggiarne un'altra, 
diluenti» > alla lesta la sua povera morta, la quale 
gii nini parve una sera in sulla mezza notte, e con 
VtMie eupn. gli disse: — Sono tredici notti che t' a- 
-pHtn, p finalmente sei venuto: ricordati che t'eri 
promesso a me sola e non devi sposare nessun' altra. 
Se non mantieni la tua parola, bada che ogni notte 
mi rivettai, e tornerò a tirarti pei piedi nel letto. 

Ciò detto scomparve. 11 povero giovane cadde sve- 
nuti* sul posto stesso; e all'indomani ve lo trova- 
mi u) imbizzito per lo spavento. 

A Flauibro, una giovane, giocando di calunnia, 



:- 



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— 503 — 

avea attirato a sé il moroso di un'altra, la quale 
s'accorò tanto da morirne di crepacuore. Ridotta 
all'agonia volle vedere la sua rivale, e mandò a pre- 
garla che venisse da lei, che intendeva perdonarle 
il suo torto. Però quell'altra non tenne l'invito e hi- 
sciolla morire senza vederla, e morir maledicendola 
da disperata. Fu posta nella cassa: e la gente accorsi 1 
a buttarle l'acquasanta sul cadavere, come s'usa, ed 
a recitare un- de profundis, e fra l'altre vi accorse 
anche la sua rivale, girando intorno al cataletto, per 
veder meglio la morta, per assicurarsi che fosse ben 
morta, e chissà: — per augurarle anche il buon 
viaggio e permanenza lunga. Allorché le fu giunta 
a portata, che è, che non è, ecco la morta allunga 
un braccio, l' all'erra per il polso, se la avvicinai e Iti 
tiene stretta e serrata, peggio che una morsa dì fetta. 
Ne valsero le supplicazioni della giovane atterrita» 
né il suo domandare perdono, pietà; non lo scon- 
giurare dei preti e del parroco: — la defunti non 
allentò la mano, né per preci, né per scongiuri : non 
fu caso di liberare la sciagurata da quella stretta — 
pallida, tremante, cospersa di gelato sudare. Su) 
punto di mezza notte la morta balza su dal cataletto 
e trascinando dietro la vivente, che non ha pili .spi- 
rito né forze da opporsele, in un batter d n occhio 
scompare dalla vista di tutti gli astanti. A Flaiitbrtt 
non fecero più ritorno, né la viva, nò la morta. 

A Moggio, un giovanotto che se la diceva con 
certa ragazza detta la Bete, la pianta un bel giorno 
e si fa prete. Nel di che si celebrò la sua prima 
Messa, la Dele disperata lo maledisse lui con tutta 
la sua religione: poi salì su d'un dirupo, d'onde 
strappò una croce che v' era piantata in cima, la 



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— 504 — 



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sbalestrò giii bestemmiando nell'abisso, soprastette 
ancora un istante a gemere, a strillare, a piangere: 
— fu quel pianto che s' è convertito in un rio pe- 
renne che ognuno può vedere (*) indi abbandonan- 
dosi a capo fitto piombò anch' ella a raggiungere la 
croce in fondo a quel baratro. Ne fu raccolto il ca- 
davere sformato e màcolo nel bacino della Pissanda 
e trasportato a Moggio nel cimitero ; ma non fu caso 
che potesse restare sepolto perchè quella era terra 
sacra, e la Bele era dannata. Allora i preti lo fecero 
riseppellire nel torrente Glagnò ; ma questo pure in 
una piena, sbalzò fuori dal suo alveo, e cresciuto, 
trasportò sino al Fella le assi di quella bara malau- 
gurata. Un paesano di Amaro accorso a raccogliere 
legna e ceppaje fclodòpsj di quelle travolte dalla 
fiumana, gettò sul mucchio fra l'altre anche qualche 
asse di quei della Bele. In altro giorno tornò coi 
cavalli e col carro a levare la preda raccolta, ne 
compì il carico, fece per partire, ma restò meravi- 
gliato al vedere che i cavalli, per isforzi che faces- 
sero, non potevano muoverlo. Gettò una piccola parte 
del carico, — inutilmente : ne gettò dell' altra — e 
nulla : finche, giunto alle ultime tavole, che erano 
proprio quelle della bara ; le buttò in acqua indispet- 
tito, dicendo : Maladetis, nanqhe eh 9 i fossis striadis. 
Immantinenti i cavalli levarono un galoppo e scap- 
parono a casa di corsa sfrenata. 

La Bele intanto si faceva sempre vedere spaven- 
tando tutti gli abitanti di Stali e delle altre borgate 
nella valle del Glagnò, per il che i preti scongiuratala, 



(1) Sarebbe la Ptssande, una bella raduta d'acqua presso la Stazione 
di Moggio: qui la leggenda confina con l'antica mitologia. 



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— 505 — 

dapprima la confinarono nel Riti Rarbar, ma siccome 
scendeva sempre sulla strada postale a spaventare ì 
passanti, finirono per relegarla sul monte Xaplis dove 
tratto tratto la si fa scorgere ancora. 

A Visinale di Pordenone la chiesa possiede un 
piccolo lembo di terreno, in cui sono piantati quattro 
grossi gelsi. La foglia di questi si vende e col rica- 
vato si fanno celebrare tante Messe in suffragio delle 
anime Purganti. Chi nella notte passa in quelle vi- 
cinanze vede sempre dei fantasmi vestiti di bianco, 
che girano intorno ai gelsi delle anime. 

Nel diario Del Negro si riporta questo fatto in 
data 19 giugno 1776: 

— «Lunedì passato è comparsa per la seconda 
volta la figlia di Pilucano (morta) ad una serva del 
Sig. r Antonio Mantovano, e per testimonianza della 
verità, che per la prima volta non gli volevano prestar 
fede, ha lasciato 1' impronta d' una mano nella len- 
zuola del letto della serva, la quale sono stato òggi 
a vedere, e non ho dubitato punto della verità (sic) 
essendo tutti li digiti, assieme colla mano impressi 
nel lenzuolo grosso di stoppa, l'hanno attraversata 
in certi luoghi per oltre affatto, in certi no, ed lio 
parlato colla detta serva la quale mi disse, che nel 
parlargli non ebbe paura, ma bensì nel partire della 
morta, che essendosi ivi nella camera un banco, 
parve che tutto ardesse, onde sbigottita per lo spa- 
vento, restò come paralitica, stupida e alquanto sorda, 
che quantunque nel domani s'avesse fatto due estra- 
zioni di sangue, ciò non ostante stentava a parlare ; 
ma si spora che in breve si tornerà a riavere nella 
sua prima sanità ». — 

Se si volesse continuare ad esporre le fole in- 



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— 500 — 

ventate Malia paura, non si finirebbe di certo tanto 
presto; tralascerò quindi di citarne altre per non 
amiojare i lettori, i quali potranno raccoglierne a 
centinaja, interrogando le donnicciuole, od andando 
a sentire le storie che si raccontano in file. Ricorderò 
solo e 1 j r / nelle apparizioni dei morti c'entrano sempre 
spettri vestiti ora di bianco, ora di nero o di rosso, 
elio jrirano vagolando sui prati senza piegare manco 
uno stelo dell'erba che calpestano, che ora si ma- 
niiestano con fischi, ora con canti, con risa, con 
pmnti r con urli e talvolta anche facendo lunghi 
discorgi Non è raro gettino contro lo spettatore dei 
sassi morti, cioè che s'avanzano adagio e non colpi- 
scono alcuno. 

Delia Danza Macabra non ho trovato in Friuli ne 
disogni, nò ricordi popolari. 



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Capitolo X. 



llaleflell e stregonerie. 
Manli e loro virili. 

Streghe, stregoni, maghi, benaudanti, oro, pamarinfó., gliomi 
(guriiits), aganis, incnbi, succubi, demoni, dannati osstssi, 
convegno delle streghe, Santi protettori ecc. 



Ilo <letto nella prefazione di questo libro che il 
popolo, quando non arriva a comprendere le intime 
relazioni ira i fenomeni clie osserva e le cause die 
li producono, ricorre subito al soprannaturale; e 
numerosi esempi ho riportati, specie ai Capitoli I." 
ed Vili. Se non può spiegarsi il congegno od il fun- 
zionare di una macchina, crede questa fattura di 
diavoli e d'altre potenze sovr' umane di guisa che vi 
sentirete dire assai spesso che la locomotiva corre 
per virtù del demonio e che quel rumore che s'ode 
presso i pali telegrafici, quando i (ìli sono mossi dal 
vento, e prodotto da Berlichite (un Demonio) nel 
passare attraverso il filo metallico. È aleni ni ie di 
simile di ciò che narra il Dumont D'Urville del vio- 
lone donato dal Capitano Cook al re Tamea-mea, che 
per i selvaggi delle isole Hawai era diventato un 
tabù, ed il suono che i sacerdoti ne ricavavano, grat- 



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— 508 — 

tandolo malamente dietro ad una tenda, faceva spi- 
ritare que' selvaggi, che udivano in lui la voce del 
loro Dio. Né fu diverso il caso toccato al francese 
Brioche, il marionettista di Luigi xiv o xv, il quale 
avendo data una rappresentazione colle sue maschere 
in un villaggio della Svizzera, fu arrestato come 
tmigo, e corse dei brutti momenti perchè que' mon- 
tanari perfidiavano a scambiare i suoi burattini per 
t :i nti diavolini obbedienti a lui solo, e parlanti per 
influenza d' un patto infernale. Tutto il mondo è 
paese; appena un fatto assume parvenze un po' straor- 
dinarie, si dice che è una stregoneria, un maleficio, 
e la fantasia popolare ha creato così un mondo di 
esseri immaginari che V aberrazione umana seguita 
a credere tutt'ora esistenti. 

Streghe e lamie fstriisj, giate mavàngule, maghi 
e negromanti (màgos, erboldz) , benandanti (bclan- 
dàns), orchi, pamarindo, gnomi [guriùlsj, agane o 
gagane, incubi e succubi (chalcliiit o vénculj, ed una 
intera popolazione di demoni e di diavoli più o meno 
sollazzevoli, più o meno spaventevoli, pericolosi e 
malvagi. 

Streghe sono tenute di solito le povere donne 
Vecchie, che gli acciacchi e l'età han reso più magre, 
grinzose e deformi dell'ordinario. Nei villaggi quando 
si vede una donna curva per gli anni, basta che la 
parola strega sia buttata là anche per ischerzo, perchè 
s\ diffonda la credenza, che quel povero corpo este- 
nuato, macilento, inetto alla fatica, lo si reputi capace 
di produrre malanni d'ogni risma. 

Le streghe debbono fare ogni giorno un stria- 
mhit, sia ad una persona, sia ad una bestia o ad 
una pianta o cosa inanimata qualunque. Che si pos- 



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— 509 — 

sano stregare anche le cose ne fa prova il pr f- 
fatto dalla Santa Inquisizione nel 1604 contro &Hg"lu 
moglie di Pietro Pittis di Qhasielis. Avendo essa in- 
contrata per istrada una carretta carica di sacelli di 
frumento domandò al conduttore che biada /"* < in 
quei sacchi; avutone in risposta che non lo &i|»*vu, 
la Pittis ne toccò uno col dito; allontanatasi di [incili 
passi tutti i sacchi precipitarono a terra. 

I nati colla camicia (cfr. cap. VII.) fino dal venir 
alla luce sono predestinati a diventare strighi' n 
maghi; altri lo diventano per vocazione, per ini -I ina- 
zione, o perchè sedotti da altre streghe o m&g)ii, I na 
donna che di sua elezione vuol farsi strega, si la 
presentare o si presenta per tre o quattro vohr alla 
tregenda, ed allora, se il diavolo ò contento «li hi, 
e le prove come neofita riescono bene, l'accoglli* nella 

fraterna. La strega deve rinunciare al battesi .ili a 

cresima, a Gesù Cristo, ed al a sua chiesa cali olii ■;■ 
il diavolo la prende in nota nel suo registro n tal ri- 
colare e le imprime sul corpo, di solito sulla i . ■ i i. 
una profonda scalfittura coll'unghia del dito nii^imln, 

graffiandola. Le sono graffiature codeste che i |n ■■- 

ducono alcun dolore, ma lasciano delle cicali iej in- 
delebili, le quali sono il contrassegno per esxofv 
conosciute dai diavoli questurini, ed ammesse ,i 
i convegni delle streghe. La segnatura si fa in 
volte, in tempi diversi e su diverse parti del eurjvr: 
all' ultima la novizia è proprio strega vera e palmi- 
tata e non può più ritrarsene ne evadere. Gli Un 
che come le streghe si votano al diavolo sono r f hiijùz, 
stregoni, benandanti, maghi o negromanti. K prin- 
cipio ritenuto fra il popolo che l'uomo abhi;i mag- 
gior forza e potere della donna; perciò i nubili o- 



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— :>io — 

Stregoni, in linea ordinaria, sono pili potenti delle 
streghe. In ogni modo, tanto quelle che questi dispon- 
gono di numerosi mezzi per arrecar danno all'uma- 
nità; qualche rara volta poi s'incontrano delle fate 
maghi benefìci, pronti a venire in ajuto dei miseri 
e degli oppressi. 

Facendo una sintesi dei poteri che si attribui- 
scono a questi esseri semisoprannaturali, dirò prima 
dei mezzi di cui si valgono, poi dei mali che pro- 
ducono. 

1 primi sono parole e segni cabalistici, benedi- 
zioni, segnature, incantazioni, insufflazioni, scongiuri, 
amuleti, scritture, legature ecc. 

I prestigi e malefìcii si compiono con incantesimi 
o maledizioni, con suflumigi, unguenti, vapori, filtri, 
Caratteri e numeri cabalistici, (ìli, specchi, bacchette 
magiche, chiavi, chiodi, spade, statue, erbe, animali, 
immagini di santi, preghiere, bestemmie ecc. Si eser- 
citano con l'occhio, colla voce, col soffio, col fischio, 
colle note musicali, col contatto, col bacio, colle 
vesti, pezzuole od oggetti applicati sulle nude caini, 
come camicie, calze, fa scie o mutande set/nate, od 
unte con certi unguenti, ad apparecchiare i quali si 
adoperano foglie, radici o semi di piante, minerali 
^ però mai il sale di cucina), metalli, rospi, serpenti 
ed altri rettili, piume d'uccelli, membra d'animali, 
ossa e capelli umani ecc. 

Le modalità poi sono varie; o si collocano certi 
oggetti od unguenti sotto il capezzale, o sulla soglia 
di casa, o con amuleti, anelli, sigilli o pietre pre- 
ziose che vengono battezzati col nome della persona 
che dev'essere malefìciata, o con figure in cera, pasta 
o pezza, fatte per rappresentare l'individuo a cui si 



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— 511 — 

vuole portar danno. Con maggiore facilità si può fare 
l'incantesimo race igliendo una bricciola di pane Ci 
di polenta. È per ciò che i contadini hanno cura di 
raccogliere tutte le bricciole dicendo: Che no bixnjfììè 
strazza la graeie di Dio. Ma il mezzo che rende ili- 
fallibile l'esito del maleficio, e il possesso d'un capello 
della persona che dev'essere ammaliata. Con tale 
credenza le donne, quando si pettinano, hanno sempre 
la precauzione di non gettale i capelli sulla strada, 
dove potrebbero venir raccolti dalle streghe, ma di 
buttarli sul fuoco, nelle latrine o seppellirli sotteira. 

Le streghe e gli stregoni si cambiano ordinaria- 
mente in lupi, orsi, cani, gatti, topi, serpi, rospi, 
formiche ecc. Quando poi si sono tramutati in bestie 
siffatte, se vengono feriti, ritornando esseri umani, 
conservano le ferite riportate ed i segni di quello 
loro fatte mentre erano animali; alcuni però credono 
che sia necessario batterle con verghe di Yiburn » 
(panane) o con armi benedette, altrimenti sarebbero 
invulnerabili. Per rendersi invulnerabili portano ad- 
dosso amuleti, erbe, scritti, caratteri cabalistici e 
magici; unguendesi poi con certi unguenti si ren- 
dono capaci di sopportare i più crudeli tormenti 
senza sentile dolore, avendo dei rimedi che 'possono 
perfino farli ringiovanire. 

Gli erbolàz, quantunque non sienn veri maghi 
stregoni, possono praticare sortilegi, usando di iiost 1 
sacre, come la celebrazione della Messa, gli esorcismi, 
le benedizioni, le segnalare o preenlaziom\ consacra- 
zioni, invocazioni di Santi e preghiere, specie usando 
l'orazione di San Cipriano, il simbolo degli A posi -li, 
i Vangeli ed in particolare quello di San Giovanni, 
nonché valendosi dei salmi, della Sacra Scrittura e 



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— 512 — 

di Agnus Dei, reliquie, oli, vasi, vesti ed arredi sacri, 
acqua santa, candele benedette ecc. ecc. L'uso delle 
quali cose tutte è vietato dalla Chiesa Cattolica; ma 
più che tutto essi adoperano filtri ed erbe, da cui il 
loro nome. 

Praticano del pari sortilegi i sacerdoti che reci- 
tano Messe pei vivi parati da morto, collo scopo di 
far morire una data persona, e quelli che si servono 
delle Ostie consacrate, intere od in pezzi, dicendo 
certe parole mistiche, per fare fatucchierie d'amore; 
quelli che collocano sopra la pietra sacra, e sotto la 
tovaglia degli altari alcune fogl'e, o ceneri, ossami, 
placente umane, animali vivi e morti perchè sui 
medesimi vengano celebrate delle Messe ; quelli che 
segnano con croci [preentarej, dicendo orazioni e 
parole magiche per sanare gì' infermi, o rendere 
taluno invulnerabile; quei che recitano i Salmi per 
guarire animali ; quelli che distruggono in qualunque 
modo i malefici non fatti da loro, o che usano le 
Sacre Scritture, i dadi o le carte da giuoco per get- 
tare la sorte; quelli che indovinano chi fu o sarà lo 
sposo adultero, usando le parole di certi Salmi, o 
movendo sopra di essi l' anello appeso ad un filo o 
capello; e tutti quelli insomma che ricorrono alle 
forze soprannaturali per ajutare o danneggiare qual- 
cuno, per conoscere il futuro, o per ottenere degli 
scopi che coi mezzi ordinari non si potrebbero rag- 
giungere, quali sarebbero di far acquistare senza 
studio tutte le cognizioni, di rendere invisibili od 
invulnerabili sé medesimi e gli altri, di farsi ora 
piccini come le formiche, ora enormi e colossali 
quanto le montagne, ora forti da degradarne piucchè 
Ercole e Sansone, ora agili e veloci più dello stesso 



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— 513 — 

telegrafo. Le streghe ed i maghi godono inoltre la 
potenza di riunire ed allontanare le nubi, di far ca- 
dere fulmini, pioggie torrenziali o grandini devasta- 
trici, suscitare furiosi temporali e venti violenti, e 
viceversa anche riconfinare tutti questi flagelli in 
date plaghe e località, nuocere in tutti i modi agli 
uomini facendo loro smarrire la strada, perdere le 
sostanze o la salute ecc. 

Si dice possano inoltre far scomparire di notte a 
piacimento la luna e le stelle nonché il sole di giorno, 
coprendo il cielo di densissime nubi ; spandere nel- 
l'aria fetori intollerabili e portare la temperatura 
agli eccessi del caldo e del freddo; far seccare sor- 
genti, laghi e fiumi e farne scorrere o sorgere dova 
prima non c'erano; convocare dinanzi a loro per 
difesa sterminati branchi di bestie feroci, uccelli dì 
rapina diurni e notturni, serpenti, rospi ed insetti 
schifosi e velenosi; far emergere da terra alte mon- 
tagne popolate di belve, rivestirle di boscaglie fittis- 
sime, disseccare le selve esistenti, suscitare e spegnere 
incendii; camminare sopra le acque senza affondine 
o sul fuoco senza scottarsi ed anche librarsi nell'aria 
quanto gli uccelli ; far imbizzarrire i cavalli in modo 
da farli pericolare ; far morire le greggi, o far iti 
modo che rimangano infeconde o che sperdano anzi 
tempo, togliere loro il latte od impedire che erosesi 
h\ lana e diffondere nei bestiami le più strane ma- 
lattie. Possono pure rovinare le messi, fai' andare 
le spiche meglio granite nei campi dei loro favo- 
riti, mandando quelle vuote ed insieme la zizzania 
ed il loglio nei campi di chi abborrono, rendendoli 
sterili, talora in un con le vigne e con gli alberi da 
frutto; incendiare case, villaggi e boschi; affondare 

17 



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— 51 ì — 

navi e rovinare i commerci; togliere la fama alle 
persone; far vincere o perdere le battaglie; liberare 
i prigionieri sciogliendone le catene ed aprendo le 
porte più massicce; produrre negli uomini malattie 
d'ogni specie, — mal caduco, dolor di ventre, di 
testa o di denti ecc.; far entrare nel corpo pezzi di 
vetro, chiodi, aghi, coltelli, forchette, piume, lana, 
pelo, sassi, od altro, o far venire delle piaghe maligne 
n misteriose, da cui escano pezzi di vetro o di me- 
tallo, o vermi schifosissimi. Hanno eziandio potestà 
di far nascere passioni violente; di rendere sterili gli 
sposi od inabili al matrimonio; di far abortire le 
donne, o far in modo che non possano partorire; e 
perfino di rendere una donna tanto feconda che in 
un solo parto dia alla luce più decine di figli ; di 
far addormentare uomini e donne per stuprarle, per 
rufiar loro i figliuoli od ammazzarli, o farli perico- 
lare nelle acqueo nei precipizi affinchè muojano;di 
far dormire le persone per anni ed anni, conservan- 
dole anche sempre giovani ; di trasformarle in bestie, 
in piante, in statue di pietra, di metallo o di sale. 
Sono dotati pure della virtù di scoprire i tesori na- 
scosti e di trovare entro alle rocce o dentro alle 
frutta fatate rospi, serpi, cani, cavalli, carrozze, mo- 
llili, vesti, lavori in metallo, anella, monili, pendenti, 
braccialetti, catene d'oro, diademi, gemme ecc.; di 
rendere le borse inesauribili, in modo che per quanto 
si astragga e si spenda il denaro non vieti mai meno; 
e di apparecchiare conviti colle più scelte e laute 
vivande, nelle quali però mancherà sempre il sale. 
In fine possono evocare le anime dei morti (spettri), 
ed i demoni, tenere spiriti chiusi in boccettine di 
vetro, od in gemme incastonate negli anelli, e da 



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— 515 — 

quelli farsi insegnare le risposte pei loro vaticini, e 
predire il futuro. 

Nò con questa diffusa enumerazione, cavata dallo 
fiabe che si raccontano dal volgo, le quali troppo 
lungo sarebbe il voler qui riportare, credo aver 
esposto tutti i poteri a questi esseri attribuiti. Mi 
limiterò a narrare pochi fatti soltanto. 

Una povera giovane accettò una volta una presa 
di tabacco da un vecchio sconosciuto che passava 
davanti a casa sua; d'allora in poi l'infelice non 
ebbe più bene: convulsioni, svenimenti, dolori con- 
tinui ; era stregata ! — Altra volta, su una sagra 
nel distretto di Codroipo, due sconosciuti che si dis- 
sero di Trieste offersero ad una ragazza una ciam- 
bella, ch'ella accettò e mangiò da imprudente; e se 
volle guarire dai tanti mali che dipoi l'afflissero, 
dovette andare a farsi benedire a Clauzetto. 

Un'altra giovanotta, sul tagliar del frumento ac- 
cusava sempre qualche incomodo; una donna espèrta 
le suggerì di guardare nel cuscino, perchè gli stre- 
gamene si fanno là di preferenza; vi trovò un nodo 
di lana o seta che fosse, a vivi colori, talmente arruf- 
fato che non riuscì a scioglierlo. Secondo l'istruzione 
avuta lo portò in un doppio di campo (*) di confine 
fra il suo paese ed il villaggio vicino, ed acceso un 
bel fuoco lo gettò dentro; vide tosto una piccola 
figura di vecchia che si contorceva e mostrava di 
soffrire; era la strega! — La giovane si sentì subito 
guarita (*). 



(I) Doppio, stradone prativo fra due rampi contermini, avente ognuno 
un filare d'alberi o di viti. 

[t) Elei» Patrie -BellavItU - Un genio — Udine— Bardusco, im pa- 
gine 36 e seguenti. 



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— 510 — 

Né i ricordi tratti dalle antiche cronache o da 
vecchi libri mancherebbero; ma mi limiterò a citarne 
due o tre solamente. 

Nel 4 giugno 1417 il Consiglio di Udine emana 
sentenza contro i fautori di T... di Savorgnano che 
voleano di nuovo introdurre nella terra arti magiche 
ed incanti ( 1 ). 

Nel 1590 il prete Melchior di Aviano fu accusato 
di tenere presso di so un demonio dal quale si faceva 
dare i vaticini, ma il Santo Officio sospese il pro- 
cesso per la morte dell' inquisito. 

Daniele Asinio (1603) pittore Udinese fu accusato 
d'aver modellato un diavolino in cera rossa ad istanza 
dì certa donna di Schiavonia; ed Angelino Priario 
pure da Udine d'averlo chiuso in un'ampolla di 
vetro. Sentiti tre testimoni anche questo processo fu 
abbandonato. 

Aquino Turra da Pordenone, ben noto al Santo 
Officio fu denunciato nel 1010 di avere presso di se 
una statua od idolo, dinanzi al quale pregava, e dal 
quale traeva gli oracoli ed otteneva le grazie ; nume- 
rosi testimoni confermarono ciò, aggravando la posi- 
zione del Turra che venne tradotto in carcere senza 
clic si dica poi quale line egli abbia fatto. (Alimi 
mai apparet IJ 

V unguento famoso che adoperano le streghe per 
poter andare alla tregenda si compone con erbe rac- 
colte la notte di San Giovanni. Le fanno bollire con 
riti speciali in un pignatto che hanno cura di tener 
sempre nascosto, quindi si svestono, con quell'un- 
guento si ungono le giunture delle gambe e delle 



11) Manilio: Annali — Voi. VI, pag. 277. 



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— 517 — 

braccia, la palma delle mani, le piante dei piedi, ed 
allora salgono per la cappa del camino, air uscita 
del quale sta ad aspettarle un diavolino die le tra- 
sporta al sito dove hanno da praticare le loro stre- 
gonerie od alla tregenda. Taluni dicono che le streghe, 
dopo essersi unte, montano a cavalcioni del manico 
della scopa, e questa le trasporta per aria corno fosso 
un ippogrifo; altri infine credono che le streghe sienu 
trasportate dalle nubi o dai nati colla camicia. 

V'è chi crede che l'unguento magico siti fabbri- 
cato nella tregenda e regalato dal diavolo, Carne sì 
dirà più innanzi. 

Onde eseguire i malefici si brucia il sangue i h t 
i capelli di coloro che si vogliono affascina re, e si 
fanno bollire con riti speciali degli aghi, o eli iodi, 
coltelli ed altri ferri che si dovranno adoperare per 
gli sfregamenti. Talvolta le streghe, nel fan* i sor- 
tilegi, recitano o fanno recitare delle orazioni, ma 
quelle non sono mai in onore di Dio, della ^S. Tri- 
nità, di Gesù Cristo o della Beata Vergine, fila sol- 
tanto in onore degli Apostoli o di qualche Santo, 
che in fin de' conti sono uomini, e ciò \wv miglia 
nascondere i loro patti col diavolo. 

I maghi e le streghe poi hanno maggiore u minor 
potenza, a seconda del potere che ha il diavolo a cui 
si sono legati. 

Le streghe si possono conoscere. 11 preti* «piando 
celebra la Messa e si volge al popolo per dir*? Vfh'afr 
fratres e quando dà la benedizione col Santissima, 
vede e conosce tutte le streghe che sono in chiesa, 
ma non può denunziarle perchè lo polverizzerebbero 
come tabacco. Se si mette nella pila dell'acqua santa 
una moneta antica fune monede mate) finche la ino- 



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— 518 — 

lieta non sarà levata, i maghi e le streghe non po- 
tranno uscire di chiesa: che se entrassero quando 
quella era già stata messa rieiracquasantino, tingendo 
la mano non potrebbero più allontanarsi dalla vasca. 
Molti però dicono essere necessario che sulla moneta 
sia impressa l'effìgie della Beata Vergine, come si vede 
nei bezzoni Veneti, su certi quattrini papali, o sulle 
monete Mantovane od Ungheresi. Sarebbero del pari 
impediti di uscire se esternamente si cingesse tutto 
intorno con uno spago la chiesa; tinche questo non 
sarà rotto o strappato, non potranno rivai icare la 
soglia per andarsene; e così se dall'alto del soffitto 
della chiesa si gettasse una corda che tocchi il pavi- 
mento, oppure se uno si mettesse sulla porta a me- 
scolare del panico (panìz, cfr. cap. HI.) si vieterebbe 
ai malèfici l'uscita dal tempio. 

Forse a questa credenza si collega l'antica usanza 
della cintura della chiesa (cfr. in fine di questo 
cap.). — Invece volendo conoscere se sia strega una 
qualche donna che venga in casa, basta mettere il 
manico della scopa sotto il gradino attraverso la 
porta: la strega non potrà più uscirne. 

Si otterrebbe l'identico effetto allogando sulla 
porta di casa una delle tre tavolette che stanno sul- 
l'altare per la Messa, e precisamente quella su cui 
è scritto il Gloria. Quando la strega è già in casa, 
il mezzo più sicuro per impedirle ogni malìa si è 
quello di prendere una gonna o una sottana ed in 
presenza della strega batterla ben bene con un ba- 
stone, con che tutto il potere della strega viene di- 
strutto. Giova pure il disporre due granate in croce 
sulla porta di casa, od anche semplicemente capo- 
volgere la granata appena la strega mette piede in 



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— 519 — 

casa, oppure ficcar sotto la sedia dov'è seduta la 
maliarda il granatino con cui siasi prima pulita la 
madia (conqhe, panarie ecc.J; sarebbe questo un tale 
esorcismo, che la infelice fatucchiera non potrebbe 
alzarsi più dalla seggiola, e lì dovrebbe scompisciarsi 
addosso l'urina tutta quanta, rassegnata a qualunque 
umiliazione pur di liberarsi da quella gogna. Anche 
mettendo un granello di sale in tre differenti secchi 
d' acqua che si avessero sotto mano in cucina, la 
strega non potrebbe far a meno di allagare di urina 
tutta la stanza. Dopo VAvemaria poi non bisogna 
mai fermarsi sotto lo stillicidio, perchè si resterebbe 
stregati. Così, se si sospetta che un infermo sia stato 
stregato, basterà far bollire in una caldaja sulla mez- 
zanotte d'un giovedì una parte delle vesti dell'am- 
malato (fascie, pezzuole da donna, giubbe, camicie 
ecc.), alimentando il fuoco con legna di viburno o 
rosmarino, e con un rametto di olivo benedetto, o 
di ginepro. Nella caldaja si deve mettere acqua santa 
ed un grano di sale, poi quando l'acqua bolle ben 
bene si farà sopra quella per tre volte un segno di 
croce con un Crocefisso di legno, scongiurando e im- 
ponendo alla strega di farsi conoscere ; all'indomani, 
sia strega o stregone l'autore della malattia, sarà 
costretto a venir in casa prima di mezzogiorno. Molte 
volte però, mentre la caldaja seguita il bollore, la 
strega vi comparirà in forma di gatto, ed arrivando 
ad uccidere quel gattaccio ogni incanto sarà rotto 
all' istante, dappoiché intendendo ammazzare il gatto 
avrete freddato una strega. 

Se ne incontrate taluna le impedirete di nuocervi 
col semplice atto di nascondere il pollice serrando 
il pugno, e per dirla come s'usa, con far le fiche 



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— 520 — 

E giova del pari lo sputare tre volte di seguito dietro 
la propria schiena, Y indossare a rovescio la camicia,, 
una calza o altra parte del vestito. Perchè la malia 
non vi colga pel veicolo dei cibi, prima di mangiare 
si fa su quelli il segno di croce, e lo si fa pure sul 
lievito neir impastare il pane, e col mestone anche 
nella farina messa al fuoco per la polenta. Contn> 
le malìe e contro i danni che possono portare gio- 
vano i rami d'olivo benedetto, gli amuleti, certe 
erbe, come l'iperico raccolto nella notte di San Gio- 
vanni appeso nelle stalle o nelle camere; i gufi, i 
pipistrelli od altri animali notturni inchiodati sulla 
porta di casa o della stalla, o nelle camere, e così 
anche la testa d'un lupo, o le corna di caprone; 
l'ungere l' uscio col sangue di mandragora, pronurir- 
ciando uno scongiuro di questa fatta : — Sixfa, 
Pixta, Rixa, Xista, Abracadabra, Abraxas, Mammon % 
— è un'esplosione irresistibile, contro cui non c'è 
più malìa che tenga. 

Alle basse, nei pressi di Latisana, vi sfatano i 
sortilegi mettendo un cappello da uomo sul letto 
matrimoniale, ciò che in altre regioni del Friuli si 
crede un atto di mal augurio, anziché un talismano 
preservativo. 

Le streghe non entrano dove c'è odore di mela co- 
togna o di certe altre erbe aromatiche. Ad impedire 
poi che possano entrare in casa dalla canna del ca- 
mino, dopo rivestito il fuoco, si segna colla paletta 
una croce nella cenere e vi si colloca sopra capo- 
volta la paletta medesima; diversamente le streghe 
soffiando dal camino potrebbero cancellare la croce 
per poi entrare a far i loro malanni. Quando una. 
strega va a fare qualche stregoneria, quelli di fa- 



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— 521 — 

miglia non s'accorgono della sua mancanza perchè 
dà incarico di sostituirla alla scopa, la quale assume 
le sue sembianze, e fa in tutto le sue veci. 

Chi fosse stregato, se ha il coraggio di prendere 
un gatto, metterlo in una pentola coperta, poi an- 
dare di notte su un crocevia ad accendere il fuoco 
e mettervi sopra il pignatto, è sicuro che quando 
il gatto sarà morto morirà anche la strega che ha 
prodotta la malia; però checche si veda o si senta 
non si ha da aver paura, ne da volgersi addietro. 
Perchè l'operazione ottenga il suo pieno effetto bi- 
sogna eziandio che nel frattempo nessuno venga ad 
interrompere colla sua presenza il sortilegio. A. gua- 
rire un povero maleficiato si ammazza una gallina 
nera, se ne applicano due quarti sotto la pianta dei 
piedi e gli altri due si seppelliscono : guai a chi man- 
giasse di quella carne ! ne morrebbe in breve di 
consunzione ; invece man mano che dessa putrefa, 
l'ammalato verrà risanando. Quando si fa il for- 
maggio se si mette ad arroventare un chiodo nel 
fuoco, e meglio ancora tre chiodi dissimili, e si but- 
tano roventi nella caldaja del siero nominando una 
strega, questa «i abbrucia e muore. 

In alcuni paesi le streghe sono rare, in altri sono 
più numerose: a Talmassòns, Lestizza e dintorni si 
crede che nessun paese abbia tante streghe quante 
ne ha il villaggio di Santa Maria di Pozzuolo, i cui 
abitanti vengono derisi col motto: « A Sante Marie, 
ogni ghase une strie ». 

Le streghe recitano ogni giorno le litanie del 
diavolo, nelle quali invocano per nome tutte le varie 
divinità dell' averno, applicando ad ognuno la coda 
d'un: — ora prò nobis. 



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■ VW* | 



— 522 — 

Ma oramai è tempo di fare con la strega più 
stretta conoscenza. 

Nata ordinariamente da gentucola, negl' infimi 
strati sociali, rilevata in un ambiente pretenzioso, 
ma che rasenta la miseria, pasciuta fin dall' infanzia 
di rimbrotti, di minaccie e battiture più che di pane; 
indi cresciuta alla scuola delle male parole e dei 
mali esempi, con una spolverata superficiale d' istru- 
zione letteraria e religiosa, guardatasi alla spera, un 
bel giorno s'accorse di non essere po' poi una be- 
fana; e vieppiù se ne persuase nel vedersi confitti 
addosso un par d'occhi mascolini su d'ogni canto 
della via. Finalmente gliel'hanno detto chiaro e 
tondo, a bruciapelo, proprio sul muso: — che bella 
ragazza ! 

La paura d'essere bella, con quell'osso del pol- 
trone, eh' ebbesi in dote da madre natura, aumenta- 
rono cogli anni di pari passo in dimensioni ed in 
peso. Arrossi de' suoi abbietti natali, arrossi dei pa- 
renti, e piìi di tutto dell' onorata sua povertà. Coi 
tesori dell'effimera sua bellezza sperò ricattarsi degli 
altri tesori tanto appettiti, di cui fu avara l'invidiosa 
lortuna. Sdegnò la ricerca disinteressata e sincera di 
taluno pari suo, aspirando a più alti destini; e così 
con l'esaltata fantasia prese a cullarsi nelle illusioni, 
vagheggiando sempre, ed aspettando fidente un'oc- 
casione avventurosa. 

E l'occasione è venuta, — è passata, — e la bella 
ragazza d'un tempo, non più ragazza e non più bella, 
eccola gettata in un canto come" un cencio da 
strapazzo. 

Quella vernice dell'educazione subita, quel suo 
cerimoniale d'accatto, male appreso e peggio appli- 



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— 523 — 

cato, quelle sue sdolcinature monotone, quelle sgua- 
jate leziosaggini, quei lazzi equivoci, il più sovente 
scoccati a sproposito, tutto questo non basta più ad 
orpellare le rughe precoci e le carni avvizzite, a sur- 
rogare le attrattive del crine corvino diventato bianco, 
del quale ora vuol fare sfoggio, nò l'eclissato fulgore 
degli occhi, ne la dentiera smerlata. 

Si destreggiò a lungo per dimenticare i tramon- 
tati splendori d'un tempo, per illudersi ancora, o 
almeno stordirsi, e cercò nei liquori e nel vino il bal- 
samo onde attutire gli scatti de' nervi eccitati, il 
solletico dei sensi insoddisfatti, sopratutto il ricordo 
della mala vita passata. 

Nel suo isolamento s'ingegnò eziandio di rifarsi 
del vuoto sempre più desolante che Y accerchiava : 
allora avrebbe accettato un sarto; cercò le occasioni 
dell* accolte di popolo davanti agli altari, dove sperò 
di mettersi in vista ancora con l'ostentazione d'una 
ipocrita pietà, con lo sfarzo delle sue trine, de* suoi 
ori, de' suoi vestiti, col suo altezzoso e compassato 
portamento. 

Oramai sfuggita, dimenticata, derisa perfino da 
suoi calvi serotini adoratori, ma ricchi, ma potenti, 
alla cui ombra si rifugiò mendicando vilmente pro- 
tezione, conforto, sostegno: tanto che un bel dì, tale 
che forse la sorprese senza gì' imbottiti, senza man- 
teche né pomate, senza belletto e senza cipria fu tratto 
senza volerlo ad esclamare: — Toh! la somiglia una 
strega. — Per chi l'intese fu facile lo scambio dal 
somigliare all'essere; e da quel giorno l'idolo di jeri 
s'è trasformato in una strega; ma una strega am- 
modo, — la strega perfezionata di grossi borghi e 
della città. 



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— 524 — 

La povera campagnola estenuata non dal vizio, 
ma dalle fatiche e dagli stenti che l'hanno fatta in- 
vecchiare prima del tempo, magra, canuta, colle oc- 
chiaje infossate, con qualche raro dente nero e ca- 
riato, col mento tremolante, le mani scarne, le dita 
allungate a guisa d'artigli, curva sotto il peso delle 
disgrazie, ordinariamente sucida e che fugge dagli 
nomini quasi conscia dello schifo poco cristiano che 
Stente di ispirare, — ecco la strega del villaggio. 

Questa, calunniata dai compaesani, eppure dotata 
sovente di delicato sentire sotto le parvenze d' un'a- 
nima selvaggia, si cruccia solo per l'odio e le per- 
secuzioni a cui è soggetta; quella, donna corrotta, 
pessima ed infame, che cerca coprire i suoi vizi e 
k sue magagne coll'apparenza delle forme: l'ima 
alfranta dalle ingiustizie che la perseguitano; l'altra 
mortificata nel vedersi oramai conosciuta da tutti, 
abbandonata dagli antichi adoratori dei quali le ri- 
inaine fedele il solo cagnolino prediletto, non può 
lusingarsi nemmeno le si possa attagliare la comune 
sentenza, 

« Co la chàr dovente fruste, 
Anche l'anime si juste » 

perchè la mostrano malvagia i suoi sfoghi di bile, 
e gli odi che sfoga specialmente contro chi non ce- 
dette alle sue moine. 

La povera vecchia del villaggio si compassiona, 
T altra mette ribrezzo perchè è strega realmente, al- 
meno nel suo mal fare che ricopia quello dei peg- 
giori demoni. Io ho conosciute numerose streghe di 
campagna, e tutte destarono in me sempre la com- 
miserazione più profonda; ne conosco taluna di città 



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— 525 — 

che mi ripugna al pensarci come vedessi una vipera ; 
seppure abbisognasse di essere conosciuta, vorrei ap- 
plicarle molto di cuore un marchio rovente d'infamia. 

Contro le streghe il volgo odierno usa dei rimedi 
che son venuto esponendo: ma quelli adoperati dai 
tribunali o dalla Santa Inquisizione per Io passato, 
erano rimedi eroici, terribili. 

Gli statuti di Concordia e di Pordenone commi- 
navano contro i maliardi la fustigazione, il mandilo 
rovente, e perlìno la morte a fuoco lento, — tgm 
concremetur. 

Le pene del Santo Tribunale Ecclesiastico erano 
le penitenze private e pubbliche, l'abjura, il bando, 
il carcere, la galera, la tortura e l'estremo supplizio. 

Accennerò brevemente alle origini ed alle vicende 
del Santo Officio in Friuli. 

La Santa Inquisizione fu istituita da papa Inno- 
cenzo iv verso la metà del secolo xm per tutta 
T Italia. A Venezia la prima volta la s'incontra in 
una promissione del Doge Marin Morosini che sta- 
bilisce si debbano inquirere gli eretici ; il Doge Pietro 
Gradenigo nel 1289 dà stabile assetto al Santo Of- 
ficio coli' approvazione del Gran Consiglio. 

A Padova esisteva il Sacro Tribunale fino dal 
4310, anno in cui Pagano della Torre vescovo di 
quella città, come giùdice del Santo Officio ordina 
a Belcaro dottore in legge di non assentarsi da Pa- 
dova senza il di lui permesso (*). 

La più antica memoria che abbia trovata relativa 
al Friuli è del 1° agosto 1331 (*), quando padre Fran- 



ti) B. C. Ud. Raccolta Bianchi. 
<*) Ivi » » 



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— 526 — 

cesco da Chioggia dei Minori Osservanti, inquisitore 
contro gli eretici in Venezia, Treviso, Verona e Friuli 
crea Paolo Bojani da Cividale e suoi eredi, ufficiale 
del Santo Officio, accordandogli assoluzione, indul- 
genza e diritto di portar armi per tutte le terre ad 
esso padre Francesco soggette. Quindici giorni dopo 
lo stesso inquisitore accorda alcuni privilegi a coloro 
che lo seguirono nella crociata da lui predicata in 
Cividale contro certi eretici di Caporetto fra gli 
Slavi, i quali veneravano un albero ed una fonte che 
appiedi dello stesso scaturiva. I crociati atterrarono 
l'albero e copersero con macigni la fonte, ajutati in 
ciò specialmente dal Canonico di Cividale Vuorlico 
figlio di Paolo Bojani (*). 

Nel 1330 con sentenza 20 marzo il Patriarca Ber- 
trando cassa un processo fatto dal padre Alberto da 
Bassano inquisitore contro certo Lazaro ebreo da 
Ferrara, ed ordina che l'ebreo sia lasciato in libertà 
per essere punito al caso secondo le costituzioni sui 
malelicii della terra di Cividale (*). 

Il padre Giovanni da Udine inquisitore pel Friuli 
e Marca Trivigiana, nel 1342 condanna certo Cor- 
rado tedesco ad essere tratto per tutto Cividale su un 
asino, con in capo una mitra sulla quale doveano es- 
sere dipinti i suoi malelicii, e portando nelle mani 
una boccetta di vetro con entro una figurina di cera 
avente degli aghi confitti, com'egli ad altri insegnava, 
condannandolo poi al carcere a suo beneplacito nel 
castello di Gemona, e poscia al bando dal Pa- 
triarcato ( 3 ). 



(J) Bìbl. C. Ud. Race. Bianchi. 
(2) Arch. Not. Udine. 
13) Ivi 



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I 



— 527 — 

Il padre Miehiele da Venezia Minor Conventuale 
si trova inquisitore del Santo Officio nel 1350 ( 1 ) e 
nel 20 settembre 1Ì15 il Consiglio della Magnifica 
città di Udine prende parte di ajutare un inquisitore 
venuto ultimamente a predicare la religione catto- 
lica { 2 ). Agli 8 marzo 1470 il padre maestro Giovanni 
da Chiozza inquisitore del Santo Officio presenta le 
bolle papali e le lettere del principe, instando d'es- 
sere accettato (*) e finalmente nel gennaio liOi-rfeil 
Consiglio della città viene destinato di costruire nel* 
l'Ospitale di Santa Maria una prigione per due donne 
di Sacile condannate in vita dall'inquisitore ( 4 ). 

La Repubblica Veneta però esercitava una vigi- 
lanza sopra la Santa Inquisizione e fu moderatrice 
degli eccessi cui altrove quel Tribunale si lasciò an- 
dare. Tre incaricati del Doge, chiamati Savi all'Eresia^ 
assistevano i tre giudici religiosi, e senza l'inter- 
vento di quelli il processo era nullo. — «La p» n- 
cedura del Santo Officio » — dice il Cecchetti ( 5 ), — 
« era assai semplice. Si chiedevano schiarimenti al 
denunciante, si citavano poi i testimoni e se l'accusa 
risultava sussistente, l'accusato si sottoponeva ad 
esame ». 

Anche ad Udine il Consiglio colla parte 15 marza 
1470 ( 6 ) destinava tre o quattro astanti si ve assessori 
con un notaro e due ufficiali ad assistere l' inquisi- 
tore, e con altra deliberazione del 2 febbraio 1471 



• il B. ( 


'. U. Arch. Mun. Annal. T. 1 fol. 210. 


•?> 


Iv. Annal. T. XX fol. 153. 


<3. 


Ivi Annal. T. XXXIV fol. 40. 


(4) 


Ivi Anna». T. XXXV1I1 fol. 175 



(5) B. Ceeeuetti — La repubblica di Venezia e la Corte di Roma nei 
rapporti della religione, Venezia 1874 pag. 36. 
(6» B. C Ud. Annal. T. XXIV fol. 42 e 108. 



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é 



— 528 — 

si destinavano dodici soggetti e tre notai ad assi- 
stere l'inquisitore (*). 

La Ducale 31 agosto 156!) ( 2 ) ordina che in ma- 
teria di processi d'eresia debbano intervenire due 
dei principali dottori con il Luogotenente, il Vicario 
Patriarcale ed il Padre inquisitore. Né queste dispo- 
sizioni, spesso richiamate, restavano lettera morta, 
tant'è vero che nel 13 febbraio 1580 ( H ) il Luogo- 
tenente Girolamo Venier annulla un processo for- 
mato in Gemona dal padre inquisitore in materia 
d'eresia, perchè fatto senza la presenza del Luo- 
gotenente e dei due giureconsulti, come voleano le 
leggi: «Cassavit et annullavit dictum processimi, cum 
omnibus inde secutis ac quoscumque alios processus 
quovismodo formatos sine ejus presentia et predicto- 
rum, ut in similibus servari consueverit, et ita prò 
cassis et ìmllis haberi mandavit cum comminatione 
quod de cetero non debeant formari processus in 
hujusmodi materia, nisi servatis requisitis a legilms 
pra'dictis in similibus servari solitis ecc. » 

Preludiavansi cosi quelle resistenze alle eccessive 
pretese della Corte Romana e dei Gesuiti che si svol- 
sero piìi tardi sotto del Sarpi. Venezia, a tutelare i 
suoi diritti dalle ingerenze chiesastiche, elesse anche 
un Consultore Teologo ed un Revisore dei Brevi, 
incaricato di esaminare i brevi e le bolle che veni- 
vano da Roma (*). 

Nel 1016 il Luogotenente intima al conte di Porcia, 



(1) B. C Ud. Annali T. XXIV fbl. 4* e to«. 
(8) Iti Volumi T. V fol. 114. 
<3) Ivi Volumi lettera P. T. XVI fol. 303. 

(4) ■•lneati — Studi e riceiche di storia ed atte — Cap. 1 v — // Santo 
Officio — L. Roux e Comp. — Roma-Torino pag. 85. 



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— 529 — 

come risulta dal Regesto altre volte citato, di defi- 
nire entro il breve termine di 15 giorni il processo 
contro certa Nadalia Querina malefica, detenuta nella 
carceri di quella giurisdizione. 

« — Nadalia Querina e villa Spinazzeto Conconi, 
dioec. processatur uti malefica in foro saeculari apiul 
Illustr." 1 Comitem Purliliarum, in cujus carceribus 
captiva manet, deinde per S. Offìcium et primo quidein 
educitur a carceribus et constituitur super sibi ob- 
jectis et continuo negat, unde examinantur testes, 
et contestes abentur contra ipsam, constituitur plu- 
ries, et illa obstinate negat, tandem misericordiam 
et veniam petens, omnia sibi objecta fatetur, quare 
remittitur ad carcerem. Deinde constituitur B. me- 
dicus ipsi loci ad sciendum cujus qualitatem fuori ut 
infirmitates eorum quos Nadalia fascinavit. Aliud 
non apparet prò S. Officio (!?). 

Exlat una epistola Eccellerli} lini LocumtenentU 
Ut ini, nomine Senatns Veneiiarum supratìicto III* 
Corniti, ut quindecim dierum spatio expediat cau- 
savi contra dictam Nadaliam Quaerinam. 

Altra volta Nadalia Grisola da Cividale fu accu- 
sata di molti maleficii dai quali ne sarebbero deri- 
vate numerose infermità ed anche la morte di qual- 
cuno. I testimonii aggravarono la posizione dell'ac- 
cusata, la quale nei ripetuti suoi costituti sempre 
tutto negò, e non risidtando dal processo ne eresia, 
né apostasia, né abuso di sacramento o di cose sacre 
non essendo di competenza del Sani' Officio di defi- 
nire la causa, così disponendo V Ecc. Senato, fu 
rimesso il processo air Illustris. Sig. r Provveditore 
di Cividale. 

Un anno dopo certo Bartolomeo della Villa di 



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— 530 — 

Clastra, Pieve di San Leonardo di Sehiavonia fu ac- 
cusato di' ricorrere a pratiche superstiziose, fu arre- 
stato ed iniziato processo contro di lui; ma essendosi 
ammalato gravemente il padre inquisitore di Udine, 
a definire più sollecitamente la causa, V 111.° SigS 
Provveditore di Cividale avocò a se il processo. 

Altro fatto che si dovrebbe interpretare ad onore 
del Tribunale è quello di certa Giustina moglie a 
Bernardino Succi di Udine, la quale processata nel 
lOil, vide desistere dall'inquisizione in suo confronto 
e.r dictis wedicorum in favore ejusdem reae prehensae, 
seppure non era questa una astuta scappatoja per 
nascondere la influenza di qualche personaggio alto 
locato, a cui oramai cedeva anche l'Inquisizione. 

In Udine il Tribunale avea sua sede nel mona- 
stero dei Minori Conventuali di San Francesco, ora 
Ospitale Civile. 

Colle barbare prescrizioni degli statuti munici- 
pali, coi terrori e coi supplizi i del Sant'Officio si 
credette poter sradicare fino il germe della strego- 
neria ; ma giust' appunto tutto queir apparato giu- 
diziario - religioso contribuì a ribadire sempre più 
nelle menti volgari la convinzione che in fatto di 
streghe e malelìcii qualche cosa di reale ci dovesse 
essere. Perciò è bastato radiare dai codici un tal 
genere di delitti per guarire tanti cervelli da sif- 
fatte aberrazioni. 

Il cattolicismo fu più tardo delle Leggi Civili, e 
si può dire che mai ha del tutto negato V influenza 
delle streghe e dei malefìcii. 

Le Costituzioni Sinodali del 1703 del Patriarca 
Dionisio Dellìn per la diocesi d'Aquileja (*), fra i 



(i) Costituttones Synodales ecc. Udine — Schiratti — 1703 pag. 74. 

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— 531 — 

casi riservati al Patriarca nella confessione com- 
prendevano anche — «quelli che esercitano le arti 
magiche, e che per esercitarle invocano i demoni i, 
fanno patti con esso, od usano mezzi per cui il de- 
monio manifesti loro le cose occulte — ». 

E le Costituzioni posteriori di Daniele Delfin ( ! ) 
richiamate in vigore in questo secolo dall' Arcive- 
scovo Pietr' Antonio Zorzi, riservavano i casi: 

— « dei sortilegi, divinazioni, incantazioni, vene- 
fici, malefici, e d'ogni altra specie di magia e super** 
stizione, con invocazione dei demoni espressa g tacita, 
nonché di coloro che per esercitarle abusavano de4- 
F Eucaristia, delle reliquie dei santi e di qualche 
altra cosa sacra — ». 

I Rituali, a cui tanto di frequente ricorrono nei 
villaggi certi curati, hanno ancora gli esorcismi pCP 
allontanare le streghe, distruggere le l>ro malie, e 
cacciale i demoni dal corpo degli ossessi. 

Ma è tempo oramai eh' io torni alle credenze 
del volgo. 

Al giovedì le streghe fanno i lor convegni elfi i 
banchetti, in una parola la celebre tregenda. Anche 
le friulane, come le streghe di tutti i paesi, come 
quelle del coro del Macheth, si riuniscono in luoghi 
disabitati, aridi e deserti. In Italia sono celebri il 
noce di Benevento, il monte Paterno presso Ito- 
logna, il monte Spinato verso la Mirandola, il Serva 
nel Bellunese ecc. 

In Friuli vanno memorandi per fatti straordi- 
narii e frequenti apparizioni, il monte Tenchia a 



(1) CoMtitutione Sy nodale* DanV'lis Detphhii rurtvs edita juita 
Petri Antunll Georyil Archiep ° Utine<tsis — Udine — lucile ISOO pag 7 U 



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■. «V ■ 



— 532 — 

Cercivento, il monte Sarte, il Canino, i cui seheg- 
gioni sarebbero la sede di confino per i dannati, 
mentre le praterie del versante meridionale del Sarte 
sarebbero riservate per la ridda delle streghe. Dalla 
grotta detta la busate dei corvàz nella valle del Cor- 
nappo, veggonsi uscire le streghe che scendono a 
ballare dietro la vecchia ancona sul sentiero di sotto, 
nella località detta i Cretàz sulla strada che con- 
duce a Qhalminis. La contessa Caterina Perento e 
dopo di lei Giosuè Carducci ricordarono la tregenda 
della Tenehia, e parimenti il Del Torre rammentò 
quelle che avrebbero per teatro gli aridi altipiani 
del Carso ( V. Gap. I. ) Sembra pertanto che una 
plaga centrica, indicata da tutti come posto comune, 
i n Friuli non ci sia, o che io non la seppi scoprire. 
Odesi contar sovente invece che le streghe si riuni- 
scono nelle vaste brughiere dei nostri fiumi-torrenti, 
presso le disabitate rovine di qualche antico castello, 
in fondo ai boschi più remoti, od in qualche landa 
più selvaggia, lontano dalle abitazioni e dalle loca- 
lità frequentate. 

La tregenda è illuminata da candele di pece nera, 
o da torci fatti con pezzi scheggiati di pino resinosa 
{ foglili* J, le quali danno più fumo che splendore. 
Le streghe e gli stregoni vi intervengono, vi fioc- 
cano da tutte le bande a cavalcioni del manico della 
granata o a bisdosso di un diavolino o portati da quei 
che nacquero colla camicia, predestinati a diventare 
alla lor volta, secondo i casi, o streghe o stregoni. 

ella s' unge e s' inzavarda 

Tutta ignuda nel campo del camino, 
Per andar sul barbuto sotto il mento 
Colla granata accesa a Benevento. 



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— 533 — 

Ove la notte al noce eran concorse 
Tutte le streghe, anch'esse sul caprone, 
1 diavoli, e col Bau le Biliorse 
A ballare, a cantare, a far tempori e. (1) 

Caddero sotto le ugne del Sant' Officio per essere 
intervenuti alla tregenda: 

Nel 1624 Silvestro mugnaio trevisano, e Paolina 
sua moglie abitanti nella fortezza di Palma accusati 
di andare per aria sopra le nubi, ed era ciò tanto 
vero che l'accusatore insieme con certo Antonio della 
Gatta, oste in detta fortezza, li avea seguiti e veduti 
ridiscendere ed entrare nella casa di certo Antonio 
Barbiere in Borgo d'Udine. Altra volta i coniugi 
stessi furono veduti in forma diversa dell' umana. 
Di più la detta Paolina aveva pregato lo stesso accu- 
satore volesse vedovarla del marito, prometter logli 
in ricambio, mediante i suoi malefieii, di renderlo ve- 
dovo lui pure, ond' essere liberi così di fare aaaieme 
un altro mogliazzo. 

Ognuno che interviene alla tregenda deve recar 
seco una od altra erba velenosa, da farne un pro- 
sente a messere il diavolo che resta assiso in tutta 
maestà a presiedere l'adunanza. Egli riceve l'omaggio 
dei suoi fedeli, ne ammette anche taluno all' onore 
di baciargli, non la bocca, ma Y orifizio corrispon- 
dente dalla banda di settentrione, che, trattandosi 
d'un diavolo, torna po' poi la stessa minestra. 

Coli' erbe venefiche avute in regalo aspergerà poi 
tutta l'adunanza di piscio diabolico, trattando l'asper- 
sorio con la mano sinistra. Il diavolo di solito com- 
parisce in forma di becco o di cane. Nel mezzo del 



<l) Uffi — Malmantite ecc. Canto III ottave 69 e 70. 



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— 534 — 

circolo bolle il calderone in cui viene gettato il 
mazzo d'erbe che ha servito di asperges, aggiungen- 
dovi rospi, ragni, scorpioni, vipere, salamandre, pipi- 
strelli, e bambini rubati dalle streghe. Codeste poi 
ne raccolgono la schiuma per comporsene l'unguento 
fatato. E mentre la caldaja bolle, si balla, ma si 
balla furiosamente in circolo, ed in quel vortice non 
c'è più legge, ne galateo, vi regna il più sfacciato 
comunismo, ognuno domanda — nessuno rifiuta — 
baldorie fra maghi e streghe, fra streghe e diavoli 
da sfatare le lascivie di Tiberio e di Nerone. 

Finite le danze, e gli accessori, si rovescia il cal- 
derone, e i ballerini si ristorano col prelibato intin- 
golo. All'avvicinarsi dell'alba tutti ritornano alle 
proprie case per aria, come sono venuti ; e guai se 
in quella volata udissero il suono mattutino d' una 
campana o il canto d'un gallo, o si lasciassero uscire 
di bocca senz'avvedersi un'invocazione al nome di 
Dio, di Cristo o della Madonna, — correrebbero rischio 
di precipitare al suolo e di fiaccarsi il collo. 

Nel Regesto tante volte citato, sono numerosi i 
processi per stregoneria; oltre i riportati trovo anche % 
i seguenti: 

158:2. Teofìlo Buri di Pieris in quel di Monfalcone 
per essere benandante e per intervenire al ballo del 
giovedì ; citato a comparire, fugge dal paese, ne si 
sa pili di lui. 

1595. Caterina moglie di Domenico lo fu del 

pari perchè avea confidato alla propria suocera Tadea 
da Mortegliano di essere strega e d'andare assieme 
col marito ogni giovedì al convegno, ove si faceva 
alle braccia colle altre streghe. 

1599. Florida, moglie di Alessandro Basilio notajo 



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— 535 — 

di Udine, oltreché per altri titoli altrove ricordati, iu 
processata per aver dichiarato ella pure di essere 
strega e d'andare ogni giovedì a spasso coi morti, 

1600. Pascutta Agrigolante di San Martino di 
Terzo che si vantava di essere benandante e d'andar 
a combattere coi benandanti, e Bernarda moglie di 
Francesco Peressut della villa di Maruzzis, la quale 
faceva gli stessi vanti, dicendo che andava a com- 
battere coi benandanti a cavallo d'una lepre, e che 
faceva i suoi malefìzi nel Goriziano, perchè là le 
streghe sono meno severamente punite. 

1601. Gaspariua cieca che vantavasi di parlare 
con Dio e d'andare alla tregenda. 

1622. Un fanciullo al servizio del D. r Locateli i dì 
Udine per essersi espresso ch'era benandante e che 
cavalcando un cane, interveniva alla tregenda óVP si 
combatteva con dei rami di finocchio. 

Nell'anno stesso Leonardo Badan o Badovino dì 
Galliano perchè si vantava d'essere benandante molti i 
esperto, di conoscere le streghe, alcune delle (piali 
indicava per nome, e di prendere parte ai combat- 
timenti del giovedì. 

Cosi nel 1645 fu processata Zanutta q. ni Ami rea 
del Bon per essersi espressa che dessa non li la iu 
giovedì; che se per qualche istante soltanto ella. 
avesse filato, i buoi non avrebbero dormito; e tale 
fatto fu confermato dalle deposizioni testimoniali. 

Nel 1647 Sebastiano Menossi di Zugliano si accuso 
spontaneamente d'essere benandante e d'essere in- 
tervenuto per 16 mesi al convegno delle streghe. 
Erano sogni, aberrazioni di menti inferme, allucina- 
zioni di cervelli che non funzionavano più regolar- 
mente. Ma ben più strane delle suesposte furono le- 



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— 53G — 

rivelazioni della Sestilia del Torso da Udine, Una 
povera isterica processata dal Santo Officio nel 1639. 
Narra dessa impertanto, che, ridotta alla disperazione, 
invocò il demonio, a cui s'è data anima e corpo; 
sono circa trentanni che dura la tresca, e che usano 
rinfrescarla ogni tanto con nuove promesse e impegni 
nuovi tanto a voce che in lettere scritte col proprio 
sangue : e per arrota ch'ella aveva rinnegata la fede, 
il battesimo e Dominedio, con la Beata Vergine, i 
santi e le sante e la chiesa, e che era anche fer- 
mamente convinta essere falsa la santa fede e vane 
utopie le pene infernali : che il diavolo lei lo rite- 
neva per vero Dio e perciò come tale V aveva ono- 
rato, adorato ed invocato anche con termini lubrici 
ed amorosi; che aveva bestemmiato Dio, la Beata 
Vergine ed i santi, servendosi delle loro immagini 
per usi indecenti, invece d'adoperare altra carta: 
aveva gettata la S. Croce sul fuoco, e versato nel- 
l'acqua santa il prodotto delle lascivie, talvolta per 
suggestione diabolica, tal altra per propria malizia : 
e che s'era accostata a ricevere la comunione per 
indi estrarre la sacra particola dalla bocca, serbarla 
in un velo eppoi gettarla per vituperio in luoghi 
immondi, giacché ella non poteva credere che sotto 
quelle specie si potesse nascondere il Corpo e il 
Sangue di Cristo Dio; soggiunse altresì che il diavolo 
l'aveva spesso trasportata di notte al convegno delle 
streghe dove mangiò, ballò, e trescò sfacciatamente 
con tanti demoni : e finalmente che andata in pelle- 
grinaggio a Loreto aveva abjurato i suoi errori, ma 
poi ricadde nei vizi di prima; abjurò una seconda 
ed una terza volta, ritornando però sempre ai soliti 
lascivi e diabolici amori. 



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— 537 — 

Trovato grave il caso, fu scritto alla S. Congre- 
gazione a Roma, la quale accordò la facoltà di assol- 
verla, dandole alcune norme e penitenze perche non 
avesse a ricadere più in simili vergogne. Se non che, 
più che le penitenze, la Sestilia si meritava il ma- 
nicomio. 

Io non potrei riportare qui per esteso, seuz;i 
annojare i lettori, tutti i processi pei* stregoneria ; 
li citerò quindi di volo, estendendomi solo su taluni 
più importanti. Fra tanti merita speciale ricordo 
quello del 1447 esistente -nell'archivio comunale dì 
Gemona e eh' è anteriore di più di un secolo ai Re- 
gesti. Fu tenuto al cospetto del Baldassi Capitini io 
della Terra in concorso dei suoi giurati Giaci uno 
q. m ser Tonin 5 , Daniele q. m ser Nicolò de Craiuis 7 
Leonardo Orsetti, Nicolò q. m Pietro Frignasi, Daniele 
q. m Simeone Patussio, e Nicolò q. ,n Giacomo Flumkmi; 
contro Margherita moglie a Pietro Mussielli di Go 
mona, meretrice pubblica, ribalda, e maliarda, pro- 
cessata per denuncie fatte, e perchè indiziata dalla 
pubblica opinione sopra i dieci seguenti capi iti 
accusa : 

I. perchè nel settembre 1-44G, per curare un figlio 
di Nicolò da Buia affetto di mài sedi sai v adi, scopò 
la casa, collocando il fanciullo nel mezzo, colla faccia 
volta all'oriente, e mettendo sopra di lui la madia 
(quandam panari am) ; gettò per tre volte di seguito 
sopra quella le spazzature della casa dicendo: — a lo 
ti preenti di mài sech e di mài salvadi e d'ogni mài, 
e di patoche a chist mài in che siena {?/ al jmoschio. 
alaà, chic ben lu pò dura e ben lu pò salva giv di 
soro a chisto creaturo» — . Poscia riposta la madia 
in terra vi collocò dentro il ragazzo versandogli del- 



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— 538 — 

T aequa addosso tanto che lo bagnò tutto: prese poi 
tre volte di quell'acqua ai piedi del fanciullo dicendo: 
— alò ti Ianni in chist' aga, di mài sèch e di mài 
vèrd e di mài mlvadi e d'ogni mài» — e di quel- 
T acqua, presa a piedi del fanciullo, per tre volte 
gliene pose in bocca dicendo: — « e cliusì pucschislu 
in chiarii e in sang con cu eros lu pan in tal lev mi » — : 
poi per tre volte sollevò il fanciullo, ripetendo le 
stesse parole, e quindi ordinò alla madre di portare 
Taequa del bagno di rito sotto lo stillicidio di casa 
dicendo: — « lo no puarti aga, mai la mài dal mio 
Jigl in clii.s trotto chu ben lu pò darà e ben hi pò 
salva)) — assicurando la madre stessa che tale cura 
le avrebbe guarito il figlio. 

IL Per avei* ripetuta la stessa cura superstiziosa 
su d' una fanciulla dei dintorni di Gemona, con di- 
sprezzo di Dio Onnipotente e della fede cattolica. 

III. Per aver tentato liberare certe creature dal 
mài -sech mlvadi, con parole, atti e pratiche super- 
stiziose che si tacciono perchè nessuna persona venga 
a conoscerle, usurpando l'autorità di Dio e della 
Chiesa cattolica, ed attribuendo fede a quelle pra- 
tiche e parole, cadendo così nell'eresia. 

IV. Perchè circa quatti*' anni in addietro, una sua 
consocia, di cui si tace il nome, avendo perduta una 
gioja d'argento, la ritrovò però in quello stesso giorno o 
nel domani nel buco della porta, (forameli hostiis) 
•avendole la Margherita detto che colui che avea tolta 
quella gioja era una buona persona, la consocia disse 
a Margherita di averla riavuta per arte diabolica, 
perocché andò a S. Maria la Bella (*) senza mai 



\l) Piccola chiesetta ad un chilometro circa dal paese di Gemona. 



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— 539 — 

guardare indietro, ne nell'andata né nel ritorno, 
senza parlare con chissisia, ma solamente pregando 
dei Pater nosler, prendendo coi denti per tre volt»' 
la corda della campana, dicendo tre volte queste 
parole: — ne così quant a chesta chiaapana sona, 
quant si alza lo signore di grazia ogni homo cor a 
vede et colui che mi ha tolta la mia zoja me possrt 
render, chel non puoschia padimà (*) né dimora » — , 
il qual modo poi essa Margherita insegnò ad altre 
due persone, una donna ed un uomo, che aveano per- 
dute certe co 'e, sempre colla fiducia che quelle su- 
perstizioni avrebbero giovato, e ciò con disprezzo di 
Dio e della fede cattolica. 

V. Perchè risulta da confessione dell'inquisita, 
che nel tempo in cui certo prete Andrea dimorava 
a Gemona, essendovi stata una donna, (della quale sì 
tace il nome) bastonata dal marito, ed esso prete 
Andrea nel passare avendone sentite le grida ed i 
pianti, disse ad essa Margherita : — « quella povera 
è bastonata dal marito, io altra volta ricondussi la 
pace in una discordia matrim miale facendo certi 
Brevi » — . A questi detti la Margherita si procurò 
dal predetto don Andrea tre Brevi, due dei quali 
tenne presso di se, ed uno diede a quella donna, 
perchè con quello ogni giorno avesse toccato il ma- 
rito; e nei giorni in cui coi Brevi le donne avrebbero 
toccato i mariti, questi non le avrebbero bastonate 
avendo fede che giovassero i Brevi, e ciò con sprezzo 
di Dio e della fede cattolica. 

VI. Perchè essa Margherita confessò che già sedici 
anni, essendo vivente allora certo Sitnone mugnaio, 



(0 Che non possa aver riposo (padln), né star fermo (dimora). 



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— 540 — 

vide che la moglie gli portava in un Chalotto (forse 
un berretto, callotta) delle erbe, e guardando issa 
Margherita in detto Chalotto vide una bellissima 
rosa ch'ella prese ed annasò dicendo: — « oh! coinè 
bella questa rosa» — ; ed allora il predetto Simone 
le disse: — « se tu sapessi, Margherita, la proprietà 
della radice di questa rosa tu diresti altrimenti ». — 
E su domanda di essa Margherita, Simone le disse 
che se due conjugi od altri fossero in discordia, e 
mangiassero di quella radice, si rappacificherebbero. 

— E questo maleficio essa Margherita lo insegnò ad 
una sua compagna, colla ferma credenza che questo 
mezzo, con disprezzo di Dio, potesse giovare. 

VII. Perchè essa Margherita confessò che al tempo, 
in cui il predetto prete Andrea dimorava a Geinona, 
è faceva i Brevi, dei quali essa ne ebbe tre, come 
confessò più sopra, certo cittadino di questa terra 
se la godeva carnalmente con una donna, (della quale 
si tace il nome), e la menava ad un ballo, e la moglie 
di costui gridava contro essa Margherita dicendole: 

— ce Tu sei la ruffiana di mio marito, tu fai che mio 
marito tripudii con quella donna, e che abbia i de- 
nari per pagare i suoi tripudii, mentre non ne ha 
per sostentare i suoi figli» — ; Margherita spergiurò 
di non averne colpa, ma prese ad odiarla, ed andò 
a consultare esso prete Andrea, e questi le mostrò 
molti Brevi, uno dei quali le consegnò dicendo che 
era un Breve di tale potenza, che se fosse messo 
sotto il gradino della porta di qualche casa, i con- 
jugi che abitassero in quella casa, non potrebbero 
aver commercio assieme, finche il Breve lì rimanesse. 
Essa Margherita si dispose ad esercitare il sortilegio 
contro quei due conjugi, ma poscia non lo mise in 



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__ 541 =- 

esecuzione. E confessò d'essersi confidata con una 
sua compagna, asserendo che se ciò avesse fatto, il 
sortilegio avrebbe avuto effetto, con disprezzo di Dio 
e della fede cattolica. 

Vili. Confessò del pari che essendosi perdutamene ! 
innamorata essa Margherita in un cittadino, rice- 
vette dal prete Andrea uno dei di lui Brevi, fatti» 
per procurare l'amore, in modo che se taluno avesse 
avuto sopra di se uno di quei Brevi, non potessr 
pensare ad altri fuorché alla persona che gliel'avea 
posto indosso. Essa Margherita per due mesi portò 
sempre seco quel Breve, sperando poterlo mettere 
indosso alla persona che desiderava, ma non le fu 
possibile; e confessò d'aver creduto che se avesse 
potuto dar effetto al suo divisamente, avrebbe otte- 
nuto il suo scopo, con sprezzo di Dio e della fede 
cattolica. 

IX. Margherita confessò ancora che giuncando il 
di lei marito Pietro ai dadi, ed avendo perduto nel 
giuoco dieci libbre di soldi ch'ella avea risparmiato 
per pagare un majale, e piangendo essa Margherita 
in una camera fcaidpaj che possedeva in Gemona, 
Montonina, concubina del detto prete Andrea elio 
passava per di là, sentendola piangere, gliene chiesa 
la ragione; e poi la stessa Montonina le disse: — vuoi 
tu ch'io t'insegni il modo che tuo marito non abbia 
piìi a giuocare? Fa che un qualche parente od amici) 
di tuo marito vada a prendere alle forche un po' di 
corda di qualche impiccato, che la porti seco, e 
quando troverà tuo marito a giuocare, tenendo chiuso 
nel pugno quel pezzo di corda, lo chiami tre volti 1 
dicendogli ; — « Pietro, sai tu ciò eh' io ho qui nei 
pugno?» — e rispondendo esso Pietro tre volte di 



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— 542 — 

non saperlo, l'amico o parente che terrà quel pezzo 
di laccio dica: — « E cusì veramente non puoschistu 
mai pini zujd ». — Montonina l'avvertiva esser quella 
un'arte diabolica contraria a Dio ed alla fede cat- 
tolica, e Margherita confessò d'aver avuto in animo 
di tradurre in pratica il sortilegio ma non le fu 
possibile di eseguirlo; convinta però che se lo avesse 
fatto le avrebbe giovato, e tutto ciò con disprezzo 
di Dio ecc. 

X. Finalmente per avere confessato Margherita 
che circa due anni addietro, essa ed una sua com- 
pagna (di cui si tace il nome prò meliori) d'inverno, 
di notte tempo rubarono con orci a certo Cecchino 
di Godo (*) circa due secchi di vino da una botti- 
cella di due conzi, e ciò aveano potuto fare, perchè 
essa Margherita teneva una chiave colla quale apriva 
l' aja di detto Cecchino a di lui insaputa, e contro 
sua volontà. 

Ritenuti provati tali fatti contrari a Dio, alle 
leggi ed al Dominio Ducale, il Capitano er Giurati, 
per non lasciar impuniti tanti delitti e perchè essa 
Margherita non possa vantarsene, sentito il consiglio 
di sapienti, invocati i nomi di Gesù Cristo e di Maria, 
condannò essa Margherita ad essere in questo stesso 
giorno frustata pubblicamente dalla porta presso la 
Chiesa di S. Maria fino fuori la Porta di Touzza attra- 
versando quindi il paese in tutta la sua lunghezza e 
ad essere in perpetuo bandita dalla Terra di Gemona e 
dalla sua giurisdizione, colla comminatoria che se 
in avvenire fosse ritrovata nel territorio della città, 
e cadesse in mano di esso Capitano e Giurati e loro 



(1) Sobborgo di Gemona. 



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— 543 — 

successori, — ponalur ad ìgnem a quo concremetur 
ita et taliter quoti anima ejus a torpore separetut\ 
et caro ejus ciìiis effìcialur. 

In data 15 marzo 1587 (') il Vicario Generale 
Paolo Bisanzio scriveva al Vicario Curato della Pievi» 
di Tolmino per lamentarsi, che essendo esso Vicario 
Generale nei mesi addietro a Lodra in Parrocchia 
di Tolmino per consacrare la chiesa di S. Spiriti» 
di Civosgnich, gli abitanti di Lodra, Scnas, Charmm 
et Oversana s'erano presentati a lui dolendosi die 
certi pessimi uomini e donne, noti volgarmente ed 
nome di streghe, usassero danneggiare le creature 
umane, le bestie, gli animali quadrupedi e le cam- 
pagne, privando del latte le donne e le armente, e 
facendo andare le biade da un campo all'altro, e 
perpetrando altri diabolici maleficj. Il Vicario Gene- 
rale ordinava dovessero que' malèfici farsi conoscere 
entio il termine di giorni otto, altrimenti, colle can- 
dele accese, al suono delle campane, giusta i riti 
della Santa Chiesa Romana, dovesse esso curata 
dichiararli scomunicati. 

Nel 1005 fu processata dal Santo Officio Lucia 
moglie di Antonio Pescatore di Cinto, perchè acca- 
sata d'aver unto con olio misto a certe erbe la fan- 
ciulla Orsola Piasoni di Sesto dicendole — « che ha 
due streghe che la mangiano dal mezzo in già, e eia* 
avrà ancora quindici giorni di vita » — . 

Nel 1GH certa Manetta Trevisan della villa di 
Fratuzza, questionando concerta Franceschina figlia 
d'Agostino Guaranà della stessa villa, disse ad essa 
Franceschina: — « Franceschina, Franceschina, te 



(1) Archiv. Arciv. Udine, Voi. LX pag. 20. 

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— 544 — 

ne pentirai, e quando le mie rose saranno secche, le 
tue saranno verdi» — : e diffatti questa dopò pochi 
giorni s' ammalò ed andò a consultare certa Lucia 
della villa di Giai la quale le disse: <c Fiola, la fat- 
lura è troppo innanzi ; non ti posso ajutare perchè 
tu sei stata incrosata in giorno di giovedì e di do- 
menica. Tu, camminando, hai messo il piede nella 
busa incrosata, sicché sarà difficile il liberarli; pure 
procurerò sanarli con Vajulo di Dio e della Ma- 
doìina » — . Instando Francescana perchè le pale- 
sasse il nome della strega che l'avea fascinata, Lucia 
rispose — «ch'era incrosata nella gradella della 
Chiesa di Concordia, andando col pie' destro e tor- 
nando col pie sinistralo » — ; aggiungendo — « ma 
perchè non ti posso dir il noìne, ti dirò ì contrassegni, 
ed e che tu hai contrastato con una donna, e questa 
ti ha stregata » — . 

Tanto la Manetta Trevisan che la Lucia di Gajo 
la voce pubblica le aveva in conto di streghe. 

Nell'anno stesso la celebre Giac una Pittacola fu 
pure soggettata a processo per un sortilegio eseguito 
allo scopo di sapere se un fanciullo fosse stato vivo 
o morto. 

Antonia q. ra Giacomo Selaro da Pordenone s'era 
promessa a certo Camillo, il quale se n'era andato 
a Vicenza; ma mancando egli da 14 anni, senza che 
di lui più nulla si sapesse, ritenendolo morto, la 
zitellona ricorse alla Pittacola. Dal processo però non 
appare quali fossero le pratiche superstiziose a cui 
la maga ricorse, ne il risultato della sua fatucchieria. 

Nel 1627, un servo di Gio. Battista Gallizia, del 
quale non è riportato il nome, pose sull'altare della 
Chiesa di Moggio una borsa contenente dei semi, 



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— 545 — 

affinchè sopra quella fosse celebrata sette volte la 
Santa Messa. 

Bastiana Felcara da Visinale nel 10Ì5 poneva 
invece delle foglie di ortica sopra il pane affinchè 
sollecitasse a lievitare. 

Nel 1640, Paola moglie di Francesco Macchialotto 
di Belgrado, essendo ammalata e temendosi malelì- 
ciata, andò da certa Domenica Succhiana volgarmente 
tenuta per istrega, e la pregò le dicesse se era stre- 
gata, e quella rispose: — « .sì che siete stregata » — , 
e cominciò a palpeggiarla colla mano destra ed a 
pronunciare certe parole a bassa voce. Allora la 
Paola fu assalita da una gran confusione e da capo- 
giro. Dopo qualche giorno chiamata nuovamente la 
Succhiana perchè la guarisse, questa dichiarò — « che 
se lei ai'esse fatta quella strega-ria avrebbe potuto 
liberarla, ma non avendola fatta non poteva libe- 
rarla » — . In ogni modo la Paola guarì. 

Non riporterò il sunto di tanti altri processi con- 
generi per inaleficii tentati o compiuti, perchè poco 
interessanti, né di quelli incoati contro i presunti 
benandanti e le supposte streghe limitandomi a ri- 
portare solo la data, il nome, ed il titolo d'accusa 
di quelli che non furono citati in altri capitoli di 
questo libro. 

1575. Battista Madussi pubblico ufficiale di Civi- 
dale e Paolo Gasparutti di Jassicco, malèfici, con- 
dannati a sei mesi di carcere ciascuno. 

1578. Antonia sopranominata la Malizza di Tar- 
cento, sortilega, dichiarata eretica. 

1584. Frate Mario Gubertino da Udine, Minore 
conventuale, sortilego. 

1590. Domenica moglie di Pietro Duro della villa 

18 



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— 540 — 

di Mortesini in Carintia, donna prestigiosa che fa- 
ceva morire gli animali. 

1594. Orsola moglie di Manzini o Anzili del Pin 
del Pilifero, strega. 

1595. Franceschina moglie a Giovanni Tedesco ed 
Elisabetta moglie a Giorgio Tedesco, streghe. 

1598. Maria detta la Calda di Azzano, strega. 

1598. Giacoma Pittacola da Pordenone. Oltre le 
tante volte in cui è citata, ebbe più che venti altri 
processi; la coraggiosa strega però se ne infischia 
del Santo Officio e mai non risponde alle sue cita- 
zioni, continuando tranquilla le proprie operazioni 
senza che apparisca le sia mai stato torto un ca- 
pello; dovea avere qualche potente protettore. 

1600. Chiara moglie a Francesco di Spilimbergo, 
malèfica. 

1001. Francesca figlia di Ulisse di Colloredo dot- 
tore in legge e Virginia figlia di Giovanni Pode- 
nario da Colloredo, per sortilegi. 

1002. Vittoria Greca abitante a Palmanova, per 
sortilegi. Antonia Tramajara da Udine, strega. 

1005. Lucrezia Morgana da Pordenone e Marghe- 
rita moglie di Francesco Moro da Pordenone, streghe. 

1005. Aquino Turra da Pordenone, stregone; An- 
tonia Malacrida da San Vito e Aurora della Villa di 
Medìm, streghe. 

1005. Cornelia moglie a Tacconai di Porde- 
none, Caterina moglie di Andrea mugnajo della villa 
di Valcogna, distretto di Cividale, Perina Venezia, 
vedova, udinese e Drina vedova di Narduzzi da Tor- 
lano: streghe. 

1000. Angela Bella di San Lorenzo e Pascutta del 
Battilana da San Lorenzo, streghe; Valentino Blasuti 



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— 547 — 

di Pascolo da San Lorenzo e Gaspare Jesis di Santa 
Maria la Lunga, beiiandanti. 

1008. Benedetta de Roman di Villa Valle di Con- 
cordia, strega. 

1609. Bernardo della villa di Santa Maria la 

Lunga, benandante; Margherita Nardis e sua figlia, 
Caterina Nardis e Madalena moglie di Adamo Valen- 

tinis: streghe; Giacoma comunemente detta la 

Variana di Villa di Bressa, malèfica. 

1012. Maria q. ra Marco Gattini da Polcenigo vene- 
fica e malèfica. 

1020. Caterina Zuma di Cordenòns, malèfica. 

1023. Girolamo Conciliati di Gruppignano, Lucia 
sua moglie e Domenica Zampara di borgo San Pietm 
di Cividale, per maleficj; Susanna de Sist abitante 
le rive dell'edificio della Valona a Pordenone, ma- 
lèfica. 

1025. Anna Sguma da Spilimbergo, malèfica. 

1020. Domenica della villa di Cremòns, strega; 
Ruggero Morassi da Cordovado, per sortilegi. 

1028. Girolamo Crecul di Percotto, stregone. 

1020. Giacomo Sech da Cividale, malèfico. 

1030. Angela moglie a Mattia Michilini da Porde- 
none, strega. 

1039. Caterina udinese, malèfica; Domenico 

falegname udinese, Giovanni della Tranquilla detti » 
Titmi, benandanti. 

1042. Giacomo armentaro della villa di Ba- 

gnins, benandante. 

1044. Antea moglie di Bortolomeo Garbelotti di 
SaciTe, malèfica; Olivo Caldo di Fossalta, carcerato 
dal Vescovo di Concordia, benandante. 

1045. Andriana Natale, Domenica moglie di Mattia 



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— 548 — 

Perini, Mariuzza moglie di Valentino, di Rutàrs, per 
sortilegi; Lucia moglie di Mattia Ribischiatto detta 
Morosa, di Villa della Guardia di Rutàrs, strega; 
Maria Coccadella di Viscone, per superstizioni. 

Ì646. Maria Paulìs vedova di Nicolò di Fontana- 
buona, per sortilegi. 

1647. Lif abitante nella villa di Tri vignano, 

benandante. 

Nei villaggi e lungo le strade di campagna sono 
frequenti i capitelli e le sacre immagini, perchè si 
crede che giovino a tenere lontane le apparizioni di 
streghe, di spiriti e diavoli per tutto quel circuito 
da cui si può vedere l' immagine. 

Le streghe, i maghi, i benandanti e tutti gli altri 
malélìci possono chiamare i diavoli; talvolta può 
chiamarli anche chi non ò entrato fin allora in al- 
cuna relazione col demonio, ma che desidererebbe 
stringere con lui qualche patto. Molt i spesso il dia- 
volo obbedisce agli scongiuri, i quali sono atti, segni, 
caratteri, parole, cerimonie, riti, preghiere ecc. che 
si fanno per evocare i demoni o le anime dei morti, 
allo scopo che essi giovino all' evocatore o ad altri 
o nuocciano a chi si sia; agli uni rechino salute, 
bellezza, ricchezze, onori, dignità, piaceri, affetto da 
parte della donna amata; — agli altri profondendo 
malattie, miseria, disprezzo, affanni od altro. Per 
le prime si usano invocazioni, benedizioni, preci, 
voti ecc. — per le seconde maledizioni, ed impre- 
cazioni. 

L'evocazione si fa nei bivii, nei trivii, o qua- 
drivii, presso ai cimiteri, nelle lande deserte, in fondo 
alle selve più cupe, o fra i ruderi d' antiche rovine. 
Non è operazione difficile, qualora se ne conosca il 



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— 549 — 

rito, ma è pericolosissima per chi ad essa ricórra 
alla leggera, e senza le dovute cautele. 

Chi vuol fare una evocazione in regola segna 
attorno a sé un cerchio, o meglio ancora ne fa ivc 
tutti concentrici, tracciandoli o col carbone bagnato 
nell'acqua benedetta, o colla bacchetta del domando 
(la bachete màgiche o bachete dal comàndj, colla 
punta di una spada, o di un pugnale, avendo cura 
che le linee sieno continue e ben serrate; s< i vi si 
lasciasse la minima lacuna lo spirito malignò si 
caccerebbe per quella entro il cerchio ad arraffar 
lo scongiuratore. Così del pari bisogna aver cura eli e 
il più piccolo lembo del vestito, o la minima parte 
della persona, fosse pure un capello od un sn] peto 
della barba, non possa essere pigliato dal dia vi i In 
perchè altrimenti gli basterebbe quello per tragittar 
fuori dal cerchio l'esorcizzatore, che graffiato *_> di- 
laniato in tutti i modi correrebbe anche riseli in rìi 
lasciare la pelle. 

Le formole di evocazione sono molte, strane ed 
alcune assai lunghe e complicate; ve ne sono di pi d 
meno potenti, ed il minimo errore, la pili lieve 
ommissione basta a renderle inefficaci. Insomma 
anche il diavolo b meticoloso, ci tiene più alla fbj m#i 
che alla sostanza, — né più ne meno dei tanti nostri 
burocratici — del tempo che fu. 

Molti sono i nomi che si danno in Friuli allo 
spirito infernale: sàtana, luci fero, demoni, d i atti t boba > 
boborosso, berlìchile, berlìchile - ber lochile, farfagn ì eh , 
cudiQÌiio ecc. il numero dei diavolini poi è infinito, 

I diàvoli possono prendere quell'apparenza cto 
loro aggrada; molte volte furono veduti sotto l'a- 
spetto di signori vestiti a nero;però conservano Sempre 



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— 550 — 

la coda che nascondono fra le falde del vestito, e le 
corna che cuoprono col cappello. Talfiata si mo- 
strano in sembianza di bellissimi giovani o di va- 
ghissime donzelle, oppure d'animali più o meno 
schifosi. Spesso il diavolo è rosso, ha le ali di pipi- 
strello, artigli lunghissimi, in mano porta un lungo 
graffio o bidente, e sulla testa, al posto dei capelli, 
ha un parruccone di serpi, su per giù come Medusa. 
Non sempre il diavolo è abbastanza astuto, anzi 
talvolta è un semplicione che si lascia trarre nella 
rete da uomini più furbi di lui ; le donne special- 
mente lo vincono in malizia; onde è passato in pro- 
verbio : 

Lis féminis an san un pont pini dal cliaul. 

Si narra che un popolano avea venduta a Sa- 
tana l' anima di un figlio, col patto che dovesse 
obbedirgli in tutto e per tutto, portargli danaro a 
suo beneplacito e quant' altro avesse desiderato ; che 
se in tre cose qualunque non avesse potuto soddi- 
sfarlo, T anima del fanciullo sarebbe stata salva. La 
famiglia era ricca, tutto andava a seconda, ma il 
padrone si mostrava sempre più mesto e taciturno; 
la moglie a furia d' insistenze venne a scuoprirne 
la cagione e d' allora in poi non ebbe altro pensiero 
che di salvare il figlio. 

Per primo suggerì al marito di sfidare il diavolo 
a giuocare secolui di bastone, e il diavolo accettò e 
fu puntuale all' appuntamento con tanto di stanga, 
— una trave addirittura, ch'esso mulinava come un 
fuscello, mentre l'avversario recava seco una verga 
sottile e leggera. Ma la sfida dovea seguire, — in- 
dovinate un po'? appiè del campanile, ma per di 



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— 551 — 

dentro, dove la verga poteva scorrere per ogni verso, 
e la stanga dovea star ritta — ; e il demonio non 
poteva girarla a proprio agio. L'altro cominciò il 
giuoco e seguitò a vergheggiare con tal forza e tanto 
di gusto il povero diavolaccio che V obbligò a chie- 
derne la fine e darsi vinto. In altra occasione la 
donna (e sempre la donna!) insegnò al su' omo come 
farebbesi a trinciare per lo mezzo, salmisia! - una 
coreggia. E l'omo fu lesto a ricercare il diavolo 
volesse fargli questo servizio, e quel minchione, dtop') 
prove e riprove finì per dichiarare esser la cosa im- 
possibile. Allora il babbo applicò al forame il liln 
d'un rasojo, die' sfogo a una sfuggita strepitosa «li 
gas acido zolforico, che dal rasojo ( e ne convenne 
anche il diavolo che presenziò l'esperimento) rimase 
effettivamente partita pel mezzo. 

Rimaneva a vincersi ancora una terza prova, e 
l'anima del bambino sarebbe stata salva. Che si pensa 
la madre? denudatasi completamente, entra io una 
soluzione di colla forte, poi salta in un gran mucchio 
di piuma la quale lesi attacca tutta addosso in ma- 
niera da sembrare che il suo corpo fosse poperto 
come quello degli uccelli. Quindi si scioglie i capelli, r 
camminando a quattro gambe si fa dal marito legare 
a ritroso nella stalla presso la mangiatoja; pai egli 
invita il diavolo ad indovinare che bestia fosso quella. 
Non è a dire l'imbroglio in cui si trovò il iv di'l- 
Taverno; toccando i capelli disse: quest' è la rudu; 
quindi la palpeggiò e guardò d' ogni lato, fiuulir co- 
stretto a darsi per vinto e rinunciare all'agognata 
preda disse: senti, questa maledetta bestiaccia sdetl* 
tata, senza naso, coi baffi sotto la bocca e con un 
occhio solo in mezzo a quell'ampia fronte mi fa 



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— 552 — 

perdere tutto, perchè non la conosco, ma ini vendi- 
cherò acciecandola ; e cacciatole indispettito un dito 
nell'ano se ne fuggì. 

Altra volta fu gabbato dai Cividalesi. In quella 
città nessuno poteva passare il fiume Natisone perchè 
non c'era ponte. Il diavolo s' offerse di farlo lui, a 
patto che quei di Cividale gli regalassero la prima 
anima che vi passerebbe sopra, e quei cittadini si im- 
pegnarono di dargli 1' anima che ser Cornelio Nero 
desiderava tanto; il messere tanto avveduto e sottile 
in tutto, questa volta bevve grosso senz' avvedersi, 
non badò a precisar meglio i patti, e si mise all'o- 
pra senz'altro. Ammanì sabbia, pietrami, calcina, 
intanto che sua madre, tanto per non restarsene in 
ozio, capitò filando con un bel ciottolo nel grem- 
biule; — altro che ciottolo! È proprio quello che 
regge la pila fra le due arcate del ponte; ma non 
s' ha a stupirsi, colei che l'ha recato nel grembiule 
era la madre del diavolo. 

Nell'indomani, a lavoro finito, il diavolo reclamò 
l'adempimento del patto. I Cividalesi, gratissimi al- 
l' architetto, però burloni la loro parte, gittarono 
ruzzoloni per il ponte una pagnotta, e lesto un cane 
l' è corso dietro per addentarla, — ecco la prima 
anima, secondo il convenuto. Il povero diavolaccio, 
tardi avveduto della sua buona fede soverchia, e 
d' aver gettato l' olio e la spesa, accettò quel cane 
malaugurato, e — ciacche! l'avventò pieno di bile e 
malcontento su quel macigno piatto che tuttodì emerge 
a fior d' acqua presso la pila del ponte, dove, chi 
n' avesse vaghezza, può andarlo a vedere e vel tro- 
verà petrificato. 

I racconti in cui si narra di apparizioni del dia- 



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— 553 — 

volo si sentono ad ogni istante, si dice che il demonio 
s'avvicina di sette passi ogni volta che lo si nomina, 
se non si ha la precauzione di far un corrispondente 
segno di croce. Perfino il Patriarca nostro Ermolao 
Barbaro (stando a quanto scrive Giovanni Bodin nella 
sua demonomania) avrebbe evocato un giorno il dia- 
volo per farsi spiegare da lui che cosa avesse in- 
teso dire Aristotile con la sua Entelechia. 

Nei processi del Santo Officio trovo che Pietro 
Maggiorana della villa di Orsago nel 1613, bramando 
parlare col d'avolo, consultò Nicolò Marcòn di San 
Cassàn del Mesco, nel silo che dicono Ponte, e questi 
l'ammaestrò sul da fare, cioè recarsi su d'un cro- 
cicchio per più volte sempre di notte, e lì badare a 
chiamar il demonio finche sarebbegli apparso; ma 
bisognava che nel frattempo non ascoltasse Messa, 
nò pregasse in alcuna maniera, astenendosi da qual- 
siasi altro segno da cristiano. 

Nel 1616 certa Lucrezia figlia di Melchior mugnajo 
vicentino si accusava di parecchie stregonerie; fra 
l'altre ch'ella era stata la concubina di un canonico^ 
e d'un demonio di nome Salbonello col quale per 
ben otto anni avea avuto intimi rapporti, e ricevuto 
in regalo del danaro, vestiti, veli, gioje ecc. promet- 
tendogli in compenso di non palesare a chissisia le 
sue relazioni con lui, di non confessarsi e di non andar 
mai in chiesa, né a sentire la Messa. E il canonico 
rivale non avvedersene mai di nulla? manco all'o- 
dore? Povero reverendo!! 

Nel 1622 Mario Franceschinis da Gemona si ac- 
cusò spontaneo che essendosi perdutamente innamo- 
rato d'una donna scrisse col proprio sangue un'im- 
pegnativa al diavolo, promettendogli di essere suo 



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— 554 — 

anima e corpo, se col di lui mezzo avesse potuto 
giungere a possedere quella donna. Rinnovò la pro- 
messa offrendo adorazione e riverenza al diavolo il 
quale però mai gli comparve, e finalmente disilluso 
gettò quello scritto nella latrina. 

Nel d623 Stefano Marezi veneto, trovandosi senza 
danaro, e privo di qualsiasi soccorso, buttatosi alla 
disperazione fece col proprio sangue uno scritto col 
quale istituì il diavolo padrone dell'anima sua, a 
patto che per quindici anni l'accontentasse in tutto 
ciò ch'egli fosse per domandargli. Mise lo scritto 
sotterra, invocò il diavolo, ma quello non comparendo, 
fece un altro scritto in cui dichiarava limitare il 
tempo a dieci anni, e quello pure nascose or qua or 
là sotterra, chiamando il diàvolo di giorno e di notte. 
In quel tempo avea gettato via il rosario, non reci- 
tava più né preghiere né orazioni, non metteva piede 
in chiesa, riè facevasi più il segno della croce. Per- 
duta ogni speranza nell'ajut) infernale, ritornò in 
carreggiata e corse a confessarsi. 

Nel 1042 Michele Papa contadino di Felettis, abi- 
tante in Tissano, fu accusato da otto denuncie di 
essere stregone, d'aver cagionate molte malattie e 
morti, d'aver suscitato tempeste e d'aver menato 
vanto d'essere egli il principe delle streghe, d'in- 
tervenire ai loro convegni e di poter fare e disfare 
incantesimi per virtù del demonio. Sentiti i testi- 
monii ed arrestato il colpevole, prima nega, poscia 
si scusa di alcuni malefici, e finalmente (si capisce 
per l'uso di quali mezzi), confessa d'aver fatto mo- 
rire tre bambini, e perpetrati altri malefìcii, d'aver 
rinnegata la fede di Cristo, donata la sua anima col 
corpo in compagnia al demonio, per ordine del quale 



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— 555 — 

una volta si confessò a certi alberi, e quelli imme- 
diatamente si disseccarono. — Dopo tali confessioni 
gli fu accordato di difendersi ; accettò, ma non pre- 
sentò difesa di sorte; — tandem (dice il regesto") 
vigesima die novembris Ì650, antequam de eo judU 
cium feratur, morte praevenlus, in carceribus ex- 
tremum diem clausit. 

Il processo durava nientemeno che da otto anni 
e mezzo. Era un bel sistema per tenere in carcere 
chi si voleva. 

Maria figlia di Gregorio de Danielis da Forni di 
Sotto, una povera isterica, nel 1646 si presentò spon- 
tanea al Santo Officio — « et sponte se accusat din 
grave* carnis tentationes sustinuisse » — che una 
notte, fra l'altro, mentre era più fortemente tentata, 
le comparve il diavolo, — « et cum eo semel carna- 
li ter peccasse, quod et post aliquos dies duplici actu 
iteravity) — il diavolo le chiese l'anima, ma essa gliela 
rifiutò e )stantemente, ed il demonio perciò prese a 
tormentarla in ogni modo, e volea soffocarla; essa 
in allora ricorse di tutto cuore a Dio ed alla sua 
Santa Madre, si confessò facendo voto di vivere ca- 
stamente la vita intera, e cosi si liberò dalle insidie- 
delio spirito maligno. 

Peggiore ancora fu la ninfomania di Domenica 
figlia di Camillo Minòns da Romàns presso Gorizia» 
che si credette miserevolmente oppressa dal diavolo 
in Faedis. 

Dichiara ella stessa che certe Giacoma e Sabata 
di quella villa la condussero più volte al convegno 
delle streghe, dove rinnegò la fede di Cristo, con- 
culcò la Croce sotto i piedi — « cum diabulo pluries 
fedata fuit carnaliter, cum quo bis sponsalia iniit » 



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— 553 — 

— e dal quale ricevette V anello maritale, e l'ordine 
di convivere con quelle donne, e d'obbedirle in tutto. 
Non potendo adattarsi a ciò, il diavolo le ritolse l'a- 
nello. Soggiunge che più volte accostatasi alla Santa 
Comunione, levatasi di bocca l'Ostia consacrata la 
mise nella bocca dei majali, così comandandole le 
due streghe, e questa musica è durata per ben cinque 
anni. Per consiglio della Sabata uccise una bambina 
della propria sorella, ed insistendo la strega perchè 
maledicesse Dio, il fuoco, l'acqua, e la fede di Cristo, 
essa maledì il fuoco soltanto. 

Di poi da quelle streghe le fu insegnato che nella 
Salutazione Angelica invece che, — benedicta tu in 
mulieribus — l'avesse a dire — « maledicta etc » — 
e che nell'Orazione Domenicale dove dice — « da 
nobis hodie » — schernendo dicesse : — « dona bi- 
sodie y> — Prwlerea edocta full (amo riportarla in 
latino per riguardo) ut in Ecclesia sua pudenda con- 
fricare^ et mammas libidinose tangeret ex quibus 
taclibus plures pollutiones ei in Ecclesia evenerunt. 

Un giorno vide il diavolo sotto forma di un ca- 
vallo, che poi si tramutò da prete ; essa gli confessò 
i suoi peccati e quegli le ordinò che a nessun altro 
confesso e li raccontasse; le disse di volerla per 
moglie: — « Deinde denudata, jussu diabolum lec- 
tum ascendit, et cum eo carnaliter denuo conver- 
sata est » — promettendo di dare a lui tutto ciò 
che volesse, perchè non riconosceva Iddio. Ma poiché 
il diavolo l'opprimeva assai, tornata in sé, chiese 
misericordia a Dio ed al Santo Officio. Fu esorcizzata 
nella chiesa dei Frati dell'Ordine dei Predicatori, e, 
sia detto ad onore del Tribunale, forse intravvide 
le allucinazioni che suggerivanle di tali rivelazioni 



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— 557 — 

sconcie quanto assurde, senza pretendere una for- 
male abjura, si accontentò di poche parole dalla po- 
vera pazza pronunciate. Poco tempo dopo, libera 
affatto dalla potestà del diavolo, condusse in ap- 
presso vita cristiana. 

Queste stranezze, che la scienza in oggi dimostrò 
essere parto d' una ragione alterata, si ritenevano in 
passato come fatti che avvenivano realmente. Gli 
Statuti di Concordia altra volta citati, al § 259 — 
De conjurando demone* — prescrivono : 

« Item si quis in cimilo vel alio loco, aliquos 
demonum conjuratores, seu incantatores dixerit vel 
fecerit, ut ecc. » — li condanna alla fustigazione ed 
al bollo rovente; qualora poi dal fatto fosse prove- 
nuta la morte di qualcuno, v'è l'aggiunta imprete- 
ribile del rogo. 

Noi compiangiamo que' poveri illusi, e ridiamo 
de' tempi andati; ma pur troppo nel popolo durano 
ancora simili pregiudizj, e ciò che è peggio la chiesa 
e l'autorità politica stessa lasciano correre certe 
pratiche, le quali a null'altro contribuiscono se non 
che a mantenere viva la superstizione. 

È diffusissima anche oggidì la credenza che il dia- 
volo possa entrare nei corpi umani, e l'individuo di- 
venta un ossesso (spirtdt). La chiesa cattolica nel suo 
rituale offre le formule per cacciare i diavoli e libe- 
rare coloro che ne sono invasati. Alcune volte è un 
diavolo solo che entra nel corpo, alcune altre ve ne 
possono essere due, tre, dieci, cento, mille, e perfino 
dei milioni. Nò più ne manco degl'infusori; e come 
vederli col microscopio se sono spiriti? e come fare 
a contarli? 

Gli ossessi possono elevarsi nell'aria per virtù 



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— 558 — 

diabolica e starvi sospesi per lungo tempo. Inoltre, 
giusta la credenza volgare essi parlano numerose 
lingue, sanno dare notizie positive relativamente a 
ciò che avviene nelle più lontane regioni, scoprono 
le cose piii nascoste, ed indovinano i più segreti pen- 
sieri e sentimenti di coloro che li avvicinano. 

« Gli ossessi parlano in terza persona » dice la 
Relazione del Dott. Fernando Franzolini sulla epi- 
demia di istero - dernonopatia in Verzegnis ( j ) — e 
le donne, come se fossero maschi, facendo aperta- 
mente comprendere non essere la loro personalità 
che parla, ma sibbene, mediante i loro organi, me- 
diante il loro corpo, essere un'altra persona spirituale, 
un demone che esprime quanto si ode dalla loro 
bocca, che esegue quanto esse fanno. Richieste ad 
esempio, chi esse sieno, non declinano il loro nome, 
sibbene un nome maschile e strano, che ha più del- 
l'epiteto che del nome, e che sarebbe quello del de- 
mone che le ha invase, soggiungendo che costui 
trovasi nel loro corpo da mesi, da anni ecc., mentre 
prima si trovava nel corpo di persona del tale o del 
tal altro paese, più o meno discosto. 

Alcuna in questi attacchi vantasi profetessa o 
chiaro veggente, e si dà a sciogliere da indovina qual- 
siasi questione, od a predire ogni genere di eventi; 
ed in ciò quanto più sono eccitate da credule o cu- 
riose interpellanze, tanto più si mostrano arditamente 
ciarliere e vaticine impudenti. 

Ci fu detto che bestemmiano ed imprecano nelle 
foggie più oscene quanto v'ha di più sacro per le 
menti ortodosse nel fastigio degli accessi le pa- 



ci) Reggio d'Emilia, tipografia Calder! ni, 1979 pag. ?3. 



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— 559 — 

zienti parlano, sebbene malamente la lingua italiana, 
anziché nel loro dialetto friulan ), ed i rozzi testi- 
moni asserivano che una di esse parla in francése 
ed in latino; ciò che di certo non è, ma il loro lin- 
guaggio ha talora dell'esotico, o meglio dell' accoz- 
zaglia male intelligibile di qualche reminiscenza con 
quelle lingue, e di parole di conio tutte loro; remi- 
niscenze che l'iperestesia mentale riporta a galla con 
energia insolita, creazioni fonetiche strane, che la 
sfrenatezza dei pensieri motiva. 

L'accesso viene nella maggioranza dei casi deter- 
minato dal sumo delle campane, per essere esso 
l'esorcismo naturale (ci si permetta servirci del con- 
cetto liturgico) degli spiriti dell'aria ; altre asseverano 
che la consacrazione dell'Ostia che si compie, segnata 
dal tocco delle campane, è la vera causa determi- 
nante i loro attacchi. Neil' un caso e nell'altro il de- 
monio od i demonj che dimorano nei loro corpi, < j 
della cui presenza sarebbe segno per loro il gruppo 
che s'aggira ascendendo e discondendo dal ventre 
alla strozza, od il senso di volume che fa loro prò 
vare distensioni cocenti dei visceri, quo' demonj di- 
gitati ed infuriati per il compiersi dei divini misteri, 
ingigantiscono i tormenti dovuti alla loro consueta 
presenza, e determinano per tal guisa gli attacchi. 
Perciò se vanno in chiesa tranquille, devono uscirne 
al montare del prete sull'altare; ovvero, rimanendo, 
vanno incontro, senza eccezione, ai pìii violenti 
attacchi. 

In tutte le malate — la malattia nei suoi caratteri 
completi esplose, o preesistendo si aggravò, in seguito 
a qualche atto solenne di religione a cui assistettero. 
Quelle 5 o 6, ad esempio, che presero parte al per* 



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— 560 — 

dono di Clauzetto, ritornarono quanto mai aggravate; 
e quando, mesi addietro, si die una Messa votiva per 
impetrare la cessazione del male, fu un vero pande- 
monio in chiesa, e succede un generale aggravio 
nello stato delle singole malate presenti. 

Nondimeno, sembra verissimo, e noi lo crediamo 
sebbene arieggi contraddizione, che in alcune, nel- 
l'acme dell'accesso violento, il contatto sul petto o 
sul collo di una sacra reliquia, a mezzo d'un sacer- 
dote, valga talora a troncare all'istante l'attacco. 
È questo certamente un effetto palliativo di un ri- 
medio morale. 

La durata degli attacchi è varia assai; da brev'ora, 
nella maggioranza dei casi, giunge a durare in alcune 
molte ore, e perfino le notti intere, e la ripetizione 
degli accessi si avvicenda con una certa regolarità 
cronologica. Durata e vicenda vengono talfiata dalle 
malate stesse presagite ». 

Fin qui l'importante relazione del cav. Franzolini. 

La credenza negli ossessi è quasi generale fra il 
nostro popolo, ed appena qualcuno ne manifesta i 
segni, i parenti s'affrettano condurlo a qualche ce- 
lebre santuario per l'esorcizzazione; ed io ricordo 
d'averne veduto piti d'uno venuto a Gemona per 
farsi benedire dai frati minori conventuali di San 
Antonio da Padova. Il convegno però a cui accorrono 
gli ossessi dall'intero Friuli, e specialmente dalle fi- 
nitime provincie slave dell'Impero Austro-Ungarico, 
è Clausetto in Canale di Vito d'Asio. 

« È questo un paese di circa 1900 abitanti » 
(scrive il Franzolini in una nota riportata in appen- 
dice alla relazione sopra citata). 

« La chiesa parrocchiale di Clausetto, dedicata a 



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— 561 — 

San Giacomo, sta in un punto isolato ed un pò 1 più 
elevato del cuore di tutto il paese; e dalla piazza prin- 
cipale di questo vi si giunge per una erta ed ampia 
scala in pietra di un centinajo e più di gradini. 

Contiguo alla chiesa evvì il cimitero, e quivi 
hanno luogo i troppo famosi esorcismi periodici ; in 
parte nell'interno della chiesa, in parte nello spazio 
del cimitero. 

Clausetto fu sempre un seminio di preti e In é 
tutt'ora. Da tempo remoto, da secoli certo, ha luo^o 
nella chiesa di Clausetto una funzione che ha nome 
il perdono, e che cade annualmente nella domenica 
precedente alla festa dell'Ascensione. Funzione che 
avrebbe avuto per obbiettivo iniziale l'adorazione <kt 
Sangue Prezioso. Poiché bisogna sapere che in &pucn 
lontanissima, un missionario proveniente da Geru- 
salemme, avrebbe recate a Clausetto alcune goccie 
del sangue di Gesti Cristo, non so in qual modo ap- 
propriandosele, e non so in qual guisa portandole 
seco, ma credo tenendole nascoste per tutto il viaggio, 
sotto la cute d'una coscia. Come? Lo ignoro; ma la 
leggenda e la tradizione parlano cosi, e chi ha seti* **> 
la beva: certo è che in occasione del perdono si e- 
spone all'adorazione il reliquiario contenente qin i l|r 
credute preziose goccie di sangue. 

È pure certissimo che da epoca assai lontana, 
nel giorno del perdono e per i tre o quattro giorni 
successivi, si eseguiscono esorcismi, i quali hanno 
fama di potentissimi. In quei giorni a Clausetto con- 
vengono da ogni parte della Provincia, ed anche dui Ir 
confinanti regioni austriache, da Klagenfurt, da ii<>- 
rizia, dalla Stiria, e perfino dalla Croazia, uomini e 
donne di ogni età, che si credono invasi dagli spiriti 



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— 562 — 

maligni. Nei tempi andati il concorso era assai mag- 
giore che non lo sia in questi ultimi anni; ma non 
è men vero che vi sia tuttora vero affollamento 
in quei giorni. 

Devesi aggiungere poi da una trentina d'anni si 
è istituito un secondo perdono in Clausetto, in tutto 
simile al primo, e che viene a scadere in una do- 
menica d'autunno. 

L'istituzione di questo secondo perdono si deve 
a certo Rizzolati clausettan ) ; il quale, dopo aver 
servito, per un certo numero d'anni, in un negozio 
da salumajo, si diede all'asceticismo ed al misticismo, 
si portò a Roma, si fece missionario e fu spedito in 
Asia ed in China, ove fu anche consacrato vescovo 
in partibus infìdelium. Desideroso di ritornare in 
patria, ne richiese a Roma l'assenso e lo ottenne. 
Restituitosi e fissatosi a Clausetto, infanatichito e fa- 
natizzatola, non si limitò a dare impulso alla vecchia 
festa del perdono ed a quel vero inferno che vi e 
connesso; ma si ostinò a volere che il Papa auto- 
rizzasse in Clausetto un secondo perdono annuale, 
e fu soddisfatto. 

Se, come, quando e da parte di qual Papa sieno 
stati sanzionati gli esorcismi a Clausetto in coinci- 
denza del primo e vecchio perdono, io lo ignoro e 
pochi profani lo sanno. 

Non posso neanche descrivere, per testimonianza 
personale mia, gli esorcismi periodici di Clausetto, 
non avendoli mai presenziati; però ne ebbi infor- 
mazioni molteplici; e per essere breve e concreto 
trascriverò quanto ebbe a comunicarmi l'egregio 
professore Vogrig, rendendomi conto di una visita 
ch'egli fece a Clausetto in compagnia di parecchi 



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amici, in occasione del perdono di maggio, alcuni 
anni or sono. 

« Eravamo in 14 curiosi — mi scrive il Vogrig - 
« ci siamo divisi e collocati in maniera che potemmo 
<c vedere da tutti i